Contro l'uso politico della legge del valore nell'economia politica del socialismo
di Bollettino Culturale
Che cosa dicono i sovietici per difendere la tesi secondo cui la legge del valore non può sparire immediatamente dopo la transizione dal capitalismo al socialismo?
Marx in Critica al Programma di Gotha afferma che nella fase inferiore del comunismo, segnata dalle stigmate del capitalismo, il produttore riceverebbe, dopo le detrazioni per i fondi sociali, l’equivalente esatto della quantità di lavoro da lui fornito alla società.
“Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di valori uguali. Contenuto e forma sono mutati, perché nella nuova situazione nessuno può dare niente all'infuori del suo lavoro, e perché d'altra parte niente può diventare proprietà dell'individuo all'infuori dei mezzi di consumo individuali. Ma per ciò che riguarda la ripartizione di questi ultimi tra i singoli produttori, domina lo stesso principio che nello scambio di merci equivalenti: si scambia una quantità di lavoro in una forma contro una uguale quantità in un'altra.”
I sovietici usarono questo testo per avvalorare la tesi secondo cui affermare che Marx avrebbe previsto la sopravvivenza della legge del valore nel socialismo è un caso di deformazione cosciente.
In realtà Marx precisa che nella fase inferiore del comunismo, la merce, il valore e lo scambio sono scomparsi, poiché qualunque lavoro ha un carattere direttamente sociale dato che i mezzi di produzione sono ormai “bene comune” o “proprietà collettiva” dei produttori. Passa poi al problema della ripartizione del prodotto sociale e critica la rivendicazione della distribuzione secondo un “diritto eguale”, secondo l’”equità”, come era formulata nel programma di Gotha.
Egli afferma che la ripartizione, in questa fase inferiore, trova ancora un limite nel livello di sviluppo delle forze produttive e nelle stigmate ideologiche del capitalismo; di qui la necessità di una ripartizione proporzionale al lavoro fornito (che la tradizione marxista chiamerà il principio “a ciascuno secondo il suo lavoro). Marx paragona allora un tale principio di ripartizione con quello che regola lo scambio delle merci, cioè lo scambio di equivalenti, ma aggiunge che il contenuto e la forma sono cambiati, perché nessuno scambio può più avere luogo tra forza lavoro e capitale essendo i mezzi di produzione “bene comune”. Occorre ricordare che secondo Marx il plusvalore, che si basa sulla negazione del principio di equivalenza, deriva dalla applicazione della legge del valore allo scambio tra forza lavoro e capitale e non da una sua violazione.
A proposito della generalizzazione della produzione mercantile che deriva dalla trasformazione della forza lavoro in merce, Marx scrive nel Capitale che: “Nella stessa misura in cui la produzione delle merci si sviluppa secondo le proprie leggi immanenti in produzione capitalistica, le sue leggi della proprietà si convertono in leggi dell’appropriazione capitalistica” ed aggiunge: “Si ammiri la furberia del Proudhon che vuole abolire la proprietà capitalistica facendo valere contro di essa … le eterne leggi della proprietà della produzione di merci!”.
Il principio dello “scambio d’equivalenti” è considerato qui solo come termine di confronto, esso riguarda unicamente la distribuzione dei mezzi di consumo personali tra i lavoratori considerati individualmente. Questo confronto investe in particolare il carattere borghese del “diritto uguale”, che regola lo scambio d’equivalenti. Dunque è chiaro che i termini di “scambio” e d’”equivalente” devono essere presi cum grano salis. Non si tratta affatto del valore, ma della messa in rapporto diretto, immediato, del tempo di lavoro considerato dal punto di vista della sua erogazione e dello stesso tempo di lavoro visto nella sua materializzazione in valori d’uso.
