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sinistra

Burro o cannoni

di Luciano Bertolotto

Burro o cannoni cop.jpgOgni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana: Essa suona per te.

 

Follia del potere

Un tale chiede: vuoi burro o cannoni?

Cerco su Internet. Sembra che la domanda non sia nuova... Gente di potere, Goering (1936), Mussolini(1938) e, in versione più moderna, Draghi (2022) l'hanno copiata dai nazionalisti tedeschi (prima guerra mondiale).

La frase di Draghi (preferiamo la pace o il condizionatore acceso?) è solo apparentemente diversa. Subdolamente contrappone un atto ostile nei confronti dei russi (che poi, peraltro, si è rivelato autolesionista)alle ordinarie condizioni di vita dei cittadini.

Op-là...doppio salto mortale a cui siamo stati addestrati: quando si dice pace si intende guerra e viceversa. Stravolgere il senso delle parole, fino a ribaltarlo interamente, è una delle più odiose manifestazioni dell'arroganza del potere

Quesito di tragica comicità ma, proprio per questo, capace di sollecitare riflessioni.

Prima fra tutte: perché fare una domanda, in tutta evidenza, retorica? Nessuno, neppure un demente, si aspetta una risposta. Disporre del potere gioca brutti scherzi. Fino ad arrivare a considerare gli altri privi di un pensiero minimamente complesso, incapaci di andar oltre formule binarie.

A credere(probabilmente in buona fede; non sono abbastanza intelligenti per dubitare...) che non possano esistere alternative alle loro verità. Stupidi e presuntuosi ma non innocui. Le conseguenze le conosciamo. Quasi sempre sono i potenti a fare la guerra. O, meglio, a farla fare agli altri.

Non a tutti piace l'idea di lasciarci le penne dietro una bandiera. La grande maggioranza di chi campa normalmente , ha paura di missili, droni e carri armati.

Ma... Come può esprimere questo dissenso? Alla faccia della democrazia le decisioni che davvero contano le prendono in pochi. Nelle segrete stanze.

Forse per questo, quando c'è l'occasione, le piazze si riempono. Ultimamente(udite, udite...) anche le urne elettorali. Il referendum è andato ben oltre il suo preteso significato tecnico.

Sotto le ceneri qualcosa cova: si è riaperto lo scontro tra Eros e Thanatos... Tra chi alla propria vita ci tiene e chi gioca con la pelle degli altri.

 

L'economia dello spreco programmato

Le perplessità non finiscono qui. A chi è rivolta la domanda?

Non certo a chi, al burro e al condizionatore, rinuncia. Perché non se li può permettere.

E non sono pochi...I cannoni tolgono loro una parte del modesto sostegno con cui la società li aiuta a campare.

Neppure a quelli (e sono un po' meno...) che possono permettersi ben altro... Il burro, semmai, lo usano alla maniera di Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi. La spesa per il riarmo non li tange.

A loro porta solo vantaggi. Sono le elites del sistema...

Restano, infine, quelli che dispongono di una capacità di consumo, adeguata alla società opulenta in cui viviamo.. Potremmo definirla la classe del consumatore medio. Acquista, magari a rate, perché nel comprare trova la sua identità. Vive con la paura di precipitare tra quelli classificati come indigenti. La sua funzione economica è consumare e sprecare. Permette di disperdere parte del surplus. Riveste un ruolo fondamentale per il mercato.

Un calcolaccio a mo' d'esempio. Riguarda il suv, l'auto che negli ultimi anni ha invaso le strade..

Con una linea che non si capisce se deriva dai cartoni animati o viceversa.

1500( e più) chilogrammi di ferraglia per portare a spasso 70 chili di carne. Un calcolo, pur molto prudente, stima un consumo di 8 miliardi di litri di carburante in più( rispetto a quanto ne beve una normale media cilindrata sullo stesso percorso). Qualcosa come 200 mila autocisterne.

