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Quello che può durare nella lotta dei Gilet Gialli

di Temps critiques

165672La maturazione del movimento

Quello che si può dire, è che senza trascendere dal suo punto di partenza, il movimento ha già modificato il suo anti-fiscalismo originale a favore di esigenze più sociali e generali (passando dalla giustizia fiscale dei piccoli commercianti o degli imprenditori, alla giustizia sociale). Già la lotta sul prezzo della benzina era una lotta che andava oltre la questione dell'aumento, per denunciare l'arbitrio di un prezzo senza alcun rapporto con qualsivoglia valore. I Gilet gialli non sono degli esperti economisti, ma sanno che il prezzo del barile, e quello del gas variano enormemente, sia in un senso che nell'altro, mentre il prezzo della benzina o del gas sono dei prezzi amministrati, vale a dire, dei prezzi politici. La riforma di Macron aveva una sua base materiale: il rincaro dei costi dei trasporti individuali utilizzati essenzialmente per il lavoro. Ma una semplice analisi marxista, svolta nei termini dell'aumento della difficoltà a riprodurre tale forza lavoro, mancava dell'essenziale, cioè di quello che aveva permesso di passare dal malcontento alla rivolta, vale a dire, la presa progressiva di coscienza che si tratta del «sistema» e non della «piccola causa». Nei paesi capitalisti sviluppati, dove non ci troviamo effettivamente nella situazione delle sommosse a causa della fame, la rivolta riguarda il maggior numero di persone, diversamente da come avveniva per le vecchie tasse sul carburante, come per i camionisti, o per i berretti rossi. Come avverrà successivamente, con la rivendicazione di un aumento dello SMIC [salario minimo interprofessionale di crescita], il movimento vuole innanzitutto sostituire all'arbitrio dello Stato, o a quello dei prezzi di monopolio, una sorta di «prezzo equo », alla Proudhon.

 

Un'unità che si costruisce...

Il movimento non si basa affatto su un'unità di rottura (per esempio, un'unità direttamente anticapitalista, dal punto di vista ideologico), bensì su un'unità di esistenza a partire dalla condivisione delle condizioni materiali e sociali, perfino anche politiche, percepite come degradate.

Una tale situazione tende a far rinascere quelle condizioni di «Tous ensemble» del 1995, questa volta però su delle basi non sono più le stesse di prima, non sono più quelle del lavoro salariato, in senso stretto, ma piuttosto quelle di un insieme di singoli individui che all'improvviso costituiscono una massa. Quest'unità è poco divisiva in quanto procede per mezzo di scorciatoie semplificatrici (i poveri contro i ricchi, il popolo contro le élite, ecc.) anziché passare per degli schemi teorici poco elaborati rispetto alle classi. Essa forma un consenso che si oppone al consenso dominante, quello che riunisce, al di là delle loro differenze, lo Stato, il padronato «illuminato» e le classi medie colte, quelle che lavorano nell'insegnamento, nella cultura, nei media, in quanto anche questo blocco non procede per definizione ed esclusione ideologica a priori, purché gli individui o i gruppi di pressione, o i movimenti sociali, rispettino il quadro istituzionale ed il politicamente corretto.

In tutto questo, il movimento dei Gilet gialli è una risposta popolare alla politica, né di destra né di sinistra, dei politici di Stato in lotta per il potere, che si ritengono gli unici depositari positivi; mentre gli altri ricadono tutti nel negativo del termine «populismo», servendo così a stigmatizzare tutti gli estremi della politica politicante (da Le Pen a Mèlenchon, mentre il PCF non fa parte della carretta, dal momento che si colloca, ancora una volta, dalla parte dell'ordine e del rispetto delle istituzioni in carica) e, se sarà necessario tutte queste «brave persone» che non sanno più come fare ad arrivare alla fine del mese, sfideranno le regole della civiltà a favore dell'insulto, del disimpegno e della volgarità.

