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Walter Veltroni, “Non chiamiamoli populisti, contro questa destra estrema è l’ora di una nuova sinistra

di Alessandro Visalli

veltroni12Su La Repubblica di oggi il vero padre dell’attuale governo, il progettista della disfatta del centrosinistra italiano e coerente acceleratore della resa al liberismo della cultura ex socialista italiana, ha scritto un lungo articolo che spiega bene le ragioni razionali del successo giallo-verde (ragioni che ho cercato attraverso le parole chiave “onestà”, “integrità”, “sicurezza”). Partiamo da cosa è la “sinistra per come la intendo”, veltroniana: un movimento che ha lottato contro lo schiavismo (nell’ottocento, suppongo, anche se Lincoln era Repubblicano e i Democratici all’epoca erano dall’altra parte, ma fa niente), per la “liberazione delle donne”, e “contro l’alienazione e lo sfruttamento, per i diritti civili e umani, contro le discriminazioni”. Del resto lui stesso si definisce come un uomo che “ha dedicato tutta la sua vita a ideali di democrazia e progresso”.

Cosa c’è e cosa manca in queste rispettabili definizioni? Ci sono tanti bei valori e condivisibili, manca il sociale, l’emancipazione collettiva, e l’ispirazione socialista. L’intero orizzonte valoriale è ristretto all’individuale. Mark Lilla, che insegna storia alla Columbia, in “L’identità non è di sinistra” individua la “politica identitaria”, nella quale la sinistra americana (ed europea), cara a Walter, si è rifugiata negli ultimi decenni come un necessario sostituto del marxismo caratterizzato da due movimenti simmetrici: la riduzione dello sguardo sul mondo e abbandono della visione complessiva e il rifugio in una posizione di “autorispecchiamento morale”. Si tratta di una posizione coerentemente individualista, che parte dall’accettazione della struttura del mondo e, sin dagli anni sessanta, cerca di sostituire la critica di questa con un sostituto funzionale in grado di sostituirne l’effetto mobilitante: le battaglie sui diritti civili (le donne, le minoranze, i neri, gli omosessuali).

Nel compiere questo movimento però ogni interesse per l’economia e la politica estera è scomparso, insieme agli schemi interpretativi che consentivano di leggerle, ed ogni cosa ha cominciato a ruotare intorno ad i “dannati della terra” di turno, i deboli e discriminati purché per ragioni riconducibili a ragioni identitarie, etniche o di genere. Nel frattempo succede una cosa del tutto ovvia, e parallela: i “subalterni”, i vecchi lavoratori, o i disoccupati e sottoccupati, creati dalla macchina produttiva del capitalismo, rimasta senza alternative nella mente della sinistra, sono stati ignorati ed hanno cominciato a votare a destra.

Cosa dirà, infatti, Veltroni della situazione sociale? Dirà che “in questi ultimi anni è andata avanti una gigantesca riorganizzazione della intera struttura sociale. Qualcosa di paragonabile agli effetti della rivoluzione industriale. Il lavoro ha cambiato natura, facendosi aleatorio e precario. E se la macchina a vapore ha creato l'industria moderna e con essa le classi sociali e le città, così la nuova rivoluzione tecnologica, ancora agli inizi, finisce con il sostituire tendenzialmente l'uomo con la macchina e con il mutare tutti i codici cognitivi e comunicativi. La società è segnata da una sensazione di precarietà che la domina, che ne mina la fiducia sociale nel futuro. Non si può pensare che un tempo in cui le famiglie italiane hanno perso undici punti di reddito rispetto alla fase precrisi, in cui la differenza tra ricchi e poveri è aumentata, non sia carico di un drammatico disagio”.

