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Notizie sull'operazione speciale condotta dall'esercito russo in Ucraina
I dibattiti intorno al caso Ranucci e la questione woke contraddistinguono l’arretratezza culturale di un Paese in perenne campagna elettorale. Temi e figure, che diventano segni di identificazione, feticci da sbandierare, opportunisticamente, ma che nella pratica sono divisivi. Soprattutto per chi, preso dalle difficoltà materiali, sa di essere stato per troppo tempo abbandonato da una parte politica e sindacale, ed oggi paga l’involuzione sociale e civile dell’Italia. L’imbarbarimento dei costumi, il clima d’odio, la mancanza di...
Alcuni recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale “made in Usa” – quella cinese ha seguito altre logiche, sfornando altri modelli – ripropongono molto concretamente l’antica contraddizione tra ciò che si può fare e ciò che conviene fare, ovvero su cui si ha il controllo sia nell’immediato che nei passi successivi. Si possono fare miliardi di esempi su scoperte o invenzioni il cui uso immediato è sembrato “fichissimo” ma che si sono rivelate ben più che problematiche una volta che si sono moltiplicate e diventate “un sistema di vita”. E’...
Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale di calcio e la rivendicazione della sovranità nazionale. In questa campagna, quest’ultimo tema è diventato un asse centrale per Lula: la costruzione di un nazionalismo sovranista, antimperialista e di...
L’industria della disinformazione digitale e della manipolazione elettorale è relativamente nuova: un settore giovane e innovativo… dedito a distorcere la realtà e spargere propaganda on line. Una florida industria clandestina capace di interferire nelle elezioni e manipolare il dibattito pubblico, che ha trovato in America Latina un terreno particolarmente fertile. I suoi clienti sono, in generale, direttamente Stati, mercenari al soldo di governi, o clienti privati che preferiscono operare nell’ombra, dove la morale non conta e i pagamenti...
Si è appreso nei giorni scorsi che i Curdi siriani, rinunciando a costruire la tanto decantata entità democratica, femminista, indipendente del Rojava, hanno deciso di aderire al nuovo stato siriano governato dall’ex terrorista dell’ISIS e di Al-Qaida Al-Jolani, di sciogliere le proprie milizie nel nuovo esercito siriano e di riconsegnare al governo siriano i pozzi di petrolio siriano che avevano gestito insieme alle truppe USA. Chi scrive è stato in anni passati un sostenitore della causa curda. Sono stato varie volte nel Kurdistan...
Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013. Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono fatti incantare dalle sirene “europeiste” negando alla Ue di poter aggiungere un altro tassello al proprio mosaico di controllo su tutta l’Europa. Neanche l’aver agitato il fantasma delle minacce di Trump sulla regione artica ha...
La questione, posta nei termini più brutali, sembra semplice: quando un articolo viene scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, chi ne è davvero l’autore? L’uomo che ha fornito le idee, oppure la macchina che le ha distese sulla pagina? La domanda è legittima, ma rischia di essere mal formulata. Presuppone infatti che la scrittura sia un atto unitario, compatto, indivisibile, mentre chiunque abbia scritto qualcosa di appena più complesso di una lista della spesa sa bene che essa è, al contrario, un processo stratificato: intuizione,...
C'è un momento, in ogni impero terminale, in cui la classe dirigente smette di governare la realtà e comincia a gestirne la percezione. L'Occidente collettivo — quella entità geopoliticamente confusa che si estende da Washington a Tokyo passando per Berlino, Parigi, Londra e Tel Aviv — ha superato quel momento da un pezzo. Oggi, alla fine dell'agosto 2026, non gestisce più nemmeno la percezione. Suona. Suona come l'orchestra del Titanic, ma con i cachet più alti della storia e nessun iceberg all'orizzonte, perché l'iceberg è stato...
Analizzare la situazione venezuelana richiede di mantenere uno sguardo critico sulla complessità dei processi reali: le rinegoziazioni con i colossi energetici, le sanzioni internazionali, i nodi dell'economia rentier e le contraddizioni di una gestione statale condizionata dal ricatto USA. Tuttavia, c'è una differenza sostanziale tra la critica politica basata sui fatti e l'assimilazione passiva delle favole di intelligence. Accettare, così, la favola dei "87 ufficiali venduti" o dei "miliardi ombra" inviati da Washington alla presidenta...
Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie. È il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre...
Il povero Massimo Giannini è stato subissato di sghignazzi e sberleffi per la sua frase sullo scontro con la Russia, da lui indicato come una occasione per forgiare nel fuoco della battaglia un vero progetto di difesa europea. Lo svolazzo retorico del “forgiare nel fuoco della battaglia”, ha catturato quasi tutta l’attenzione, mentre invece la questione è un po’ più insidiosa. In realtà la tesi dell’articolo pubblicato il 15 agosto scorso da Giannini sul quotidiano “la Repubblica”, è che la guerra in Ucraina avrebbe potuto rappresentare...
Mentre il segretario al tesoro USA Bessent promette sfracelli contro l'economia iraniana l'amministrazione USA, sempre più disperata, attinge al conto di tesoreria per riacquistare bond così da abbassare i tassi. Nel frattempo Deutsche Bank su autorizzazione cinese apre la prima camera di compensazione europea per lo Yuan Come avevo ipotizzato, nell'attuale situazione di stallo del conflitto con l'Iran, l'amministrazione di Washington ha puntato sulla guerra economica contro Teheran al fine di riuscire a piegare la volontà del regime degli...
