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goofynomics

Dagli Appennini all'Atlante: propaganda, cambio e autorazzismo

di Alberto Bagnai

Inflazione e se un po ci salvasse dalla crisiCome sapete, uno dei temi portanti della mia ricerca, forse il più rilevante in chiave di riflessione politica, è l'indagine sulle cause dell'autorazzismo: quella porca rogna italiana di autodenigrarsi, autentico cancro che corrode la nostra capacità di elaborare strategie coerenti sia sul piano interno, che su quello internazionale. Ci ho scritto un libro (L'Italia può farcela), ne ho discusso qui con voi, a lungo, senza giungere a conclusioni definite. D'altra parte, un fenomeno così devastante non ci si può aspettare che abbia un'unica causa: più facile che abbia molte concause. Col passare del tempo, visto anche la particolare pervicacia dello schieramento progressista nell'aggredire indiscriminatamente gli italiani tout court (inclusa quindi quella maggioranza di lavoratori che i progressisti pretendono di tutelare), mi ero fatto un'idea su quale potesse essere la causa prevalente. L'Italia, va detto, è uno strano paese: il paese in cui una parte degli abitanti si gloria di aver vinto una guerra che in effetti il paese ha perso (sì, parlo della Seconda Guerra Mondiale). Ora, è chiaro che questa mitologia (oggi si dice "narraFFione") non può sostenersi che sulla asserita superiorità etnica dei vincitori rispetto al resto della popolazione, gli sconfitti. D'altra parte, i pretesi vincitori erano partiti bene, dando dei "mandolinisti" alla compagine nazionale. Come volete che finisse?

Questa spiegazione credo abbia una parte di verità, e ve lo dice uno nato e cresciuto nel mito della Resistenza (cioè della vittoria di una guerra persa).

Ora, immagino l'indignazione di molti: "Che bestemmia in cattedrale! Proprio quello che ci si può aspettare da un rossobruno fasciopopulista nazionalxenofoboleghista come Bagnai!" Eh, che ci vuoi fare: purtroppo noi qui siamo così. Tanto nazionalisti siamo, e tanto chiusi e provinciali, che noi, a differenza degli europeisti (quei personaggetti che in giro per l'Europa cercano gli spaghetti lamentandosi perché sono scotti...), un'idea di cosa accada nel resto del mondo ce l'abbiamo. Ve ne fornisco subito un esempio, regalatomi da "uno de passaggio", uno dei (troppo pochi) imprenditori fasconazionalxenofobichiusiallaglobalizzazione che ci frequentano e ci sostengono, e che ho recentemente incontrato in una delle sue rare apparizioni sul territorio nazionale (esporta in qualche decina di paesi dall'Ecuador alla Tailandia, e se li gira regolarmente tutti: lui, quando parla del resto del mondo, sa di cosa parla, a differenza dei gazzettieri...).

Di ritorno dal Marocco, "uno de passaggio" mi ha fornito una copia del locale Sole 24 Ore: in Marocco si chiama L'Economiste. Poche pagine che mi hanno aperto un mondo di riflessioni.

 
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Parto da un giudizio complessivo: il giornale è scritto bene, in un eccellente francese, con una qualità, in termini di competenza e di argomentazioni, che qui da noi ci sogniamo (potrete apprezzarla anche voi fra breve). In questo senso, il livello della nostra stampa specializzata è decisamente inferiore a quello della corrispondente stampa marocchina: documentato, fattuale, ma anche esplicito nel fornire la propria legittima linea editoriale correttamente individuandola come tale, fra L'Economiste e i nostri quotidiani "economici" è impossibile non percepire un solco profondo, un differenziale culturale e antropologico che, ahimè, dobbiamo registrare a nostro svantaggio, o meglio: a svantaggio di chi qui pretende di informarci. Certo, per percepirlo bisogna sapere la lingua: bisogna, insomma, essere europei e non europeisti.

Questa è una grande differenza, ma... ci sono anche analogie!

Prendiamo ad esempio l'editoriale: "Aggiramento" (contournement). Nadia Salah (è parente?) commenta il parere delle organizzazioni multilaterali sull'economia marocchina. I loro rapporti, dice, sono delle autorevoli tabelle di marcia (ormai in italiano si dice roadmap), utili perché la Costituzione, che ha affidato ai partiti la maggiore responsabilità nella guida del paese, non si è ugualmente preoccupata di potenziare le loro competenze economiche:

 

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Quindi, dice Nadia, le organizzazioni internazionali servono ad aggirare l'incapacità e le resistenze dei corpi intermedi (partiti e sindacati). "L'aggiramento, un tratto della cultura politica marocchina...".

