Gramsci in translation: egemonia e rivoluzione passiva nell’Europa di oggi
di Fabio Frosini*
Materialismo Storico. Rivista semestrale di filosofia, storia e scienze umane è una pubblicazione dell'Università di Urbino con il patrocinio della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, n. 1 2019
1. La fine dell’egemonia
Se analizzato con categorie gramsciane, il secondo dopoguerra europeo può essere descritto come una trentennale guerra di posizione, il cui il risultato è stata l’integrazione delle organizzazioni di massa delle classi lavoratrici dentro la trama del potere pubblico da un lato, dall’altro il forte condizionamento del mercato da parte di istanze depositate nelle costituzioni, nel complesso normativo e nella serie di pratiche di patteggiamento sviluppate tra Stato, capitale e lavoro mediante una serie molto ampia di corpi intermedi, come la giustizia sociale e l’ eguaglianza, che esprimevano le rivendicazioni di quelle stesse classi lavoratrici come rappresentanti dell’intera nazione1. Questa guerra di posizione può essere vista pertanto come un compromesso, una rivoluzione passiva in termini gramsciani2, che è entrato in crisi dagli anni Settanta e che è stato abbandonato unilateralmente dalle classi dominanti negli anni Ottanta.
Le ragioni di questo abbandono sono complesse da enumerare e argomentare. Dal nostro punto di vista importa solamente notare che i presupposti della crescita economica del dopoguerra furono messi in discussione non dalla dinamica puramente interna dello sviluppo, ma dal fatto che non si riuscì a separare questa dinamica – a livello delle forze sociali organizzate e, di riflesso, a livello dei vari Stati europei – dalla prospettiva dell’accumulazione capitalistica. La crisi esplose per volontà degli Usa, che dinnanzi all’assottigliarsi dei profitti inaugurarono una politica economica di carattere neo-protezionistico, iniziando a usare il dollaro non più come fattore di stabilizzazione ma come strumento flessibile per drenare risorse e per ottenere un vantaggio competitivo3.
In questo senso, si potrebbe dire che il modello di crescita reso possibile dalla rivoluzione passiva novecentesca è stato abbandonato per ragioni politiche, non economiche. Non a caso, ciò che ne è seguito, dagli anni Novanta in avanti, non ha configurato un nuovo modello stabile di crescita generalizzata, ma ha reso possibili processi di accumulazione locale alternati a depressioni e stagnazioni, e sopratutto una serie sempre più acuta di crisi dovute alla proliferazione del settore finanziario. In questo senso, si potrebbe dire che oggi non siamo in presenza di un modello egemonico, o almeno che il modello egemonico che domina oggi non è del tipo conosciuto e analizzato da Gramsci.
Per Gramsci, l’egemonia contiene sempre un qualche riferimento al futuro. Si tratta di un sistema di ideologie che configurano una prospettiva, alla luce della quale il contrasto tra eguaglianza di principio (cioè la nascita del popolo moderno come dissoluzione dei legami feudali) e diseguaglianza reale (il dominio della borghesia sul popolo) appaia o del tutto eliminato o riformulato in una maniera “progressiva”. Questo, ovviamente, dentro lo spazio dello Stato nazione, nel senso che la produzione egemonica nello spazio nazionale è resa possibile da un’accumulazione che o sfrutta direttamente (con il colonialismo e l’imperialismo) o indirettamente (con il monopolio sul mercato mondiale e il possesso di metodi produttivi più avanzati) una posizione di potenza internazionale di un determinato Stato nazionale, ovvero (come accade nell’Italia degli anni Trenta) esso è reso possibile dal progetto di riorganizzazione della società nazionale sulla base della produzione4. Nel momento in cui, nel corso del Novecento, per la stessaespansione del mercato mondiale, le prime due condizioni – quelle rivolte all’esterno – sono rese impossibili o molto più difficili, la stessa “base materiale” della “prospettiva futura”, e dunque del carattere progressivo dell’egemonia, viene a mancare, ovvero si deve affidare essenzialmente a un intenso intervento interno, volto alla trasformazione della società.