C’è una scena che si ripete attualmente con regolarità nei piani strategici delle aziende. Un dirigente, con lo sguardo perso nel vuoto digitale, dichiara: “Dobbiamo investire nell’IA”. Seguono, come un rituale pagano, stanziamenti per software, automazioni, corsi di formazione tecnica. Tutto sacrosanto, tutto doveroso. E mentre l’intelligenza artificiale corre, sollevando polvere di dati e promesse, un silenzio imbarazzato cala sulla domanda successiva. Quella che nessuno osa formulare ad alta voce, per timore di apparire retrogrado: “E noi,...
La segretaria del Partito democratico ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al direttore del "Corriere della sera" in cui ha esortato il governo Meloni ad adottare, subito, un'imposta sugli extraprofitti energetici. Si tratta di una proposta molto interessante che, però, a mio parere, dovrebbe essere integrata da due ulteriori considerazioni. La prima riguarda la necessità, per avere un gettito davvero in grado di fare la differenza, di non limitare l'imposizione al settore energetico. L'adozione di una sovrimposta temporanea...
Sovranità, interesse nazionale, patria: parole che ricorrono ossessivamente nel lessico meloniano. Resta da capire quale sia il vero significato, quando dalla retorica si passa ai fatti. L’ultima crisi dell’acciaio a Taranto offre un rilevante banco di verifica. Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale». A ben vedere, però, le azioni del suo governo sembrano muovere in direzione esattamente opposta....
Il 4 agosto 2026, nel corso di una conferenza stampa ospitata al Senato, esponenti della maggioranza hanno presentato quella che il governo definisce la propria “Rivoluzione Welfare”: 52 miliardi complessivamente destinati, secondo quanto rivendicato, alle politiche sociali in meno di quattro anni, con l’obiettivo di superare finalmente “la logica dell’assistenzialismo”. Poco più di un mese prima, commentando l’approvazione del decreto Lavoro, la presidente del Consiglio aveva adoperato la stessa parola d’ordine: sostenere il lavoro e non la...
Domanda: e se alla fine il Melonellum saltasse del tutto? Sia chiaro, la nostra è solo un’ipotesi. Non una previsione, ma un’ipotesi che conviene considerare, che comunque ci aiuta a ragionare su certe dinamiche in atto. E forse è soltanto una suggestione, ma di quelle suggestioni che hanno un loro perché. Il 20 luglio scorso così concludevamo un articolo sul tema: «Davvero si voterà con il Melonellum (come sembrerebbe), oppure il trasversale “partito del pareggio”, che guarda ad una sorta di “Union Sacrée” in nome della guerra alla Russia,...
C’è un’immagine dell’Unione Europea che i suoi apologeti vendono quotidianamente: quella di un faro di democrazia, dialogo, stato di diritto. Poi, però, basta aprire gli occhi o semplicemente riflettere oltrepassando la cortina fumogena della propaganda mainstream per scoprire il volto vero. L’ultima conferma arriva dalla Germania, il cuore pulsante dell’UE, l’ormai ex locomotiva d’Europa. Secondo quanto reso noto da Politico, i partiti del cosiddetto “establishment” starebbero già studiando un arsenale di misure straordinarie per impedire di...
Il libro di Alessandra Ciattini è un importante contributo al dibattito sulle grandi questioni che, dal 1989, hanno trasformato il mondo, non soltanto dal punto di vista geopolitico, con la fine della contrapposizione tra i due blocchi e l’affermazione di una fase dominata dagli Stati Uniti, ma anche sotto l’aspetto culturale e filosofico. È cambiato infatti il modo stesso di interpretare gli avvenimenti e le trasformazioni della società contemporanea. Per affrontare queste complesse questioni, l’autrice ha raccolto nel volume una serie di...
Il modo di produzione capitalista nella sua fase imperialista non solo esporta merci e capitali, ma impone e propaga sofisticati dispositivi di controllo sociale, occupazione territoriale e guerra ideologica. Nello scenario contemporaneo, subordinato alle direttive geopolitiche di Washington e alla dottrina dell'atlantismo militarista, assistiamo al consolidamento di una trama in cui il regime sionista di Tel Aviv opera non come un mero attore esterno, ma come un ingranaggio organicamente integrato nell'architettura di dominazione e...
Il leader del M5S, Giuseppe Conte, ha detto che “l’ideologia woke non serve alla sinistra perché il nemico vero da battere sono le diseguaglianze sociali”. Naturalmente lo ha dichiarato con quella cautela e quel cerchiobottismo tipici del democristiano qual è, nella sostanza. “Il Woke – ha spiegato – ha avuto anche aspetti positivi, ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, ha contribuito a creare spazi simbolici e pratiche di riconoscimento che si sono diffuse nei luoghi di lavoro, nelle...
Ho letto con molto interesse l’articolo di Lucio Baccaro uscito giorni fa sulle pagine del Fatto quotidiano. Vi sono riassunte brillantemente le tesi di coloro che, nell’area del dissenso, si schierano contro il progetto europeo, privilegiando il ritorno allo Stato nazionale. Naturalmente, la sinistra (che oggi non è rappresentata dai socialisti europei o dal PD in Italia) si distingue dalle destre in quanto considera possibile il ritorno allo Stato nazionale senza dover necessariamente sfociare nel nazionalismo sovranista caldeggiato dalle...
Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria crisi. Un interessante servizio de Il Sole 24 Ore segnala come negli ultimi due anni, l’Unione europea ha dovuto trasformare la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento...
Il confronto tra i peggiori è aperto, e per la traballante armata imperialista (“l’Occidente unito” di cui fantastica Giorgia Meloni) è il momento di rifarsi i conti. La notizia del giorno è il mandato di cattura internazionale emesso dal ministero della giustizia turco contro Netanyahu e altri dirigenti politici e militari di Israele. Formalmente è una segnalazione all’Interpol (una “red notice”) che riguarda anche il funzionario Afek Moskovitch per l’intervento armato contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla che tentava di portare...
Uno dei problemi, se non il problema principale, della sinistra italiana degli ultimi quarant’anni – per lo meno da quando il Partito Comunista, perso il faro dell’Unione Sovietica, individuò nell’Europa il nuovo sol dell’avvenire – è stata l’esaltazione fideistica dell'”Europa”. In nome dell’Europa, la sinistra italiana ha ingollato di tutto: l’impronta ordoliberale del trattato di Maastricht, la rinuncia alle partecipazioni statali e alla politica industriale, la deflazione interna, l’austerita come risposta (fallimentare) alla crisi dei...
Negli ultimi giorni diverse testate internazionali hanno dato spazio al lancio di “Gaza GenoLIE”, una campagna promossa da 40 organizzazioni per smontare le accuse di genocidio rivolte a Israele. L’iniziativa viene presentata ai lettori come una “analisi indipendente“, ma basta esaminare la composizione e i finanziatori del cartello per capire che non ci si trova di fronte a osservatori terzi. Dietro questa operazione si muove infatti una fitta rete di lobby politiche, gruppi di pressione finanziari e organizzazioni direttamente collegate...
C'è una contraddizione intrinseca in quanto scrivo. Cerco una forma leggera, colloquiale pur sapendo che i potenziali destinatari sono abituati ad altro linguaggio. Quello quasi gergale dell'area in cui pur mi riconosco. Che comunque esiste, e meno male... Se non altro a tener viva una fiammella. A volte, leggendo meravigliosi articoli, mi sembra che, tramite essi, si faccia un passettino verso la comprensione(la parola verità mi sembra un po' grossa..). Ma se la disquisizione, pur lucida, pur colta, ci stacca ulteriormente dagli altri, dalla...
Per un paese come l’Italia, la domanda su come si combatte l’inflazione da offerta non è un esercizio accademico. L’episodio del 2021-23 lo ha mostrato con chiarezza: uno shock originato fuori dai confini, nei mercati dell’energia e degli alimentari e nelle catene globali di fornitura, si è trasmesso ai prezzi interni ed è stato affrontato con l’unico strumento disponibile a livello di area, una restrizione monetaria rapida e severa. Ne è seguita una compressione della domanda e degli investimenti che ha colpito in modo asimmetrico proprio le...
Con il termine ”cleptocrazia” non si intende la semplice corruzione, bensì un sistema di corruzione legalizzata, un apparato di potere specificamente finalizzato alla predazione delle risorse pubbliche. Tutti i regimi manifestano aspetti e componenti di carattere cleptocratico, ma qui si tratta di capire quale tipo di regime possa essere considerato una cleptocrazia compiuta e integrale, cioè un sistema chiuso e automatico che non lasci spazio ad altre opzioni. Il termine “cleptocrazia” è stato applicato a regimi post-coloniali, come le...
Quando esce un nuovo libro di Luciano Canfora, sono uno di quelli che corre a leggere il suo lavoro e parto pregiudizialmente ben predisposto verso l’ultimo grande esponente di una prestigiosa scuola storica e filologica che ha avuto nel secolo scorso una lunga tradizione. In questo caso la sua ultima fatica, “Comunismo, un’altra storia”, edito da Feltrinelli qualche mese fa, è di particolare interesse per il taglio che l’autore dà a un tema così aperto, controverso e necessario, come quando si discute del socialismo-comunismo...
Era l’ultima settimana di marzo del 1999. Il 12 maggio, mia data di nascita, sarei dovuto andare in pensione dalla RAI. Ma il TG3, nella persona del direttore Ennio Chiodi, mi aveva già offerto un contratto di collaborazione di diversi anni, con quindi una buona prospettiva di sostentamento. Che si volatilizzò all’indomani della mia corsa a Belgrado per raccontare cosa vi stavano facendo, in nome della NATO e della sua soluzione finale per la Jugoslavia, i bombaroli di D’Alema premier e Mattarella vice. Attaccando, uccidendo e devastando un...
L’America sta considerando di usare l’atomica contro Teheran. A lanciare l’allarme è stata l’ex deputata Marjorie Taylor Greene che ha sottolineato: “Non sto facendo supposizioni, lo so”. Evidentemente qualche esponente dell’amministrazione Usa inquieto per questa deriva deve averla informata. D’altronde il recente mutamento della dottrina nucleare statunitense qualche allarme l’aveva suscitato. Ne aveva parlato la NBC spiegando che Elbridge Colby, numero due del Pentagono, stava mettendo a punto, e ne aveva parlato in un forum riservato, una...