Questa unità comprende uomini e donne che stanno al di fuori di ogni riferimento in termini di sesso e di colore («tutti gialli»). Contrariamente a quanti cercano invano nel movimento una rimessa in discussione della relazione uomo/donna, le donne e i gilet gialli si pongono immediatamente come uguali agli uomini, almeno in seno al movimento. La notte, sulle rotatorie, così come nelle manifestazioni che affrontano la polizia, le donne Gilet gialle non abbandonano né la loro dimensione femminile né la singolarità della loro concezione della lotta, così come essa è stata dimostrata in tutta la Francia, nelle loro manifestazioni di domenica 6 gennaio. Se, come sempre nella storia, le donne agiscono come staffette, non si manifesto in maniera particolare come se fossero delle figure «estremiste» (incendiarie o donne libere) oppure, al contrario, come ridotte a svolgere delle funzioni logistiche o domestiche, bensì come parte pregnante, piena e completa del movimento.

Come nei movimenti rivoluzionari storici (la Rivoluzione francese, il 1848, La Comune, le rivoluzioni russe e cinesi, la Spagna. l'Ungheria 1956, ecc.) o negli sconvolgimenti rivoluzionari (maggio 1968; Italia 1968-78), non abbiamo a che fare con un movimento puramente classista, per cui non si tratta di definirlo in maniera classista, come se la rivoluzione dovesse essere necessariamente facilitata per mezzo di una purezza di classe, e quindi non ci dovrebbe aspettare niente da un movimento come quello dei Gilet gialli, a causa del suo «interclassismo». Le lotte di classe sono state più virulente proprio quando questa purezza di classe è stata meno evidente. Contadini e sanculotti della Rivoluzione francese, artisti della Comune, declassati della nobiltà ed intellettuali nella Rivoluzione russa, i marinai di Kronstadt e i consigli dei soldati, i contadini di Makhno, il maggio 1968 e gli studenti, il ruolo primario degli operai meridionali nelle lotte di fabbrica del nord Italia testimoniano le molteplici componenti sociali di queste rivoluzioni. Quando le lotte sono guidata da una maggiore omogeneità della classe operaia, questo di solito viene pagato con una maggiore dipendenza di quello che è il rapporto reciproco capitale/lavoro (la classe operaia «garantita»).

 

... ma in una nuova configurazione

Per il momento, il movimento è limitato alla circolazione (ai blocchi) e alla redistribuzione delle ricchezze, più che al modo di produrle. In ciò, può essere assegnabile a tutti gli sfruttati, a partire dal fatto che ripristina la fiducia nell'azione collettiva, e lo fa attraverso l'idea che non esiste alcun sconvolgimento sociale se non viene stabilito un rapporto di forza favorevole. Una posizione questa, che seduce sempre più i sindacalisti minoritari nella CGT. i quali contano di riuscire a portare questa prospettiva dentro il prossimo congresso confederale del 13 maggio a Digione: «Quello che stanno facendo i Gilet gialli si ripercuote [...] nei dibattiti nella CGT a proposito dell'efficacia delle giornate delle manifestazione e di mobilitazione del sabato. Ora, se non coniughiamo le azioni del sabato con delle azioni nelle imprese, il MEDEF [Nd.T.: la confindustria francese] potrà continuare a dormire sonni tranquilli», si legge in un progetto preliminare di contributo al congresso. Anche se siamo lontani dalla prospettiva dei Gilet gialli che s'inscrive in una sorta di «tutto è possibile», c'è un tener conto di quella che è una nuova situazione di resistenza attiva a tutto quello che subiamo, a livelli differenti.

Quel che sconcerta è che allo stesso modo in cui non è classista - l'abbiamo detto - il movimento non è nemmeno classificabile. Esso non è realmente «sociale» nel senso tradizionale di un movimento sociale, ed è per questo che a sinistra viene piuttosto respinto, però è di natura sociale (riguarda in maniera prioritaria le persone che si trovano in difficoltà finanziarie e/o professionale); non è di natura politica nella misura in cui non si definisce politicamente, ma ha un'«anima politica» come è dimostrato dai suoi riferimenti che esso a sua volta riattualizza (la Marsigliese, l'art.35 della costituzione del 1793, «governo del Popolo, dal Popolo, per il Popolo», l'appello di Commercy, ecc.). Gli individui quindi non si lasciano confinare in una situazione di dominio, e reagiscono con dei mezzi che sono al limite, vale a dire, non praticando un entrismo politico o facendo lobbying, bensì occupando lo spazio pubblico in una sorta di grande rivolta.