Ma questa strada è resa difficoltosa dal fatto che, rispetto agli anni Trenta, lo scenario in cui l’intervento egemonico viene realizzato – lo Stato nazionale – è cambiato radicalmente. Questo fatto è evidente in Europa, dove i poteri dei singoli Stati sono formalmente integrati in uno spazio politico sovranazionale; ma si può vedere anche in altre zone del mondo, dove tutta una serie di accordi (Asean, Mercosur, Nafta ecc.) e di istituzioni (FMI) limitano, di fatto, la piena autonomia nazionale. Lo Stato nazionale è venuto a mancare, cioè a modificarsi, perché non è più in grado di muoversi autonomamente sul piano del mercato mondiale. Ma allo stesso tempo l’integrazione sovranazionale è un modo per delegittimare la conflittualità sociale a livello nazionale, sia costruendo delle condizioni che agiscono dall’esterno della decisione politica sulle forme di questa conflittualità, sia erodendo le basi giuridiche sulle quali essa si era mossa nello spazio costituzionale interno. In questo senso, l’Unione Europea è allo stesso tempo un’integrazione economica che rende possibile la nascita di un nuovo attore capace di confrontarsi sul mercato mondiale, e il tentativo – per ora pienamente riuscito – di annullare unilateralmente il compromesso novecentesco tra capitale e forza lavoro organizzata5.
2. Una rivoluzione passiva di carattere limitato
Torniamo all’egemonia neo-liberale. Si può dire che la borghesia abbia rinunciato del tutto alla prospettiva egemonica? Secondo alcuni, il neoliberalismo non avrebbe pretese egemoniche, ma sarebbe una forma di potere largamente poggiante sulla repressione, “corazzata” da un intenso e “molecolare” lavoro per “conformare” l’opinione pubblica (le parti sarebbero cioè invertite rispetto al modello egemonico, dove è la “coercizione” che rinsalda il “consenso”)<6.
Se così stessero le cose, si potrebbe parlare di una sorta di egemonia a metà, nel senso che si tralascerebbe tutto ciò che nel concetto si riferisce alla produzione di una prospettiva futura, e si manterrebbe ciò che appartiene alla necessità di conquistare il consenso. Questo è in effetti il concetto di egemonia largamente utilizzato nella discussione attuale. Ma se si elimina il nesso con il progetto futuro, l’egemonia si riduce a una tecnica di produzione del consenso e di occupazione della coscienza: una tecnica sulla quale altri autori – da Marcuse in avanti7 – hanno riflettuto e che non ha nulla a che vedere con l’egemonia in senso gramsciano. Certo, è possibile che la situazione attuale sia quella proprio qui descritta, e che pertanto si sia in presenza di qualcosa che non si può più analizzare in termini di egemonia. È però sempre rischioso disporre le nostre idee in una dimensione di sviluppo lineare, per cui dalla borghesia progressista si passerebbe a quella reazionaria, e dall’egemonia alla sua scomparsa. Si potrebbe invece provare ad analizzare la situazione odierna come caratterizzata da un’egemonia di nuovo tipo, non previsto né prevedibile da Gramsci.