La foia guerrafondaia dei media occidentali supera ormai per cialtroneria ed estremismo qualsiasi idiozia possa uscire dalla tastiera di Trump. La dimostrazione solare è arrivata ieri da un presunto scoop del Financial Times – giornale attendibile “fino ad un certo punto” sui temi economici, ma inevitabilmente esposto come tutti alla stupidaggine quando copre temi geostrategici – che è stato ripreso, modificato, manipolato fino alla falsificazione da tutti i media italioti. Sia stampati che in video. Andiamo con ordine perché è bene cogliere...
Caro Carlo, non lo facevo così disattrezzato il nostro amico Moreno. Come tutti i marxisti dovrebbero sapere, Lenin scriveva: «Non si può comprendere a pieno Il Capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!». Ora, o si pensa che Lenin non fosse marxista o bisogna prenderlo sul serio, perché le riflessioni di Lenin avevano sempre un fondo e un intendimento politico. Concetti fondamentali di Hegel...
E’ simile a quella del Dr. Jekill e Mr. Hyde, emblematico racconto di Stevenson, la vicenda del più sfrenato dei nostri moderati, Paolo Mieli, già fondatore de La Classe, forse il primo foglio rivoluzionario del movimento ’68-’77, poi direttore del Corriere della Sera e colpevole della sua degenerazione da grande e autorevole portavoce della borghesia sedicente illuminata a capofila di una stampa degenerata in voce del padrone con il pugnale tra i denti. Il padrone essendo un poliziotto picchiatore, un generale guerrafondaio e un padrone alla...
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A proposito di «Ai nostri amici»
R. F.
Il testo che segue è una critica di Ai nostri amici, l'ultima impresa editoriale
del Comitato Invisibile. Teniamo ad avvertire il lettore che tale critica non sarà assolutamente esaustiva, giacché il testo in questione meriterebbe di essere decrittato in maniera assai più profonda di quanto si possa fare nello spazio di poche pagine;
ci limiteremo dunque ad esaminare alcuni dei postulati fondamentali che ci sembrano costituire il nucleo teorico del libro.
Ai nostri amici rappresenta un buon esempio di come un bricolage concettuale conservatore possa spacciarsi per rivoluzionario; farne la critica non è un'impresa agevole, tanto più che l'opera in sé è a prima vista densa, perfino
sovraccarica. Ciononostante, dopo un'attenta lettura, ci si accorge che il suo cuore pulsante si riduce ad una manciata di deboli proposizioni, che potrebbero passare perfettamente inosservate nel magma all'interno del quale galleggiano.
L'Occidente
L'Occidente è l'ossessione del Comitato Invisibile: ai suoi occhi esso concentra tutti gli orrori della civiltà. Esso è dunque sinonimo, indistintamente, di capitalismo, imperialismo, colonialismo, distruzione della natura, volontà di dominazione dell'altro
etc. Ma l'uso di una simile nozione ci appare sospetto, giacché questa opposizione rigida tra l'Occidente e il Resto non fa che rovesciare la visione imperialista o conservatrice che fa di questo stesso Occidente un assoluto. Insomma,
il Comitato Invisibile è Spengler (o Alain de Benoist, se si preferisce) messo a testa in giù. La genesi occidentale del modo di produzione capitalistico, evidentemente innegabile, si trasforma in colpa metafisica. Inversamente, ciò che è non-occidentale
ne risulta ontologicamente valorizzato. La civiltà occidentale moderna è dunque il male assoluto. Viene da chiedersi cosa ne sia dei precedenti 20.000 anni di società di classe e di sfruttamento dell'uomo sull'uomo: l'Occidente sarebbe quindi sbarcato
da un altro pianeta? Il Comitato, che sicuramente adora le «genealogie» del nietzschianismo di sinistra, dovrebbe sapere che:
«Lo stesso termine di Occidente, opposto a quello di Oriente, è stato creato per designare questa rottura [tra Chiesa romana d'Occidente e Chiesa romana d'Oriente, nda] all'interno di una stessa civiltà e di una stessa religione.» (Georges Corm, Storia del Medio Oriente, Jaca Book, Milano 2009, p. 28).
Avendo ormai posto l'Occidente – dalla Francia storicamente colonizzatrice all'Irlanda arci-colonizzata dall'Inghilterra – e il non-Occidente come due essenze esteriori l'una all'altra, cosa ci dice dunque il Comitato Invisibile in merito al
primo?
Produzione e circolazione
In materia di analisi del funzionamento del capitale, la tesi fondamentale del Comitato Invisibile risiede nella sparata seguente:
«[...] il processo di valorizzazione della merce [...] coincide con il processo dicircolazione che, a sua volta, coincide con il processo di produzione, il quale, d’altronde, dipende in tempo reale dalle fluttuazioni finali del mercato.» (Comité Invisible, À nos amis, La Fabrique, 2014; trad. it.: Ai nostri amici, senza ulteriori indicazioni, p. 92; d'ora in avanti verrà indicato soltanto il numero di pagina dell'edizione italiana).