In termini di emissioni di anidride carbonica(il gas a cui si attribuisce la maggior responsabilità nel fenomeno del riscaldamento globale) sono 20 miliardi di chilogrammi. Per assorbirli necessitano da 1 a 2 miliardi di alberi. Da piantare dove? Visto che nelle città, sullo spazio utile, aleggia la rendita fondiaria... Per giunta ci vogliono almeno dieci anni per far loro svolgere la funzione richiesta.

Come non definire criminale la scelta di produrre suv?

 

Creare surplus per distruggere surplus

Il prodotto sociale cresce in misura decisamente superiore a quanto destinato al consumo dei produttori. Anche perché, per generare il massimo profitto occorre comprimere la retribuzione del lavoro e, di conseguenza, la possibilità di consumare.

Gran parte della differenza(surplus) serve a mantenere lo Stato. Che ha i suoi compiti e... che spesso, va anche oltre questi. Ha un costo enorme, non sempre giustificato dal ruolo che svolge nei confronti della società.

Il resto è compensato dallo spreco. Non essendo sufficiente quello privato c'è quello pubblico.

Lo Stato prende ma anche da. Soprattutto a chi ha già. Grandi eventi (panem et circenses), grandi opere, grandi... Quando si tratta di sperperare miliardi è tutto molto grande.

La necessità di disperdere il non consumato è una delle principali leggi dell'economia.

Ci sono classi e ceti sociali, in tal senso, meritevoli. Ma anche questo non basta. Ci vogliono impegni più onerosi. La scelta, ad esempio, di programmare un sovra-prodotto senza che esso sia residuo di quanto consumato. Applicando alcune indicazioni(volgarizzate) dell'insegnamento di Keynes.

Una parte del surplus lo si trasforma nuovamente in lavoro con lo scopo di produrre altro surplus. Viene meno un concetto basilare: il prodotto sociale ha l'unica finalità di soddisfare i bisogni di sopravvivenza della specie.

Detto un po' grossolanamente: la differenza è tra lavorare per mangiare e mangiare per lavorare.

Insomma: si tratta di una manovra economica pensata non per realizzare quanto abbisogna ma per salvare un sistema che fa acqua da tutte le parti.

Ovviamente meglio se l'operazione ha, anche, una reale utilità per il vivente. Non vi è dubbio che la riconversione ecologica è un necessità. Anzi: un'emergenza. Non l'unica ma una delle più importanti; intrecciata, inoltre, con i temi della giustizia sociale.

Nell'investimento sull'ambiente è la natura ad essere, contemporaneamente, oggetto e soggetto della sua stessa trasformazione. Infatti tutto quello che l'umanità realizza è natura trasformata dal lavoro. Basterebbe intervenire con un po' di intelligenza per ripristinare(per quanto, ancora, possibile) equilibri che, precedenti scriteriati interventi, hanno alterato. Senza farsi troppo condizionare dalla sirena del profitto. Per una volta questo deve essere a favore dell'umanità intera e non di qualche privato. Ma questo è possibile?

Dove sta il problema? Di lavoro ce n'è quanto si vuole e la tecnica non è mai stata tanto potente. Purtroppo le decisioni sono tutte interne al modo di produzione capitalistico. Alla sua ideologia che, una particolare genia di stregoni(detti economisti) chiama teoria. Una teoria costruita attorno al feticcio del denaro, imprigionata dai recinti in cui, essa stessa, si è chiusa. Per evitare di mettere in discussione l'impianto di una società basata sullo sfruttamento, l'impegno si limita alla gestione del flusso del denaro(essenziale solo per il processo di accumulazione capitalistica) nell'illusione che ciò basti ad evitare le crisi. Le manovre economiche si basano su operazioni di piccolo cabotaggio. Incentivi a pioggia, soprattutto a favore di chi non ne avrebbe bisogno...