Per muovere qualche passo in questa direzione, vorrei dapprima abbozzare un’analisi della situazione attuale in termini di rivoluzione passiva, per tentare quindi di sviluppare l’ipotesi di un’egemonia di nuovo tipo. L’invenzione, da parte di Gramsci, della categoria di rivoluzione passiva apre uno scenario nuovo, perché la rivoluzione passiva è sì una forma di egemonia, ma del tutto peculiare: si tratta infatti di un’egemonia, per così dire, di secondo grado, in quanto sorge dalla già acquisita consapevolezza dei limiti materiali del discorso egemonico borghese, e con essi del suo universalismo. Inoltre, è necessario precisare che sussiste una differenza fondamentale tra la rivoluzione passiva del secolo XIX e quella del XX: la prima accompagna la borghesia al potere senza Terrore giacobino, mentre la seconda nasce per impedire a un’altra classe di prendere il potere, ed è pertanto innovatrice in quanto è conservatrice (mentre la precedente interpreta in modo conservatore una dinamica di innovazione, che rimane centrale)8. Mentre nella prima esiste un’unità popolare, ancorché passiva e indiretta, nella lotta contro un nemico interno, la seconda produce un’unità popolare spostando verso l’esterno il nemico, e facendo così prevalere la nazione sul popolo. Infine, la categoria di rivoluzione passiva nasce per negare lo stadialismo e il catastrofismo; essa infatti intende spiegare come sia possibile realizzare una transizione nel modo di produzione senza che ciò si rifletta in una trasformazione dei rapporti politici, o, alternativamente, come una transizione possa essere continuamente posposta, grazie all’introduzione di “innovazioni” politiche ed economiche, che “imitano” la transizione e in questo modo la eludono.
Tenendo conto di queste considerazioni, la situazione attuale in Europa si può descrivere come una rivoluzione passiva del tipo “secolo XX” (funzionale a posporre la trasformazione dei rapporti politici ed economici), ma con alcune caratteristiche a sua volta del tutto peculiari e nuove, rispetto a quella degli anni Venti e Trenta. In primo luogo, essa non sorge in risposta a una sfida per il potere, come era accaduto negli anni Venti 9. Al contrario, rappresenta lo scioglimento unilaterale di un compromesso tra le classi sociali, che era il prodotto locale (europeo) della rivoluzione passiva del secolo XX. Il punto di avvio di questa nuova fase va rintracciato nella rinuncia statunitense a esercitare un ruolo egemonico a scala globale, dunque a un «egoismo economico-corporativo»10, a una regressione che ha destabilizzato tutti gli attori coinvolti nel sistema egemonico.
Si può dire che l’accelerazione del processo di integrazione europea negli anni Ottanta-Novanta e la sua coeva mutazione autoritaria sono il “contraccolpo” di questa regressione11, al modo in cui, secondo Gramsci, lo Stato liberale era sorto come “contraccolpo” della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche12, e la nuova struttura produttiva era stata introdotta in Europa nel XX secolo come “contraccolpo” della razionalizzazione realizzata negli Usa13. In passato si trattò di un processo creativo, che spinse all’“invenzione” di un nuovo terreno politico e produttivo, rispettivamente lo Stato liberale e lo Stato corporativo. L’attuale “contraccolpo” non manca di creatività, ma questa è di tipo diverso, perché non reagisce a una sfida esterna. Questa volta la crisi nasce dall’interno delle potenze egemoniche: ciò spiega il carattere prevalentemente difensivo e non propositivo dell’innovazione: il fatto cioè che essa deve distruggere le basi che hanno reso possibile lo stesso sistema egemonico che si è edificato in un percorso secolare, e che sono, come si è detto, il popolo nazione e lo Statonazionale (di qui il tentativo di annullare la politica in quanto tale, la sua riduzione a un’espressione diretta della logica del mercato, a governance)14.
In secondo luogo, la rivoluzione passiva europea convive con uno scenario di crisi globale. Anche su questo punto si può proporre una parziale analogia con gli anni Venti e Trenta. Allora, la crisi di egemonia rimaneva aperta a scala globale, accanto ai processi di rivoluzione passiva in corso (negli Usa e in Europa), per la presenza dell’Urss, che non era «una potenza subordinata a nessuna delle “grandi potenze” capitalistiche»15, e ciò rendeva impossibile ricondurre «il sistema mondiale a una configurazione unitaria retta, come postulerebbe il concetto di “rivoluzione passiva”, da una costellazione egemonica e da un certo grado di cooperazione fra tutti gli attori»16. In modo parzialmente analogo, in questa nuova fase la crisi globale di egemonia rimane aperta per l’incapacità della principale forza capitalistica di assumere il ruolo egemonico che le spetterebbe. L’analogia è parziale, perché ora il focolaio della crisi è interno e non esterno al sistema egemonico. Dunque, mentre nel passato la crisi poteva essere risolta, una volta che l’Urss avesse cessato di rappresentare agli occhi delle classi operaie del mondo capitalistico un’alternativa reale, in questo nuovo caso la crisi è virtualmente priva di soluzione, perché tutti i suoi protagonisti fanno parte dello stesso sistema egemonico che si è disgregato. Ciò spiega il fatto che l’insieme delle ricette per uscire dalla crisi non prevede un nuovo modello di crescita, ma il trasferimento di risorse dalle classi medie e basse a quelle alte.
