L’incubo e il sogno di una notte di mezza estate
di Michele Castaldo
Chissà cosa pensava William Shakespeare mentre scriveva Sogno di una notte di mezza estate, di sicuro, nonostante la fase storica fosse ascendente, sarà stato meno sognatore di certi personaggi dei nostri giorni, mentre l’umanità vede e vive l’approssimarsi della catastrofe e si contorce intuendo che non c’è soluzione ad essa. Ci sbagliamo? Proviamo a ragionare.
Sul Corriere della sera, l’11 luglio, Maurizio Ferrara in Green Deal, Il clima e la posta in gioco, annota genuinamente un concetto di una donnetta che va per la maggiore in questo periodo, che da grande “sorella d’Italia” è americana che più di tanto non si può, e che dice, a proposito di allarme climatico e necessità di trasformazioni radicali: «Non possiamo smantellare la nostra economia e le nostre imprese», alla maniera Pirandelliana: «Così è (se vi pare!)».
Dal momento che la donnetta che si atteggia a grande statista, e parla prendendo dalla tasca le parole, c’è chi in modo più “responsabile” cerca di riflettere cosa comporterebbe – ammesso e non concesso che la cosa fosse possibile – una sorta di riconversione industriale generalizzata, definita de-carbonizzazione, quali rischi per i livelli occupazionali, il welfare e via dicendo.
Antonio Polito – sempre sul Corriere della sera - dedica due articoli, il 13 luglio, Per l’Europa il nuovo confine è la “questione verde” e il 19 luglio con “Apocalittici “ e “Indifferenti” L’impossibile dialogo sul clima, arrampicandosi sugli specchi suggerisce una razionalità tra il negazionismo e il catastrofismo. Insomma per la prima volta nella storia del modo di produzione capitalistico, in Occidente, e non solo, si parla di approssimarsi alla catastrofe per l’azione dell’uomo e il suo rapporto con i mezzi di produzione.
È interessante notare l’impotenza di quanti, pur giustamente preoccupati, e partendo da fattori oggettivi si scriva: «il global warming è un fatto, e grave, e per quanto si possa dibattere se è interamente causato dai comportamenti umani, come pensa la maggioranza degli studiosi, o invece è un evento in gran parte naturale » la solita malizia di chi è costretto a stare col piede in due staffe «simile ad altri avvenuti nella storia della Terra, ridurre drasticamente le emissioni è comunque una cosa buona, necessaria, urgente» dice Polito a mo' di balbettio fino al punto da invocare i numi, oppure , il 19 luglio, chiamando in causa il filosofo Sidgwick «ciascuno è moralmente tenuto a considerare il bene di qualsiasi altro individuo allo stesso modo in cui considera il proprio bene personale» o ancora «la condotta giusta è quella da cui ci si attende che produca la massima felicità per il maggior numero (Piergiorgio Donatelli)». Se non siamo alle comiche poco ci manca.
Quello da cui fuggono gli analisti e scrittori, pagati profumatamente dall’establishment, sono le leggi che reggono il modo di produzione capitalistico incentrate sullo scambio. Si tratta del famoso toro da dover prendere per le corna e siccome è sacro per un verso e pericoloso per l’altro versante, tutti – ma proprio tutti - si tengono a debita distanza. Poco importa se lo fanno consapevolmente o meno, e importa ancor meno se lo fanno per incapacità, quello che rimane sul tappeto è il distacco da quelle leggi e il vaniloquio arrampicamento sugli specchi.
Quando però la merda sale fino al naso e rischia di soffocare, ovvero la forza degli eventi determinati, anche un personaggio dell’establishment è costretto a prendere in esame in modo più serio la questione, come ad esempio fa B. Severgnini, in un editoriale sul Corriere della sera di giovedì 27 luglio 2023, quasi a forzare la mano su un problema su cui si sonnecchia, dal titolo Attenti a fatalismo e rimozione
«Accettare gli eventi perché è faticoso cercare di cambiarne il corso: ecco cosa rischiamo. Per impedire, o almeno rallentare, il disastro climatico occorrono decisioni difficili e impopolari, impegni immediati per risultati a lunga scadenza.» scrive.
L’autore, immediatamente dopo, rincara la dose citando Jonathan Franzen che in “E se smettessimo di fingere?:“ Se avete meno di sessant’anni, avrete buone probabilità di assistere alla totale destabilizzazione della vita sulla terra – carestie su vasta scala, incendi apocalittici, implosioni di intere economie, immani inondazioni, centinaia di milioni di rifugiati in fuga da regioni rese inabitabili dal caldo estremo o dalla siccità permanente. Se avete meno di trent’anni, vi assisterete quasi sicuramente“.
Se una roba del genere l’avesse scritta tal Michele Castaldo, noto “catastrofista” che disprezza le leggi impersonali del modo di produzione capitalistico, beh, si poteva pure soprassedere. Se invece certi contenuti vengono espressi da uno come Severgnini, sempre sul più importante giornale dell’establishment italiano, qualche ragione ci deve pur essere.