A questo proposito, lo slogan « Paris–Debout-Soulève-toi » (ma, nello slogan, il nome della città è intercambiabile) rimanda ad una situazione di rivolta che è più vicina a quella della rivolta dei Canuts piuttosto che a quella delle lotte di classe del XX secolo. Poiché il filo rosso storico che li lega potrebbe essere simboleggiato da « Ce n'est qu'un début continuons le combat » a cui oggi non crede più nessuno, come si è potuto vedere durante il movimento contro la loi-travail, dal momento che nonostante l'aspetto di massa del movimento quest'ultimo aveva in qualche modo, nella sua grande maggioranza, interiorizzato la debolezza della lotta nell'attuale rapporto di forza capitale/lavoro, cosa che lo ha privato di ogni possibilità di trasformare tale rapporto di forza, nel momento stesso in cui non ha prodotto uno scarto rispetto alla situazione tradizionale di uno confronto innocuo, per non rischiare la sconfitta sul campo e mantenere l'illusione.

Non classista e non classificabile, diciamo, ma d'ora in poi non inequivocabile. Perciò, nel momento in cui nel movimento stesso, questo insieme che non è una totalità (popolo), né una particolarità identificabile (classe), tende sia a volersi costituire come una totalità di dominati («le persone che stanno in basso») nelle condizioni attuali, incluse quelle che sono le trasformazioni del capitalismo, sia a voler risvegliare un Popolo essenzializzato nel grande sostegno dei simboli dell'antico Stato-nazione francese (Bandiera e Marsigliese). Ma ciò che è unisce queste due tendenze, è proprio la coscienza della trasformazione delle forme dello Stato.

Infatti, non siamo i i soli a constatare che il passaggio dalla forma dello Stato-nazione a quella dello Stato-sistema, paradossalmente ha prodotto una centralizzazione superiore fatta di retti di potere e di potere politico e di servizi pubblici insieme, di conseguenza, ad una perdita di legittimità da parte dello Stato in questa forma nuova. Una nuova forma che i Gilet gialli denunciano in quanto, ai loro occhi, essa favorisce l'affarismo, la corruzione, le pratiche mafiose, il clientelismo e non più il bene comune o il «senso dello Stato» o della Francia.

 

Dopo la rivoluzione del capitale, ad essere diventato centrale è il reddito, e non più il lavoro

Non è che il movimento dei Gilet gialli non si preoccupi della questione del posto di lavoro e del ruolo che ha il capitale nel determinare le loro condizioni di vita, ma le diverse frazioni popolari non sono più strutturate a partire dalla centralità che veniva giocata prima dalla classe operaia, dalle sue organizzazioni ed associazioni, dalla sua cultura, dai suoi quartieri. La dissociazione, sempre più importante, fra luogo di vita e luogo di un eventuale lavoro, produce un decentramento della predominanza del dominio. Non si tratta più della lotta contro l'assegnazione al lavoro, e della criticava del lavoro, che avevano prevalso negli anni 1960-1970, e che avevano continuato fino ad oggi, ma delle lotte che criticano l'assegnazione alla residenza prodotta dalle politiche di «rurbanisation» [urbanizzazione dei centri rurali] (Henri Lefebvre) che avviene in un più generale processo di metropolizzazione subita. Una sorta di arresti domiciliari che vengono vissuti anche dagli immigrati e dai loro discendenti, ma anche una politica che viene subita da quest'ultimi nell'universo delle banlieue, nelle quali molti cercano di sfuggire unendosi ai comuni periferici: quegli spazi residenziali che i nuovi abitanti credono di aver scelto facendoli costruire ed accedendo a certe condizioni di vita.

