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senso comune

Le paure della buona coscienza

di Rolando Vitali

clessidra 850x567«ll modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.» K. Marx. Per la critica dell’economia politica

Sta accadendo, ancora una volta: stiamo attivamente costruendo la base di consenso della reazione e nemmeno ce ne accorgiamo. Stiamo già scivolando nella contrapposizione tra civiltà e barbarie, tra diritti umani e nazismo ecc. che vede la repubblica dei buoni e dei giusti da una parte, e l’abiezione dei disumani dall’altra. Ma come facciamo a non renderci conto che facendo nostra questa divisione non solo contribuiamo al consolidamento dell’egemonia salviniana, ma soprattutto contribuiamo anche ad impedire che una reale alternativa politica progressista possa costruirsi?

Ormai è sempre più chiaro come, ancora una volta, la maggior parte delle forze progressiste italiane si trovi del tutto disarmata nell’interpretare la fase attuale senza cadere in forme di subalternità esiziali per ogni capacità di costruire un’alternativa autonoma. Ancora una volta assistiamo alla totale incapacità di esprimere una posizione politica non subalterna. Ancora una volta siamo schiacciati tra due forme di reazione diverse: liberismo liberale da una parte e liberismo autoritario dall’altra. E stiamo più o meno tutti contribuendo gioiosamente a consolidare questa contrapposizione, ancora una volta…

Da una parte, coloro che scivolano progressivamente nella galassia reazionaria, attratti dalla forza gravitazionale della sua indubitabile effettualità: questi ultimi guardano tutto sommato con soddisfazione al cosiddetto “cambio di rotta” impresso da Salvini e dall’attuale governo, identificandosi supinamente non solo alla narrazione dell’avversario che vuole i migranti prima causa della contrazione dei salari, ma soprattutto alla dicotomia tra universalismo astratto e particolarismo reazionario.

Di qui, tutto un fiorire di “sì è vero, ma…”, di “almeno qualcosa si smuove” (cosa di preciso?), di “comunque meglio del PD” ecc. Insomma, da un lato la subalternità di coloro che elevando a male assoluto il libero mercato globale vedono un alleato di lotta (se non di governo) in chiunque ne metta in discussione qualche principio – quale che sia; indipendentemente da ogni altra considerazione, che tu sia un fan del ritorno comunitaristico alla forma sociale del clan druidico o del patto di sangue e suolo nazionale, in fondo stai della parte giusta della barricata contro il neoliberismo globale. Di qui anche la disturbante riemersione di un disprezzo premoderno per i diritti individuali, per le battaglie femministe e queer ecc. Niente di più errato naturalmente, e non soltanto per fondamentali ragioni contenutistiche: ma anche perché in questo modo viene surrettiziamente accettata la dicotomia concordemente ribadita, tanto dai fronti calendiani “antisovranisti” quanto dai reazionari tradizionalisti tra diritti individuali e diritti sociali, pensando “astutamente” (oltre che cinicamente) di far fronte unito con chi rappresenta il migliore antagonista per il mantenimento dell’assetto politico attuale.

Ma anche nel campo propriamente progressista le cose non vanno meglio … Innanzitutto l’incapacità di esprimere una posizione politica e non morale: in una sorta di irrinunciabile coazione a ripetere, il progressismo sposa nuovamente una visione tutta moralistica, coscienziosa, basata sull’indignazione e sul richiamo alla resistenza “antifascista” e al fronte unito contro la barbarie, riferita innanzitutto al decadimento delle coscienze morali. 25 anni di dominio berlusconiano e di riformismo liberista bipartisan non hanno scalfito il narcisismo della personalità progressista, che si ripresenta inossidabile, oggi come allora, a promuovere campagne di adesione a fronti di resistenza politicamente inconsistenti se non apertamente subalterni. «Indossa una maglietta rossa per restare umano davanti alla morte dei bambini nel mediterraneo», «metti la striscetta arcobaleno sulla tua pagina Facebook», «condividi l’appello di Rolling Stone per il fronte della società aperta contro Salvini»: sia chiaro, tutto bene, tutto giusto! Non c’è niente di male ad indignarsi, anzi! L’indignazione è stato il sentimento che ha contribuito a mobilitare le masse spagnole negli anni successivi alla crisi, che appunto furono chiamati indignados. Non si vuole quindi contestare il sentimento di indignazione e il desiderio di far sentire la propria voce che queste campagne esprimono: quel che si constata (e si contesta) è l’incapacità di sviluppare a partire da questo sconcerto uno straccio di proposta politica; innanzitutto individuando in maniera consapevole i propri avversari, per poi porsi possibilmente la questione di offrire un’alternativa. Invece no, meglio continuare a lavorare sulla responsabilità morale dei singoli, rimproverando, segnalando, accusando e deridendo la coscienza sporca degli avversari.

