In God we trust
di Leo Essen
Con un gesto generoso, Andrea Zhok chiede un impegno per la democrazia. Lo chiede proprio a chi, come il sottoscritto, non ci crede più; a chi pensa che sarà sempre la stessa cosa, che non cambierà mai niente. Lo chiede a chi ha smesso di crederci quando ha visto candidarsi alle politiche Fantozzi (cioè Paolo Villaggio, per D.P.), quando ha visto che, per raggiungere uno scopo, bisognava servirsi di certi mezzi, e che Fantozzi era uno di quei mezzi. Lo chiede a chi ha sempre pensato che i mezzi non sono innocenti, che non sono semplici strumenti.
Zhok si rivolge a persone come me e le invita a lasciar cadere questa forma di intransigenza. La democrazia non è perfetta, dice. Quella che abbiamo conosciuto nel dopoguerra, e che ha permesso ai nostri genitori di emanciparsi dalla povertà e dall’ignoranza, era piena di limiti. Non era facile, ma era pur sempre qualcosa. Era la migliore forma di democrazia che avessimo conosciuto dalla Rivoluzione francese in poi. Di quella cosa pubblica oggi resta soltanto la speranza – o, come dice Zhok, la fede – che possa ancora darsi, tornare a farsi viva.
È una presa di posizione generosa proprio perché non poggia su nulla. Non si affida ai numeri, non esibisce statistiche, tendenze o leggi storiche. Mette in gioco soltanto se stessa. Anzi, ancora meno: mette in gioco una promessa. Una promessa leggera, disarmata, che non cerca puntelli esterni, non pretende di giustificarsi con fatti, dati o deduzioni. Tutte motivazioni storiche ed empiriche, dunque inevitabilmente parziali e contestabili, sempre esposte alla polemica e alla gazzarra, come accade anche tra professori universitari che sembrano voler fare gli influencer.
È una professione di fede che mette a rischio soltanto la promessa e l’impegno a mantenerla. È il rischio della decisione stessa, della scelta, dell’eccezione.
È una chiamata alla quale si dovrebbe rispondere come rispose Abramo. È un rapporto che non passa attraverso la mediazione della ragione, della morale condivisa o della logica corrente, sempre pronte a trascinare tutto nel fango.
È un balzo in avanti senza garanzie, senza rete di protezione, senza spiegazioni. Non è obbedienza a una legge – morale, economica, storica o scientifica – ma un atto di fede pura.
Per mostrare la portata di questa posizione, Zhok ricorre a un esempio. Dice: prendiamo come esempio il denaro.
Occorre allora interrogarsi su tutto ciò che questo esempio introduce quasi di soppiatto e che dà corpo alla professione di fede. Bisogna chiedersi che cosa ne sarebbe di essa senza questa logica esemplare.
Che cosa accade al denaro quando viene chiamato a illustrare la fede?
Zhok conosce bene questo tema: un suo libro importante è dedicato proprio al denaro.
Ma che ne è del denaro quando diventa il mezzo attraverso cui rendere visibile ciò che, per definizione, è invisibile?
Quando il denaro serve a mostrare ciò che non si vede, non si tocca e non si percepisce con i sensi, esso rimane identico a se stesso oppure si modifica lungo il percorso? Si usura?, per riprendere un termine adoperato dallo stesso Zhok.
E soprattutto: che ne è della fede quando, per manifestarsi, si appoggia al denaro? Non necessariamente alla sua logica, ma almeno al suo corpo materiale o simbolico, anche quando questo corpo è ridotto a un foglio di carta, a una carta di pagamento o a un bit.
Zhok usa appunto questo esempio e dice:
Di fronte a qualunque tentativo di prendere sul serio la democrazia, innumerevoli persone pongono – con argomenti anche sottilmente diversi – una e una sola istanza scettica: “Pensi davvero che cambierà qualcosa?”
Ora, credo che l’unica risposta onesta sia sempre una: “VOGLIO CREDERE che sia possibile cambiare qualcosa.” La forma di questa frase è quella di un atto di fede. La ragione di questa forma è che qui siamo su un piano che potremmo chiamare delle “profezie autorealizzantesi”. È un piano frequente nelle dinamiche collettive.
