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Falso ideologico su "quota 100"

I conti fasulli sulle pensioni del sig. Boeri Tito

di Leonardo Mazzei

1539330928220.jpg tito boeriLe uscite di Tito Boeri non si contano. "Uscite" nel senso più ampio del termine, dato che la sua principale attività non consiste nella gestione dell'Inps, come dovrebbe essere, ma nel mettere becco su ogni questione politica di pertinenza del parlamento. Essendo un uomo delle èlite per nascita, studi e collocazione ideologica, Boeri si permette da anni esternazioni di ogni tipo. Figuriamoci adesso, con il governo gialloverde che gli mette in pericolo il sacro dogma della Legge Fornero!

Nessuno stupore, dunque. Tanto più che lo strabordamento dal ruolo istituzionale di presidente dell'Inps è stato già consentito in passato al suo predecessore, l'indecente Antonio Mastrapasqua (2008-2014). Nessuno stupore, perché ci stiamo occupando dello stesso Boeri che il 19 luglio scorso è andato a sostenere alla Camera che il cosiddetto "Decreto Dignità" avrebbe provocato la perdita di 8mila posti di lavoro all'anno... Nessuno stupore, perché è evidente che il Boeri non è certo un tecnico super partes, bensì uno dei leader di fatto dell'opposizione sistemica al governo Conte. Nessuno stupore, ma davvero non se ne può più di esternazioni fondate su una presunta "autorità", certificata da media servili che mai vanno a scavare sull'attendibilità delle sparate di questo signore.

Dobbiamo dunque occuparcene, anche perché tante sono le bufale diffuse ad arte sul tema, tante le sciocchezze che circolano sia sulla stampa che sul web. E quasi tutte queste autentiche fake news hanno proprio come fonte primaria le apodittiche affermazioni del Boeri. Per farla breve, mettiamo a fuoco tre aspetti di quanto va dicendo il presidente dell'Inps: le sue contraddizioni, i suoi calcoli, le sue insinuazioni.

 

1. Le non lievi contraddizioni del prof. Boeri

Sembra che pochi se ne siano accorti, ma sulle modifiche della Fornero (la cosiddetta "quota 100") Boeri ha la faccia tosta di dire tutto ed il contrario di tutto. Ed il bello è che, stavolta con faccia tosta al cubo, ha avuto il coraggio di farlo nell'ambito della stessa audizione alla Camera lo scorso 17 ottobre.

In quella sede, stando a quanto riportato da La Stampa, egli ha parlato dei maggiori costi che: «gli interventi del Governo potrebbero causare al sistema previdenziale: 140 miliardi solo nei primi dieci anni». Boom! Boom! Triplo boom! Il governo (vedi il Dpb - Documento programmatico di bilancio) stima il costo di "quota 100" in 6,7 miliardi per il 2019, 6,9 miliardi per il 2020, 7,0 miliardi per il 2021. Da dove vengano fuori i 14 miliardi all'anno del Boeri proprio non si sa.

Il bello è che, nello stesso discorso, il presidente dell'Inps si è preoccupato di quanto perderebbero i lavoratori con "quota 100", andando in pensione prima delle scadenze dettate dalle regole della sacra Fornero. In maniera davvero commovente egli si è preoccupato di un tema solitamente ignorato dall'èlite, quello del valore delle pensioni. Lo ha fatto naturalmente pensando ai titoli dei giornali, metodo consueto degli "scienziati" della Bocconi. Ne è così venuta fuori l'assurda cifra di 500 euro in meno al mese, numero adatto agli strilloni del potere, al pari dell'altrettanto assurda diminuzione percentuale del 21% (per altri addirittura il 25%).