A costo di essere brutali, va detto che questa affermazione non significa assolutamente nulla. In primo luogo, è il capitale – o al limite il valore – che si valorizza; la merce non fa nulla di per se stessa: essa è soltanto un supporto,
un momento necessario nel ciclo per mezzo del quale il capitale perviene a valorizzarsi; quando la merce si presenta come tale sul mercato, il plusvalore è già stato prodotto, deve «solo» essere realizzato attraverso la vendita. In secondo luogo, la
coincidenza fra processo di produzione e processo di circolazione è un'impossibilità logica: la sfera della circolazione non aggiunge alcun valore al valore già prodotto; inoltre, essa è sempre separata nel tempo e nello spazio dalla sfera della produzione,
salvo supporre che lo stesso lavoratore – in virtù di non si sa quale ubiquità – possa essere operaio di Goodyear e simultaneamente cassiere da Mister Auto. Riassorbire la produzione nella circolazione, o viceversa, non può che significare confondere
lavoro produttivo e improduttivo, lavoro che si scambia contro capitale e lavoro che si scambia contro reddito, e dunque restare intrappolati nel feticcio della distribuzione, che dissolve la specificità del lavoro che produce plusvalore nella totalità
dei redditi da salario.
Ora, ciò che è ancor più importante per decifrare il testo di cui ci occupiamo qui, è che a partire dai rapporti di distribuzione, ovvero a partire dalla indistinzione fra lavoro produttivo e improduttivo, si può criticare tutto: la merce, il denaro,
le disuguaglianze, perfino lo Stato – tutto, salvo il capitale, poiché solo il lavoro produttivo lo produce. Non è questione di essenzializzare il lavoro produttivo identificandolo con una qualche figura mitica, tanto più che la produzione
di plusvalore non si limita all'«industria» nel senso abituale del termine (diversamente da ciò che presuppongono gli anti-marxisti); il carattere produttivo o meno del lavoro va determinato al livello dell'operaio collettivo, «socialmente combinato»
(ed è del resto ciò che Marx non smette di affermare nel Capitale, così come nei Lineamenti fondamentali e nelle Teorie del plusvalore). Ciononostante, è importante avere le idee chiare su questo punto, onde mantenere ferma
la distinzione tra lo strutturante e lo strutturato, senza perciò ridurre lo strutturato ad un epifenomeno privo di realtà (è questo un nesso fondamentale).
Delle «insurrezioni che sono venute», il minimo che si possa dire è che per l'appunto hanno toccato ben poco (in ogni caso, non a sufficienza) il «segreto laboratorio della produzione sulla cui soglia sta scritto: No admittance except on business».
Il Comitato Invisibile pensa di poter aggirare questa difficoltà in maniera puramente intellettuale, lasciando intendere che la produzione di plusvalore sarebbe incomparabilmente più diffusa che in passato. Ora, o ciò è semplicemente falso, oppure è sempre stato così.
Se fosse altrimenti, come avrebbe potuto Marx scrivere ciò che segue?
«Milton, che scrisse il Paradiso Perduto, era per esempio un lavoratore improduttivo; ma lo scrittore che fornisce lavoro di fabbrica al suo editore è un lavoratore produttivo. Milton creò il suo poema al modo stesso che il baco da seta genera la seta, cioè come estrinsecazione della sua natura; poi vendette per 5 sterline il suo prodotto e così divenne trafficante di merci. Ma il letterato proletario di Lipsia che produce libri (per esempio, compendi di economia politica) su comando del proprio editore si avvicina ad essere un lavoratore produttivo nella misura in cui la sua produzione è sottoposta al capitale e ha luogo al solo fine di valorizzarlo. […] Un insegnante che impartisce lezioni a scolari non è un lavoratore produttivo; ma se viene assunto come salariato, insieme ad altri, da un istituto trafficante in sapere, per valorizzare col proprio lavoro il denaro del suo proprietario, è un lavoratore produttivo [...]» (Karl Marx, Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito, a cura di Bruno Maffi, Etas, Milano 2002, p. 67).
Ciononostante, la produzione di plusvalore non è mai stata, né mai sarà, così diffusa e ampia da coincidere con la sfera della circolazione. Certo, il plusvalore prodotto dev'essere realizzato attraverso la compravendita della merce sul mercato e, in
questo senso, il processo di circolazione è essenziale per la riproduzione del capitale; ma non costituisce altro che tempo di devalorizzazione del valore già prodotto. Lo slogan «Blocchiamo tutto!», celebrato dal Comitato, corrisponde
all'idea che sarebbe possibile interrompere la produzione del plusvalore a partire da un punto qualsiasi sulla superficie della società. L'esempio che ci viene presentato, è quello del movimento francese contro la riforma delle pensioni del 2010, in
particolare in rapporto al settore delle raffinerie. Ci viene detto che queste ultime hanno potuto essere bloccate pressoché da chiunque, ciò che rappresenta palesemente un accecamento, se non una mistificazione pura e semplice: da un lato, infatti,
gli scioperi non furono affatto lanciati da «chiunque»; dall'altro, i blocchi fuori dei siti produttivi rimasero un sostegno esterno agli scioperi, e in nessun momento scomparve la frontiera tra il «dentro» e il«fuori». Ciò significa, semplicemente,
che il movimento non fu in grado di far esplodere le separazioni e le identità particolari. D'altra parte, questa narrazione ricolma di esagerazioni, e i riferimenti a certi settori particolari, caratterizzati da un'alta composizione organica del capitale
che non ha nulla di inspiegabile, servono al Comitato ad atteggiarsi a profeta del «blocco», nonché a fornire il proprio contributo al consensus post-moderno sulla sparizione della classe operaia – che è, lo sappiamo bene, il terreno sul quale
tutti, compreso il Comitato Invisibile, si riconciliano con Toni Negri e altri detestati commoners.