Con un esempio, il denaro di per sé è una convenzione priva di valore in sé. Tuttavia il fatto che tutti credano che abbia valore, fa sì che esso funzioni davvero come una sostanza dotata di valore e produca tutte le conseguenze di una sostanza dotata di valore.
Questo discorso sulla fede ha una tradizione antica. Qui voglio solo ricordare ciò che disse Derrida a Austin, il quale ha prodotto uno dei testi più brillanti e influenti su questo potere della fede, il potere di far accadere cose per il solo fatto di crederci: How to Do Things with Words, e del quale Derrida dice quanto segue (Firma, evento, contesto):
Austin ha dovuto sottrarre l’analisi del performativo all’autorità del valore di verità, all’opposizione vero/falso (Austin fa a pezzi due feticci, il feticcio della verità-falsità e il feticcio valore-fatto [anche Zhok mette da parte tutti i fatti, sospende i fatti, li mette tra parentesi], almeno nella sua forma classica, e sostituirgli talvolta il valore di forza, di differenza di forza (illocutionary o perlocutionary force). (È quanto, in un pensiero che non ha nulla di nietzschiano, mi pare, dice Derrida, far segno verso Nietzsche; quest’ultimo si è spesso riconosciuto una certa affinità con una vena del pensiero inglese).
Sia come sia, questa professione di fede non cade nel vuoto. Cade su Facebook, dove si discute del gesto del professor D’Orsi e dove occorre rispondere alle obiezioni di chi richiama alcuni fatti del 2021, quando D’Orsi, sotto la pressione di una determinata contingenza, si lasciò convincere della necessità di certe politiche sanitarie e securitarie. Non mi soffermo su questo punto. La questione è nota e il dibattito si è standardizzato.
Zhok interviene in questo contesto e dice: mettiamo da parte tutti i fatti. Se ci si lascia guidare soltanto dai fatti, si finisce inevitabilmente nello scetticismo. A star dietro ai fitti è sempre la stessa solfa, nulla cambia davvero, tutto è uguale, tutto è niente.
L’atto di fede – «Dio, ti prego, fa’ che…» – conquista un’immunità rispetto ai fatti. Si colloca al di là della distinzione tra vero e falso. Rimane estraneo all’ordine delle cose, che rischierebbe di trascinarlo nella contaminazione, nell’alterazione, nella dipendenza, nell’impurità, nel contagio. Non è né vero né falso: è una decisione, un’eccezione, un momento in cui, con un semplice atto di fede, qualcosa accade. È il fondamento mistico dell’autorità, nel termini della teologia politica novecentesca, e il riferimento inevitabile è Schmitt.
Il gesto di generosità di Zhok consiste proprio in questo spogliarsi di ogni appoggio. Mettere tra parentesi le polemiche per lasciare spazio al ritorno della democrazia; anzi, lasciare che la democrazia si apra un varco proprio attraverso il ritiro dalla polemica. È un gesto neutro, quasi astratto. Verrebbe da dire persino violento, se questa parola non fosse ormai catturata dalla stessa logica polemica. Nessun sapere, nessuna scienza, nessuna presa di coscienza, nessuna previsione, nessun programma: soltanto la democrazia come promessa.
Una sospensione così radicale dei fatti può essere soltanto l’esperienza di un atto di fede. Un atto che resta indenne proprio perché accetta il sacrificio di ogni altra giustificazione. Vi prego: mettiamo da parte il nostro scetticismo, il nostro empirismo. È come se dicesse: sospendiamo gli effetti del ragionamento, della logica, della scienza e della tecnoscienza. Crediamo in null’altro che in questo atto di fede. Fondiamo la nostra comunità su null’altro che su questa promessa.
È un gesto vuoto, assoluto. Si chiede di credere a ciò che viene detto come si crede a un miracolo. L’atto richiama il miracolo e, insieme, si presenta esso stesso come miracoloso, inaugurando uno spazio che non lascia alcun privilegio al disincanto. Il disincanto, per quanto inevitabile sul piano dell’esperienza storica, diventa soltanto una modalità interna di questa esperienza del miracolo. Come se ogni testimonianza chiedesse, in ultima istanza, di essere accolta con la stessa fede che si riserva al miracolo o a un evento straordinario (Derrida, Fede e sapere).