Se la stessa rivista che nel 2016 promosse il pupone nazionale Renzi con un’imbarazzante copertina si schiera oggi contro Salvini, invocando un fronte unico anti-salviniano per la civiltà, i diritti umani e la “società aperta”, ovviamente ci si accoda a condividerne la copertina con volti preoccupati e speranzosi, per poter affermare ancora una volta con malcelato orgoglio: “io ci sono”, “io non sono complice”, not in my name ecc. «Chi non si schiera è complice», come recita il trafiletto in copertina! Ma io mi chiedo, come facciamo a non vedere che così facendo contribuiamo a rinsaldare quella linea di demarcazione tra liberisiti liberali e liberisti autoritari che permette a Salvini di costruire una narrazione apparentemente coerente? Come facciamo a non vedere che in questo modo finiremo inevitabilmente per portare acqua al mulino della reazione liberista, la stessa opzione politica cioè, che distruggendo lo stato sociale e l’economia del nostro paese ha portato Salvini ai livelli di consenso di cui gode? Ma è meglio pensare che sia la cattiva coscienza degli italiani, ignoranti analfabeti e beoti a garantire successo a Salvini e non un trentennio di politiche neoliberali.

Se poi Tito Boeri afferma che abbiamo bisogno degli immigrati per pagare le pensioni – sottintendendo da un lato, che i migranti vanno considerati fondamentalmente in termini di forza lavoro e, dall’altro, che gli attuali livelli di sotto-occupazione e di declino demografico legato a quest’ultima sono condizioni da accettare e da gestire come tali – ancora una volta ci accodiamo, soprassedendo sui particolari, perché insomma, in fondo ha detto che i migranti fanno bene all’Italia: anche lui fa parte dei buoni allora! Così finiamo per dimenticare che nell’accreditare l’interpretazione di Boeri stiamo buttando benzina sul fuoco del risentimento che alimenta il motore del consenso salviniano. Ma davvero pensiamo che sia progressista accettare l’idea di un sistema paese nel quale, da una parte, centinaia di migliaia di giovani (sia italiani che immigrati di seconda generazione) emigrano ogni anno, dall’altra nessuno (compresi i migranti di seconda generazione) fa figli – perché in questo paese non è più possibile pianificare il proprio futuro, e infine si fa affidamento sull’afflusso permanente di giovani più o meno disperati per “fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare” e “pagare le pensioni” agli anziani restati in patria? L’Italia può e deve accogliere in maniera degna e inclusiva coloro che vengono da altri paesi, ma per farlo deve tornare ad avere un’economia funzionante, non più basata sul sottoimpiego, sullo sfruttamento a nero e sul lavoro poco qualificato. Nel 1987 un lavoratore agricolo stagionale in 20 giorni con straordinari in busta paga arrivava a guadagnare 1.613.300 Lire, circa 1.900 euro netti attualizzati. Oggi quel lavoro nella maggior parte dei casi è fatto da un migrante, senza tutele di alcun tipo, per 3 euro l’ora, a ritmi massacranti e spesso mortali. Vogliamo accettare questa situazione come tale? O siamo in grado di immaginare qualcosa di diverso? Perché vedete, mi sembra che quando Boeri, Emma Bonino e i vari alfieri della “società aperta” dicono che «senza migranti nessuno raccoglierebbe olive e pomodori», si stia dando per scontata l’accettazione di questo stato di cose come dato naturale, come destino ineluttabile. E a ben vedere, se si da un’occhiata ai programmi sociali ed economici che queste persone intendono mettere in campo, il sospetto viene immediatamente confermato. Penso che come socialisti e progressisti dovremmo invece essere in grado di porre non solo la questione, ma la necessità di un diverso stato di cose, che rompa radicalmente con il quadro interpretativo dell’avversario. Ma tutto questo è troppo complicato, è divisivo, è problematico: meglio decidere in coscienza “da che parte stare” e continuare a pensare che il problema sia la cattiva, cattivissima, disumana coscienza degli italiani divenuti razzisti e xenofobi; noi che invece siamo buoni, siamo solidali, siamo umani rispetto alla feccia subumana che popola oggi il nostro paese, noi possiamo ancora guardarci allo specchio e ripeterci in coscienza ancora una volta “not in my name”! Anzi, se non decidi da che parte stare sei complice, sei colluso: tradotto politicamente, se alle europee non voterai Calenda o chi per lui, sarai complice dei fascisti!

