Avviso

Ricordiamo agli utenti che gli articoli possono essere inviati per email, stampati e salvati in formato pdf cliccando sul simbolo dell'ingranaggio in alto a destra dell'articolo (nel menù a tendina la voce "Stampa" o "Print" consente sia di stampare che di salvare in pdf).

la citta futura

Come si sviluppa una coscienza rivoluzionaria

di Renato Caputo

La centralità dei consigli e di un partito organizzato per cellule nei luoghi di lavoro come vettori per la formazione della coscienza di classe

lenin19La classe operaia in quanto tale, il proletariato in sé, sono privi di coscienza di classe. Il feticismo, la reificazione, il lavoro alienato, caratteristici del modo di produzione capitalistico, non riducono solo la forza-lavoro a una merce, ma fanno sì che lo stesso proletario si consideri una merce “che stabilisce, col gioco della concorrenza, il proprio prezzo, il proprio valore” [1]. In tal modo il salariato non è ridotto dalla reificazione del modo di produzione capitalistico unicamente a una merce in sé – almeno durante tutta la parte preminente della propria giornata e della propria esistenza in cui si aliena cedendo al capitalista l’uso della propria capacità di lavoro –, ma lo diviene anche per sé, ossia tende ad autoconcepirsi come tale. Il sindacato, tendendo a unificare i lavoratori di un determinato settore che svolgono generalmente la medesima o un’analoga professione, non solo non favorisce la presa di coscienza del lavoratore come membro della classe produttrice di tutta la ricchezza della nazione, ma al contrario “contribuisce a rinsaldare questa psicologia, contribuisce ad allontanarlo sempre più dal suo possibile concepirsi come produttore, e lo porta a considerarsi ‘merce’” (44).

Al contrario il proletariato sviluppa una coscienza di classe, superando l’alienazione prodotta da una sempre più accentuata divisione del processo produttivo, – “l’operaio può concepire se stesso come produttore”, osserva a ragione Gramsci, – “solo se concepisce se stesso come parte inscindibile di tutto il sistema di lavoro che si riassume nell’oggetto fabbricato, solo se vive l’unità del processo industriale che domanda la collaborazione del manovale, del qualificato, dell’impiegato d’amministrazione, dell’ingegnere, del direttore tecnico” (44). A tale scopo diviene essenziale il consiglio di fabbrica in cui i diversi salariati che contribuiscono alla produzione possono sentirsi come parte necessaria e indispensabile di un tutto, di una totalità, che costituisce il fondamento del processo produttivo.

Come nota, in effetti, a questo proposito Gramsci: “l’operaio può concepire se stesso come produttore se – dopo essersi inserito psicologicamente nel particolare processo produttivo di una determinata officina (per es. a Torino, di una officina automobilistica) e dopo essersi pensato come un momento necessario e insopprimibile dell’attività di un complesso sociale che produce l’automobile – supera questa fase e vede tutta l’attività torinese dell’industria produttrice di automobili, e concepisce Torino come una unità di produzione che è caratterizzata dall’automobile e concepisce una grande parte dell’attività generale del lavoro torinese come esistente e sviluppantesi solo perché esiste e si sviluppa l’industria dell’automobile, e quindi concepisce i lavoratori di queste molteplici attività generali come anch’essi produttori dell’industria dell’automobile, perché creatori delle condizioni necessarie e sufficienti per l’esistenza di quella industria” (44).

Allo stesso modo, un partito organizzato per circoli territoriali favorirà il sentirsi dell’iscritto come un membro della società civile, un cittadino dello Stato, portatore come tale di una serie di diritti: da quelli costituzionali ai diritti umani. In tal modo svilupperà “naturalmente” una coscienza democratica, che lo porterà a rivendicare il rispetto dei diritti di cittadinanza e, più in generale, il rispetto dei diritti umani, ma non a considerare la società civile e lo Stato come funzioni di un dominio di classe che mantiene i lavoratori salariati e, più in generale, il proletariato in una condizione di subalternità. In tal modo il militante di partito svilupperà essenzialmente la coscienza propria del sincero democratico, che rivendica e difende i propri diritti come membro di un tutto, della società civile e, più in generale, dello Stato. Perciò si batterà essenzialmente per la difesa della Costituzione e non per la realizzazione di un processo rivoluzionario volto a spezzare la macchina oppressiva dello Stato borghese, per edificare sulle sue macerie uno Stato proletario, funzionale al superamento della stessa forma statuale, in quanto strumento del dominio di classe.