Da un giornale locale: “ la neve naturale per noi è diventata quasi un intralcio, ostacola la circolazione delle auto dei turisti ed è difficile da trattare”. Parole del presidente dell'Associazione gestori degli impianti di risalita del Piemonte. Ci sono i cannoni(sempre loro...) per spararla la neve. Ovviamente quella artificiale. E, soprattutto ci sono i soldi(pubblici) per farlo. Il tornaconto è salvo. Chi se ne frega dello spreco di acqua, di energia e di altro...

Qui sta l'insormontabile difficoltà a intervenire massicciamente per ripristinare, almeno in parte, i cicli naturali che il nostro produttivismo ha, incautamente rotto. Il green deal europeo varato nel 2019 ha (o meglio, più realisticamente, aveva) obiettivi ambiziosi e la speranza di mobilitare, nello spazio di dieci anni, 1000 miliardi di euro. Ha incontrato molte resistenze da parte dell'industria e dei singoli Stati. Anche gli agricoltori si son ribellati al divieto di usare pesticidi.

Si susseguono le deroghe per venire incontro ai vari interessi. Al solito si vuole mettere assieme capra e cavoli; riconversione e competitività. Anche gli attesi investimenti privati si sono rivelati assai meno consistenti di quanto sperato. Segno, forse, che per il capitalismo la natura continua a essere qualcosa da sfruttare più che da proteggere. Gli idrocarburi(pur, a parole, messi al bando) non si possono toccare... ci sono troppi interessi sotto. E, nel nostro piccolo, siamo disposti a rinunciare all'auto, al riscaldamento e via dicendo? Le alternative non mancano ma, per essere accettate debbono garantire alti livelli di profitto. Il nucleare si, il solare un po' meno...

La riconversione ecologia richiede, per prima cosa, una riconversione filosofica. La mente umana non sembra in grado del pensiero lungo, di andare oltre l'interesse individuale. A tutti i livelli. Anche questa è eredità tossica di un sistema che si basa sulla competizione. Probabilmente questo non basta a spiegare l'egoismo, ma, di sicuro, su di esso incide.

Cosa succederebbe se nelle città si applicassero le misure necessarie per mitigare gli effetti dei guasti compiuti? Se i piani regolatori tenessero conto di esigenze profondamente antitetiche ai criteri con i quali la rendita fondiaria ha trionfato? Trovatemi un sindaco che abbia il coraggio di proporlo. Sono caduto anch'io nella retorica: con un programma simile chi potrebbe essere eletto primo cittadino?

 

La guerra come igiene dell'economia?

Poi fu la guerra. Anzi, le guerre. Non è che prima mancassero. Riguardavano, però, zone lontane e, soprattutto, avevano meno rilievo sui media.

Varie le cause, tutte ammantate da ragioni storiche, a volte, addirittura a sfondo religioso.

Nazionalismo, volontà di egemonia ma soprattutto reazione agli squilibri di carattere economico accumulati nella fase della globalizzazione… Stati (in particolare uno...)che per difendere la loro economia(l'economia del capitale) aggrediscono altri Stati. Gli imperi, soprattutto quelli morenti, sono estremamente molesti. Hanno la forza delle armi e la usano. La guerra non è neppure una scelta. È la normale operazione di ripristino del privilegio. Il fine, tanto per cambiare, è di saccheggiare le risorse naturali indispensabili alla produzione mantenendo la supremazia nei settori chiave..

Siamo entrati nell'economia di guerra. Con tanto di riarmo. La risposta del sistema capitalistico alle forti difficoltà incontrate con la saturazione della domanda solvibile. Quella utile a soddisfare bisogni.

La guerra, in sé, è pure redditizia. Produrre(e vendere) armi garantisce grandi profitti.

Senza contare quel che rende ricostruire quel che si distrugge...

Qualche rischio, forse, c'è. Con le prossime, elezioni in diversi Paesi europei gli ordigni, di cui ora ci dotiamo, rischiano di finire nelle mani dell'estrema destra guerrafondaia.

Beh, non è che la sinistra moderata si sia mostrata, finora, un granché pacifista...