Totalità
Dal punto di vista strettamente filosofico, il Comitato Invisibile si vuole discepolo di Foucault, desiderante e flussista, e dunque – ci mancherebbe altro – anti-marxista, anti-dialettico e anti-hegeliano. Ciò malgrado, per sfuggire a Hegel non è sufficiente
volerlo. Quella che il Comitato Invisibile chiama «l'Epoca» (ovvero il periodo attuale), altro non è che la totalità espressiva hegeliana: non gerarchizzata, priva di centro, essa esprime in ciascuna delle sue parti lo stesso principio semplice (ciascuna
delle sue parti è pars totalis); il suo principio è una sorta di Spirito del Mondo privo di incarnazione (diversamente da quello di Hegel, con i suoi individui «cosmicostorici»: Alessandro il Grande, Giulio Cesare etc.) che la attraversa da
parte a parte, un po' come la politica presso gli antichi Greci o la religione nel Medio Evo. Eppure, né il Medio Evo poteva vivere di cattolicesimo, né Atene o Roma della politica; al contrario, le condizioni economiche del tempo spiegano perché là
il cattolicesimo e qui la politica, giocassero «il ruolo principale» (cfr. Karl Marx, Il Capitale, Einaudi, Torino 1975, Libro I, tomo 1, p. 99, nota 33).
Dal canto suo, il Comitato Invisibile non smette di affermare la centralità dell'etica e delle sue verità: sarebbe proprio l'etica (senza scherzi!) il fattore in grado di spiegare l'ascesa dell'islamismo nel mondo arabo, la capitalizzazione
politica delle primavere arabe da parte di questo stesso islamismo, così come i recenti misfatti dello Stato Islamico. Malgrado questo «carnevale permanente dell'interiorità feticizzata», il nostro Comitato non si scorda di ridiscendere sulla
terra e di farsi un poco più materialista, quando si tratta di rendere conto, un po' più esplicitamente, della geniale strategia da proporre per altre «insurrezioni» a venire.
Strategia
Finché «lo spettro della penuria» (p. 40) perseguiterà le sollevazioni della«plebe», lo Stato – ci dice il Comitato – sarà sempre in grado di riprendere il controllo della situazione. Che fare allora? Per i nostri autori, la risposta non è di ordine
sociale, ma tecnico, e perfino tecnocratico; essa non risiede in una rottura, in un (auto-)superamento, attraverso il quale la donna delle pulizie e il netturbino diventerebbero capaci di prendere in mano tutto ciò che oggi sfugge loro e li sovrasta
«dall'alto», ma nell'alleanza con i salariati «di lusso» che, invece, possiederebbero già le competenze richieste:
«Dobbiamo cercare di incontrare in tutti i settori, su tutti i territori che abitiamo, coloro che dispongono dei saperi tecnici strategici. [...] Questo processo di accumulazione di sapere, insieme alla creazione di complicità in tutti i campi, è la condizione per un ritorno serio e di massa della questione rivoluzionaria.» (ibid.)
Ciò che viene qui ignorata, è molto semplicemente la costrizione derivante dalla separazione radicale dai mezzi di produzione e di sussistenza – in una parola: il proletariato. Ancora cinquant'anni fa, per gli intellettuali gauchistes,
si trattava di radicarsi nella classe operaia. Oggi, la classe media non si rapporta ad altro che a se stessa, si crede autosufficiente: il laureato in scienze umane va incontro all'ingegnere. Ciò permette al Comitato di esimersi completamente
da un'analisi seria e dettagliata dei segmenti sociali attivi nelle rivolte e nelle sollevazioni (teniamo la parola «insurrezione» per altre e migliori occasioni) di cui si riempie la bocca, così come delle dinamiche socioeconomiche soggiacenti; il
Comitato non ne sa nulla e non ne vuole sapere, e ciò gli conviene perfettamente, poiché gli esiti (generalmente poco incoraggianti) di questi movimenti, si spiegano ben più per la posizione (sovente marginale) o la pratica (spesso debole)
degli operai che vi sono coinvolti, che per l'assenza dei quadri sapienti che il Comitato vorrebbe sedurre. Quest'ultimo non dimentica – è vero – di esprimere il proprio disprezzo verso la «piccola-borghesia» e la sua «indecisione storica» (p. 94).Ma
a chi si riferisce, in realtà? Ai contadini piccoli proprietari? Ai notai? La sorte della rivoluzione comunista dipenderebbe forse dall'orientamento politico dei farmacisti? A rigore, «piccola borghesia» equivale a «piccolo capitale», perfino piccolissimo,
dunque alla detenzione – per quanto irrisoria –di mezzi di produzione (o all'affitto di spazi commerciali), non fosse che per impiegarvi un paio di dipendenti o per auto-sfruttarsi. Che possa esistere una classe media moderna, salariata, specificamente capitalista,
fu affermato da Marx centocinquant'anni fa, da Pannekoek cento anni fa, da Bordiga cinquant'anni fa, ma ciò non sembra rientrare nelle preoccupazioni di quel grande organismo comunista che è il Comitato Invisibile.
L'impresa prediletta dal Comitato Invisibile è del resto la critica della questione stessa, che è un vecchio pallino della teoria comunista: «Non solo nelle risposte, ma già negli stessi problemi c'era una mistificazione» (Karl Marx -Friedrich Engels,
L'ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 6).