Si tratta di un’attestazione pura, propria dell’esperienza della fede e del miracolo. E tuttavia è implicata anche nel più ordinario dei legami sociali.
È sufficiente la fede perché ciò in cui si crede si realizzi.
«Ma come?», domanda lo scettico.
Come il denaro, risponde Zhok.
Che cos’è oggi il denaro? Un pezzo di carta. Più spesso ancora, un’apertura di credito. In altre parole – quasi niente. Nessun fatto empirico, nessuna realtà misurabile o percepibile dai sensi. Esiste soltanto un atto di fede che tiene insieme una comunità di credenti. È questo il passaggio decisivo: qui la fede si capitalizza. Senza questo passaggio il denaro non produrrebbe alcun effetto. Il miracolo consiste proprio nel credere, e nel far credere, che ciò che di per sé non vale nulla possa valere qualcosa; che una promessa di pagamento sia già ricchezza disponibile e possa circolare come tale.
Zhok ha studiato il denaro e conosce bene questo meccanismo.
Nell’immediato dopoguerra, per esempio, il principale elemento dell’ordine monetario internazionale è la persistente eccedenza della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti. Dal punto di vista del resto del mondo, ciò corrispondeva alla celebre scarsità di dollari. Negli anni Sessanta la situazione si rovescia. Gli Stati Uniti iniziano a registrare deficit sempre più consistenti: spendono all’estero più di quanto incassano. La differenza prende la forma di un accumulo di dollari nelle riserve delle banche centrali e dei governi stranieri, come osservavano Huberman e Sweezy in Oro, dollaro e crisi del sistema.
I dollari, dunque, da bene scarso diventano abbondanti. Gli Stati Uniti ne emettono in quantità crescente.
Se il denaro fosse soltanto il prodotto di una decisione sovrana, come suggerisce Zhok, ogni misura diventerebbe irrilevante. Una decisione sovrana è infatti performativa: produce ciò che dichiara. È una decisione nel senso del decisionismo. Non deriva da una misura, da un rapporto o da un calcolo.
Eppure la contabilità racconta altro. Quando gli Stati Uniti spendono più di quanto esportano, i loro partner commerciali accettano dollari in cambio di merci. Cedono beni in cambio della promessa che, a una certa data futura, quella carta conserverà un controvalore equivalente.
Ed è qui che il tempo entra in scena.
In economia il tempo pesa. Modifica la promessa, la espone al rischio. Nessuno può garantire che il controvalore futuro coincida perfettamente con quello atteso. Proprio per questo esistono assicurazioni, contratti forward, currency swap, inflation swap, strumenti di copertura e beni rifugio come l’oro, gli immobili o, più recentemente, le criptovalute. Tutti cercano di proteggere una promessa dall’azione corrosiva del tempo.
Questa instabilità è evidente anche nella vita quotidiana. Basta andare al supermercato: il prezzo nominale può restare identico mentre la quantità diminuisce. La promessa rimane la stessa, ma il suo contenuto si consuma. L’esempio di scuola è il mercato del pesce fresco.
L’atto puro della fede sospende idealmente il tempo, quel tempo che corrompe ogni decisione. In questo senso Zhok coglie un punto essenziale: la fede è fondativa. Senza la fiducia nella stabilità del valore del denaro – nell’idea che dieci continuino a valere dieci – lo scambio sarebbe impossibile.
Il valore nominale non può inseguire il potere d’acquisto, perché quest’ultimo è sempre relativo: dipende dall’intero sistema dei prezzi e muta incessantemente. Di più, è una rapporto differenziale che non si fissa.
Hayek ne era consapevole. Propose perfino un sistema di cartellini elettronici, aggiornati in tempo reale, capaci di registrare ogni variazione del mercato e di assegnare a ogni bene il prezzo Giusto, eliminando la differenza tra il valore nominale e il potere di acquisto. Era un tentativo disparato di inseguire la giustizia attraverso un aggiornamento continuo dei prezzi.