Ma attenzione perché a ogni timido tentativo di mettere seriamente il problema all’ordine del giorno, o al lancio giustificato di allarme per le conseguenze che comportano i cambiamenti climatici c’è subito pronto chi impugnando la legittimità storica delle leggi del liberismo economico invita a frenare gli impulsi dei terrorizzati, come ad esempio fa Alberto Mingardi in un fondo sempre del Corriere della sera, il 29 luglio, dunque a stretto giro, con astuzia e furbizia in prima pagina evoca «Quei freni alle libertà », titoletto anonimo, mentre nell’interno, p. 30, è un fiume in piena e senza freni inibitori difende il liberismo economico contro i tentativi di quanti – preoccupati delle conseguenze sull’ambiente del procedere delle leggi del modo di produzione capitalistico – tentano soluzioni correttive.
«Abbiamo avuto» dice Mingardi «invenzioni e grandi “transizioni” tecnologiche perché non le imponevamo dall’alto, ma lasciavamo ne emergessero diverse e poi vincesse il migliore» scrive nell’occhiello, e in chiusa non lascia adito a dubbi «Limitare, circoscrivere la libertà economica, rinunciarvi persino, si può: se siamo convinti di avere tutte le risposte. Le classi dirigenti occidentali sono davvero pronte a scommettere il futuro dei loro Paesi sulla propria presunzione? » Come dire: se non sapete che dire, tacete!
Ora che la destra, in modo del tutto strafottente e irresponsabile, derida i movimenti ecologisti e gli allarmi della maggioranza del mondo scientifico, e si ostina in modo ottuso a sostenere il concetto «Avanti tutta! » con le stesse leggi contro il catastrofismo “di sinistra”, vuol dire che siamo in presenza della più genuina imbecillità umana, contro cui non servono argomenti, perché, come si dice dalle parti mie: quanno ‘o ciuccio nun vò ji a Napoli va truvanno ‘e carrature, cioè gli infossamenti stradali per non proseguire.
Ma quando un certo establishment entra in fibrillazione, come dagli articoli che abbiamo citato si può evincere, vuol dire che la cosiddetta borghesia, termine improprio, come classe, altro termine molto improprio, è in preda a una crisi di nervi perché intuisce tutti i rischi che il modo di produzione capitalistico fa correre non solo all’ambiente “esterno” e all’uomo stesso, ma al suo stesso sistema. Insomma il moto-modo di produzione capitalistico, seppur straordinario movimento storico, è arrivato al punto da non poter più procedere, e non perché qualcuno lo fermasse, ma per il modo di funzionare delle sue leggi. È questa la verità scientifica difficile da digerire per lor signori.
E ci fanno la figura di idioti quanti a sinistra pensano che si tratti di una manovra a largo raggio della “borghesia mondiale” per guidare una “postmoderna” rivoluzione industriale delle nuove tecnologie. Peggio che andar di notte da parte di chi non capendo cosa è realmente il modo di produzione capitalistico lancia proposte “anticapitalistiche” finendo in mille contraddizioni e risultanti così ridicoli come il caso che qui citiamo, non perché conti qualcosa, ma in quanto ultimo respiro di una visione positivista di critica al capitalismo
Da sinistrainrete.info Il pungolo rosso ci informa che «abbiamo intervistato Ricardo Antunes, professore di Sociologia del lavoro presso l’Istituto di Filosofia e Scienze Umane dell’Università Statale di Campinas, Brasile. Autore di diversi libri, tra cui I sensi del lavoro, Trabajo y Capitalismo, Addio al lavoro?; ha curato anche la pubblicazione di Riqueza e miséria do trabalho no Brasil, Vol. I, II e III (Boitempo). Coordina le Collezioni Mundo do trabalho (Boitempo) e Trabalho e emancipação (Ed. Expressão Popular). Collabora a riviste accademiche nel suo paese e all’estero, ed è membro del comitato consultivo della rivista Herramienta ».
Non ci è dato conoscere cotanto titolato personaggio e siamo abituati più a capire i concetti piuttosto che i biglietti da visita dei loro autori.
Dice questo signore «C’è una seconda questione che non è così immediata, ma è cruciale: ridurre la giornata lavorativa in funzione della questione: cosa e per cosa produrre. Questa è una domanda che va a scontrarsi con il sistema del metabolismo sociale proprio del capitale. Ad esempio, nella pandemia abbiamo percepito di poter respirare meglio, quando molte fabbriche erano ferme e il traffico automobilistico diminuiva perché non si poteva uscire per lavorare. Cosa è successo? L’ossigeno è migliorato. Quindi una proposta importante per affrontare la questione ambientale è questa: ridurre la produzione industriale, vietare la produzione industriale distruttiva. Cioè l’intera industria del superfluo. È molto importante perché non c’è più tempo. Questa settimana è stato registrato il record dei due giorni più caldi. Poco tempo fa ho letto che l’Onu ha affermato che la temperatura del 2022 in Europa (che ha raggiunto i 40 gradi in Inghilterra, è pazzesco – e ora in Messico si muore per il caldo), era la temperatura prevista per il 2050, cioè è arrivata con un anticipo di 27 anni. Che aria respireremo tra 20 anni? L’umanità potrebbe non essere più in grado di respirare. Tutto questo è il risultato di una produzione distruttiva. Pertanto la riduzione della produzione industriale distruttiva è vitale. ». L’esimio cattedratico, e chi pomposamente lo presenta, pensando di fare uno scoop alla Biscardi, il noto giornalista sportivo, non è il solo iscritto all’albo di quanti propongono una «decrescita felice», ovvero di rallentare la produzione complessiva ed eliminare quelle produzioni nocive.