Ma il Comitato Invisibile finisce con l'applicare tale procedura a tutto e al contrario di tutto, per evitare appunto che delle questioni, banalmente, si pongano. Infatti, come potrebbe mai essere individuata una qualsiasi questione nella centralità
della produzione del plusvalore, se tutte le frontiere tra produzione e circolazione del valore – come afferma il Comitato – si sono dissolte? Come osare riflettere sulla possibilità di un futuro conflitto militare di vasta portata fra le potenze imperialiste
(la vera via d'uscita dalla crisi dal punto di vista del capitale), se tutte le frontiere tra guerra e pace – come ancora ci dice il Comitato – è ormai caduca? E così via, cancellando ogni polarità – centro e periferia, potere politico e «infrastrutture»
materiali, strati sociali intermedi e proletariato – per poter infine esclamare: grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è dunque eccellente! A questo disordine, va ad aggiungersi lo zibaldone del Comitato, che voleva mettere ordine
nella confusione («dell'Epoca», indubbiamente) e non trova di meglio che affermare l'indistinzione totale: panta rei, nel flusso tutto scorre.
Qualche lapsus
Detto questo, siamo chiari su un punto: Ai nostri amici non manca di passaggi pertinenti: ad esempio la critica dell'umanismo di sinistra (pp. 1415), dell'ideologia democratista/assemblearista (pp. 25-27), del pacifismo e delle pose radicali
(pp. 57-62). Ma tali frammenti critici hanno come obiettivo soltanto delle idee: restano per lo più sul registro della demistificazione edificante e confortevole, opponendo semplicemente il vero al falso – ciò che è del tutto logico, giacché se l'economia
come oggettività, i posti assegnati aisuoi agenti, la struttura differenziata del modo di produzione etc., non esistono (o non esistono più), ogni limite ed ogni impasse non possono che essere di ordine puramente soggettivo.
Di più, la critica del milieu radicale (ibid.) sarebbe alquanto azzeccata, se soltanto fosse stata formulata in maniera anche solo minimamente autocritica, non fosse che per il fatto che tutti i punti evocati – attivismo
gesticolatorio, culto della performance, fissazioni identitarie etc. – sono stati in passato alimentati ed intrattenuti, da vicino o da lontano, dallo stesso Comitato Invisibile, di cui sappiamo che la modestia non è la qualità principale.
Infine, come abbiamo visto, i passaggi che hanno risvegliato il nostro interesse si trovano sfortunatamente nascosti tra gli interstizi di una chiacchiera fluente e incontenibile, fatta di proposizioni, proclami, riflessioni, rimandi impliciti o espliciti,
citazioni etc. – tutte più o meno discutibili, elegate fra loro da un iper-eclettismo vorace poiché incapace di trovare tanto il proprio baricentro quanto quello del mondo che si sforza di criticare. Il Comitato Invisibile passa allegramente
dai «divenire rivoluzionari» di Deleuze (p. 99) alla «nausea» di Sartre (p. 13), da «l'inferno sono gli Altri» (ibid.) del medesimo alla «distruzione creatrice» di Schumpeter (p. 10), dalla «crisi della presenza» di Ernesto De Martino (p. 13)
alla «guerra santa» di René Daumal (p. 58), senza dimenticare Michel Foucault, Marshall Sahlins, Gregory Bateson, Giorgio Cesarano, il mistico anarchico Gustav Landauer accanto al buon vecchio stalinista Gramsci, e dio sa quanti altri, in maniera che
più o meno chiunque possa trovarvi il proprio tornaconto... a condizione di non scavare sotto la superficie. Avremo perfino diritto al «partito nella sua accezione storica» della lettera di Marx a Freiligrath, ma soltanto per farsi beffe di
Marx e dei «marxisti» (quali?) due righe più sotto. Tutto questo, d'altronde, si trova in un piccolo libretto di 200 pagine in formato A6, formalmente ben scritto, e nel quale la padronanza dello stile perentorio alla Debord è – ovviamente – irreprensibile.
I nostri autori, bisogna ben riconoscerlo, padroneggiano talmente bene la materia che potrebbero farsi assumere come ghost writers del signor Agamben. Ma attenzione, dei programmi per computer sono già in grado di fare altrettanto – e ciò la
dice lunga sul formalismo che marca questo tipo di testi.
In guisa di conclusione...
Prendete un romanziere contemporaneo mediamente talentuoso, chiedetegli di assumere una posa da autore maledetto e infliggetegli un corso d'aggiornamento di due ore sulle ultime tendenze in filosofia, antropologia e sociologia; mettetelo poi per due
giorni davanti a un computer – pistola puntata alla tempia – con il compito di scrivere un libro di critica sociale «pericolosa», ma che si venda bene nei beaux quartiers di Parigi: avrete Ai nostri amici. C'è chi apprezzerà: a ciascuno
la sua droga.