Insomma, si tratta di natura, la natura del progresso. Non a caso Walter identifica se stesso come dedito al progresso (ed alla democrazia). L’unica cosa che sa dire dell’enorme crescita della ineguaglianza e della precarietà, che disgrega e distrugge la società e determina gli effetti politici che vede e teme, è che in fondo è inevitabile. È proprio così? In effetti su questo tema che il nostro presenta, come altri, come fosse un fatto c’è un vasto dibattito. Lo studioso di Harvard Yochai Benkler in una serie di recenti interventi propone di identificare su questo dibattito un passaggio di confine tra posizioni di destra e sinistra: da una parte c’è chi vede la tecnologia, in particolare l’automazione, destinata a spiazzare l’attuale distribuzione del lavoro, ma naturalmente ed in ultima analisi per il meglio in quanto spinta al progresso ed alla modernità; dall’altra quella la tecnologia sostanzialmente non rilevante, perché ciò che conta è il potere. La prima è di destra, ne sono espressione ad esempio autori come David Autor; la seconda di sinistra ed uno degli autori più rilevanti è Larry Mishel.

Più in dettaglio, da una parte per alcuni i mercati sono in grado di allocare efficientemente le risorse e premiare ognuno per il suo contributo ed in questo quadro la tecnologia è la variabile primaria, il motore di tutto ed in particolare delle distribuzioni (per cui se alcuni ricevono poco è per effetto della tecnologia che spiazza le loro competenze); la tesi opposta, critica, la vede come subordinata ed in ultima analisi irrilevante, in quanto è il rapporto di forza politico che modella le distribuzioni (se alcuni ricevono poco è perché non riescono a farsi valere collettivamente). Chi sostiene la prima tesi, anche implicitamente, vede nell’automazione, nei robot, nell’economia delle piattaforme il fattore dominante dei rapporti sociali e insieme lo vede come uno sviluppo in qualche modo naturale, comunque come progresso da non arrestare, che si risolverà da sé; casomai da ribilanciare, risarcendo i perdenti (come è scritto in ogni manuale di economia). L’idea è che “i robot spiazzeranno tutti i posti di lavoro” (attuali), ma ciò sarà per il meglio.

Insomma, è un vasto e non chiuso dibattito, ma il nostro si colloca senza alcuna esitazione dalla parte della destra culturale.

Si capisce comunque che c’è un “drammatico disagio”, ma sul meccanismo causale che lo provoca Veltroni non ha nulla da dire, è fuori dell’orizzonte della politica per come la concepisce il nostro. La politica, del resto, “è percezione”, persino quando determina i più grandi e tragici eventi del novecento. All’avvio, con una improvvida e fuori contesto citazione di un autore certamente non amico del veltronismo come Luciano Gallino, il nostro eroe della democrazia dirà, infatti, che si diventa nazisti per una percezione sociale, ovvero, sembra di capire, perché gradualmente certi sentimenti vengono socialmente liberati dallo stigma. La distruzione della democrazia, dice il Gallino ridotto a propagandista liberal da Veltroni, viene da dentro di noi, nel “perenne conflitto, che è ad un tempo sociale e psichico, tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà”. Non ho modo di controllare il contesto della citazione, ma dubito che il senso difeso dal sociologo socialista sia stato quello inteso dal liberal contemporaneo. Ovvero che tra ricerca di sicurezza sociale (che contrasta nella sua versione edulcorata di filosofia della storia con il progresso inevitabile) e libertà (ovvero in fondo democrazia, come chiarirà nel seguito) ci sia un conflitto perenne.

Certo, se per ‘libertà’ si intende solo la cosiddetta ‘libertà negativa’ difesa da tanti filosofi liberisti, allora con i meccanismi di protezione e redistribuzione necessari per rendere effettiva la ‘libertà positiva’ c’è contrasto. Ma se per ‘libertà’ si intende la capacità effettiva di promuovere la vita buona e la dignità, disponendo delle necessarie risorse e godendo della protezione dall’esercizio della ‘libertà’ dei più forti, allora non c’è alcun conflitto. Tra sicurezza sociale e libertà c’è un necessario nesso interno.