Attacco alla Costituzione, elogio del vincolo esterno, autorazzismo... Tutto il mondo è paese, viene da dire. Non so se anche una parte dei marocchini pensi di aver vinto una guerra che il Marocco ha perso (non so nemmeno se il Marocco abbia perso una guerra). Mi è allora venuto in mente che forse l'autorazzismo, che troviamo anche a quelle latitudini, possa avere un motivo più semplice e più generale. Vedete? Lì, come qui, un giornale dei padroni attacca il popolo denigrandone la "cultura politica", allo scopo esplicito di delegittimare i sindacati e i partiti come "ignoranti", e di imporre soluzioni elaborate in un circuito "tecnico" sovranazionale, sottratto allo scrutinio democratico ma non indipendente da interessi e collusioni con le élite locali (quelle che pagano certa stampa).

Mi viene quindi da pensare che l'autorazzismo sia la norma nei sistemi più o meno "democratici", quelli in cui chi governa deve comunque, per mantenersi al potere, strizzare l'occhio alla maggioranza concedendole qualcosa. Questo qualcosa è sempre troppo per i pochi che controllano l'economia e quindi i media: ne consegue che i media sono istruiti ad attaccare la classe politica e ad addossare all'intera compagine nazionale la colpa di voler praticare il principio di autodeterminazione. Ovunque nel mondo lo scopo principale dei media è spiegare ai cittadini che questi non possono permettersi di esprimere un governo, perché non ne sono in grado, e che quindi non bisogna disturbare il manovratore sovranazionale.

Visto in questa ottica, rivedo la mia impressione (condivisa peraltro da Dominick Salvatore) sull'anomalo autorazzismo italiano. In effetti, in un mondo nel quale l'estetica della democrazia esige che la vittima voti il proprio carnefice, i media devono insufflare autorazzismo nei dominati, e l'autorazzismo diventa quindi la regola, non l'eccezione. Eccezione la fanno i paesi che ne sono (per ora) privi, come la Francia, e sono eccezioni spiegabili con il percorso storico di questi paesi: grandi potenze coloniali, che l'agenda la dettano (via bombardamenti, o ONG, o entrambi) e non la subiscono.

Riflessione che possiamo consolidare addentrandoci nelle pagine de L'Economiste, il quale riferisce degli esiti di una missione del Fmi. E chi è il misso dominico? Tal Nicolas Blancher. Che strano, vero? Con tutti gli indonesiani, i canadesi, i giapponesi, gli americani, gli ugandesi che hanno a disposizione, il Fmi a guida francese chi ti estrae dal cilindro per guidare una missione in un ex protettorato francese? Un samoiedo? Uno uiguro? No: un francese. Certo che il mondo della finanza è creativo solo quando si tratta di scaricare su di noi il rischio creato da lui. Nelle altre scelte è di un prevedibile, ma di un prevedibile...

Ora, sarete forse sorpresi (o forse no) di sapere che la questione dibattuta in Marocco è il passaggio del dirham a un regime di cambio flessibile. Sì, perché anche se non fa parte delle ex colonie francesi d'Africa (quelle cui venne e viene imposto il franco CFA, come sapete), in quanto (ex?) protettorato il Marocco ha avuto diritto al suo bell'aggancio valutario. Ovviamente, con l'euro, a una parità attorno agli 11 dirham per euro, come vedete qui:

 

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il che significa, ovviamente, che rispetto al dollaro il dirham ha seguito le vicissitudini dell'euro, indipendentemente dal fatto che questo gli convenisse o meno (cosa sulla quale non mi soffermo).

Certo, ora qualcuno tanto contento non deve più esserlo (non so se a Washington, a Parigi o a Rabat), tant'è vero che si sta parlando di lasciar fluttuare il cambio. Più dell'analisi macroeconomica, mi interessa farvi vedere in che modo questa proposta viene presentata ai marocchini, e quali sono le conseguenze che il Fmi prevede.

Sul modo in cui la flessibilità viene proposta, è esplicito l'occhiello dell'articolo: "Lasciar evolvere il cambio più liberamente è segno di capacità di assorbire shock esterni e di stabilità".