Marx, abbiamo detto, presuppone che il lavoro incorporato nei prodotti “non appare qui come valore di questi”, poiché il giro vizioso dello scambio è stato abolito in seguito alla scomparsa del carattere privato dei lavori e della loro autonomia ed indipendenza reciproca, dopo l’appropriazione dei mezzi di produzione da parte dei produttori associati. Allora tutte le misure avvengono direttamente, in tempo di lavoro, e non attraverso le espressioni distorte della forma valore, dei prezzi, delle grandezze monetarie. Per quanto riguarda il “buono” o “certificato” che permette la ripartizione individuale proporzionata al lavoro fornito, per l’autore del Capitale è chiaro che “questi buoni non sono del denaro. Essi non circolano”.
Dunque è falso pretendere che Marx abbia considerato in questo testo la sopravvivenza della legge del valore nel socialismo: quella che si trova scritta nero su bianco è proprio la tesi opposta.
Tale interpretazione ha tuttavia la sua importanza poiché, come vedremo, i redattori dell’articolo che analizzeremo brevemente fonderanno la loro teoria sulla sopravvivenza del valore proprio sulla affermazione che il principio fondamentale del socialismo è la ripartizione secondo il lavoro fornito.
A difesa della loro tesi, i sovietici fanno riferimento spesso al passo del libro III del Capitale in cui Marx critica Storch: “dopo che si è eliminato il modo di produzione capitalistico, conservando però la produzione sociale, la determinazione di valore continua a dominare, nel senso che la regolazione del tempo di lavoro e la distribuzione del lavoro sociale fra i diversi gruppi di produzione, e infine la contabilità a ciò relativa, diventano più importanti che mai”.
Marx prosegue affermando che: “è innanzitutto una falsa astrazione considerare una nazione, il cui modo di produzione è fondato sul valore, per di più organizzata capitalisticamente, come un corpo collettivo che lavora unicamente per i bisogni naturali.” L’economia politica del socialismo si basa evidentemente su una “falsa astrazione” di questo tipo.
L’interpretazione data di questo passo in termini di persistenza della legge del valore (come della sua “utilizzazione”) costituisce un completo rovesciamento della teoria marxiana del valore, della produzione mercantile in generale e del concetto di “determinazione del valore” (Wertbestimmung) in particolare.
Nel primo capitolo del Capitale, Marx definisce tre determinazioni del valore. Le prime due, considerando il loro contenuto, sono comuni a tutte le società: si tratta in primo luogo del lavoro umano, in secondo luogo della misura quantitativa del valore: il tempo di lavoro. La terza determinazione è il carattere sociale del lavoro. Nel Capitale afferma che:
“Dunque, il carattere mistico della merce non trae origine dal suo valore d’uso né, tanto meno, dal contenuto delle determinazioni di valore. Infatti, in primo luogo, per diversi che siano i lavori utili o le attività produttive, è una verità fisiologica che essi sono funzioni dell’organismo umano, e che ognuna di tali funzioni, qualunque ne sia il contenuto e la forma, è essenzialmente dispendio di cervello, neryi, muscoli, organi di senso, ecc., umani. In secondo luogo, per ciò che sta alla base della determinazione della grandezza di valore — la durata temporale di quel dispendio, ossia la quantità del lavoro compiuto —, la quantità del lavoro è perfino tangibilmente distinguibile dalla sua qualità. Non v’è condizione storica e sociale, in cui il tempo di lavoro che la produzione dei mezzi di sussistenza costa non abbia necessariamente interessato gli uomini, sebbene in modo diseguale in stadi di sviluppo diversi. Infine, non appena gli uomini cominciano a lavorare in qualunque maniera gli uni per gli altri, anche il loro lavoro assume forma sociale.”
Marx distingue il contenuto (o il fondamento) di queste determinazioni, dalla forma sociale che il lavoro acquista nelle condizioni della produzione mercantile. Egli scrive che:
“Da dove nasce, dunque, il carattere enigmatico del prodotto del lavoro, non appena riveste la forma di merce? Evidentemente, da questa stessa forma. L’eguaglianza dei lavori umani assume la forma materiale dell’eguale oggettività di valore dei prodotti del lavoro; la misura del dispendio di forza lavoro umana mediante la sua durata temporale assume la forma della grandezza di valore dei prodotti del lavoro; infine, i rapporti fra i produttori, nei quali le determinazioni sociali dei loro lavori si attuano, assumono la forma di un rapporto sociale fra i prodotti del lavoro.”