È questa possibilità di incontri, di apertura, di accesso alla città, insieme a quello che essa aveva di «progressista», che i Gilet gialli rifiutano in maniera contraddittoria, ragion per cui molti di loro sono contenti di poter trovarsi ancora lontani dal tormento della città, dalla sua delinquenza, dal suo inquinamento, ecc. A tal proposito, le prime grandi manifestazioni del movimento, a Parigi, non vanno intesi come un'aspirazione ad appropriarsi della grande città. In primo luogo, assume il significato di esistenza e visibilità collettiva nei luoghi del potere, nello spazio centrale di una delle capitali mondiali del capitale globalizzato, degli «invisibili in abito giallo». Vale a dire, che all'Arco di Trionfo siamo a casa nostra, così come a place de l'Opéra, o sugli Champs-Élysées. Non si tratta della conquista di un luogo di vita iperurbano, ma piuttosto l'affermazione politica ed esistenziale che «Parigi è anche noi»; un modo per dire allo stesso tempo anche «lo Stato è anche noi», e che noi intendiamo combattere quelli che lo organizzano per il loro solo tornaconto.

Molte persone, sociologhi, esponenti della sinistra o altri sindacalisti si pongono il problema di sapere perché i Gilet gialli non attacchino il padronato, o lo attacchino così poco. È vero che un'inchiesta mostra quanti pochi siano a conoscere l'acronimo MEDEF [l'equivalente francese della Confindustria italiana], ed è vero che la sede di questa MEDEF non è stata depredata durante i sabati del 1° e dell'8 dicembre - che per quanto riguarda i beni, sono stati i più distruttivi - sebbene si trovasse al centro degli avvenimenti, nel quartiere dell'Étoile e degli Champs-Élysées.

Innanzitutto, è un punto di vista che dev'essere relativizzato: gli attacchi contro «il mondo degli affari», il CAC 40 [indice azionario], le multinazionali e le banche sono frequenti, e in questo i Gilet gialli non sono molto diversi dai movimenti degli anni '30 contro le «Duecento famiglie», ma anche da Occupy Wall Street, solo che semplicemente non hanno l'etichetta «di sinistra». I Gilet gialli hanno una coscienza immediata di quello che è il processo di globalizzazione, e questo li porta a non attaccare il capitale proprietario dei mezzi di produzione, ma ad attaccare il capitalismo in quanto «sistema» (si tratta in ogni caso dell'attuale evoluzione del movimento che è passato dall'antifiscalismo ad una posizione «anti-sistema» più vicina all'anticapitalismo tradizionale - che ha avuto origine sia a destra che a sinistra - che al conservatorismo anti-statale dei movimenti simili al Tea Party.

Non possiamo, senza contraddirci, da un lato essere contenti della scomparsa di ogni mediazione che affossa le nostre rivolte e, dall'altro, deplorare il fatto che la rivolta avvenga contro quella che è la forma più globale del dominio, a livello di ciascun paese, che è quella dello Stato incaricato della riproduzione dei rapporti sociali all'interno di questo quadro limitato rappresentato dal territorio nazionale. Questo Stato che impone la sua politica, i suoi prezzi, le sue forme di tassazione, la sua legislazione. Il movimento è ostile solo contro il grande padronato e la finanza, ma non contro il piccolo imprenditore, che è il più grande creatore di posti di lavoro, e ancor meno contro l'auto-imprenditore occasionale che è appena arrivato al lavoro salariato. Perciò, il movimento non pone la questione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Per lo più, i Gilet gialli non lavorano nelle grandi imprese, perché essi sono il prodotto della ristrutturazione del capitale, del suo nomadismo e della sua flessibilità, essi sono poco permeabili all'idea dello sciopero (tranne, eventualmente, allo sciopero generale) e oscurano in maniera quasi naturale quello che è la relazione di sfruttamento fra capitale e lavoro, poiché percepiscono che essa viene giocata ad un altro livello; a quello del dominio politico dello Stato, o a quello della Comunità europea, ecc. È questa forma di coscienza a-classista che gioca contro la coscienza operaia della classe, e fa sì che chiedano rispetto per quello che consente al loro piccolo capitale di lavorare produttivamente... e un forte aumento dello SMIC [salario minimo] potrebbe essere sostenuto solo dalle grandi imprese.

