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La nuova ragione del mondo, di Pierre Dardot e Christian Laval

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti

di Militant

toro wall streetE’ un libro importante e contraddittorio questo opus magnum uscito nel 2009 in Francia e nel 2013 in Italia, tanto da diventare – come si legge nella quarta di copertina – “opera di riferimento nel dibattito internazionale” sul neoliberismo. E in effetti il corposo libro (500 pagine) si presenta come indagine sulla genealogia, le forme e i contenuti del liberismo dal XVIII secolo ad oggi, attraverso una vasta ricognizione delle principali linee teoriche che hanno ispirato l’attuale “ragione del mondo”, quella razionalità governamentale liberista (per usare il tipico lessico foucaultiano) che oggi dispone non solo i rapporti di produzione, ma la politica e la stessa antropologia dell’uomo contemporaneo. Nonostante gli autori scelgano un’impostazione rigidamente foucaultiana, l’opera riesce a far luce e a smascherare una serie di confusi cliché ideologici che ancora trovano spazio nel dibattito politico sulla natura del liberismo attuale. Primo e più deviante dei quali, quello sul ruolo dello Stato. Vulgata vuole che il liberismo, in una sorta di continuum storico-politico che va dall’800 ad oggi, miri costantemente al ridimensionamento delle funzioni dello Stato, riducendone gli spazi di manovra, puntando a quello Stato minimo di smithiana memoria oggi apparentemente imperante. Niente di più sbagliato, eppure in molti ancora credono alla favoletta dello Stato nazionale che scompare abbattuto dalla marea montante liberista. In realtà, e forse questo è lo specifico più rilevante dell’intera opera di Dardot e Laval:

“Gli ultimi liberali non hanno capito che ben lungi dall’essere astensionista, l’economia liberista presuppone un ordine giuridico attivo e progressista teso al continuo adattamento dell’uomo a condizioni sempre mutevoli. Serve allora un interventismo liberista, un liberalismo costruttivo, un dirigismo statale che certo si deve differenziare sostanzialmente rispetto alla pianificazione e al collettivismo. L’interventismo liberista deve abbandonare la fobia spenceriana nei confronti dello Stato e mettere insieme l’eredità del concorrenzialismo sociale e l’incentivazione dell’azione statale”.

Il “libero mercato” liberista è tutto fuorché uno “stato di natura” al quale tendere riducendo l’intromissione statale. E’, al contrario, una forma di produzione e di scambio da creare artificialmente e da preservare costantemente dalle “storture” della natura umana: “il capitalismo di concorrenza non è un prodotto naturale, ma una macchina che richiede sorveglianza esterna e regolazione costante”. La concorrenza non è una caratteristica naturale dell’uomo, che al contrario tende alla cooperazione in quanto animale fondato sulla relazione sociale. La concorrenza dev’essere introdotta e mantenuta manu militari, attraverso una legislazione conseguente e un apparato giuridico in grado di preservarla. E’ qui la rottura con l’economia classica, e cioè nel mercato visto “non come dato naturale ma come realtà costruita, che come tale richiede l’intervento attivo dello Stato e la realizzazione di un diritto specifico”. In secondo luogo,

l’essenza del mercato non sta nello scambio ma nella concorrenza. Costruire il mercato implica di conseguenza la generalizzazione della concorrenza come norma delle pratiche economiche. La missione dello Stato, ben oltre il ruolo tradizionale di guardiano notturno, è realizzare l’ordine-quadro a partire dal principio costituente della concorrenza”.

Questa diagnosi teorica è in grado di svelare l’impalcatura europeista attuale, che *non è fondata* sul “superamento” dello Stato nazionale, come pure credono i cosmopoliti di tutto il continente, ma sul suo rafforzamento giuridico, repressivo e gestionale: in altre parole, governamentale. L’Unione europea è fondata sui Trattati, che strutturano dei vincoli politici, giuridici ed economici volti alla costruzione di un’area produttiva fondata sulla concorrenza tra individui-imprese. L’Unione europea attuale è cioè il prolungamento della missione ordoliberale tedesca su scala continentale, e diversi capitoli del libro sono dedicati allo svisceramento delle caratteristiche salienti dell’ordoliberalismo, che è la forma aggiornata e vincente che assume il liberismo attuale. Secondo W. Ropke, uno dei fondatori della scuola di Friburgo dalla quale prese le mosse la cosiddetta “economia sociale di mercato”,

una economia di mercato vitale e soddisfacente non nasce dall’assiduo far niente. E’ invece una costruzione d’arte, un prodotto della civiltà che con la democrazia politica ha anche questo in comune: di essere particolarmente difficile e di presupporre molte cose che richiedono il nostro sforzo e la nostra fatica. Ne risulta un vasto programma di politica economica perfettamente positiva”.