Questa distinzione essenziale spiega perché Marx, a più riprese, scrive che le determinazioni del valore (cioè il loro contenuto) continuerebbero ad esistere anche in una società dove il valore di per se stesso, come forma sociale, fosse sparito, Questo afferma nel passo che abbiamo appena citato, a proposito di Storch, ed anche nella celebre lettera del 1868 a Kugelman.
Ed è questo che viene negato dai sovietici quando fanno dire a Marx che le determinazioni del valore sarebbero mantenute nel socialismo, lo stesso accadrebbe per la forma sociale del valore, per la legge del valore! E se seguiamo coerentemente questo ragionamento, dovrebbe essere esteso anche alla fase superiore del comunismo, cosa invece sempre dogmaticamente negata dai sovietici.
La negazione del concetto di forma sociale nell’economia politica del socialismo porta ad un completo snaturamento della teoria di Marx a cui ci si richiama, per non parlare del ruolo apertamente apologetico che tale negazione svolge.
Solitamente i sovietici operano con uno slittamento dal piano del rovesciamento delle concezioni marxiane, in forma dogmatica, al piano di un eguale rovesciamento, ma nella forma dello sviluppo teorico creativo. Ad esempio, nell’articolo che stiamo analizzando, del 1943 pubblicato in Pod Znamenem Markisisma sull’insegnamento dell’economia politica del socialismo, tradotto in inglese su The American Economic Review del settembre 1944, affermano che: “sarebbe certamente un approccio assurdo e non critico immaginare che Marx ed Engels avrebbero potuto prevedere e predire i mezzi concreti, pratici, d’utilizzare la legge del valore negli interessi del socialismo.” Tali mezzi sono elaborati nella “ricca pratica dell’edificazione socialista in URSS”, e la loro generalizzazione è dovuta al genio di Stalin “che ha mostrato come lo Stato sovietico mette al servizio del socialismo alcuni strumenti dell’economia capitalista come la moneta, il commercio, le banche…” Queste tesi “sono tra i principi più importanti dell’economia politica del socialismo creata dal compagno Stalin.”
Tuttavia Stalin non ha per niente “mostrato come” lo Stato utilizza le categorie (cioè i rapporti) capitalisti nell’interesse del socialismo. Gli è bastato postularlo, nel 1925 come esempio della pretesa “dialettica del nostro sviluppo” e di nuovo in seguito nel 1934.
Bisogna ammettere che è effettivamente difficile prestare a Marx ed a Engels la previsione dei “mezzi concreti” per “utilizzare la legge del valore nell’interesse del socialismo”. Per loro, in effetti, a torto od a ragione, il socialismo era possibile sulla base dell’abolizione della produzione mercantile e della legge del valore. Per Marx “Niente può essere dunque più falso ed insulso che presupporre, sulla base del valore di scambio, del denaro, il controllo degli individui associati sulla loro produzione globale.” Engels, da parte sua, scrive a proposito di Duhring:
“Voler sopprimere la forma di produzione capitalistica mediante la creazione del “vero valore” significa perciò voler sopprimere il cattolicesimo mediante la creazione del “vero” papa, o voler creare una società in cui i produttori finalmente dominano il loro prodotto, dando vita, con ciò stesso, a una categoria economica che è l’espressione più piena dell’asservimento dei produttori mediante il proprio prodotto.”
Il significato nascosto del discorso apologetico e feticista dell’economia politica del socialismo è in realtà il seguente: sulla base dell’esperienza effettiva del socialismo, noi sviluppiamo la tesi marxista, ben nota ma che Marx non ha potuto, per ragioni evidenti, elaborare sino alle sue conseguenze pratiche, secondo la quale il socialismo non è nient’altro che il controllo ed il dominio della società da parte dello Stato che a tale fine utilizza come strumenti i rapporti di produzione capitalisti e mercantili.