Ma il problema resta lo stesso: come evitare che, nel tempo che separa la stipula di un contratto dalla consegna del bene, il valore cambi? Anche un sistema di prezzatura istantanea funzionerebbe soltanto a patto che si fermi il tempo. Perché, tra l’istante in cui il prezzo viene fissato e quello in cui il bene viene consegnato, il mercato può già essersi mosso. Il tempo riapre inevitabilmente lo scarto.
Il sogno di uno scambio perfettamente sincronizzato – una sorta di baratto a tempo zero – si infrange proprio contro questa irriducibilità del tempo. È un limite che Hayek, e con lui molta cultura tecno-entusiasta, da McLuhan fino alle più recenti utopie digitali, ha finito per sottovalutare.
Bisogna anzitutto prendere atto di un fatto. La fede, pur presentandosi come una decisione sovrana – dunque incorruttibile, immune al mutamento e sottratta alle pressioni della tecno-scienza – non impedisce la corruzione e l’ingiustizia. Al contrario, apre loro la porta. E la apre proprio perché è orientata alla giustizia. Dalla stessa soglia attraverso cui dovrebbe entrare il bene può entrare anche il male.
Perché, negli anni Sessanta, le banche centrali straniere continuano ad accettare dollari, pur sapendo che quei dollari non si trasformano immediatamente in un controvalore effettivo?
È importante collocare la questione nel suo contesto storico.
La prima risposta è semplice: perché si fidano. Senza fiducia il denaro non funziona. La fede è il suo fondamento. Che la moneta sia pecora, sale, tabacco, conchiglie, oro, argento, carta, plastica o un bit, il principio non cambia. Come osserva Zhok, il fondamento del denaro è il credito.
In realtà, questa struttura fiduciaria precede perfino la moneta. Anche nel baratto, quando scambio una capra con una pecora, accetto lo scambio perché credo che la pecora conserverà il proprio valore nel tempo, che non si ammalerà, che non presenterà difetti nascosti. Presuppongo che il suo valore sia sufficientemente stabile da rendere sensato lo scambio. La accetto nella fede che il suo valore sia immune dal tempo, che sia sacro, sacer, intoccabile – sovrano. Se prevalesse il dubbio scettico – se pensassi che la pecora potrebbe rivelarsi una fregatura appena arrivata a casa – probabilmente rinvierei lo scambio o vi rinuncerei del tutto.
La fede, dunque, non entra in gioco soltanto perché oggi utilizziamo carta-moneta priva di valore intrinseco. È una condizione costitutiva di ogni scambio.
Quando gli scambi si allargano, la pecora fatica a funzionare come moneta. La pecora non è divisibile, è costosa da mantenere, deperisce, è difficile da trasportare ed è relativamente scarsa. Per questo viene progressivamente sostituita dall’oro. Non perché cambi il fondamento fiduciario dello scambio, ma perché l’oro svolge meglio alcune funzioni monetarie.
Negli anni Sessanta le banche centrali possono ancora convertire i dollari in oro. La convertibilità è garantita al prezzo di 35 dollari per oncia. Continuano quindi ad accettare carta-moneta perché confidano che le autorità statunitensi manterranno quell’impegno. Finché il dollaro viene percepito come equivalente all’oro, esso presenta perfino un vantaggio: oltre a conservare valore, può produrre interessi, come osservano Huberman e Sweezy.
Forte di questa fiducia, gli Stati Uniti emettono quantità crescenti di dollari e finanziano il proprio deficit estero. Ma, a un certo punto, i dollari in circolazione superano le riserve auree disponibili. Per Huberman e Sweezy, già nel 1966, il deficit della bilancia dei pagamenti americana è una bomba a orologeria collocata nel cuore del sistema monetario internazionale.
Ed è qui che nasce il problema.
Se la moneta dipende dalla fiducia, dalla sovranità e dalla forza performativa della decisione, perché questa costruzione diventa improvvisamente fragile? Perché compare lo spettro dello scetticismo?
