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La scomparsa della sinistra in Europa

di Alessandro Visalli

Aldo Barba, Massimo Pivetti, “La scomparsa della sinistra in Europa”, Imprimatur, 2016

nemos indexQualche parola preliminare: il libro di Barba e Pivetti è di quelli che bisogna leggere. Nella sua bella recensione Sergio Cesaratto, un economista “eterodosso” sraffiano, lo chiama “di gran lunga la più importante provocazione intellettuale alla sinistra degli ultimi anni”, e sono d’accordo. Si può leggere insieme al lavoro di scavo profondo che compie Michéa, e di cui abbiamo appena cominciato a dire nella lettura di “I misteri della sinistra”. Ma anche il libro del 1986 di Paggi e d’Angelillo; altri esuli.

Una provocazione, dunque.

Un “pamphlet”, si sarebbe detto una volta, un genere letterario che tratta di un argomento di attualità (e quale più di questo), in modo ‘di parte’ e con intento polemico. Quindi con uno stile irriverente, espressione di una pulsione morale irresistibile davanti ad una situazione intollerabile; tale da far vedere l’acquiescenza, la pigrizia intellettuale e la cecità morale ed emotiva di chi, pur avendo per così dire ‘davanti agli occhi’ i fatti denunciati non se ne avvede. Elemento tipico del genere, e coerente nell’ambito dei suoi scopi, è anche l’invettiva personale. L’attacco condotto contro persone e posizioni, senza produrre in proposito accurate valutazioni di contesto, o scandagli dello sviluppo delle posizioni stesse, della loro articolazione, delle prove.

Questo testo di circa 250 pagine è dunque estremamente aggressivo, molto più del pensoso scritto di Michéa, e pieno di giudizi sommari. Si tratta di una carica di cavalleria di cui c’è sicuramente bisogno.

Ed io, certamente, non voglio togliere nessuno dalla sua traiettoria.

Ma è chiaro che quello che è scomparso non è “la sinistra”, ma una tradizione ed una letteratura; in qualche modo quello che è scomparso sono delle armi.

Questa scomparsa lascia una parte della società inerme.

Ora, nella prima parte della lettura di Michéa avevamo scritto dell’esistenza di “due sinistre” (tesi di Sennett), poi anche di Trentin nel suo ultimo libro (che mi pare pudicamente autocritico, ma che certo viene da un protagonista anche negativo di quella stagione che qui si critica e che, come vedremo, è fortemente attaccato, pienamente sulla linea della carica) ma anche Honneth può essere certamente ascritto alla seconda. Per certi versi il libro di Barba e Pivetti sembra schiacciare la seconda sul liberismo e prendere parte per la prima (quella che qualificano come “statalista e sovranista”, e che potrebbe essere individuata anche come “istituzionalista”), attraversando per così dire diagonalmente alcune categorie che cerco di coltivare. Anche in questo senso una provocazione utile.

Neppure io mi voglio quindi togliere dalla traiettoria.

Ora, mi pare ci siano quattro letture possibili del libro:

Una lettura tecnica. Che lavora dentro le mura della disciplina economica.

Una lettura politica. In cui le scelte sono questione di lotta e non di verità.

Una lettura filologica. Che saggia la consistenza delle interpretazioni proposte.

Una lettura culturale. Che punta a dissodare il campo lasciato incolto da anni.

La prima, quella tecnica, è una lettura utile.

La seconda, quella politica, è una lettura indispensabile.

La terza, quella filologica, è una lettura pedante.

La quarta, quella culturale, è una lettura urgente.

Non mi sottrarrò a nessuna.

Ma i criteri sono diversi:

La prima si giudica circa la “verità” (ovvero, la consistenza e accettabilità al nostro migliore livello di articolazione possibile delle relative pretese) delle affermazioni, la plausibilità dei meccanismi, la fondatezza delle ricostruzioni storiche;

La seconda si giudica circa la fecondità in relazione agli obiettivi;

La terza si giudica rispetto all’aderenza ai testi;

La quarta si giudica rispetto alla capacità di rimettere in movimento le interpretazioni e le costruzioni di senso che ci costituiscono.

È palese la simpatia degli autori, che hanno personalmente sofferto la lunga fase di ritirata, per la sinistra “statalista e sovranista” (quella che Michéa ascrive semplicemente alla tradizione “socialista”), perdente ed in rotta davanti alla sinistra “individualista ed anarcoide” e quindi antistatalista che prevale nel laboratorio francese (e non solo) a partire dagli anni ottanta. Qui l’attacco specifico è contro lo strutturalismo (Levì-Strauss, Lacan) e il post-strutturalismo (Foucault, Derrida). Quindi viene esteso ai prodromi contemporanei, la decrescita di Latouche, con il suo ambiguo programma, e i vari post-umanesimi della sinistra “antagonista”.