Ci occuperemo di queste cifre, che non stanno né in cielo né in terra, al punto successivo. Qui vogliamo solo mettere in luce una contraddizione perfino comica. Come si fa a sostenere da un lato che i conti dell'Inps verrebbero fatti saltare da "quota 100", e dall'altro che i lavoratori ci rimetterebbero così pesantemente? Delle due una. Se i lavoratori ci rimettessero quel che dice Boeri, i conti dell'Inps non potrebbero che giovarsene, e viceversa. Lo può capire anche un piddino.

 

2. I calcoli lievemente imprecisi del ragionier Boeri

Vediamo allora il calcolo che porterebbe agli ormai famosi (ed inesistenti) 500 euro. Qui la disonestà intellettuale del bocconiano è pari solo all'arroganza sociale tipica del suo ambiente. Intanto, per sua comodità, egli prende in esame il caso di chi potrà anticipare la pensione di cinque anni, che non è il caso medio, bensì il caso massimo (67-62=5). Poi assume come "medio" (anche se solo per il pubblico impiego) un reddito di 40mila euro lordi all'anno. Cifra discutibile assai, dato che il reddito medio dei lavoratori dipendenti nel 2016 è stato quantificato dal Mef (Ministero dell'Economia e delle Finanze), in base alle dichiarazioni dei redditi del 2017, in 20.680 euro. E' vero, in questo dato medio confluiscono anche i redditi di chi lavora solo saltuariamente, ma non quelli di chi è sotto alla soglia minima degli 8mila euro annui. Prendiamo allora altre stime, come quella di JP Salary Outlook 2018, ed arriviamo ad un lordo di 29.380 euro annui. D'accordo, la media di chi arriva al pensionamento sarà un po' più alta, ma di certo ben al di sotto dei 40mila euro ipotizzati dal nostro ragioniere.

Ma lasciamo perdere queste considerazioni, e restiamo al caso del dipendente pubblico con un reddito di 40mila euro che decidesse di anticipare la pensione di cinque anni. Secondo Boeri (vedi l'articolo già citato), uscendo con "quota 100" nel 2019 egli avrebbe una pensione pari a 30mila euro lordi, mentre rimanendo fino al 2024 ne otterrebbe una pari a 36.500. Avremmo dunque una differenza di 6.500 euro, che diviso per 13 mensilità fa appunto 500 euro al mese. Eh, la bellezza delle cifre tonde! Peccato che a noi questo conto proprio non torni. E per diversi motivi.

Ora, è vero che il calcolo pensionistico è reso complesso da diversi fattori, primo tra tutti lo sviluppo nel tempo della progressione retributiva del pensionando, ma non è su questo che si possono fondare stime come quelle del Boeri. Stiamo dunque ai fondamentali. Come tutti sanno un'annualità contributiva pesa nel calcolo della pensione nella misura del 2%. Se con una retribuzione di 40mila euro lordi si ottiene una pensione di 30mila euro, questo vuol dire che si ha un tasso di sostituzione del 75%, grosso modo coincidente con il valore dei contributi (38 x 2% = 76%). Non conosciamo le modalità del calcolo del Boeri, ma probabilmente il suo è stato solo un arrotondamento (guarda caso sempre a favore della tesi che egli sostiene), perché il valore preciso è esattamente di 30.400 euro.

Restando a lavorare, dunque raggiungendo i 43 anni di contributi, il lavoratore in questione arriverebbe invece a 34.400 euro (40mila x 86% = 34.400), non i 36.500 sparati alla Camera. Egli guadagnerebbe dunque 4mila euro lordi in più, non 6.500. Ma notoriamente i conti si fanno sul netto, non sul lordo. E siccome l'aliquota marginale in cui ricadrebbero i 4mila euro in più è del 38%, ecco che il netto scenderebbe a 2.480 euro, cioè a 190 euro al mese per tredici mensilità. Ora 190 (centonovanta) non è esattamente 500 (cinquecento). E per gli amanti delle percentuali (non sto a riportarvi tutti i calcoli) l'incremento al netto sarebbe esattamente dell'11%. Non c'è dunque traccia né del 21% di Boeri, né tantomeno del 25% sparato da alcuni giornali.