 

Per ciò che attiene alla violenza del movimento

Bisogna distinguere quello che vogliamo rispetto alla prospettiva della comunità umana (nessun essere umano è estraneo alla nostra condizione umana comune) dalla realtà dei rapporti sociali che fa sì che certi individui, nelle loro funzioni o nei loro comportamenti, non si comportano come esseri umani. Questo è ad esempio il caso delle forze dell'ordine, così come in certe condizioni quello dei militari. Ciò non significa che siano riducibili a questo.

Ma nella funzione repressiva essi non hanno alcun margine, com'è dimostrato dalla loro azione, divenuta al giorno d'oggi essenziale: quella di gasare, accecare e manganellare, allo stesso tempo in cui, il giorno prima, sulle rotatorie, stavano cercando di simpatizzare con i Gilet gialli. Da allora in poi, sono sempre più obbedienti agli ordini, ed è stato loro chiesto di piantarla con la gentilezza e di assumere l'atteggiamento della cattiveria. Quando abbiamo detto che l'aver messo in discussione i rapporti sociali sul posto di lavoro ha creato un gap rispetto alla funzione richiesta dai padroni, dai capi o da altri, e la cosa riguardava il salariato di base - e non un particolare tipo di lavoratore salariato, sia esso poliziotto o guardia carceraria - numericamente ultra-minoritario, ma che per il potere dominante è molto più importante di milioni di lavoratori salariati medi.

Per queste categorie specifiche, un semplice scostamento non può bastare, ma devono disertare (come facevano i soldati refrattari durante la guerra del '14, come Jean Moulin durante l'occupazione tedesca). A partire dal fatto che sappiamo che, per vincere contro lo Stato, noi non avremo mai la potenza militare (in senso lato), evidentemente non si tratta di essere soddisfatti per uno slogan che sentiamo ovunque: «Tutti odiano la polizia». Ma quanto meno questa formula possiede una certa efficacia durante le manifestazioni, assai più importante di quella del '68 (CRS=SS) in quanto è molto più proporzionata. E durante le manifestazioni, quando cala la notte e nell'oscurità potrebbe succedere tutto, possiamo vedere fino a che punto gli sbirri sono sensibili alla vergogna che può rappresentare il loro proprio lavoro, cercano di massacrare dei «casseur» o dei giovani delle banlieue, e si vengono a trovare sotto gli occhi della gente che sanno che vivono nelle loro stesse condizioni , che soffrono come loro... ma che rinunciano pubblicamente e perfino tranquillamente ai loro 150 euri, spesi in mezza giornata di sciopero. è il prezzo dei gas lacrimogeni e della manganellate o dei flash-ball. Dalla vergogna, puo’ nascere qualsiasi cosa: più spesso la reazione immediata, ancora più rabbiosa, ma mista alla paura. In un secondo tempo, la cosa dipende dall'evoluzione del movimento nei suoi rapporti di forza con lo Stato. Ma per il momento, il movimento non vive altro che nell'immediatezza e nel breve periodo. Oscurando parzialmente la relazione di capitale nel lavoro, che costituisce in sé stessa una mediazione, che è quella del salariato, il rapporto sociale si esprime nella sua brutalità: il movimento di fronte e contro il «sistema» capitalista ed il suo apparato statale.

Ed è proprio perché non c'era alcuna mediazione in cui il movimento abbia potuto credere, in un primo tempo, é stato possibile diventare pappa e ciccia con le forze dell'ordine («siamo tutti Gilet gialli», si poteva sentire, e inoltre alcuni Gilet gialli potevano anche avere dei familiari o degli amici nella polizia) e di conseguenza occupare la strada, e più in generale lo spazio pubblico, senza alcun problema, in quanto, come proclamano i Gilet gialli «manifestare è un diritto». Si può perfino pensare che sia provenuta da questa ingenua confidenza, l'idea secondo la quale non era più necessario fare domanda, per ottenere delle autorizzazioni, in cui si comunicava il tragitto.