Noi conosciamo già l’esito della vicenda. Nel 1971 Nixon sospende la convertibilità del dollaro in oro. Ai creditori viene comunicato che dietro la promessa non c’è più alcun lingotto. Resta soltanto la nuda promessa.
Ma una promessa è mai davvero nuda?
Huberman e Sweezy, scrivendo nel 1966, si pongono un’altra domanda: come può essere disinnescata questa bomba? È questa, dicono, la questione decisiva.
La fede che pretendeva di sospendere i fatti deve ora confrontarsi proprio con essi. E il fatto decisivo è il deficit della bilancia dei pagamenti americana. Gli Stati Uniti spendono all’estero più di quanto incassano.
La risposta, a prima vista, sembra ovvia. Gli Stati Uniti devono smettere di comportarsi come uno spendaccione che vive a credito. Devono cessare di finanziare la propria spesa stampando moneta e approfittando della fiducia altrui. In altri termini, devono imparare a vivere nei limiti delle proprie risorse. Se il problema è il deficit, la soluzione sembra essere una sola: eliminarlo.
Huberman e Sweezy osservano però che la classe capitalista americana non accetta né questa diagnosi né la terapia che ne consegue. Gli Stati Uniti sono in deficit quasi ininterrottamente dal 1950. Nel frattempo hanno perso circa il 40% delle riserve auree detenute allora, mentre i dollari accumulati all’estero hanno ormai superato il valore dell’oro rimasto nelle casse statunitensi.
David Michaels propone una lettura diversa. Gli Stati Uniti, sostiene, non vanno paragonati a una famiglia che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Uno spendaccione accumula debiti finché i creditori smettono di finanziarlo e, alla fine, fallisce. Vive oltre i propri mezzi e non gli resta altro che l’indebitamento.
L’analogia corretta, secondo Michaels, è un’altra: gli Stati Uniti assomigliano a una banca.
La banca è il perno di un sistema fondato sulla fiducia. Non siamo lontani, del resto, da quelle concezioni della sovranità che individuano proprio nella banca il principale garante dell’ordine economico.
Come riassumono Huberman e Sweezy, Michaels descrive i rapporti finanziari tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, in particolare con l’Europa, come il rapporto tra una banca e i suoi depositanti. I possessori di dollari sono assimilabili ai clienti di una banca: possono sempre chiedere la conversione dei loro depositi in oro, ma non lo fanno tutti nello stesso momento. Per questo motivo gli Stati Uniti non hanno bisogno di detenere riserve auree pari all’intero ammontare dei dollari in circolazione. Possono investire una parte consistente delle proprie attività e, se necessario, liquidarle per far fronte alle richieste di rimborso. È su questo equilibrio che, secondo Michaels, si fonda la fiducia. Il sistema può reggere finché quella fiducia non viene meno.
Ma quando cessa di reggere?
Se la fiducia fosse puramente ideale, del tutto indipendente dai fatti, la sua resistenza sarebbe illimitata. Nessun attrito potrebbe incrinarla. La banca sarebbe, di principio, immunizzata contro ogni crisi: basterebbe emettere nuova moneta e il sistema riprenderebbe a funzionare.
I creditori, tuttavia, ragionano diversamente.
Nel 1965 le attività economiche e i titoli del Tesoro statunitense a breve termine detenuti all’estero ammontano a 32,5 miliardi di dollari, mentre le riserve auree degli Stati Uniti sono pari a 13,8 miliardi, appena il 42% dell’importo teoricamente convertibile. Se però si considerano anche i 70,8 miliardi di investimenti americani all’estero e i 25,1 miliardi di crediti internazionali del governo statunitense, il quadro cambia radicalmente. Le attività complessive raggiungono i 109,7 miliardi di dollari. Sottraendo le passività verso l’estero, resta un attivo netto di 77,2 miliardi, pari al 238% dei dollari detenuti fuori dagli Stati Uniti.
È questa solidità patrimoniale, più che il semplice fiat, a sostenere la fiducia. Naturalmente anche quella valutazione dipende, in ultima analisi, da una relazione fiduciaria. Ma la fiducia non basta a se stessa. Ha bisogno di appoggiarsi a rapporti, misure, bilanci, valutazioni. Non si sostiene soltanto come decisione sovrana o come atto performativo.