Perciò per lo sviluppo di una reale coscienza di classe, che renda il militante membro di un partito dei lavoratori salariati – che lo renda un comunista, ovvero un rivoluzionario – è essenziale che l’organizzazione politica di cui è parte si articoli in primis nei luoghi della produzione, si strutturi in cellule sui luoghi di lavoro. Tale tipologia di organizzazione è quella che porta il comunista a operare in primo luogo sul proprio posto di lavoro, luogo deputato del conflitto di classe, e diventi un infaticabile sostenitore dello sviluppo di strutture consiliari, fondamentali allo sviluppo della coscienza di classe, piuttosto che operare su un territorio portando avanti rivendicazioni legate ai diritti di cittadinanza o ai diritti umani, necessariamente interclassiste e, quindi, riformiste. Anche perché, come sa bene un marxista, tali diritti hanno validità, nella società capitalista, solo al di fuori dei luoghi della produzione, nei territori, in quanto nei posti di lavoro i diritti che rendono eguali, dal punto di vista formale, tutti i cittadini (da un punto di vista universalistico tutti gli uomini) si fermano ai cancelli della fabbrica, dove è scritto ‘proprietà privata: vietato l’accesso ai non addetti ai lavori’.

In tale sfera contano essenzialmente i rapporti di forza fra le classi e il diritto tende essenzialmente a tutelare il proprietario dei mezzi di produzione e di riproduzione della forza-lavoro che avendola acquistata sulla base di un contratto fra privati – in cui il lavoratore salariato ha venduto e, dunque, alienato la sua capacità di lavoro – essa è divenuta legittima proprietà dell’acquirente. Avendola acquistata in modo legittimo quest’ultimo è proprietario del suo valore d’uso e, quindi, la può consumare in linea di principio come meglio crede. Ecco che in tale sfera non si è più cittadini o uomini formalmente o razionalmente eguali, ma chi ha alienato la propria forza-lavoro è in una situazione di necessaria subordinazione a chi la ha acquistata, che la può sfruttare come meglio crede, a meno che tali “naturali” rapporti di forza fra chi “liberamente” vende e acquista la capacità di lavoro non siano turbati da coalizioni fra i venditori, volte a tutelare la forza-lavoro anche un volta che è stata alienata.

Dunque, restituendo nuovamente la parola a Gramsci, possiamo vedere come “muovendo da questa cellula, la fabbrica, vista come unità, come atto creatore di un determinato prodotto, l’operaio assurge alla comprensione di sempre più vaste unità, fino alla nazione, che è nel suo insieme, un gigantesco apparato di produzione, caratterizzato dalle sue esportazioni, dalla somma di ricchezza che scambia con un’equivalente somma di ricchezza confluente da ogni parte del mondo, dai molteplici altri giganteschi apparati di produzione in cui si distingue il mondo” (44).

Ecco, dunque, che solo tramite la costituzione di cellule e consigli nei luoghi di lavoro gli sfruttati potranno prendere realmente coscienza della propria condizione, che si esplicita nel luogo ascondito della produzione, nascosto allo sguardo dei non addetti ai lavori, che restano confinati nel luogo apparentemente libero e democratico dei territori, in cui si svolge la circolazione e dove vigono diritti formalmente uguali per tutti i cittadini e razionalmente per tutti gli esseri umani. Quindi, la nazione, lo Stato, considerata dal punto di vista più concreto della produzione, non appare più come il piano liberal-democratico dei diritti eguali per tutti, ma si presenta nella sua reale essenza come appartenente a un determinato modo di produzione, che nel caso specifico si fonda sullo sfruttamento della grande maggioranza degli uomini da parte di una sempre più ristretta minoranza che si è appropriata, con ogni mezzo necessario, dei mezzi di produzione e riproduzione della forza-lavoro.

Nella più concreta prospettiva che si assume quando si prende coscienza della propria necessaria funzione nella produzione, che costituisce la struttura portante di società civile e Stato, il salariato comprende di non essere unicamente quella merce in cui è stato liberamente costretto a ridursi nel piano superiore della circolazione, in cui è stato altrettanto liberamente costretto ad alienare, in media al suo giusto prezzo e, comunque, di comune accordo la propria capacità di lavoro. “Allora – osserva Gramsci – l’operaio è produttore perché ha acquisito coscienza della sua funzione nel processo produttivo, in tutti i suoi gradi, dalla fabbrica alla nazione, al mondo; allora egli sente la classe, e diventa comunista, perché la proprietà privata non è funzione della produttività, e diventa rivoluzionario perché concepisce il capitalista, il privato proprietario, come un punto morto, come un ingombro, che bisogna eliminare” (44-45).