Sta di fatto che la guerra si è imposta come elemento centrale della crisi. Ben lungi da diventare un tabù si sta incuneando nella nostra mente. Nell'immaginario collettivo. Quasi fosse normale scannarsi...

Senza dubbio c'è, anche, tutto un lavorio sotterraneo per far si che così sia. Una subdola militarizzazione della società. Perfino nelle scuole... Con tanto di retorica patriottarda.

E' stato, per l'occasione, rispolverato l'antico motto: si vis pacem, para bellum(se vuoi la pace prepara la guerra) attribuito a Vegezio(il Draghi del IV secolo?). Esortazione che non sembra neppure portar tanto bene, vista la fine che ha fatto l'impero romano...

Chi comanda(o, comunque, crede di farlo) non si tira indietro. Suprematisti per convenienza e convinzione. Del resto altri, prima di loro, di simil fede, hanno parlato della guerra come sola igiene del mondo.

Non poteva mancare l'Ursula von der Leyen. Detto per inciso: da dove salta fuori questa? Chi l'ha messa lì?, chi rappresenta?

Ecco il ReArmEurope (Riarmare l'Europa). Piano strutturale per mobilitare 800 miliardi di euro, entro il 2030. Da usare per la fabbricazione e l'acquisto di armi, possibilmente, fatte in casa.

Con tanto di prestiti fortemente agevolati e deroghe al mitico Patto di stabilità.

In barba alla democrazia il piano(vista l'emergenza?!) è stato annunciato senza, neppure, essere stato discusso nel Parlamento europeo Non manca lo zampino del solito Draghi. Nel suo Rapporto, commissionato dalla Commissione europea, indicava, come uno dei pilastri dell'intervento di rilancio economico dell'Unione, la capacità di difesa comune. Insomma, in un linguaggio un po' meno ipocrita, la fabbricazione di armi.

Il riarmo non è più visto solo come una necessità di sicurezza legata ai conflitti ai confini europei, ma come un massiccio stimolo macroeconomico volto a modernizzare l'intera catena produttiva del continente. Se non altro una cosa è chiara: armarsi è, prima di tutto, una manovra economica.

Però manca qualcosa: il nemico. Almeno uno ci vuole se no come si giustifica la folle scelta di riempire gli arsenali...Volete burro o cannoni? Le elezioni, in molti Paesi europei, sono vicine...

La risposta potrebbe essere sorprendente.

Tutto sarebbe stato più facile se la manovra avesse riguardato l'ambiente(...oggi 38° all'ombra).

A fronte di un nemico reale si preferisce costruirne uno immaginario.

Uno Stato canaglia ci sarebbe. Bombarda, ruba, rapisce, affama... Ma è anche nostro alleato, anzi, da tanti anni guida le nostre principali scelte. E, poi, è maledettamente armato...

Forse qualcuno delle élite l'ha individuato come l'avversario da battere(soprattutto sul piano economico)ma ... non può dirlo.

Potrebbe andar bene la Russia di quel Putin che, sicuramente, una brava persona non è (faceva fin affari con Berlusconi...). Qualche dubbio può nascere sull'effettiva volontà( e capacità) dei russi di invaderci. Anche perché, come dice Caracciolo, uno che un pochino se ne intende, la guerra durerebbe mezzora... il tempo di spedirci, sulla testa, qualche ordigno nucleare. Ma, in mancanza d'altro, anche i cosacchi(di democristiana memoria) vanno bene.

Stupisce che la Meloni, bellicosa per carattere e per, mai rinnegato antico DNA, tentenni di fronte alla prospettiva di indebitare l'Italia per acquistare armi.

Come, del resto, anche altri governi esitano. Già, le prossime elezioni.. Ma anche il reale interesse economico dell'operazione non è, poi, così certo…

I giganti produttivi Leonardo e Fincantieri costruiscono tutt'ora, in notevole quantità, strumenti di morte, senza, peraltro, riuscire a coinvolgere l'economia stagnante. Sarebbe necessario il trasferimento di enormi somme di denaro pubblico al settore privato della difesa(?).