La sostanza dell’argomentazione del testo sovietico del 1943 è avvicinarsi al valore dal punto di vista tecnico (considerandolo cioè come una necessità tecnica) e non dal punto di vista sociale. Il valore cessa così di costituire una categoria economica, l’espressione di un rapporto sociale di produzione e si trasforma in semplice strumento tecnico, utilizzato dallo Stato per la misura del tempo di lavoro. L’economia politica si trasforma surrettiziamente in tecnologia sociale dove la merce, il valore, la moneta, figurano come strumenti dell’economia pianificata.
La teoria sovietica del socialismo ci ripresenta in una forma esacerbata il feticismo della merce, questo spiega perché per loro il prodotto del lavoro riveste in generale la forma di merce, dunque la forma di valore, solo in condizioni sociali determinante, essi negano l’esistenza di queste condizioni nel socialismo, partendo dalla necessità tecnica del valore e ne deducono infine l’esistenza della merce-socialista. L’ipotesi implicita è che la legge del valore costituisce il solo modo di misura possibile per lavori che non sono qualitativamente uniformi, ossia che essa rappresenta il solo modo di rendere confrontabili socialmente tali lavori. Se fosse così, i diversi lavori non possono essere qualitativamente uniformi ed essi non potranno esserlo mai, né in una produzione comunitaria o comunista né altrove.
Il problema non è quello dell’uniformità o della non-uniformità di questi lavori concreti, ma del loro modo di socializzazione. In una comunità di produzione, dove viene meno la forma mercantile, i diversi lavori acquistano direttamente una forma sociale, sotto la loro forma di lavori concreti. Al contrario, nella produzione mercantile, è nella loro forma astratta che i diversi lavori si affermano come lavoro sociale, poiché la mediazione od il giro vizioso dello scambio sono resi necessari dalla forma privata di questi lavori.
“Problemi economici del socialismo” di Stalin: una critica
Il procedimento seguito da Stalin nel suo saggio del 1952 sembra, a prima vista, più coerente di quello dell’articolo 1943. Invece di dedurre la merce da una pretesa necessità tecnica del valore, egli parte dalla realtà della produzione mercantile, dalla quale fa derivare l’esistenza del valore e della legge del valore. Egli può così riaffermare il dogma: “Il valore, come anche la legge del valore, è una categoria storica, legata all’esistenza della produzione mercantile. Con la scomparsa della produzione mercantile spariranno sia il valore con le sue forme, che la legge del valore.” Questa scomparsa è tuttavia spostata di un gradino nel tempo e relegata nell’ipotetico e futuro passaggio alla fase superiore del comunismo. La spiegazione staliniana della produzione mercantile non è economica, ma fondamentalmente giuridica. Questo spiega perché Stalin presenta a più riprese il mantenimento di questa produzione come un atto discrezionale dello Stato, anche se un tale atto è considerato come necessario nelle condizioni esistenti. Da qui deriva la curiosa impressione che suscita la critica del volontarismo, svolta nei Problemi economici: la base di questa critica è essa stessa fondamentalmente volontarista… Il manuale di economia politica deve spiegare “perché no, nonostante la socializzazione dei mezzi della produzione, non aboliamo la produzione mercantile, la valuta, il commercio…”. Proviamo a ricostruire il ragionamento di Stalin. I kolkoz, proprietari della loro produzione, accettano come relazioni economiche con la città solo lo scambio attraverso l’acquisto e la vendita di merci. Da questo Stalin sembra dedurre che la “sfera d’azione” della produzione mercantile è limitata “principalmente alle merci di consumo individuale.”
Se si accetta questa premessa si può dunque supporre che i beni di consumo industriali diventano delle merci nei confronti dei kolkosiani. Ma perché la stessa cosa avverrebbe anche nei confronti dei cittadini, e più in particolare degli operai? Stalin non risponde alla domanda, ma il fatto è accettato come del tutto evidente da un commentatore del suo testo: “è comprensibile che se i prodotti dei kolkoz sono alienati come merci, mediante operazioni d’acquisto e di vendita, gli oggetti di consumo prodotti dall’industria per la vendita alla popolazione rurale e urbana si presentano parimenti sotto forma di merci.”