Al di là degli elementi pur desumibili dalla terza chiave di lettura, per quanto mi riguarda non ci sono dubbi di sorta che il tema chiave di questa fase sia in assonanza con la direzione della carica degli autori, ovvero del ripensamento del ruolo dello Stato e della conseguente riappropriazione delle leve di libertà dei popoli (qualunque cosa questo termine possa indicare) insediati. Le “moltitudini” non hanno libertà, perché non dispongono dei mezzi per conseguirla.

Averlo dimenticato porta nel vuoto in cui tutte le possibili sinistre (ed anche i “socialismi”) sono oggi.

Aver pensato che tutto deve ricadere sulle spalle dei lavoratori, in linea con una lontana tradizione (ben più lontana di quanto gli autori producano) di dirigismo e cultura del sacrificio che si rintraccia sin in Marx, poi in Kautsky (lo leggeremo), in Lenin, in Gramsci, e via dicendo, ha condotto al termine ad una sorta di oggettivo tradimento, consumato tra gli anni settanta ed ottanta, quando il clima è mutato ed al fine anche il contropotere sovietico (che faceva da contrappeso, come persino Kissinger riconosce a margine) è venuto meno. Il biennio 1976-78 in cui precipita la svolta e il “vincolo esterno” guadagna la sua irresistibile forza è in Italia il passaggio dopo il quale si dispiegherà negli anni ottanta e novanta la mutazione genetica (che è solo una evoluzione di alcuni codici genetici in danno di altri).

Veniamo alla lettura del testo di Barba e Pivetti; il punto di partenza è indiscutibile: tra l’inizio degli anni ottanta e la prima metà degli anni novanta i tutti paesi capitalisti avanzati fu attuata una massiccia liberalizzazione dei flussi di capitali. Stati Uniti, Inghilterra (1979), Giappone (1980), Francia (1987), Italia (1990). La Germania aveva già fatto da decenni.

L’aumento del PIL (rozzo quanto si vuole, ma comunque indicatore di uno sviluppo quantitativo in corso) nel “trentennio glorioso” (1949-1978) che era stato in Francia in media annuale del 3,8%, in Germania del 4,4%, in Italia del 4,4%, nel Regno Unito del 2,1%, negli Stati Uniti del 3,1% e in Giappone di un incredibile 9,8%, precipita nel “trentennio pietoso” (1979-2008) in Francia al 1,8%, in Germania al 1,7%, in Italia al 1,6%, nel Regno Unito al 2,0%, negli Stati Uniti al 2,3% e in Giappone al 1,9%. Ma anche in Gran Bretagna, che sembra costante, il prezzo cominciano a pagarlo i ‘soliti noti’, ovvero i ceti popolari ed i disoccupati (la Brexit ne è l’esito).

Il tanto sbandierato aumento del commercio mondiale (in base ad una antica posizione ideologica coincidente con l’incremento del benessere per definizione) crebbe più negli anni cinquanta e sessanta (8% all’anno) che nel quarantennio successivo (negli anni migliori, i novanta, crebbe del 6,6%).

Obiettivi prioritari della politica economica diventano allora la stabilità dei prezzi (ovvero la conservazione del valore facciale del denaro detenuto) e la crescita delle esportazioni attraverso la riduzione dei costi di produzione (ovvero dei salari in rapporto alla produttività). Questo ha reso necessario indebolire i sindacati, aumentare la flessibilità del lavoro e degli altri fattori produttivi, ridurre i costi e le tasse, quindi la spesa sociale (cosa che ottiene un feedback positivo sull’indebolimento dei lavoratori, e quindi sul contenimento dei salari ottenuti nel mercato). Ma anche privatizzazioni delle imprese pubbliche (con il duplice risultato di indebolire lo Stato e di rafforzare il mercato, i due duellanti).

La disoccupazione crebbe da un valore medio generale di gran lunga inferiore al 3% ad un valore normalmente pari o superiore al 10%. Questo, come dicono gli autori, in ogni economia avanzata capitalista “è il contesto di fondo con il quale interagiscono tutti gli altri principali determinanti della forza contrattuale dei salariati e dell’andamento dei salari reali” (p.152).

Il meccanismo funzionale centrale da tenere a mente è che “mentre tutte le economie possono riuscire a crescere simultaneamente attraverso l’espansione dei loro mercati interni, una crescita simultanea di tutte attraverso le esportazioni nette di beni e servizi è inconcepibile: alle esportazioni nette delle une corrispondono necessariamente importazioni nette da parte delle altre” (p.158). Inoltre, come diceva anche Keynes nel 1943, “crediti eccessivi [derivanti dalle esportazioni in eccesso] creano sempre debiti eccessivi per qualche altro paese” (cfr. Keynes, Moneta internazionale, p.117). Quel che nel suo insieme si ottiene è una “economia della depressione” (Krugman, 1999), caratterizzata da una complessiva scarsità della domanda che è ostacolo al benessere di tutti (salvo che di pochi privilegiati in grado di giovarsi della mobilità e della propria posizione nei relativi flussi).