È stato solo essere stati manganellati sul viso ed asfissiati dai gas, che i Gilet gialli si sono resi conto che ciò che all'inizio appariva loro come un diritto, ridiventava ora qualcosa da conquistare, da imporre allo Stato, a questo governo ed al suo appartato repressivo. A partire da questo, l'atteggiamento faccia a faccia delle forze dell'ordine non poteva che cambiare, in primo luogo perché i manifestanti non erano più dei novellini, in quanto gli scontri erano diventati strutturalmente obbligatori, malgrado il pacifismo globale dei manifestanti (ivi compresi quelli violenti, ma disarmati; sotto quest'aspetto, niente a che vedere con il '68) e l'ordine di risparmiare le energie (evitare il contatto diretto); in secondo luogo, perché se potevano esserci ancora delle illusioni intorno alle rotatorie, dove i poliziotti e i gendarmi presenti facevano dei turni e sembravano essere degli individui come gli altri, ma in uniforme, nelle manifestazioni di città non si trattava di individui, ma corpi di Stato che reagivano in quanto tali, fino a quando non si sfaldavano.

 

A proposito di organizzazione

Sebbene in molte regioni non esista un vero e proprio coordinamento, c'è una tendenza reale a moltiplicare le richieste di coordinamento nazionale. Come nel caso del secondo appello del Commercio, del coordinamento di Tolosa o di Marsiglia. Ma come potrebbe essere possibile passare direttamente ad un coordinamento nazionale che non sia dotato di un guscio mediatico costituito da dei portavoce auto-proclamatisi? Questo sarebbe un mettere il carro davanti ai buoi, col pretesto che il Commercio si sarebbe organizzato in questo modo. In ogni caso, l'esempio concreto di coordinamento regionale al quale abbiamo partecipato è stato abbastanza caricaturale ( si veda in proposito, il nostro rendiconto sul bollettino dei Gilet gialli su https://blog.temps­cri­ti­ques.net/ ), ma allo stesso tempo è stato anche indicativo di una differenza di situazione fra le grandi città, da un lato, e le piccole cittadine dall'altro. Il movimento è partito da quest'ultime, e dalle campagne, attraverso l'utilizzo delle rotatorie e dei caselli di pagamento dei pedaggi, come punti di aggregazione. Un'organizzazione minimale e locale, controllabile, che screditava immediatamente tutti quelli che sono gli apprendisti portavoce che vanno a Parigi, per discutere con il potere, o con i media. Ma nelle grandi città c'erano solo le manifestazioni del sabato, ed era difficile essere soddisfatti dal loro ripetersi.

Nel mentre, sono emersi dei tentativi di organizzazione attraverso assemblee al fine di cercare di «definire» un movimento che diversamente non faceva altro che sposare la fluidità e la temporalità delle manifestazioni con cadenza settimanale. Ma è un'impresa difficile, in quanto allo stesso tempo, in maniera contraddittoria, necessaria ed artificiale; e poi perché non coincide bene con quelle che sono le caratteristiche originarie di un movimento che ha coniugato ad un livello assai locale azione, riflessione e comunità di lotta e, in maniera trasversale insieme ad altri, si è trasformata come se fossero delle comunità affini di lotta.

Al contrario, nelle grandi città, l'aggregazione è più anonima, più centralista; essa introduce rapidamente verticalità e delega, e soprattutto politica, nel senso peggiore del termine, perché cerca di ideologizzare il movimento, di dargli un colore politico. Anche se in una piccola cittadina come quella di Villefranche-sur-Saône, questo è opera del Fronte Nazionale, mentre nelle altre città sembrerebbe essere piuttosto effetto della sinistra di La France Insoumise e di quello che rimane di Nuits Debout.

Per adesso - è più di un'osservazione - la lotta è aperta... e i problemi restano intatti, dal momento che, vista la singolarità del movimento, all'orizzonte non si vede alcun guadagno.