Dunque, è solo superando la propria dimensione individualistica – vigente nella sfera del diritto di cittadinanza, dei diritti dell’uomo e del cittadino – in base alla quale si vedeva costretto ad alienare liberamente la propria capacità di lavoro, la propria essenza generica come merce, che può assumere la prospettiva collettiva della coscienza di classe, che porta i proletari a comprendere di essere gli unici produttori di plusvalore. Quindi il vantaggio che aveva sul piano fenomenico della circolazione il proprietario privato dei mezzi di produzione – che lo rendevano proprietario del valore d’uso della forza lavoro da lui acquistata, che è libero di consumare come meglio crede – si rovescia dal punto di vista della coscienza di classe dei subalterni, dei proletari, in ciò che è realmente, ovvero un oggettivo ostacolo allo sviluppo delle forze produttive il cui elemento essenziale è invece costituito dal proletariato. Se, dunque, sul piano astratto della circolazione è il proprietario dei mezzi di produzione a poter dominare rispettando formalmente il diritto e la libertà di ognuno, individualmente libero di alienare o meno a un certo prezzo la propria capacità di lavoro, diviene nella prospettiva concreta della coscienza di classe dei proletari il vero responsabile del mancato sviluppo delle forze produttive, l’unico reale responsabile della crisi.

Dal punto di vista del proletario che acquista coscienza di classe mediante i consigli sviluppati dalla propria avanguardia, organizzata per cellule nei posti di lavoro, lo stesso Stato non è più quell’ambito superiore all’ambito privato della produzione, quel piano universale in cui tutti i cittadini appaiono eguali, ma diventa la sovrastruttura che si sviluppa in quella determinata forma di dominio di classe, in quanto fondata su una determinata struttura socio-economica, ovvero su un certo modo di produzione e su specifici rapporti di produzione e di proprietà. Ecco che “allora” il salariato che ha assunto coscienza di classe “concepisce”, come sottolinea Gramsci, “lo ‘Stato’, concepisce una organizzazione complessa della Società, una forma concreta della Società, perché essa non è che la forma del gigantesco apparato di produzione che riflette, con tutti i rapporti e le relazioni e le funzioni nuove e superiori domandate dalla sua immane grandezza, la vita dell’officina, che rappresenta il complesso, armonizzato e gerarchizzato, delle condizioni necessarie perché la sua industria, la sua officina, perché la sua personalità di produttore viva e si sviluppi” (45). Quindi, gli aspetti giuridici e politici dominanti nella sfera della circolazione non sono loro a determinare, in modo liberale e democratico come appare, l’ambito della produzione, ma sono al contrario funzionali a quest’ultimo che ne costituisce la base reale.

Infine, se dal punto di vista superficiale della circolazione, domina la sfera astratta dei diritti di cittadinanza, per cui il connettore che dà senso ai particolari individui è il singolo Stato, dal punto di vista più profondo del proletariato, che diviene consapevole di costituire la componente determinante delle forze produttive, la prospettiva si amplia su di un piano maggiormente realistico, ossia su un piano internazionale, che rispecchia i rapporti di forza fra le diverse classi sociali, a prescindere dal piano più ristretto e asfittico della nazione fondato sulle esigenze della circolazione e del dominio della borghesia. In una prospettiva nazionalista è sempre quest’ultima a mantenere il dominio, in quanto proprietaria dei mezzi di produzione e, di conseguenza, in grado di elaborare le sovrastrutture più funzionali al loro mantenimento, mentre dal punto di vista internazionalista è la classe proletaria, in quanto componente essenziale delle forze produttive. ad avere la preminenza, rispetto ai rapporti di produzione e proprietà sanciti da leggi e costituzioni degli Stati nazionali.


Nota
[1] Le citazioni di questo scritto sono tratte da “Sindacalismo e Consigli”, articolo di Gramsci pubblicato nel 1919 su “l’Ordine Nuovo”, ora anche in Bordiga-Gramsci, Dibattito sui consigli di fabbrica, Samonà e Savelli, Roma 1971. Nel testo, fra parentesi tonde, indicheremo la pagina di quest’ultima pubblicazione corrispondente ai brani dell’articolo citato.
Pin It

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh

0
0
0
s2sdefault