Naturalmente, poi, la differenza del valore della pensione tra uscita per vecchiaia e "quota 100" si riduce con il diminuire del reddito, così come essa calerà con il calare degli anni di anticipo del pensionamento. I 190 euro reali del caso portato da Boeri, diventeranno così 114 con un anticipo di tre anni, 76 con un anticipo di due, eccetera.

 

3. Le insinuazioni del propagandista Boeri

Finiamola adesso con i calcoli, che qualche volta sono però utili. Se non altro per mostrare il livello di disonestà intellettuale tipico di lorsignori. Quando si diffondono certe cose è ovvio che è la propaganda a comandare. E la propaganda è fatta anche di insinuazioni. E qual è l'insinuazione che si vuole introdurre nelle menti dei semplici? Ma ovvio, che "quota 100" è una fregatura, che a dispetto delle rassicurazioni essa contiene delle penalità.

Come noto la Legge di bilancio non è stata ancora formalmente varata, ma - a differenza di quelle previste nella Legge Fornero per chi esce con il canale della pensione di anzianità - stavolta penalità non sono annunciate. Tant'è che lo stesso Boeri non le cita affatto, limitandosi ad un calcolo - come abbiamo visto non casualmente impreciso - di quel che uno guadagnerebbe restando a lavorare cinque anni di più.

Ma qui, non si offenda l'esimio prof. Boeri, né la sua amata università, né il genio di Rignano sull'Arno che lo mise nel 2014 laddove si trova, siamo davvero alla scoperta dell'acqua calda! Non c'è lavoratore che non sappia che il valore della pensione è in rapporto agli anni dei contributi versati. Ma ugualmente essi sanno che si vive una volta sola, e che andare in pensione a 62 anni piuttosto che a 67 non è esattamente la stessa cosa, specie se non si "lavora" alla Bocconi. Altrimenti, con quella logica, perché fermarsi a 67 e non lavorare tutta la vita?

Dispiacerà ai propagandisti del sistema ma, salvo sorprese che mi sentirei di escludere, non ci sarà alcuna penalità in "quota 100". Che poi, ricordiamocelo, "quota 100" è solo un terzo canale di pensionamento, che non inficia né sostituisce gli altri due già esistenti (la pensione di vecchiaia e quella di anzianità, detta anche "anticipata"). Dunque, chi preferirà restare a lavorare potrà farlo senza problema alcuno.

Noi ci auguriamo invece che "quota 100" venga utilizzata dai più. Nell'aumento della disoccupazione giovanile, l'accelerazione registrata nel 2012 (vedi grafico sotto) si spiega essenzialmente con l'entrata in vigore della Legge Fornero. Certo, non è stata questa l'unica causa, quella principale però sì. Se ora alcune centinaia di migliaia di lavoratori potranno uscire dal lavoro prima, il beneficio in termini occupazionali (anche se ovviamente non in maniera meccanica) si vedrà eccome.

italia tasso disoccupazione giovanile

Se i calcoli sistematicamente inattendibili di Boeri configurano una sorta di "falso ideologico continuato", i conti politici con Boeri andranno fatti al più presto. Il 15 luglio scorso così si espresse Di Maio: «Non possiamo rimuovere Boeri ora: quando scadrà terremo conto che è un presidente dell'Inps che non è minimamente in linea con le idee del governo». Penso che sarebbe invece stato meglio rimuoverlo subito, ma prima avverrà meglio sarà. Non si vede perché tenere a capo dell'Inps un leader dell'opposizione oligarchica.