Concludendo su questo punto, per l’Europa attuale si può parlare di una rivoluzione passiva (di tipo novecentesco) di carattere limitato, sia nelle sue pretese di inclusione e di innovazione, sia nella sua estensione geo-politica. Limitato, ma non assente, né meramente illusorio. Infatti, sia la riduzione della politica a un’espressione della logica del mercato, sia la prevalenza del trasferimento di ricchezza rispetto alla sua crescita, sia infine il carattere parziale e frammentato dell’estensione di questa rivoluzione passiva, sono dei provvedimenti pensati per guadagnare consenso e non per estorcerlo. Si è cioè dinnanzi a un tentativo di disgregare il popolo nazione in vista della costruzione di un nuovo tipo di interlocutore, molto più ristretto dal punto di vista quantitativo, rispetto alle “masse” degli operai di fabbrica e delle classi medie dei decenni precedenti, ma non di meno capace di rappresentare una base di consenso sufficientemente ampia per una gestione “democratica” della politica statale. Si è insomma in presenza di un serie di misure innovative, sia sul piano produttivo, sia su quello della gestione politica della società, cioè sia in relazione al “governo dell’economia”, sia al “governo delle masse”17, che costituiscono il contenuto egemonico di questo processo di rivoluzione passiva, e che si tratta ora di mettere in luce.
3. Un nuovo tipo di egemonia
Verificare se e in che misura alla base dell’attuale rivoluzione passiva europea ci sia un progetto “egemonico”, appare a questo punto di importanza decisiva, perché finisce per qualificare la stessa rivoluzione passiva in corso, assegnandole un significato più generale. Ho avanzato l’ipotesi che la rivoluzione passiva in corso sia di carattere limitato (a causa della sua origine “endogena”), ma che in essa il contenuto egemonico non sia assente. Ho cioè ipotizzato che esista comunque una qualche forma di “costruzione del futuro”, ma che questa non poggi su una base nazionale, né nel senso dell’egemonia giacobino-liberale, dove lo spazio nazionale si espande come “popolo” contro i residui dell’ancien régime ; né nel senso post-liberale del nazionalismo interclassista, in cui la nazione deve trovare come un “intero” il suo spazio di espansione verso l’esterno; né infine in quello del “trentennio glorioso”, come espansione economica e politica degli spazi economico-politici nazionali coordinati da una costellazione egemonica complessiva.
In tutti questi casi, si è visto che il mantenimento dello “slancio egemonico” è condizionato dalla capacità di sciogliere la tensione tra populus e plebs, tra eguaglianza formale e diseguaglianza materiale, che è inseparabile dal potere moderno, in quanto esso nasce da un’istanza di emancipazione (dalla servitù feudale) ma allo stesso tempo ricostruisce una struttura di subordinazione gerarchica. All’origine dell’egemonia c’è insomma una spinta di carattere universale, che in realtà non può uscire dai limiti della nazione, proprio perché il popolo moderno è articolato interritori nazionali. L’universalità è perciò limitata sia nel senso sociale, dell’espansività di classe, sia nel senso nazionale, della distinzione tra cittadini e stranieri.
