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Lettera da lontano ai sinistrati

di Gigi Roggero

Commento su crisi istituzionale, crisi sociale e crisi della soggettività

blog 1 3 700x300 1Che siamo nella tragedia o nella farsa, meglio cominciare con una battuta. Gioite sinistrati impauriti e indignati: finalmente con il governo Tarella-Tarelli commissionato dal B&B (Bruxelles & Berlino) avremo finalmente il vero reddito non workfarista, la fine della precarietà, l’abbattimento delle frontiere, il welcome ai migranti, il disarmo della polizia. E poi basta con il teatrino delle sparate a cui non si dà seguito: il Tav verrà bloccato senza se e senza ma e l’acqua diventerà pubblica, anzi diventerà vino. È l’Europa che ce lo chiede, viva l’Europa!

Torniamo seri, si fa per dire, e tranquillizziamo le anime belle. Le scrupolose analisi sul contenuto workfarista della proposta di reddito a cinque stelle sono scientificamente ineccepibili e non fanno una piega, ma per noi non è questo il punto, e in fondo non lo è mai stato neppure quando molti compagni si immaginavano nelle vesti del legislatore che deve scrivere dettagliate proposte a cui purtroppo mancava un’unica cosetta, cioè i rapporti di forza per imporle. Il problema, cioè, non è avere o non avere il reddito ideologicamente corretto, il problema è quanto il reddito diventa possibile campo di battaglia, cioè di controsoggettivazione, conflitto, autonomia, rottura. Con i governi di centro-sinistra questo spazio non si è mai aperto né “dal basso” (termine orribile) né “dall’alto” (orribili sono in questo caso quelli che ci stavano e che voi adesso rimpiangete).

E ancora, sempre per fermare la vostra agitazione e conseguente caccia alle streghe rosso-brune (etichetta che, come populismo, ha perso ogni connotazione storica e viene scriteriatamente appiccicata a chiunque non si professi convinto europeista o si sottragga al frontismo democratico): non pensiamo (ma bisogna sempre ripeterlo?) che tra le politiche del razzismo materialista salviniano e le politiche dell’“anti”-razzismo umanitario e strumentale del centro-sinistra non vi siano differenze.

Il punto è che sono le seconde a creare le basi delle prime, le une hanno bisogno delle altre. Insieme costituiscono la dialettica della gestione democratica dell’ordine capitalistico neoliberale. Così come non esiste sovranismo senza europeismo, e viceversa.

Nelle ultime settimane abbiamo visto gli intellettuali del post (del postmoderno e del post su facebook) impegnati nella tecno-mobilitazione contro i barbari, ignoranti e incompetenti – non distinguendo, ancora una volta, tra i politici e la composizione sociale che dicono di rappresentare. (Chissà poi che paura quei politici a vedere le bacheche riempirsi dell’autoreferenziale ironia dei sinistri.) Che grasse e frustrate risate a leggere delle false notizie nel curriculum di Conte, proprio da parte di coloro che ai tempi dell’Onda sparavano a zero sulla valutazione e sulla meritocrazia: allora si scagliavano contro chi cercava di coglierne le ambivalenze utilizzabili, oggi si schierano direttamente dalla parte dell’oggettività delle competenze certificate dalle università globali e dal “New York Times”. E ovviamente non sono minimamente preoccupati del curriculum (drammaticamente vero) di Cottarelli, dei suoi servigi al Fondo Monetario Internazionale, alle grandi banche e alla spending review della macelleria sociale. E ancora, quanta ironia mal spesa per le dichiarazioni di Salvini sul rapporto tra abuso di psicofarmaci e aumento della precarietà: un tema che tocca e scuote quotidianamente la vita di centinaia di migliaia di giovani e non solo lasciato nelle mani del fascioleghismo, ecco il dramma su cui dovreste interrogarvi. In questo profluvio di post, non poteva mancare la fobia dello spread: va bene scherzare nei convegni, nei dibattiti e nei sinistrissimi aperitivi, però quando le cose si fanno serie questi sono i mercati, bellezza. Dalla soggettività dello spritz all’oggettività dello spread, il passo è breve. E tralasciamo l’argomento molto di moda nella hit parade dell’indignazione democratica per cui Salvini in realtà il governo non voleva farlo e puntava alla rottura: diventando sacri custodi dello spirito istituzionale, si accusa la capacità tattica nella battaglia politica. È chiaro che il leader fascio-leghista abbia fatto di tutto per portare Mattarella a questa mossa, è chiaro che facendo questa mossa Mattarella ha interamente consegnato il consenso popolare nelle mani del leader fascio-leghista. È ancora più chiaro che i piagnucolosi sinistrati non hanno capito niente, ovvero sono gli insignificanti e utili idioti di tutto questo.