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Comments   

#2 fred 2018-10-30 07:59
Lavoro nella pubblica amministrazione, ho 56 anni, ho vinto un concorso e sono entrato nell'ufficio in cui lavoro nel 1995, ero il più giovane. Eravamo, nel 1995, nel mio settore, circa 35 dipendenti, oggi siamo dodici. Dal 1995 solo tre nuovi assunti che con una media di circa 45 anni sono i più giovani mentre io sono tutt'ora il più giovane dei vecchi. I motivi del blocco assunzione sono da ricercare anche in altri ambiti: nuove tecnologie, la crisi economica. Mentre il nostro flusso di lavoro è uguale se non superiore agli anni passati, se fosse stato possibile molti dei miei colleghi sarebbero già in pensione perché sono esausti, sfiniti sebbene il nostro compito non è fisicamente dei più ardui. Qualcuno li avrebbe rimpiazzati. Possibilmente dei giovani. Avremmo avuto pensionati felici che incrementano la spesa del nostro paese i giovani assunti per sostituirli anch'essi strafelici di avere un lavoro avrebbero fatto altrettanto, il nostro ufficio maggior energia e risultati possibilmente migliori. Questa è realtà, aldilà di ogni ricerca tra le mura di uno studio.
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#1 Vincesko 2018-10-29 10:46
La normativa pensionistica italiana è una materia complessa, spesso ignota, in parte, anche agli esperti previdenziali (incluso il professor Tito Boeri).
Leonardo Mazzei si cimenta di nuovo in un commento su di essa, palesando di nuovo che non la conosce bene.

PENSIONAMENTO DI VECCHIAIA
La riforma Fornero (approvata nel 2011) non ha quasi toccato le pensioni di vecchiaia, se non per (i) l’accelerazione dell’allineamento delle donne private entro il 2018 a 65 anni, già previsto dalla riforma SACCONI entro il 2023, e (ii) la riduzione di 6 mesi della “finestra” degli autonomi (uomini e donne), allineandoli ai lavoratori dipendenti (uomini e donne). Ma, in ogni caso, da 65 a 67 anni è dovuto a SACCONI (tranne 4 mesi in media a Damiano).
Pertanto, i 67 anni nel 2019 per TUTTI sono dovuti interamente alla riforma SACCONI (tranne 4 mesi in media a Damiano).

PENSIONAMENTO ANTICIPATO
Anche dei 43 anni e 3 mesi nel 2019 per gli uomini, 1 anno e 3 mesi in più rispetto ai 40 anni nel 2010 sono dovuti a SACCONI (tranne 4 mesi in media a Damiano).
Dei 42 anni e 3 mesi nel 2019 per le donne (ci sono anche le donne, Mazzei), 1 anno e 3 mesi sono dovuti a SACCONI (tranne 4 mesi in media a Damiano).

DISOCCUPAZIONE DEI GIOVANI
Anche dal grafico, appare evidente che la curva comincia a salire ben prima che arrivasse la riforma Fornero (dall’1.1.2012), che è soltanto la settima riforma dal 1992 e non la più severa. Osservo che anche il professor Tito Boeri, in un suo studio a 6 mani col professor Pietro Garibaldi e il professor Moen, del 2015, che analizzo estesamente nel mio libro “LE TRE PIU’ GRANDI BUFALE DEL XXI SECOLO”, di prossima pubblicazione, oblitera anch’egli completamente la riforma SACCONI (2010 e 2011) e attribuisce l’incremento della disoccupazione giovanile esclusivamente alla riforma Fornero. Aggiungo, a mero titolo informativo, che la professoressa Fornero non concorda con l’assunto dello studio e scrive nel suo ultimo libro (lo ricavo dal mio libro citato):
«La permanenza al lavoro dei più anziani non sottrae, di per sé, posti di lavoro ai giovani, come spesso si ritiene. A conferma di ciò, le statistiche OCSE/Eurostat mostrano chiaramente che i paesi nei quali il tasso di attività degli anziani è più alto – e pertanto l’età media di pensionamento è più elevata – sono anche quelli con il più alto tasso di occupazione dei giovani e delle donne.» (Posizione kindle: 394-395).
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