Il resto dell’articolo sottopone la solita favoletta morale: coloro i quali non riescono a sopportare la durezza della vita, e quindi ricorrono alla fuga dalla ragione, ‘percependo’ un bisogno di protezione ragionevole ma infantile, si rifugiano in politiche illusorie e dannose, come i ‘dazi’, la fuga dalla globalizzazione, l’orizzontalità della democrazia. Sono tutte illusioni perché il determinismo economico e il culto del progresso, naturalmente portato dalla tecnica, passano per una politica, quella dei dazi, che “è sempre stata la premessa per conflitti sanguinosi” (peccato che le protezioni alle frontiere, di varia natura, siano la costante storica di più lungo periodo, e l’apertura relativamente totale l’eccezione dovuta senza alcuna eccezione a brevi periodi di dominio imperiale di qualche superpotenza sul resto del mondo), per il rifiuto della ‘globalizzazione’, “che è un fenomeno oggettivo” (peccato sia un’eccezione storica, e sia in via di ripiego non a caso insieme all’egemonia statunitense ed a causa della riduzione di questa), per la chiusura al progetto europeo, che da Spinelli in poi è sinonimo di pace (peccato che la pace sia causata dall’impero, e non certo dalla volontà di non confliggere dei semicoloniali stati europei a sovranità limitata, che anzi non fanno altro con gli strumenti che gli restano).

A ben vedere c’è una coerenza molto profonda in questo scegliere, senza alcuna esitazione, tutti i miti della destra statunitense e l’approvazione di quel galantuomo di uno dei suoi maggiori campioni: il John McCain che, certo, ha combattuto fino all’ultimo, ma per l’imperialismo universalista americano (a costo di bombardare chiunque e di allearsi con i peggiori nemici).

Ma, indubbiamente, chi sposa il “sovranismo” (ovvero la sovranità popolare) è nemico della ‘società globale’ (nella pratica del dominio per il quale il nostro eroe ha sempre combattuto), ed è per una ‘società chiusa’ (la distinzione dovrebbe risalire a quel campione della sinistra che fu il compianto Karl Popper, membro della Mont Pelerin Society con Hayek, Von Mises e Milton Friedman).

Resta da dire che l’orizzontalismo della reazione populista (ovvero il discredito, ben meritato, per i Partiti tradizionali e per i loro propagandisti e corifei) comporta per Veltroni una delega leaderistica (critica non infondata) e per questo l’unica soluzione è continuare con la ‘democrazia decidente’. Ovvero con il progetto che si è schiantato contro il referendum costituzionale. Anche qui una coerenza.

Si può concludere: questa ‘sinistra’ liberale di stampo borghese (come nella versione di Calenda) è la causa della “Scomparsa della sinistra in Europa”, come scrivono Aldo Barba e Massimo Pivetti. Ovvero è decisamente la causa della deriva verso il populismo di destra che sta investendo l’intero occidente, per combattere il quale non serve una maggiore dose del veleno che lo ha provocato, ma il farmaco del socialismo.

E’ parte del problema e non certo della soluzione; è “Il nostro comune nemico”.

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Comments   

#1 Rudeboy 2018-09-01 11:59
Bell'articolo.A proposito della scomparsa del tema della emancipazione collettiva a favore di quella individuale Veltroni di fatto, e non casualmente, è perfettamente coerente con la cultura dominante,si guardi figure come quelle di Saviano,Bebe Vio,portatori di handicap vari,.fanno tutti parte del circo mediatico degli eroi che in quanto tali sono individuali,sono eccezionali, nel senso che costituiscono un eccezione, mentre invece i normali, i quotidiani non esistono,eppure se c'è un tratto distintivo,geneticamente caratteristico della sinistra è invece l'azione collettiva,la consapevolezza politica e storica che per esserci un Io deve esserci anche un Noi.
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