Infatti, la forma della rete, quando veniva esercitata sul modo di occupazione dei territori, utilizzava le tecnologie digitali come supporto della rete. Ma oggi, a causa del giro di vite repressivo sulle rotatorie, e alle manipolazioni da parte di certi leader autoproclamatisi tali attraverso i media e Facebook, i quali hanno tutti delle referenze meno interessanti di quelle del gruppo Commercy, le reti tendono a diventare delle consorterie, e l'assemblearismo alla Commercy sembra essere la forma più appropriata. Ma tutto ciò non impedisce affatto, malgrado la maggiore riflessività, manifestata pubblicamente e diffusa da questo gruppo, che si tratti anche di un tentativo di coordinamento nazionale dall'alto. Se possiamo esprimere delle riserve in rapporto al formalismo assembleare di Commercy, è difficile immaginare quale sia la forma di rete che possa sostituirlo, e inoltre sono essi stessi a parlare di comitati popolari, visti come base dell'insieme. Ragione per cui ci sono molte esitazioni.

Più concretamente, nella discussione, le due tendenze principali che emergono sono quelle che, da una parte ritengono che la diffusione sia un vantaggio e quelli, che dall'altro lato pensano che bisogna coordinarsi subito a livello centralizzato, poiché diversamente non si va da nessuna parte, in quanto non si riesce a dare veramente fastidio. Il problema è che dietro quella che appare come un'opposizione di strategie, si nasconde anche una differenza di quelle che sono le situazioni oggettive; la prima posizione viene assunta dalle persone che vivono nelle regioni periferiche, la seconda dagli abitanti delle grandi città, in quanto quest'ultimi trovano che sia difficile potersi inserire nel movimento senza partecipare alle manifestazioni del sabato, o senza cercare di prendere il comando politico del movimento.

Indubbiamente, bisogna che il movimento faccia esperienza della obsolescenza della forma assemblea. Il movimento è sorto e si è allargato sotto la forma della Rete; una forma che esprime già una pratica che va al di là della forma tradizionale dell'assemblea generale. Ad esempio, si tratta di solidarietà concreta fra coloro che mantengono in maniera permanente l'occupazione delle rotatorie, da una parte, e gli abitanti dei territori lì vicino, dall'altra; oppure, ancora, si tratta di uno scambio di esperienze di lotta attraverso i diversi supporti digitali, o per mezzo dei telefoni cellulari. La preparazione delle decisioni collettive coinvolge solo alcune poche riunioni specifiche, e quando queste vengono tenute ciò avviene nella vicinanza delle rotatorie o dei caselli per il pagamento dei pedaggi autostradali. Non esiste uno spazio politico fisico consacrato esclusivamente alla discussione ed all'organizzazione delle lotte. La forma rete adottata dai Gilet gialli non separa la lotta dalla vita quotidiana. Così come non ci sono rappresentanti di movimento che si confrontano con i poteri esterni, è la presenza di ciascuno nelle azioni dirette del movimento a costituire il corpo politico comune dei Gilet gialli. È questo uno dei significati del titolo del supplemento: «Un abito giallo che fa comunità».

In questo supplemento abbiamo sostenuto che il movimento non era affatto anti-organizzazione ma a-organizzazione, e che esso rifiutava tutte le forme di organizzazione prestabilite. I rari tentativi di costituire dei «consigli di rotatoria» sono falliti. Per ora, ciò che prevale è l'immediatezza dell'azione. Ma può reggere Può diventare duratura? È questa la domanda cruciale. Poiché lo dimostra l'esperienza storica dei movimenti rivoluzionari (come quella di ogni movimento): l'organizzazione, appesantita dalla sua tentazione rappresentazionale, è assai spesso la prima tappa dell'istituzione. E l'istituzione è la fine del movimento, il segnale del suo fallimento... Il testo dei Gilet gialli di Commercy esprime un'assemblearismo di base, democraticista, che tuttavia denota una capacità riflessiva del movimento, un non immediatismo, che sembra differenziarlo da quello dei tentativi di Marsiglia o da quelli di Tolosa e, in maniera del tutto evidente, dalle iniziative di quei leader che sono alla ricerca dell'effetto carismatico e/o mediatico.

 

Quale avvenire?

