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fattoquotidiano

Risultati elezioni 2018 – diretta. Proiezioni La7: M5s trionfa al 32,3. Pd affonda al 18,7. Lega vola al 17,3, Forza Italia al 14,3

di Diego Pretini

Anti-inciucio, anti-sistema, contro i partiti tradizionali: il voto del 4 marzo stravolge il sistema politico e certifica il "grande pareggio" che costringerà a complicate trattative per avere un governo. Tra chi non si sa. Di questo voto "anti", però, beneficiano i grillini fanno il pieno soprattutto nelle zone di maggiore sofferenza come al Sud, dove sfiora il 50 per cento. Ma anche la Lega di Salvini, diventato nuovo capo del centrodestra. Poi ci sono gli sconfitti: Renzi (che pensa alle dimissioni), Berlusconi (che non tira più su da solo le sorti del suo partito) e il progetto deprimente di Liberi e Uguali. Che certifica la quasi scomparsa della sinistra

elezioni 404Non è solo un pareggio che blocca tutto e nega un governo “la sera delle elezioni” come tante volte era stato promesso. Non è solo la riproposizione di quello che è successo in Spagna due anni fa, con tre poli inconciliabili tra loro. Non è solo un voto – l’ennesimo, il più irresistibile – contro i partiti tradizionali. E’, piuttosto, uno stravolgimento epocale: il sistema politico tradizionale vede modificati i suoi connotati. Il voto del 4 marzo è un crinale della storia – di sicuro quella recente -, mette tutto sottosopra, ribalta una volta per tutte il tavolo. Non ci sono maggioranze in Parlamento, ma – in attesa delle cifre esatte alla fine dello spoglio – ci sono vincitori e vinti.

I vincitori sono i partiti considerati “anti-sistema”. Innanzitutto il Movimento Cinque Stelle che secondo tutte le proiezioni (cioè dati veri presi a campione e rielaborati) sfonda la quota del 30 per cento e sfiora il 33, una cifra da partito popolare di massa, come sono state Dc e Pci nella Prima Repubblica e come ambivano ad essere nella Seconda il Pdl e il Pd ma lo sono stati per molto poco. E’, molto più di 5 anni fa, un voto che chiede “cambiamento”. Un segnale che arriva soprattutto dalle zone più in sofferenza, come il Sud, dove i Cinquestelle – dicono da Swg – superano diffusamente il 40 per cento. Mentre lo spoglio è ancora all’inizio, in alcuni collegi della Campania ci sono punte addirittura del 50 per cento e soprattutto il M5s ha davanti a sé la capacità di conquistare tutti i collegi uninominali del Meridione. E si capisce anche dalla ripartizione che l’istituto ha effettuato tra Nord, Centro e Sud: il centrodestra al Nord ha il 43 (contro il 25 del centrosinistra e il 24 del M5s), ma è in vantaggio al Centro con il 32,7 (contro il 29,7 del centrosinistra). Nel Mezzogiorno, tuttavia, per i Cinquestelle è un oceano di voti: 47,3 per cento contro il 30 del centrodestra. 

E poi c’è l’altro voto che cancella il mondo politico per come si è conosciuto finora: il decollo definitivo della Lega, che prende il 17 e si siede al posto di capotavola della coalizione, staccando di 3 punti Forza Italia, ferma un po’ sopra al 14. Matteo Salvini diventa il capo del centrodestra. Il Carroccio non solo doppia i berlusconiani in quasi tutto il Nord con percentuali tra il 25 e il 30 nel Triveneto e in Lombardia, ma è il vettore della coalizione in tutta l’Emilia e in Toscana. Non esistono più le Regioni rosse perché tra Emilia, Toscana, Umbria e Marche il risultato è – nel migliore dei casi – a macchia di leopardo, con il rosso che resiste solo in alcune città: basta vedere la cartina dello speciale del Fatto.it, tutta blu e gialla con due sole isolate pennellate di rosso. In fin dei conti è lo schiaffo finale all’ipotesi adombrata per settimane come possibile via d’uscita dall’impasse – le larghe intese – demolita con quella che sembra essere stata una vera e propria  corsa al voto “anti-inciucio“, al termine di 7 anni di governi sostenuti invece da maggioranze spurie (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni).