Abramo non può chiedere spiegazioni a Dio. Deve fidarsi. Dio sa quello che fa, sa come andranno a finire le cose – Dio è anche colui che fa cose con le parole (Fiat lux, et facta est luxs). Abramo deve agire da credente se vuole che la prova produca il suo effetto. E quale effetto deve produrre questa prova di fiducia in Dio? Deve provare la fede stessa.
La prova consiste precisamente in questo: agire senza pretendere giustificazioni, perché soltanto così la fede si manifesta come fede. Zhok ha ragione quando afferma che la prova della fede è la fede stessa.
Ma proprio qui emerge una difficoltà.
Perché Dio dovrebbe mettere Abramo alla prova? Se la parola divina è creatrice, se realizza sempre ciò che dice, quale necessità resta per la prova? Perché introdurre l’esperienza, il rischio, il tempo? Dio non conosce già il risultato?
La domanda è inevitabile e, insieme, scandalosa: la prova serve davvero a saggiare la fede di Abramo, oppure è Dio stesso a esporsi al rischio? Come se la promessa non fosse del tutto indifferente alla sua realizzazione; come se perfino Dio dovesse verificare che l’idea resista alla prova dei fatti e non si smarrisca lungo il cammino? Che bisogno ha di mettere alla prova Abramo? O forse – ma il solo sospettarlo è uno scandalo – Dio mette alla prova se stesso? Dio non è sicuro che Abramo arrivi alla meta, non è sicuro che l’idea, alla prova dei fatti, non si perda per strada? Abramo è un uomo, esiste, e può perdere la fede, può smarrirsi come una cosa tra le cose.
Che cosa c’è, allora, di realmente materiale in questo intreccio di valute, fiducia, crediti e debiti? Davvero è tutto promessa? Tutto decisione? Tutto idea? E l’idea, dopo le sue peregrinazioni nel mondo, ritorna davvero identica a se stessa?
Secondo David Michaels, gli altri paesi dovrebbero addirittura essere grati agli Stati Uniti per il loro deficit. La produzione mondiale di oro, infatti, non sarebbe sufficiente a fornire le riserve richieste dall’economia internazionale. Finché le attività estere degli Stati Uniti garantiscono le obbligazioni denominate in dollari, il sistema può continuare a funzionare, anche se poggia su una penetrazione permanente del capitale americano e su una dinamica che ha tratti chiaramente neocoloniali. Se questa espansione non bastasse più, gli Stati Uniti potrebbero sempre sospendere la convertibilità del dollaro o svalutarlo. In effetti è ciò che è accaduto. Nel 1965 un dollaro valeva circa quattro marchi tedeschi; nel 1980 ne valeva meno della metà.
La fede deve sempre fare i conti con fatti come questi. Non può evitarli. Un marco è rimasto un marco e un dollaro è rimasto un dollaro, ma il rapporto tra i due è cambiato. È il tempo a modificare quella relazione. La storia altera il credito, trasforma la fiducia e introduce il dubbio.
I dollari creati dal deficit americano e affluiti in Europa e in Giappone non venivano convertiti nelle valute locali. Rimanevano denominati in dollari e venivano depositati presso banche londinesi.
Secondo Arrighi (Il lungo XX secolo), il punto di svolta arriva nel 1963. L’amministrazione Kennedy, nel tentativo di frenare l’emorragia di oro provocata dalle crescenti passività estere degli Stati Uniti, introduce restrizioni ai prestiti e agli investimenti americani all’estero. Ma l’effetto è l’opposto di quello desiderato. Il mercato internazionale del credito in dollari si sposta da New York a Londra. I prestiti continuano a essere denominati in dollari, ma sfuggono ormai alla giurisdizione statunitense.
Nasce così il mercato dell’eurodollaro: un enorme circuito offshore, al di fuori dell’autorità normativa di qualsiasi Stato. Le banche londinesi iniziano a creare e movimentare dollari con un’autonomia crescente rispetto alla Federal Reserve. Dal 1968, dice Arrighi, questo mercato assume dimensioni esplosive.