Ovviamente, questo ci appare legato al carattere della risposta dello Stato, ma al di là di questo il movimento affronta da una parte la necessità di conciliare le azioni quotidiane, di tutti i giorni, ed in particolare quelle del sabato mattina; delle azioni che possano riunire, sempre più difficilmente, oltre ai Gilet gialli che sono all'origine del movimento e ad altri, tutti quegli individui di molteplice provenienza che finora hanno partecipato solo alle azioni del sabato pomeriggio nelle città, e che non indossano necessariamente il gilet giallo, né sono integrati nel movimento. È un po' come sei i partigiani delle prime azioni, decisi e organizzati a partire dalle reti sociali, e soprattutto da Facebook, si riunissero e definissero una sorta di militante tipo dei Gilet gialli: un po' rinchiuso sulle proprie fonti parallele di informazioni, i suoi video che si trasformano in un ciclo, il suo gilet giallo, impegnato a fabbricare i propri riferimenti, a rischio di tendere ad una sorta di discussione chiusa. Questa dimensione ci sembra importante, non solo per riflettere accuratamente sui fatti, ma anche per riflettere sull'avvenire del movimento, vale a dire sapere se, come la pensa la maggior parte dei Gilet gialli, tutti dovrebbero diventare Gilet gialli, oppure se il movimento crescerà in maniera tale che il gilet giallo non sarà più il segno del riconoscimento, ma solo un segno fra gli altri.

Quest'aspirazione ad un divenire collettivo comune, nel momento in cui scriviamo, può apparire come un percorso carico di potenzialità universali, ma essa non è altro che uno degli orizzonti possibili di questo movimento. Possono avere luogo anche altre soluzioni che annullerebbero queste potenzialità. Per esempio, di tipo rosso-verde e sovraniste, che potrebbero essere la controparte del populismo di destra, tipo i 5 stelle in Italia. Di fronte a questo genere di offensiva, il nostro ruolo è quello di sostenere il rifiuto, espresso da parte dei Gilet gialli, a qualsiasi centralizzazione e gerarchizzazione che non sia imposta dalle necessità stesse dell'azione. È questo il modo di rendere più difficili le eventuali manovre politiche. Un altro modo è quello di opporsi, per quanto possibile, all'allargamento delle rivendicazioni di base, poiché attraverso il RIC [Referendum di Iniziativa Civica], e la creazione di un nuovo comitato, nascerebbero delle assemblee o dei coordinamenti, nei quali si ha l'impressione che i Gilet gialli potrebbero costituirsi in partito politico in grado di dirigere tutto e di guidare tutto. Perciò, a rischio di sembrare restrittivi bisogna tornare a delle rivendicazioni «negoziabili» - senza che per questo si cerchi di negoziarle, ma imponendole attraverso il rapporto di forza, in quanto sono a portata di mano (il potere ha già arretrato ed ha lasciato cadere qualche briciola) - che possono mantenere quella dinamica che permetta dopo di andare più lontano e più a fondo: ISF [Imposta di Solidarietà sulla Fortuna], CSG [Contribuzione Sociale Generalizzata], reddito minimo garantito e democrazia diretta, poiché ignorare questo aspetto del movimento significherebbe negarlo.


- Temps critiques, 12 gennaio 2019 -

Fonte: Temps Critiques
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Comments   

#1 clau 2019-01-23 22:57
Contrariamente a quanto pensa lei, trovo che questo movimento sia politicamente arretrato, in quanto con le sue rivendicazioni si colloca interamente all’interno dell’attuale sistema, che ormai non sta più in piedi e fa acqua da tutte le parti. E’ un movimento arretrato in quanto riunendo in se i componenti di svariate classi sociali, in contrapposizione economico-sociale tra essi, non può nemmeno organizzarsi in partito e pertanto non può mettere insieme nessunissimo serio programma e/o rivendicazione che possa chiamarsi tale, ed è confinato pertanto ad una sterile, anche se vistosa, protesta, che non porta da nessunissima parte, meno che mai ad un consistente aumento salariale, ad una effettiva riduzione delle tasse sulle classi subordinate, o quant’altro. Insomma, gilet gialli, bianchi o blu, con questi movimenti i ricchi continueranno a diventare sempre più ricchi, mentre i poveri diventeranno sempre più disperatamente poveri. Se questo per voi è una organizzazione che merita di restare in piedi e/o di svilupparsi..?
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