Ma per coloro che sono alla ricerca di una messa a punto critica sul periodo attuale o di una proiezione sul suo possibile esito rivoluzionario (non esattamente all'ordine del giorno), il consiglio non può che essere: cercate altrove. Nonostante
la mobilitazione di un'ampia strumentazione verbosa dalle pretese radicali, il Comitato Invisibile resta prigioniero non soltanto di una visione sfasata di ciò che fa girare questo mondo, ma anche – ciò che è ancor più rilevante – di una comprensione
dell'articolazione fra lotte immediate e rivoluzione basata sull'accumulazione di condizioni o di esperienze. Exit gli schemi classici e classisti del proletariato che si fa classe dominante, l'accumulazione di forze o di esperienze, l'(auto-)pedagogia
rivoluzionaria attraverso le «lezioni del passato» etc., inscritti nell'orizzonte del movimento operaio del XIX e XX secolo, si mutano – nel discorso del Comitato – in accumulazione di saperi e di saper-fare. Il problema di una tale estrapolazione è,
fra l'altro, di farsi nel vuoto, ad uso e consumo di un soggetto totalmente autoreferenziale: «noi, i rivoluzionari». Mentre gli esponenti più interessanti della teoria comunista hanno tentato, a partire dagli anni 1970, di emanciparsi definitivamente
dalle concezioni evoluzioniste e gradualiste ereditate dalla II eIII Internazionale (su questo punto, qualcuno dovrà prima o poi tradurre La révolution sera communiste ou ne sera pas del 1975, ora incluso nell'antologia Rupture dans la théorie de la révolution. Textes 1965-1975,
Sénonevero, Parigi 2003), queste stesse concezioni – ormai orfane delle loro incarnazioni tradizionali – sono riapparse in una forma nuova, diffusa e soprattutto aclassista: alternativismo, cittadinismo, altermondialismo, decrescita,
negrismo, «critica del valore», anti-industrialismo, primitivismo etc. Le differenze che distinguono fra loro queste correnti sono innegabili, l'aria di famiglia che le accomuna lo è altrettanto – malgrado le polemiche talvolta virulente. Beninteso,
il Comitato Invisibile si situa all'estrema sinistra di tutta questa nebulosa, ma per la stessa ragione non può abbandonarla, quantomeno non in virtù dei propri soli mezzi. A partire da qui, la questione è meno di sapere che cosa il Comitato
Invisibile o i suoi seguaci potranno fare dellarivoluzione comunista, che di sapere che cosa la rivoluzione comunista potràfare del Comitato Invisibile. Non molto, temiamo... ma gli auguriamo il trattamento più cordiale possibile.
Ai nostri amici e i suoi autori resteranno come un segno, un sintomo, della divaricazione storica in cui si dibatte «il nostro tempo», tra – da un lato – un proletariato che non appare più come portatore di un progetto positivo, riformista o
rivoluzionario, vis-à-vis il capitalismo (ma che, per la stessa ragione, si manifesta ancor più brutalmente quando lotta) e – dall'altro – questi stessi progetti riformisti o rivoluzionari, che possono blaterare finché vogliono di umanità,
di moltitudine, di popolo, di cittadino, di individuo, ma la cui sorte è nondimeno sospesa, da vicino o da lontano, al carattere che assumerà l'azione presente e futura del proletariato nella crisi del capitale.
In conclusione, resta da definire ciò che determina il successo, relativo ma effettivamente internazionale, dei libri del Comitato Invisibile. Lasciando da parte le «mode culturali» e l'esposizione mediatica portata dall'affaire-Tarnac (che
taluni fra gli accusati di Tarnac abbiano o meno partecipato alla stesura di L'insurrezione che viene, è assolutamente privo di importanza), è in effetti innegabile che le concezioni del Comitato, ed egualmente il suo stile, corrispondano piuttosto
bene al vissuto di un tipo particolare di militante contemporaneo, che concepisce il proprio impegno come fosse di natura esistenziale, dell'ordine dell'opposizione fra individuo e mondo, al di là di qualsiasi determinazione specifica:
capitale e lavoro salariato, classi, prosperità e crisi, etc. Ma – bisogna essere chiari su questo punto – dire questo, è affermare una volta di più l'inaggirabile persistenza della controrivoluzione. Ricordiamoci fino a che punto, negli anni
1950-'60, anche i compagni più «equipaggiati» e visionari (Il Programma Comunista, Socialisme ou Barbarie, l'Internazionale Situazionista, Classe Operaia) fossero tutti, in un modo o nell'altro, prigionieri della situazione
(«questione russa» e «Trenta Gloriosi», per riassumere). Il semplice avvicinarsi di una nuova fase, li ha fatti implodere. Un'eventuale ripresa rivoluzionaria, che per il momento si fa dolorosamente attendere – e che nessun gruppo, gruppuscolo, rivista
o altra aggregazione è o sarà in grado di suscitare – non potrà che mandare gambe all'aria tutta la panoplia teorico-ideologica odierna... e noi con essa, almeno in quanto critici della controrivoluzione all'interno di questa. Un pizzico
di principio di realtà (anche in senso freudiano) a questo riguardo è sempre salutare. A condizione che la contraddizione di classe si riveli non solo motrice di ciò che è (fatto che è per noi pacifico), ma anche portatrice di qualcosa d'altro (che
non sia l'esaurimento fisico dei suoi «supporti»: specie umana e ambiente), il solo vantaggio che possiamo avere rispetto ad altri, è di sapere ciò che ci fa parlare, di avere sempre sotto gli occhi la fonte da cui sgorgano tutti gli antagonismi, e
di intravvedere i possibili punti di rottura.
«La attuale generazione rassomiglia agli ebrei, che Mosè condusse attraverso il deserto. Non solamente deve conquistare un nuovo mondo: deve perire, per far posto agli uomini nati per un nuovo mondo.» (Karl Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Editori Riuniti, Roma 1992, p. 111; queste parole sono del 1852: niente a che vedere – non c'è bisogno di dirlo – con i campi di concentramento nazisti).
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008
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