Qui bisogna fare una precisazione.
Se la moneta è una promessa, cioè una parola data, perché dovrebbe sottrarsi al controllo di chi l’ha pronunciata? Se la promessa non descrive uno stato di cose ma produce ciò che dice – come il Sì pronunciato in un matrimonio, che non registra un fatto ma lo istituisce – perché si separa dall’atto che l’ha generata? Non può iniziare e finire in questo atto?
L’atto deve trasmettersi, deva cadere nel mondo, deve poter essere citato in giudizio e opposto a terzi, deve essere ricevibile, dunque deve ripetersi in uno standard e sottomettersi a una tecnica e a un paradigma di verificazione conosciuti, dati.
E qui si apre il problema.
Anche la promessa di Abramo è pronunciata nel nome di Dio. Ma, nel momento in cui quel nome viene pronunciato entra nella storia. Si espone alla ripetizione, all’interpretazione, alla circolazione. Ciò che dovrebbe restare assolutamente trascendente viene inevitabilmente trascinato nel mondo, esposto al tempo, alla trasformazione e persino alla possibilità della corruzione.
È precisamente questa condizione di iterabilità – per usare il lessico di Derrida – a rendere possibile il mercato dell’eurodollaro.
La promessa deve poter circolare indipendentemente da colui che promette. Deve poter essere trasferita, ceduta, riutilizzata. Proprio perché si separa dalla propria origine, cade nel mondo e si espone ai suoi effetti.
Così accade anche al dollaro. Che sia carta, oro, credito o semplice registrazione elettronica, il dollaro si distacca dall’autorità che lo ha emesso. Circola, viene raccolto, scambiato, depositato, prestato. Diventa eurodollaro, cioè dollaro fuori dalla giurisdizione degli Stati Uniti.
La promessa, dunque, non è soltanto il fondamento della sovranità. È anche il principio della sua distruzione. La stessa struttura che rende possibile l’autorità rende possibile la sua destituzione. La libera circolazione dei capitali è iscritta nella logica della promessa stessa.
I dollari che, negli anni Sessanta, si trovano all’estero sono anzitutto la misura della penetrazione dell’imperialismo statunitense nel mondo. Sono quei circa 110 miliardi di dollari che, invece di rientrare a New York, trovano rifugio a Londra, alimentando il mercato degli eurodollari.
Come dice Arrighi, una parte non trascurabile delle passività statunitensi verso gli «stranieri» – le virgolette sono sue – era costituita dai depositi in dollari delle stesse multinazionali americane presso banche estere e offshore. Il tentativo dell’amministrazione Kennedy di arrestare l’erosione del potere del dollaro produsse così l’effetto opposto: accelerò il processo che avrebbe finito per indebolirlo.
L’accumulo di depositi in dollari nelle banche sottratte al controllo della Federal Reserve e alla giurisdizione statunitense, soprattutto a Londra, diventa esplosivo nel 1968. Secondo Arrighi, è qui che maturano le condizioni della destabilizzazione e, infine, della dissoluzione dell’ordine monetario costruito nel secondo dopoguerra.
Finché i capitali americani alimentavano la ricostruzione europea, il sistema del dollaro rimase stabile. Ma, quando le imprese europee si riorganizzarono secondo il modello produttivo statunitense e cominciarono a competere su basi più paritarie, gli spazi per nuovi investimenti si ridussero drasticamente. Il capitale divenne eccedente rispetto alle opportunità di valorizzazione.
Nessun ulteriore fiat avrebbe potuto modificare questa situazione. Una maggiore immissione di liquidità non avrebbe creato nuovi sbocchi produttivi. Avrebbe semplicemente alimentato l’inflazione, trasformando l’eccesso di fiducia nella propria negazione.
Arrighi lo afferma con chiarezza: la crisi del regime di accumulazione statunitense, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, nasce da una sovrabbondanza di capitali in cerca di investimenti redditizi.
Che cosa significa questo sul piano del credito e della fiducia?