A questo si stabilisce il nesso con la legge del valore, poiché: “la dove esistono merci e produzioni mercantile, non può non esistere anche la legge del valore.”
La “sfera d’azione della legge del valore” si estende prima di tutto alla circolazione delle merci, allo scambio sopratutto dei beni d’uso personali. In questo campo essa conserva “naturalmente entro certi limiti, una funzione regolatrice”, ma la legge non si limita alla circolazione “essa si estende anche alla produzione”, tuttavia, non gioca qui un ruolo regolatore.
“Il fatto è che i prodotti di consumo, indispensabili per reintegrare l’impiego di forza lavoro nel processo produttivo, si producono da noi e si realizzano come merci soggette all’influenza della legge del valore. Qui appunto si rivela l’influenza della legge del valore sulla produzione. In relazione a ciò nelle nostre aziende hanno un’importanza attuale questioni come quella del rendimento commerciale e dalla gestione redditizia, del costo di produzione e non devono trascurare di tenere in considerazione la legge del valore.”
In definitiva, poiché i prodotti industriali di consumo circolano come merci essi sono fabbricati come tali e sottomessi alla legge del valore: quest’ultima “estende” dunque per questo verso la sua “influenza” sulla produzione. Ma che ne è dei mezzi di produzione che, agli occhi di Stalin, non circolano come merci, non sono prodotti come tali, non sono sottoposti alla legge del valore? “Perché dunque in questo si parla di valore dei mezzi di produzione, del loro costo, del loro prezzo…?”. Le ragioni sono due. In primo luogo, ciò è necessario “per calcolare, per fare i conti, per definire la redditività o la passività delle aziende, per verificare e controllare le aziende”, ma questo è solo “il lato formale della questione”.
In secondo luogo, ciò è necessario per il commercio estero: in questo solo campo i mezzi di produzione sono effettivamente delle merci e si vendono realmente. Come spiegare una tale “particolarità”? La ragione è semplice: nel socialismo, le forme antiche sussistono pur essendo riempite di un nuovo contenuto, è il caso delle merci, della moneta, delle banche. Ne deriva che “delle vecchie categorie del capitalismo si è conservata da noi principalmente la forma, l’immagine esterna, mentre esse sono state radicalmente modificate nella sostanza in connessione con le esigenze di sviluppo dell’economia nazionale socialista”. In Stalin la nozione di “particolarità” corrisponde in generale ad una petizione di principio. Ne è un esempio questa legge mistica della forma “antica” e del contenuto “nuovo”:
Questa concezione sviluppata in I problemi economici e che segnerà profondamente l’economia politica del socialismo, solleva un certo numero di osservazioni. Prima di tutto è evidente che si tratta di una serie di deduzioni a partire da una premessa che, nella realtà, è un postulato giuridico (la proprietà dei kolkoz sulla loro produzione) ed un “fatto” soggettivo: i kolkoz non accettano altri rapporti che non siano quelli di mercato. Stalin deve collocare le cose nella sfera della coscienza, poiché altrimenti si troverebbe in una impasse. Notiamo come si risalga dalla circolazione verso la produzione: merce e valore trovano qui il loro fondamento effettivo nello scambio tra città e campagna, ossia nella sfera della circolazione ed estendono il loro dominio verso la sfera della produzione (industriale). Una tale inversione dei rapporti tra produzione e circolazione deve essere messa in rapporto con il giuridicismo di Stalin. La circolazione è in effetti il campo delle “maschere” giuridiche, dove il diritto appare prima di tutto come rapporto tra la volontà dei contraenti, è anche il campo nel quale il valore si manifesta nella forma fenomenica del valore di scambio, ma dove la sua produzione resta inspiegata e a maggior ragione questo vale per il plusvalore.