Dall’altra parte ci sono gli sconfitti senza appello e non sono pochi. Il primo è Matteo Renzi: il Pd precipita sotto al 20 per cento con la coalizione che a fatica scavalca il 23. E’ un disastro che riporta indietro il calendario di almeno vent’anni, ai tempi dei Ds. E’ un tracollo senza precedenti che – dice l’Ansa – fa riflettere il segretario sulle dimissioni. Nel frattempo ha parlato il suo vice, Maurizio Martina, che ha dichiarato ciò che non può essere negato, cioè che è una sconfitta chiara e evidente. E’ dimezzato il voto delle Europee, è dimezzato il voto del Sì al referendum che Renzi credeva tutto suo. Il Pd non sarà il primo gruppo parlamentare e nemmeno il secondo: verosimilmente sarà il quarto. Il secondo sconfitto è poi Silvio Berlusconi: questa volta la sua campagna elettorale – al contrario delle percezioni – non è stata sufficiente per raddrizzare le sorti del suo partito, il tocco magico sembra finito una volta per tutte, la sua presenza sulla scena politica rischia di essere archiviata con un lento spegnimento. La riprova è che al Nord il centrodestra stravince perché c’è la Lega che recupera i voti che gli azzurri perdono, mentre al Sud fa fatica perché Forza Italia non va molto oltre la media nazionale. Il terzo sconfitto è il progetto di Liberi e Uguali che ha messo insieme un risultato deprimente dopo alcune ore quasi di paura per capire se la soglia di sbarramento alla Camera fosse davvero superata. Resteranno fuori molti dirigenti, la sorte del grande progetto di sinistra sembra già segnata. 

Difficile elaborare uno scenario attendibile sui seggi in Parlamento, su una maggioranza, su un possibile governo. Regna, trionfante, soprattutto il caos. Il centrodestra è in vantaggio come coalizione e quindi, se si presenterà unita alle consultazioni del Quirinale, potrebbe ricevere per primo la chiamata di Mattarella per la formazione di un governo. Di sicuro non sarà Tajani, visto che la golden share è passata ai leghisti. L’alleanza Berlusconi-Salvini-Meloni può contare, secondo diverse proiezioni, su una forbice tra i 250 e i 275 seggi.

Ma dall’altra parte c’è la prima forza politica del Paese che stacca la seconda di 15 punti. Il M5s sarà “il perno fondamentale del Parlamento” come dice Roberto Fico fino a ipotizzare che Luigi Di Maio possa diventare il primo presidente incaricato. Ma i Cinquestelle, sempre secondo le proiezioni, non vanno oltre i 236 deputati: ne mancano parecchi per arrivare a 316. A quel punto il pallino sarebbe nelle mani delle altre forze politiche, che dovranno decidere se accettare la discussione sul “contratto di governo” che il capo politico dei grillini ha proposto in questi due mesi. Così gli occhi si puntano sul Pd. Ettore Rosato, renziano, risponde che i democratici sono alternativi al M5s e quindi non c’è spazio per un sostegno di qualsiasi tipo. Ma la costruzione di una maggioranza durerà parecchio, forse mesi, durante i quali passeranno ere politiche infinite, come d’altronde già successo nel 2013, dal mandato esplorativo di Bersani alla partenza di Letta premier. I riverberi dello stravolgimento uscito dalle urne si attendono soprattutto dentro il Pd. Francesco Boccia, che è della corrente di Emiliano, comincia a intavolare il discorso: “Mi pare di capire che non ci sarà un partito o una coalizione con la maggioranza relativa e sarà opportuno valutare dopo che il presidente Mattarella avrà dato l’incarico se per il bene del Paese ha senso dare l’appoggio esterno restando comunque fuori da tutto”. 

L’altro tema, infine, già sfiorato, è la quasi scomparsa della sinistra: il tracollo del Pd, il risultato asfittico di Liberi e Uguali, la fine del sogno di PiùEuropa, il partito di Emma Bonino, molto sotto la soglia di sbarramento del 3 per cento, e infine le listarelle alleate del Pd – Insieme di Verdi e Socialisti e Civica Popolare di Beatrice Lorenzin – che restano addirittura sepolte sotto all’1 per cento. Potere al Popolo esulta, ma il suo 1,6, un gruzzolo di voti probabilmente tolto anche a Grasso e Bersani, è inutile. L’ala sinistra del Parlamento è ridotta a un lumino.

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