Significa che la promessa incontra un limite esterno. La fiducia è necessaria, ma non è sufficiente. Per produrre effetti economici deve trovare condizioni effettive di valorizzazione.
Il denaro non mancava. Anzi, era troppo. Circolava senza trovare impieghi produttivi adeguati. Cercava continuamente una conferma che non arrivava. E più questa conferma mancava, più si indeboliva la credibilità della promessa incorporata nella moneta. Il valore nominale restava immutato, mentre il potere d’acquisto entrava progressivamente in contraddizione con esso.
Arrighi osserva che, a partire dal 1968, l’espansione della liquidità mondiale non produce più crescita del commercio e della produzione, come era accaduto negli anni Cinquanta e nella prima metà degli anni Sessanta. Produce invece inflazione e una massiccia fuga di capitali verso il mercato offshore degli eurodollari. È quello che Arrighi definisce un effetto «perverso» (le virgolette sono di Arrighi, che non trova di meglio per descrivere l’effetto auto-immune provocato dall’iniezione).
Quando il capitale non trova occasioni profittevoli di valorizzazione nella produzione, un’ulteriore iniezione di liquidità non risolve il problema. Aggiunge semplicemente altro capitale monetario a un’eccedenza già esistente. Quel denaro non si traduce in nuovo valore prodotto, ma si riversa nella circolazione, alimentando l’aumento dei prezzi.
È il quadro storico degli anni Settanta: la crisi di Bretton Woods, il mercato degli eurodollari, lo shock petrolifero e politiche monetarie espansive che cercano di compensare una crisi di redditività ormai strutturale.
L’inflazione generata da questa massa di capitale si scarica sui prezzi delle merci e provoca una reazione sociale. Tra il 1968 e il 1973 i salari crescono significativamente. Per il capitale ciò significa un’ulteriore compressione dei margini di profitto. Nel 1973 lo shock petrolifero aggrava ulteriormente una crisi già in corso.
Come dice Arrighi, la sovranità monetaria conquistata da Roosevelt e Morgenthau aveva costituito la premessa dello sviluppo keynesiano del dopoguerra. Attraverso quel controllo pubblico della moneta gli Stati Uniti erano riusciti a ricomporre il caos sistemico degli anni Trenta e Quaranta. Ma, con l’espansione internazionale delle grandi imprese americane, il controllo della liquidità mondiale iniziò progressivamente a spostarsi dalle istituzioni pubbliche ai mercati finanziari privati, e da Washington verso Londra e New York.
Grazie ai depositi in dollari, le banche londinesi potevano ormai creare credito in dollari senza passare attraverso la Federal Reserve. Il sistema della moneta fiduciaria rivelava così una fragilità strutturale: la sovranità monetaria non era un confine invalicabile, ma un ordine esposto alla propria stessa eccezione.
La risposta degli Stati Uniti fu immediata. Come dice Arrighi, Washington cercò di riaffermare il proprio ruolo nell’offerta di liquidità mondiale eliminando il vincolo che ancora limitava la Federal Reserve: la convertibilità del dollaro in oro.
Tra il 1973 e il 1978 il nuovo pure dollar standard sembrò concedere agli Stati Uniti una libertà senza precedenti nella creazione di moneta mondiale. Il dollaro poteva ormai essere emesso senza riserve auree, senza ancoraggi materiali, senza alcun riferimento esterno se non a se stesso. Adesso si potevano davvero creare dollari dal nulla, senza riserva, senza ancoraggio, senza riferimento a niente che a se stessi, mettendo tra parentesi l’economia e la produzione, l’oro nei forieri, la produzione e la distribuzione di merce, le fabbriche e la struttura produttiva complessiva – l’avvento della creazione pura, al di là di ogni fatto, la mera volontà di potenza.
Sembrava la piena affermazione della sovranità performativa: una moneta capace di fondarsi esclusivamente sulla propria promessa. Ma proprio questa apparente emancipazione da ogni vincolo avrebbe presto scoperto che il muro contro cui avrebbe finito per sbattere la testa era duro come un fatto bruto.













































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