Neppure si può pensare di convertire a fabbriche di armi, come sembra vogliano fare i tedeschi, il settore automobilistico. Visto che in Italia, questo quasi non esiste più...

Oltretutto il lavoro creato (una fissa dei politici che, a ogni elezione promettono milioni di nuovi occupati…) sarebbe poca cosa a fronte di investimenti altissimi.

Poi ci sono gli americani; le armi le vogliono vendere loro. Come, del resto, in buona parte, hanno fatto fin'ora. C'è una ragione oggettiva dietro questa pretesa. Le armi incorporano tecniche sofisticatissime che non possono essere inventate da un giorno all'altro.

Caratteristica che le rende merce insuperabile. La tecnica, in questo caso, non riguarda solo il processo di fabbricazione ma è una qualità intrinseca del prodotto. Ha un ruolo decisivo nella crescita continua del tipo e della qualità degli armamenti. Per annullare l'effetto di un'arma ne si produce un'altra che, se efficace, richiede il progetto di ordigni capaci di superarla.

Il che, ovviamente, è motivo di metter sotto la tecnica affinché realizzi altri marchingegni all'uopo più efficaci... E via dicendo... Un sistema che cresce su se stesso rendendo risibile il concetto di deterrenza.

I conflitti in corso sono un magnifica occasione per collaudare, sul campo, i vari ordigni.

Un'ottima garanzia da fornire ai futuri compratori. La guerra è un impagabile laboratorio di prova. Da tempo si sono superati i limiti della potenza distruttiva. Fa accapponare la pelle pensare che la sopravvivenza dell'umanità è legata alle scelte di qualche personaggio sul cui equilibrio mentale è lecito avere dubbi.

 

Tanto per esser chiari...

Siamo di fronte ad una situazione su cui è difficilissimo intervenire. Ma abbiamo il dovere di esprimerci chiaramente in proposito. Almeno quello...

La civiltà avanza attraverso l'imposizione ed il rispetto di regole. Regole necessarie per la convivenza. La prima di queste è non uccidere. Semplice e radicale non può ammettere eccezioni. Se la si vuol rispettare perché armarsi? A cosa servono le armi se non a uccidere?

Molte argomentazioni(forse un tantino interessate) imbrogliano le carte.

Sino a consegnare allo Stato il monopolio della violenza e il diritto a usarla.

Ma lo Stato non è un'emanazione del cielo... E' la forma politica di un sistema economico profondamente ingiusto. Con il quale vive in simbiosi. La forza la usa per perpetuare nel tempo l'usurpazione del lavoro. All'interno ed all'esterno dell'espressione geografica su cui esercita il suo dominio.

Con qualche, voluta, semplificazione. Una delle motivazioni che spiegano la nascita della società è la cooperazione. Permette al lavoro di agire, più efficacemente, sulla natura per trarre ciò che è indispensabile alla specie per sopravvivere. Quello che non viene consumato, il surplus, crea problemi. Attorno ad esso crescono forme politiche ed economiche che hanno lo scopo di appropriarsene. Lo Stato nazionale e il capitalismo ne rappresentano l'evoluzione. Con esse nasce anche la necessità della violenza. Violenza benedetta dal diritto che giustifica lo stato di fatto.

Da notare che le armi sono da sempre un surplus voluto come tale. A differenza del prodotto sociale, che serve alla vita dell'umanità, esse servono a sopraffare e ad uccidere. Vengono costruite con questo scopo. Finché così sarà non usciremo dalla barbarie.

P.S.: Forse i versi di John Donne, che ho inserito come sottotitolo, centrano poco con il burro e con i cannoni. Però mi piace l'idea che di fronte alla morte (e la guerra è morte sia in senso fisico che etico…) si possa reagire rompendo l'isolamento al quale sembriamo condannati.

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