D’altra parte, si può osservare che non esiste anello di congiunzione apparente tra l’estensione della legge del valore alla produzione industriale e la questione dei mezzi di produzione. Stalin, da un lato, afferma l’estensione delle categorie mercantili, che egli constata nella circolazione tra agricoltura ed industria, alla produzione nel settore di Stato, ma, d’altra parte, pretende che i mezzi di produzione non siano delle merci. Allora, perché questa necessità del valore “per i calcoli”? In realtà, l’anello di congiunzione è dissimulato, ma esiste: è il salario. Ronald Meek osserva: “ i prezzi delle merci prodotte dall’industria di Stato dipendono ampiamente dai costi salariali che, a loro volta dipendono ampiamente dai prezzi dei beni di consumo, vale a dire al prezzo delle merci che si trovano nella sfera d’azione della legge del valore.”
Il carattere oscuro, nascosto, di questa mediazione ha certamente la sua origine nel fatto che si tratta di un problema estremamente delicato. In Stalin, l’esistenza del salario in termini diversi dalla forma valore della forza lavoro resta inspiegato. Mentre si preoccupa di spiegare la forma valore dei mezzi di produzione, che è sotto gli occhi di tutti, egli evita di estendere il discorso alla forma valore della forza lavoro, la realtà della quale è purtuttavia ben visibile, egli proclama semplicemente che sarebbe sacrilego immaginare, anche per un solo istante, che la forza lavoro sia ancora una merce. In un passaggio un tantino oscuro Stalin deduce infatti la forma salario e la sua necessità dal carattere di merce dei beni di consumo. “Il fatto è che i prodotti di consumo, indispensabili per reintegrare l’impiego di forza lavoro nel processo produttivo, si producono da noi e si realizzano come merci, soggette all'influenza della legge del valore.”
Il ricorso al concetto di “reintegrazione” ha la funzione di occultare la forma sociale del processo. In qualunque modo di produzione i prodotti di sussistenza o di consumo servono a “reintegrare le perdite di forza lavoro”, ma è solo nel quadro dei rapporti di produzione capitalisti che questa “reintegrazione” si realizza attraverso la mediazione della forma sociale del valore della forza lavoro, espressa nel salario. Il passo citato mira a dissimulare lo scambio tra la forza lavoro ed il capitale, la vendita e l’acquisto di questa forza, così come l’equivalenza tra il salario ed il valore dei mezzi di sussistenza. Il processo reale è l’inverso di quello che viene qui supposto: tutti i beni di consumo devono necessariamente diventare merci dal momento che la forza lavoro stessa è diventata merce per effetto della sua separazione dai mezzi di produzione e di sussistenza, cioè quando domina il sistema salariale.
Siamo in presenza, con Stalin, di un rovesciamento familiare alla teoria sovietica: il “salario socialista” è dedotto dalla forma merce dei mezzi di sussistenza, essa stessa dedotta da una differenza giuridica e dalla supposte disposizioni d’animo dei contadini!
Mentre il ragionamento dei Problemi economici ci appariva inizialmente opposto a quello dell’articolo del 1943, si deve constatare come sulla questione dei mezzi di produzione si ritrova lo stesso argomento tecnico: la “forma valore” è necessaria per ragioni di contabilità. Partito da problemi che conservano malgrado tutto un aspetto sociale (le due forme di proprietà), Stalin perviene tuttavia ad una spiegazione tecnica per questi mezzi di produzione, poiché il nuovo “contenuto” sociale, “socialista”, è reinserito nella teoria per mezzo di una delle “particolarità” staliniane. Quest’ultima è anch’essa sostenuta da una legge mistica, semplicemente postulata, quella della penetrazione e dell’utilizzazione delle forme capitaliste da parte del contenuto socialista.
Infine, occorre una volta di più sottolineare che quando Stalin parla di valore e di legge del valore il problema del quale tratta è soprattutto quella della misura. La questione decisiva, quella della forma valore, resta inspiegata, oppure essa si vede attribuire un’origine inaccettabile (limitata al livello della circolazione, giuridica, soggettiva, tecnica, oppure puramente mistica). Questo punto di vista della misura si rivela anche in una proclamazione dogmatica, nella quale Stalin afferma che il valore e la legge dello stesso nome spariranno nel futuro insieme alla produzione mercantile: “nella seconda fase della società comunista la quantità di lavoro impiegata per la produzione dei prodotti non si misurerà per vie traverse, non tramite il valore e le sue forme, come accade nella produzione mercantile, ma direttamente e immediatamente con la quantità di tempo, con il numero delle ore impiegate nella produzione dei prodotti.”