La formula “economia sociale di mercato” è allora sviante, e molta parte della sinistra ha visto in questa definizione la concretizzazione di un “capitalismo dal volto umano” volto e regolare socialmente il mercato dalle sue connaturate diseguaglianze. In realtà per “economia sociale” si deve intendere una “politica della società”, volta a modellare la società stessa alle ragioni del mercato, inteso nel suo senso artificiale e “costruito” di concorrenza tra individui-imprese. E’ in questo senso che l’ordine giuridico assume una rilevanza affatto specifica nella costruzione dell’ordine economico. Secondo W. Eucken, altro fondatore dell’ordoliberalismo tedesco,

la storia dei tempi moderni ci insegna che l’ordine statale e quello giuridico esercitano comunque un’influenza sulla formazione dell’ordine economico. Prima lo Stato favorisce la formazione del potere economico privato, poi diventa parzialmente dipendente da esso. In questo modo non si dà più una dipendenza unilaterale degli altri ordini rispetto all’ordine economico, ma una dipendenza reciproca, un’interdipendenza degli ordini”.

La costruzione di un ordine di mercato basato sulla concorrenza è allora un’operazione faticosa e che richiede la direzione e la regolazione costante dello Stato liberista. Lo Stato deve sottrarsi dall’intervenire economicamente nel mercato: non c’è alcun dirigismo o interventismo nello Stato liberista. Questo però non impedisce allo Stato di regolare l’attività economica in base ad una politica ordinatrice del quadro istituzionale, che al contrario trova una costante implementazione delle sue forme di controllo. In altre parole, lo Stato – e la comunità di popolo che vi risiede – devono tendere a divenire una “comunità di diritto privato”, dove non c’è più alcun ius publicum che non coincida con la regolazione contrattuale privatistica dei soggetti economici. E’ l’impresa il modello gestionale che informa i rapporti tra cittadini e tra cittadini e Stato. Ed è in tal senso che l’ordoliberalismo procederà ad una trasformazione antropologica dell’uomo volta a introiettare forme di auto-disciplinamento delle relazioni umane, creando una vera e propria “nuova soggettività” aderente ai principi del mercato concorrenziale.

Alla diagnosi sbagliata (la fine dello Stato nazionale) hanno corrisposto nel corso di questo ventennio soluzioni politiche sbagliate. Avendo confuso i processi economici in atto, si è tentato di leggere nel presunto “superamento” dello Stato nazionale un progresso storico da avallare più che da frenare. In realtà, ad essere superato – questa volta concretamente – è solamente il ruolo economico dello Stato, la sua funzione di regolatore sociale e di mediatore tra “libero mercato” e popolazione. Non a caso per gli ordoliberali non c’era differenza sostanziale tra fascismo, nazismo, comunismo e keynesismo: tutti tentativi dirigisti contenenti in nuce un’anima “totalitaria”. Ma il ruolo economico dello Stato indica allora una progressività dei rapporti tra popolazione e forze produttrici, non una “reazione” al corso della Storia. Se dunque la drastica riduzione dello Stato come attore economico rappresenta un passo indietro del rapporto di forze tra popolazione e mercato, il suo recupero si presenta come obiettivo politico progressivo per una politica di sinistra, soprattutto di una politica di classe. E, secondo anche Dardot e Laval, non può esserci recupero di sovranità economica dello Stato, se non si procede all’abbattimento dei Trattati europei che costruiscono e difendono un mercato concorrenziale che stronca ogni possibilità di riscatto delle classi subalterne.