L’egemonia neo-liberale, al contrario, si libera d’uno colpo di entrambi questi limiti. Collocandosi fin dall’inizio in una sfera sovra-nazionale, essa non intende affatto costituire un “popolo”, e in questo senso è completamente distinta da tutte le precedenti forme di egemonia. Il suo terreno di esercizio è direttamente il mercato mondiale, nel quale non esistono diritti di cittadinanza. La riduzione degli individui a merce – forza lavoro, risorsa umana, capitale umano, cervelli ecc. – li libera da qualsiasi legame con un territorio determinato, inaugurando una forma di egemonia a-nazionale, “cosmopolitica”, alla quale tutti possono, e in fin dei conti devono, partecipare: dai nuovi intellettuali, burocrati, funzionari e tecnici trans-nazionali, alla forza lavoro poco qualificata, dislocata in un territorio nazionale differente da quello di origine.
In questo modo, l’egemonia neo-liberale non solamente sposta il limite spaziale, come si è sempre fatto in precedenza, ma lo elimina del tutto, perché per la prima volta abbiamo un’egemonia che non è funzionale alla costituzione diun’entità nazionale entro un contesto internazionale. Ciò ha una precisa ripercussione anche sul piano dell’espansività sociale dell’egemonia, che si è sempre scontrata con dei limiti insuperabili. Questi limiti hanno riflettuto, in definitiva, il fatto che l’universale emancipazione si è conclusa con la riaffermazione del dominio di una classe sociale. Questa classe, tuttavia, esiste in quanto esiste un popolo: la borghesia costituisce il popolo per poterne essere parte, laparte dirigente. Una volta che sia stata spezzata la relazione tra popolo e Stato nazionale – il primo ridefinito come insieme di “merci” liberamente circolanti, il secondo ridotto, nel caso dell’Ue, a luogo di applicaz ione del liberismo inscritto nel diritto comunitario – viene meno anche la classe dirigente e dominante nel terreno nazionale: la borghesia.
In effetti, ciò a cui assistiamo è la disgregazione delle borghesie nazionali. Queste avevano prosperato per secoli – dai mercanti del Rinascimento ai grandi industriali dell’Ottocento – al riparo dei poteri degli Stati. La loro azione era proiettata sul mercato mondiale, ma la loro aspirazione era sempre quella di limitare la libera concorrenza a proprio vantaggio, usando a questo scopo il potere dello Stato, entro e fuori i confini nazionali18. Questa distinzione tra politica ed economia, tra interno ed esterno, ha permesso per secoli di mantenere una distanza molto grande tra la borghesia – che in ogni generazione tendeva a convertire il plusvalore in rendita – e le classi popolari. Con il XX secolo, questa struttura gradualmente cambia, e si generalizza dopo il 1945 in una fase espansiva, nella quale l’intervallo tra borghesia e popolo diminuisce a causa delle politiche sociali nazionali. Ma questa è anche l’epoca nella quale la borghesia si trasforma, perdendo definitivamente i tratti aristocratici e convertendosi in una massa di «borghesia salariata»19. Con la fine del compromesso postbellico, questa borghesia salariata ha subito una dura selezione, ma non è stata eliminata. Ma, sopratutto, ha perso qualsiasi legame residuo con lo Stato nazionale, che non poteva più agire come moderatore della logica del mercato mondiale.
Per la prima volta, dunque, abbiamo una situazione nella quale l’egemonia si costruisce non più su una base nazionale, ma cosmopolitica; non mira a costituire un popolo, ma una stratificazione continua di individui accomunati dalla ricerca del “successo”; non è realizzata da una qualche borghesia, ma dai «borghesi salariati» che fanno riferimento direttamente allo spazio transnazionale delle grandi corporazioni economiche.
Si può dire che siamo ancora in presenza di egemonia? Detto altrimenti: questa costruzione è capace di produrre una prospettiva futura? e in quale spazio, che non sia più quello nazionale? Tutto ciò che si può dire a questo proposito, è che nella massa dei «borghesi salariati» è sempre possibile ascendere o decadere, secondo una dinamica, nella quale la capacità individuale svolge un ruolo molto importante. Qui siamo insomma di fronte a una sorta di borghesia transnazionale, che si definisce per la sua capacità di corrispondere alle esigenze del mercato mondiale ed è portatrice di un progetto universalistico, consistente, per la prima volta nella storia, nell’estensione della borghesia realmente a tutta la società.