Qui la forma valore è esplicitamente dedotta dalla necessità della misura. L’aspetto qualitativo, come è frequente nell’ideologia staliniana, è considerato solo in rapporto all’aspetto quantitativo.
Si può citare questo giudizio di Marx: “ I pochi economisti che, come S. Bailey, si occuparono dell’analisi della forma valore, non potevano approdare a nulla, prima di tutto perché confondono la forma valore ed il valore, in secondo luogo perché, sotto il grossolano influsso del borghese pratico, non hanno occhi fin dall’inizio che per la determinatezza quantitativa: «È il poter disporre della quantità… che costituisce il valore».”














































Comments
[Stalin]
"Di conseguenza, il modo come tale legge naturale eterna si configura nella società comunistica non ha più bisogno di quel rapporto il cui rispecchiamento è dato dal profitto e il cui aggiustamento è imposto dal mercato, poiché, avendo come assi di riferimento l’appropriazione del plusvalore da parte dei lavoratori associati e la pianificazione razionale del ricambio organico con la natura, non è più mediato da rapporti formali, ma dall’intelletto sociale dei produttori."
[Eros B.]
Eros B. riesce a esprimere in modo abbastanza preciso il nucleo della rappresentazione di Stalin e la natura e ruolo della scienza della produzione di un surplus economico nell'ambito di in un sistema politico, che si vorrebbe socialista e comunista, o forse anche solo più democratico e non razzista. (Una osservazione potrebbe aggiungersi in merito al concetto di mercato, troppo spesso ascritto esclusivamente al capitalismo, sia perché per quanto gli apologeti del capitalismo lo reclamino (erroneamente) in astratto come suo primo momento qualificante, in pratica non risulta così amato né desiderato, e sia per il fatto, neppure troppo casuale, che Marx appare come il massimo teorico dei mercati e Stalin il ricercatore di un sistema di prezzi più allineato con quelli di un mercato effettivamente o matematicamente competitivo).
Se già in un sistema capitalistico, pur su basi classiste e caratterizzato dalle irriducibili contraddizioni, la relazione tra tasso di accumulazione, tasso di profitto e tasso di crescita dovrebbe essere individuata come critica e cruciale, a maggior ragione è da assumersi come centrale e essenziale, nella sua specifica articolazione e in rapporto alla pianificazione, in una società socialista o comunista, che tenda a rimuovere anarchismi e irrazionalità economiche e di conseguenza artefatte penurie, e a introdurre priorità umane e sociali.
L'articolo per l'ennesima volta ripropone i problemi di natura politica, di potere, di classismo, di efficacia economica produttiva e di percezione degli spazi di realizzazione e libertà individuale in ambito di stato comunista, senza però andare oltre l'uso astratto e scolastico, viziato da un certo ideologismo sentimentale, della categoria della legge del valore, non esattamente compresa nelle sfumature e declinazioni sviluppatee da Stalin, per sfociare in critiche abbastanza equivoche e scientificamente superficiali. L'accostamento forzato di Stalin alle suggestive immaginazioni di Samuel Bailey, proposte e analizzate da Marx per illustrare i feticismi, tautologismi e gravi errori di cervelli tanto deboli quanto troppo ambiziosi è inoltre fuori luogo e inappropriato.
Se uno vuole motivatamente criticare Stalin, in modo non ambiguo o pretestuoso, gli spunti non mancano, ma deve individuarli e partire dai giusti temi e situazioni, non da quelli artificialmente o forzatamente fabbricati. Su molte questioni economiche Stalin manifesta non solo un cervello superiore ma una conoscenza sofisticata. Quando per esempio, per saltare su altri temi, gli presentarono gli accordi di Bretton Woods, che sono all'origine della instabilità monetaria attuale, della mancanza di un sistema monetario internazionale e della creazione di istituzioni internazionali criminali travestite da neutrali, stracciò il tutto in una decina di secondi, sottolineando la truffa e l'imperialismo.