Questo signore sarà innamorato delle favole a tal punto da inventarne una e proporla ai lettori perché insieme possano continuare a sognare a occhi aperti. Domandiamo: chi, in che modo dovrebbe decidere di rallentare il moto storico al punto da stabilire cosa produrre e cosa eliminare? Dunque è un parlare a vanvera. Perché il punto in questione non è la riduzione della giornata lavorativa individuale, ma l’aumento della produttività collettiva, quale vero incubo dell’attuale fase del modo di produzione capitalistico! Per cui il singolo capitalista, la singola azienda, o il singolo settore industriale potrebbe anche ridurre la giornata lavorativa ma solo se riuscirebbe ad aumentare la produttività.
Ma non è finita, perché alla domanda: «nell’aprile di quest’anno Lei, insieme a centinaia di intellettuali, organizzazioni accademiche e rappresentanti dei lavoratori, ha firmato un “manifesto contro la delocalizzazione e il lavoro precario”, in cui si afferma che negli ultimi anni il lavoro semi-schiavo ha fatto un balzo in Brasile. Qual è il contenuto e l’obiettivo di quel manifesto? »
Risponde: «Sono sempre stato contro l’outsourcing (l’esternalizzazione). Quando l’outsourcing è iniziato in Brasile e i giornalisti sono venuti a chiedermi cosa ne pensassi, ho detto loro che era un disastro per la classe operaia. Le aziende rimuovono tutti i tipi di diritti».
Diciamolo senza mezzi termini: i personaggi di siffatta specie, al di là delle loro reali intenzioni, arrecano solo danno per la comprensione della fase del moto-modo di produzione capitalistico. La ragione è molto semplice: non avendo loro capito la natura del moto parlano dall’alto della loro ignoranza cattedratica vendendo parole e illudono quanti si dovessero seriamente interrogare sul punto cui è giunto il moto-modo di produzione e la sua crisi. Costoro sono persino al di sotto di un Indro Montanelli, liberista, colonialista e filoimperialista che sapeva cogliere, già molti anni fa, alcune discrepanze valoriali del modo di produzione capitalistico. Dunque non ci volevano certi Antunes e loro sponsorizzatori per scoprire che il capitalismo è anarchico e disordinato.
Dice il nostro personaggio «Non è possibile risolvere la tragedia ambientale, la tragedia del lavoro, del razzismo, la tragedia dell’oppressione maschilista, all’interno del capitalismo. Quindi è necessario essere anti-capitalisti. Naturalmente non basta gridarlo. Perché la rivoluzione russa è riuscita a conquistare masse sempre più grandi di operai, lavoratori rurali, e conquistare la maggioranza nei soviet? “Pane, pace e terra”. Pane perché c’era la fame, pace perché erano i figli degli operai e del popolo a morire in guerra, terra perché era concentrata in poche mani».
Ecco la povertà mentale di chi si illude di trovare la chiave di volta o la famosa «leva» per sollevare il mondo, ovvero la parola chiave da muovere le masse alla riscossa.
Vien da chiedersi come mai tante onorificenze a simili personaggi? Il sistema nel suo complesso ha sviluppato tanta ricchezza, pur se combinata e diseguale fra popoli e nazioni e si è potuto permettere anche di allevare simili utili idioti in cattedre universitarie, non fanno danno e sono utili, idioti, appunto. In modo particolare quando si riferiscono alla storia e al più grande evento del ‘900 come la Rivoluzione russa. Se tacessero farebbero certamente meno danni, perché quella straordinaria Rivoluzione si inquadrava in una fase di balzo in avanti del moto-modo di produzione capitalistico, dunque non ha niente in comune con l’attuale fase che avvia il moto verso l’implosione.
Mentre l’establishment mondiale è in preda a una crisi di nervi e gli scemi … sognano in una notte di mezza estate, noi invitiamo a concentrare l’attenzione teorica su lo scambio e il suo corollario di leggi impersonali per capire la tendenza cui viaggia il modo di produzione capitalistico.
Pertanto se Shakespeare della sua opera Sogno di una notte di mezza estate poteva concludere con un «Se vana e sciocca sembrò la storia; Ne andrà dissolta ogni memoria; Se ci accordate vostra clemenza, Gentile pubblico, faremo ammenda», quale clemenza si può accordare a chi ignaro di storia parla a vanvera?














































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