Si tratta di una prospettiva non priva di elementi inquietanti, per i suoi stessi partecipanti, nel senso che in essa domina la precarietà e l’insicurezza, cioè una sorta di «condanna a vivere nel presente» 20, ma che sarebbe perfettamente capace di proiettarsi verso il futuro, se non fosse per due dettagli non insignificanti. Il primo sta proprio nel fatto che mancano, di fatto, i margini di accumulazione ed espansione che possono finanziare questa espansione – passante per il mercato e non per le politiche sociali – cosmopolitica e non nazionalistica. Questa mancanza deriva dal fatto che (e qui ci dobbiamo ricordare che i rapporti sociali rimangono sempre molto materiali, sotto le narrazioni), nonostante la sua vocazione transnazionale, questo modello egemonico non è globale, ma esprime piuttosto una lotta per il predominio condotta principalmente dagli Usa e quindi alimenta un focolaio permanente di crisi. Sotto l’universalismo di questo progetto egemonico, cioè sotto le singole rivoluzioni passive che riesce a realizzare (in Europa, ma anche in America Latina), c’è una carenza di fondo, che si rende leggibile nella necessità di alimentare la crescita della borghesia salariata impoverendo la massa delle classi lavoratrici.
Il secondo elemento che disturba questo progetto egemonico è il popolo nazione. Si è detto che è venuto meno lo Stato nazionale, cioè l’ambiente nel quale esso è cresciuto per secoli. Ma il popolo nazione non può essere distrutto nel giro di una o due generazioni: la sua sedimentazione sociale e ideologica è troppo profonda. Di conseguenza, abbiamo da una parte le forti politiche di scomposizione del popolo nazione (delegittimazione dei sindacati e riformulazione della legislazione del lavoro, dissoluzione dei “corpi intermedi” e uso della moneta come strumento di regolazione politica dei conflitti di classe a livello nazionale e internazionale), dall’altra l’esistenza, in tutti i paesi della Ue, di movimenti, partiti e più in generale processi “populisti”, tutti, con poche eccezioni di destra, ma che spesso sfuggono a una collocazione politica univoca. Questi movimenti e partiti sono altrettanti momenti di resistenza, che però si intrecciano spesso, in modo contraddittorio, con motivi ideologici di tipo neo-liberale. In sostanza, mentre nel trentennio glorioso si praticava liberismo all’esterno e keynesismo all’interno, ora molti di questi partiti predicano protezionismo all’esterno e liberismo all’interno21.
Per questa ragione, in realtà molti di questi partiti sono delle forme politiche subalterne all’universalismo della nuova egemonia transnazionale, perché ne accettano i due principii di fondo: il mercato come regolatore universale22 e la «borghesia salariata» come classe universale. Si tratta in realtà della stessa cosa, vista da due lati distinti. Viceversa, sarà solamente smentendo l’ineluttabilità della trasformazione di tutta la società in una massa di “borghesia salariata”, che sarà possibile tornare ad articolare un discorso egemonico che riduca di nuovo il mercato a un’istanza subordinata, rispetto a quella dell’uguaglianza. Questa smentita è davanti agli occhi di chi vuol vedere. È nella dinamica a cui già più volte ho accennato: nell’impoverimento costante della grande massa della popolazione per mantenere e aumentare i profitti di un ristretto gruppo della stessa, cioè, in definitiva, nell’accettazione della diseguaglianza – al posto dell’eguaglianza popolare e democratica – come nuovo fondamento del patto sociale. Ma certo, ogni possibile forma di lotta su questo terreno dovrà prendere le mosse dalla forma ibrida, oramai, che ha assunto la spazialità politica in molte parti del mondo, a cominciare dall’Europa. Ogni tentativo di tornare allo Stato nazione classico è destinata a concludersi in una forma politica regressiva.










































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