Gli anti-populisti dicono che i populisti si riconoscono perché parlano alla pancia delle persone: ma che cos’è se non parlare alla pancia la diffusione martellante di foto di bambini morti e di persone annegate per compattare un fronte repubblicano antifascista contro Salvini? Sia chiaro, l’informazione è necessaria e sapere è doveroso: la strage del mediterraneo è uno scandalo che ci riguarda tutti e la strategia salviniana di escludere le Ong dai salvataggi in mare senza aumentare le forze in campo della Marina Italiana porta con sé responsabilità gravissime che vanno denunciate con fermezza. Ma è altrettanto chiaro come l’operazione politica e mediatica dei grandi gruppi editoriali e dei maggiori partiti liberali di opposizione non abbia come primo obiettivo l’informazione e la comprensione della realtà: altrimenti non se ne spiegherebbero la connivenza, i distinguo, le analisi misurate ai tempi dell’alfiere Minniti. L’obiettivo è patentemente politico ed è appunto quello di compattare sulla base dell’indignazione e della pietà un fronte elettorale che vada da Michele Serra fino a Zerocalcare, che già si sta sostanziando nell’appello promosso da Rolling Stones. “Da adesso chi tace è complice”: tu da che parte stai?

Ecco io a tutto questo non ci sto: così come rifiuto recisamente lo sfruttamento cinico della paura e dell’odio nella politica securitaria e razzista di Salvini, così rifiuto ogni appello alla mobilitazione trasversale da chi specula con la mia pietà, con la mia sensibilità per poter ancora una volta portare avanti un’agenda antisociale e regressiva. La mobilitazione ha bisogno di obiettivi politici chiari: “aprite i porti”, ad esempio, è un obiettivo politico chiaro e tangibile, per quanto di breve periodo. Ma “restiamo umani” non è un obiettivo politico, né di breve, né di lungo periodo: è una massima morale, priva di ogni contenuto e di ogni progettualità. Fare politica non significa promuovere appelli morali, ma tradurne i principi nella prassi, nella realtà. Per farlo è necessario prendere posizione sì, ma prenderla nella realtà dei rapporti di forza, non nell’iperuranio delle coscienze morali.

Per questo io ho paura: ho paura non tanto e non soltanto perché Salvini è ministro degli Interni, non tanto e non soltanto per il crescente sdoganamento della xenofobia e del razzismo in molti segmenti della società, e nemmeno perché penso che il fascismo sia ormai saldamente al potere; ho paura perché dall’altra parte rispetto a tutto questo vedo già crescere il fronte dei buoni e dei giusti, vedo questo fronte fagocitare ogni mobilitazione e ogni slancio; vedo consolidarsi ogni giorno di più quello stesso fronte dei buoni e dei giusti che per 25 anni ha fatto (inutilmente) opposizione a Berlusconi e che, quando in quella stagione è riuscito ad andare al governo, lo ha fatto per ribadire le stesse politiche, smantellando stato sociale, diritto del lavoro, fornendo le basi alla Bossi-Fini con la legge Turco Napolitano – il tutto, naturalmente, col sorriso e la pacatezza dei buoni e dei giusti, con l’appoggio di Rolling Stone e degli intellettuali di “sinistra”; lo stesso fronte che oggi cerca di stringere le fila dei giusti e dei buoni intorno al Partito Democratico di Minniti e degli ignobili accordi con la Libia, di Calenda, che davanti alle ridicole compensazioni previste dal Decreto Dignità denuncia il pericolo di una legislazione punitiva per le imprese; il fronte dei sindaci come Nardella, che manda le ruspe “democratiche” per sgomberare i campi nomadi; e potrei continuare…

Questo fronte della civiltà illuminata non è quello che ci salverà, è il caso che ce lo mettiamo bene in testa. «La terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura» diceva qualcuno e non molto è cambiato da allora; cerchiamo di non ripetere ancora gli stessi errori. Cerchiamo di tornare a fare politica: altrimenti la profezia pronunciata a Salvini di un’egemonia della Lega lunga i prossimi 30 anni diventerà realtà. E io non riesco, non voglio accontentarmi dell’immacolatezza della mia coscienza davanti a tutto ciò: voglio sporcarmi le mani per cambiare questo mondo.

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