Dalle vostre bacheche di indaffaratissimi opinionisti dei bar dello sport 2.0, però, non abbiamo visto neppure una parola per commentare quell’articolo in cui “Der Spiegel” dice che gli italiani sono scrocconi, peggio dei mendicanti perché almeno quelli dicono grazie. No, non è il giornaletto scandalistico di Feltri o Belpietro che la deve sparare grossa per vendere qualche copia in più. È il più importante settimanale tedesco, che esprime con un lessico neo-coloniale il modo in cui i potenti tedeschi ci vedono. Attenzione: il ci non è riferito al popolo indistinto, certo non si permetterebbero mai di denigrare i banchieri o gli industriali o i baroni universitari italiani; no, egregi sinistri, quel ci è popolato da milioni di proletari e proletarie, dal ceto medio impoverito, da chi ogni giorno nei paesi dei “pigs” soffre della crisi e dell’austerity. Ed è composto da quelle centinaia di migliaia di migranti italiani che vanno in Germania o in altri paesi nordeuropei a farsi sfruttare per sbarcare il lunario e che vengono sottoposti continuamente a processi di razzializzazione. Quelle infami parole, scrocconi irriconoscenti, sono le stesse che i Salvini utilizzano contro i meridionali, ieri i napoletani terremotati, oggi i clandestini che vogliono perfino il wi-fi. Già, ma i sinistrati non comprenderanno mai che nominare la razza significa identificare i dispositivi di formazione della classe – ciò spiega il perverso fascino per la retorica post-razziale dell’obamismo, ovvero l’ordine del discorso politically correct dell’1%. Pensano che la questione della razza tocchi sempre gli altri, le vittime di un sud che sta più a sud, così come l’anti-razzismo è una battaglia in cui proiettiamo sull’altro i nostri desideri ideologici e ci mettiamo la coscienza a posto per non agirli in prima persona (salvo che la vittima cessi di essere vittima e faccia di testa propria, e allora “je suis l’ouest” – e in questo non c’è molto imbarazzo nel non prendere troppo le distanze dai Salvini e dalle Le Pen).

Voi che siete raffinati cultori degli insegnamenti della Storia, quella con l’iniziale maiuscola, quella che per voi si ripete sempre nella stessa forma, dovreste sapere che è stato il Trattato di Versailles e l’umiliazione che ne è seguita a gettare le basi per il nazismo, nell’incapacità dei comunisti di rovesciare quel terreno di ambigua mobilitazione sociale in scontro di classe. Ora i sinistrati, nella fiera della propria vanità, si schierano apertamente per gli autori della novella Versailles, invocano la troika e i poteri forti in soccorso contro i barbari. Senza capire che è Versailles a produrre la barbarie, e questa non cesserà finché non verrà sconfitta quella.

D’altro canto, al di là dei roboanti proclami retorici Lega e 5 Stelle non andrebbero molto al di là di un modesto sindacalismo con Bruxelles, quello che ha provato a fare senza risultati il primo Renzi, quello che hanno tentato con altre posizioni politiche Tsipras e Varoufakis. (A proposito, in quell’occasione non eravate forse per il diritto all’insolvenza e l’oxi? E cosa ha significato il cedimento rispetto a quel no espresso da condizioni di vita, frustrazioni e umiliazioni per nulla diverse da quelle che attraversano oggi i proletari e i ceti medi impoveriti in Italia? Insomma, sinistrati: meno meme e più memoria.)