 

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Ecco: chi conosce il Pedante non avrà difficoltà a riconoscere in questo il modulo comunicativo del #chicelafa. Le decisioni del potere vengono presentate sempre e comunque ai sottoposti come sfida, come obiettivo che solo i migliori possono permettersi di raggiungere. Sarebbe divertente e istruttivo vedere come e perché a noi viene presentata come sfida, come prova iniziatica per assurgere al consesso dei grandi, il cambio rigido (sotto forma di moneta unica), mentre ai marocchini viene presentato esattamente negli stessi termini il cambio flessibile. Qui mi interessa solo sottolineare due cose: che la strategia comunicativa è sempre la stessa (e il suo simpatico corollario è che così il Fmi si porta avanti col lavoro in caso di fallimento: se poi non funziona, potrà dire ai marocchini che la colpa era loro, esattamente come ha fatto con i greci), e che applicata in contesti diversi questa strategia obbliga gli espertoni di turno a dire cose diametralmente opposte (da noi che la stabilità è un portato del cambio rigido, e in Marocco che la stabilità sarebbe assicurata dal cambio flessibile).

Quindi? Quindi le organizzazioni multilaterali tutto sono tranne che organismi tecnici. Sono, come le ONG, strumenti per imporre un'agenda politica maturata al di fuori di un processo democratico, agenda che trae la propria legittimità dalla denigrazione del popolo che deve subirla (osservate che bel lavoro di comunicazione stanno facendo Unicef, MSF, ecc.).

"Uno de passaggio" attirava la mia attenzione su questo passaggio esilarante. Il giornalista chiede al pretoriano del capitale finanziario: "Neno, scusa, dimme, noi se semo fumati 38 mijardi de riserve in du' mesi, e li prezzi de 'e materie prime stanno a cresce. Sei sicuro che sta flessibbilità se la potemio permette?"

 

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E l'ineffabile espertone: "Certo, l'economia marocchina dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e dalle fluttuazioni del prezzo del barile. La crescita dei prezzi nel 2012 e nel 2014 ha lasciato tracce nelle finanze pubbliche. Ma tipicamente sono shock di questo genere che una accresciuta flessibilità permetterebbe di assorbire meglio".

Come come come?

Cosa cosa cosa?

Prima mi fai il "materieprimista" come un Oscaretto qualsiasi, e poi cosa mi dici? Che se un paese dipende dalle materie prime, è la flessibilità, non la rigidità del cambio, che può proteggerlo?

Una logica, come sapete, c'è, ed è contenuta nella frase sibillina che chiude la risposta: "Prevediamo che le esportazioni continuino a diversificarsi". In altre parole, se le materie prime costano di più, quello che ti salva è guadagnare di più con le esportazioni (per poter saldare la bolletta energetica), non "pompare" il valore della tua moneta nel tentativo di pagare di meno il petrolio, distruggendo però il reddito delle tue imprese esportatrici (che col "dirhamone" forte smetterebbero di esportare).

Resta da capire come mai questa ricetta il Fmi vada a proporla a un paese la cui base industriale deve ancora diversificarsi, e non la propone a un paese come il nostro, che ha già una base industriale diversificata. Io un'idea del perché lo faccia ce l'ho, e ce l'avete anche voi. Oggi ci siamo piacevolmente intrattenuti sul come fa a farcelo accettare: con la complicità dei media che preferiscono fallire piuttosto che smettere di inondarci di fango.

Concludo con un grande classico del giornalismo (e di quel covo di influencer privi di responsabilità politica e fiscale che è l'OCSE): acoruzzzzione! Riferendo del rapporto dell'OCSE, L'Economiste ci informa che se la crescita è solo (!) al 4%, anziché al 7% che sarebbe necessario lì (come qui) per rianimare l'occupazione, la colpa di che cosa è?

 

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Ma è ovvio: della corruzione!

Io ne ho anche abbastanza di questi tetri Eichman che mentre ti impongono le loro ricette quasi sempre sbagliate invariantemente ti insultano per sottrarsi preventivamente alle responsabilità dei loro prevedibili fallimenti.

E voi?

Ecco, se ne avete abbastanza, sappiate che non potete fare molto, ma qualcosa sì: una piccola cosa che potreste e dovreste fare è votare questo sito come miglior sito politico-d'opinione ai Macchia Nera Award 2017 (seguendo bene le istruzioni), per il semplice motivo che quello che trovate qui, non lo trovate da nessuna altra parte, e che questo semplice gesto può portare qui altre persone...

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