Mi chiedo cosa avrebbero dovuto fare degli ipotetici dirigenti cinesi NON revisionisti che avessero realizzato, dopo i fallimentari tentativi di Mao Zedong di sviluppare le forze produttive (il “Grande Balzo in Avanti” e, in parte, la Rivoluzione Culturale), che l’unico modo per non essere tagliati fuori dal commercio internazionale (condizione fatale, diceva Marx, per qualsiasi paese moderno) e conseguire uno sviluppo tecnologico tale da poter competere, anche militarmente, con il mondo occidentale, e non essere quindi annientati come stato unitario, era appunto quello, in quel particolare contesto storico, di aprirsi ad un’economia di mercato, se non quello che fecero i dirigenti cinesi capitanati da Deng Xiaoping: affrontare un periodo (lungo ma con un termine preciso) di sviluppo capitalistico rafforzando contemporaneamente la pianificazione e il controllo del Partito Comunista, nonché il sistema politico basato sulle assemblee popolari.
Spero che le subordinate si riescano a seguire, forse era meglio spezzare la frase…
Vorrei comunicare soltanto un'impressione.
A Stalin, ed ai sovietici, viene imputato un approccio "giuridico" sulla questione del valore, e non solo, che sarebbe servito ad occultare le contraddizioni e la natura capitalistica dell'Unione Sovietica.
In essa vi sarebbe salario ed estorsione di plusvalore da parte di un capitalista collettivo, lo stato sovietico dominato dalla classe capitalistica "burocrazia". In sostanza, lo stato sovietico sarebbe un enorme trust i cui azionisti sarebbero i burocrati (il taglio delle cedole e l'incasso dei dividendi consisteva forse nei privilegi, nella dacia confortevole, nei compensi più elevati? E vi era pure la trasmissione ereditaria della quota azionaria, al netto di quei problemi di mobilità sociale segnalati a suo tempo anche da Lukacs?).
Ora, a me sembra che si possa imputare a BC un approccio letterario alla questione della natura dell'Unione Sovietica.
Precisamente, si parte dallo schema reazionario alla base de "La fattoria degli animali" di Orwell, si fonde questo schema con gli approcci utopistici correnti nel comunismo di guerra, come notato dal compagno Barone, e poi si cerca di rinvenire nella letteratura marxiana i luoghi che possano confermare e illuminare questo sfondo opaco antisovietico.
Mi sembra che nemmeno Trotzki, nella sua critica alla degenerazione burocratica sovietica, sia arrivato a dire che i burocrati sovietici fossero la nuova classe capitalistica che estorceva plusvalore attraverso i privilegi di cui godeva.
Ma i compagni che accusano di approccio giuridico i compagni che le rivoluzioni le hanno fatto sul serio, e con i codicilli delle armi e dei trattori, non con i commi e le definizioni verbali, possono benissimo andare oltre il limite osservato da Trotzki.
Soltanto come esercizio letterario che non costa nulla, però.
Oltretutto parte dal presupposto che la proprietà statale dei mezzi di produzione equivale alla proprietà socialista dei mezzi di produzione. La proprietà giuridica dei mezzi di produzione non modifica i rapporti di produzione. Questa età la critica di Marx a Lassalle.
Se permane la forma valore nella sfera della circolazione, significa che esiste ancora una separazione tra mezzo di produzione e lavoratori.
Sono in piedi tutte le categorie del capitalismo (moneta, merce, credito).
La domanda è: se i mezzi di produzione non appartengono ai produttori, permane la legge del valore e il salario, chi determina l'uso sociale del plusprodotto sovietico?
Evidentemente una borghesia di Stato che possiede collettivamente i mezzi di produzione tramite lo Stato e che dissimula i rapporti di produzione capitalistici per mezzo dell'ideologia stalinista del modo di produzione socialista che proclama l'inesistenza di classi antagoniste nel paese diversamente dal citato Mao che parla di contraddizioni in seno al popolo e dimostra di possedere una concezione dialettica della questione.