Difficile sintetizzare 500 densissime pagine d’analisi storica e filosofica del liberismo, ma gli spunti accennati non nascondono pure alcune perplessità dell’approccio utilizzato dai due scienziati sociali francesi. Nel tentativo esplicito di “superare Marx”, gli autori rimangono confinati in una filosofia politica che legge gli eventi del mondo attraverso lo scontro tra idee contrapposte. Alla fine, la sensazione – in alcuni passaggi addirittura manifesta – è che l’affermazione del liberismo nel XXI secolo non sia altro che il risultato di una serie di “idee vincenti”, e non il frutto complesso dello scontro tra forze produttive e rapporti di produzione. C’è insomma una sorta di “complottismo” che emerge tra le pagine del libro. Ad esempio, quando si afferma che “il momento fondativo del neoliberalismo è collocabile [n]el convegno Walter Lippmann tenutosi a rue Montpensier, in pieno centro di Parigi, dal 26 al 30 agosto 1938”. Il neoliberismo non si afferma per decreto, per convegno o per pubblicazioni convincenti, come pure lasciano intendere i due autori nel proseguo del testo. L’economia keynesiana o quella liberista non si combattono sul piano delle idee, ma costituiscono il risultato di un rapporto di forza. Certo non si può chiedere ad un’opera di filosofia politica di indagare anche le ragioni strutturali dell’attuale modello produttivo-governamentale, ma centrare coscientemente l’affermazione di un modello in base all’efficacia delle idee è un approccio fallace. L’ordoliberalismo si afferma come processo contraddittorio, e mai definito una volta per tutte, che risponde a dati oggettivi della realtà. Si contrare tra gli anni Trenta e gli anni Settanta per una serie di ragioni oggettive e soggettive: la conflittualità operaia; la presenza dell’Unione sovietica e dell’alternativa politica del socialismo; il particolare modello produttivo fordista; le due guerre mondiali e il ricordo dell’esperienza nazi-fascista; eccetera. Si afferma dagli anni Ottanta nel mondo occidentale per altrettante ragioni oggettive e soggettive: la scomparsa dell’Unione sovietica come contraltare di civiltà all’economia di mercato; la riduzione degli spazi di agibilità delle lotte di classe; la globalizzazione come fenomeno che scardina la sovranità fiscale degli Stati; e molti altri eccetera. Ma soprattutto, a venire meno è il carattere impersonale dello sviluppo umano, che non si determina per scelta politica cosciente, ma per rapporti di forza che prescindono dalle volontà dei singoli appartenenti a questa o quella classe. Non c’è conflittualità tra rapporti di produzione e forze produttive perché “lo vogliono” gli operai o i padroni, ma perché nel sistema produttivo capitalista è connaturata la contraddizione che porta automaticamente – a prescindere dalle volontà – alla resistenza tra lavoratore e datore di lavoro.

Altra questione spinosa è quella del rapporto subordinato tra ordine giuridico e ordine economico, uno dei punti su cui insistono gli autori nella volontà di “superare Marx”. In realtà in Marx il rapporto tra struttura e sovrastruttura è dialettico e reciproco. Non c’è determinismo, né “unidirezionalità” nel rapporto. La cultura può influenzare un modello produttivo, e l’apparato giuridico non recepisce meramente le forme dell’economia dominante. Sono i rapporti di classe che vengono cristallizzati nell’ordine giuridico-culturale. Sono i rapporti di classe – e non il modello produttivo – che non possono essere ri-modellati esclusivamente sul piano giuridico, ma che vengono recepiti nel determinato rapporto di forze in cui si trovano. Eppure, gli autori insistono nel definire l’ordine giuridico come compartecipe dell’attuale forma del modello produttivo. Questo è vero e falso allo stesso tempo. E’ vero nella misura in cui l’ordine giuridico contribuisce a creare le forme del governo dell’economia. E’ falso se viene individuata (come pure avviene nel testo) nell’ordinamento giuridico-repressivo la matrice degli attuali rapporti di forza, nonché la “ragione” della forza del liberismo nel XXI secolo. L’ordine giuridico, senza rapporti di forza favorevoli, non si determinerebbe da sé, ma al contrario assumerebbe le forme che questi imporrebbero. Ancora una volta: non è un problema di “idee”, ma di rapporti sociali.

E’ un approccio equivoco quello utilizzato da Dardot e Laval. E nonostante ciò, si presenta come un lavoro fecondo ad essere utilizzato bene, perché capace di svelare una razionalità politico-economica per troppo tempo equivocata dalle degenerazioni filosofiche della sinistra mainstream. Siamo anche noi convinti che l’ordoliberalismo del XXI secolo sia una razionalità, una ragione del mondo, e che in tal senso informa tutto il complesso dei rapporti sociali, non solo quelli esclusivamente economici. E’ in atto uno stravolgimento antropologico dell’uomo, portato avanti tramite la rivoluzione tecnologica in corso, che non riesce a trovare strumenti di resistenza adeguata all’onnipresenza del capitale nella vita umana. Non sarà favorendo questi processi di alienazione che contribuiremo a cambiare lo stato di cose presenti.

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