In tutto ciò il problema è che – in una sorta di sinistro mattarellismo – si rischia di abbandonare pezzi interi della composizione sociale nelle mani delle opzioni reazionarie. Come avviene con i risparmiatori che si sono mobilitati contro il bail-in, che oggi vedono i ladri diventare i paladini del risparmio: ieri voi sinistrati li consideravate speculatori o imbecilli, oggi gettate la maschera e vi schierate direttamente a fianco di chi sostiene gli interessi delle banche. Non perché queste opzioni siano l’oggettivo sbocco di quei pezzi, ma perché la loro voglia di trasformazione, conflitto e vendetta (estremamente confusa come sempre è questa voglia nelle viscere di una composizione sociale investita dalla crisi) turba la nostra purezza ideologica, interroga i nostri stanchi lessici, stravolge la certezza dei nostri concetti – e last but not least: mette a rischio comode poltroncine, piccoli privilegi e meschine carriere che vari sinistrati hanno conquistato nella scalata dentro le accademie e le industrie cognitive. Allora meglio rifugiarci nelle nostre tribù virtuali, dove a differenza degli indiani spariremo senza nemmeno combattere. L’aver incanalato il dibattito sul piano della falsa alternativa tra europeismo e sovranismo, significa aver consegnato nelle mani dei reazionari il pallino della mobilitazione sociale, perché quel piano è – nella sua doppia veste – la mistificazione del conflitto di classe.

In questa situazione di completa marginalità in cui ci troviamo, o forse sarebbe meglio dire di coma politico, o si scommette in modo coraggioso, o ci si rassegna alla gestione dell’accanimento terapeutico. No, per carità, un governo a trazione salviniana non sarebbe auspicabile perché tanto peggio tanto meglio. Il punto è che, indipendentemente dal governo, noi dobbiamo capire che nella crisi è dentro e contro i territori sociali in cui pescano Lega e 5 Stelle che noi possiamo trovare le possibili energie – ambigue e inquietanti finché si vuole, ma non ce ne sono altre – da trasformare e rovesciare in possibilità di lotta. Innanzitutto lì, del resto, passa in queste settimane una caotica dinamica di politicizzazione del sociale che per cogliere basta girare senza paraocchi ideologici nei posti di lavoro, sui tram o nei bar, ascoltando i discorsi sulla materialità delle proprie condizioni di vita e le sorti che ci aspettano con i differenti scenari. E no, non pensiamo che questo conflitto passi oggi per la riproposizione in forma classica dello scontro tra fascismo e antifascismo, laddove il primo termine si mangia fasce consistenti della composizione sociale e il secondo si attesta sul piano del frontismo democratico. Quest’ultimo non si rompe sul piano della semplice esibizione estetica o di una radicalità più o meno simbolica. Si rompe se riusciamo a contendere duramente ai reazionari quei terreni sociali, non abbandonandoli sdegnati per fuggire impauriti nelle rassicuranti braccia dell’ideologia, che oggi diventano le terrificanti braccia dei Mattarella e della Merkel.

Si narra che nella Parigi occupata dai nazisti, alla vista del “Guernica” l’ambasciatore tedesco abbia chiesto a Picasso se avesse fatto lui quell’orrore. Il pittore rispose: no, è opera vostra. Ecco, sinistrati novelli ambasciatori della troika: questa è opera vostra.

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Comments   

#1 lorenzo 2018-06-09 12:51
Di questo articolo, che peraltro dice diverse cose giuste, ovvie credo, per la maggiorparte che lo leggerà, penso che la cosa che mi rimarrà più impressa sarà il livore verso gli aperitivi con spritz. Forse chi scrive preferisce il Martini.
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