L’economia dell’offerta, alla quale la sinistra si è vocata, è più stabile, si è a lungo detto (fino al 2008 con il suo inevitabile “momento Minsky”, cui ne seguiranno presto altri), ma “questa maggiore stabilità derivava dalla rinuncia alla crescita” (p.19).

Invece il protezionismo temperato che emerse dalla Conferenza di Bretton Woods, accompagnato dal controllo dei movimenti di capitale (che ne erano essenziale prerequisito), era volto a disincentivare gli squilibri commerciali. La crescita del commercio avveniva a causa dell’espansione delle domande interne, non a loro detrimento. O in altre parole “un buon sistema monetario internazionale può considerarsi quello che favorisce il riequilibrio dei conti di parte corrente impedendo che l’aggiustamento avvenga attraverso il contenimento della domanda aggregata” (p.45). Ma riuscirci, senza attuare il piano di Keynes per il quale non ci sono (e forse non ci sono mai state) le condizioni geopolitiche, bisogna che ogni Stato sia libero di dotarsi degli strumenti necessari per consentire la propria crescita interna in condizioni di equilibrio esterno. I parametri sono i flussi di merci e capitali e i tassi di cambio delle monete, oltre che la creazione di adeguata liquidità. Gli autori propendono per l’azione sui primi due fattori.

Ma uno dei punti cruciali è che il circolo virtuoso passava per politiche di gestione della domanda che, in contesto di “repressione finanziaria” (limitazione ai movimenti di capitale e creazione di moneta creditizia “calda”), innalzavano direttamente ed indirettamente i livelli occupazionali e quindi rafforzavano in senso relativo i salariati. Ciò spostava la ripartizione delle risorse verso la domanda interna che cresceva. Ma, sempre in senso relativo, conteneva anche i profitti.

Il punto per far saltare questo meccanismo, quando il quadro competitivo dopo gli anni sessanta è diventato difficile (tesi di Arrighi) e il sistema-mondo è entrato in un’altra fase, è stato la deregolazione di tutti i flussi, capitali e lavoratori. Le due cose si tengono e lavorano entrambe a ricreare quell’esercito di riserva che serve a ridurre la forza contrattuale dei lavoratori, riducendone la coesione interna. Per ottenerlo chiaramente la capacità di regolazione dello Stato andava screditata e i suoi confini resi permeabili. Barba e Pivetti non temono di accusare la centralità, assunta negli anni di cui si parla, del discorso sui “diritti umani”, come schermo ideologico a questa operazione di ridefinizione degli assetti funzionali essenziali del sistema-mondo che in modo semplicistico passa sotto il nome di “finanziarizzazione”.

Tutto questo mi pare “vero”.

Ora passiamo alla lettura indispensabile. È la condotta della sinistra che attiva questa trasformazione, non è solo un caso che sia avvenuta insieme alla sua ‘scomparsa’. Gli autori prendono un momento come esemplare: la repentina svolta che il governo delle sinistre unite di Mitterrand compie tra il 1982-3 dopo appena un anno dalla trionfale vittoria del maggio 1981. Il programma comune, ratificato nel 1972 in diversi rapporti di forza (il PCF era il partito più forte) ed in un diverso contesto internazionale (nel 1971-73 viene denunciato Bretton Woods e subito cominciano le crisi da decolonizzazione che portano all’esplosione dei prezzi delle materie prime e quindi dell’inflazione ‘importata’), prevedeva un ambizioso programma di nazionalizzazioni (tutto il settore finanziario e parte di quello industriale), rivolto al sostegno continuo della domanda interna, dell’occupazione e alla riduzione delle importazioni conseguente al rafforzamento delle industrie nazionali (cfr. p.81). Ma anche draconiane norme contro le speculazioni contro la divisa nazionale, in sostegno dei diritti dei lavoratori e per l’estensione della rete di protezione sociale. Verso la Cee (che non era affatto l’odierna UE) la Francia si riservava di utilizzare le clausole dei Trattati che consentivano restrizioni delle importazioni e protezioni doganali, anche se li riservava a situazioni eccezionali e provvisorie.

Ma materie prime, tassi di interesse (spinti dalla politica draconiana della FED), e valore del dollaro (che si somma al costo delle materie prime), e conseguente calo della domanda mondiale, esercitano una pressione del tutto non immaginata nel relativamente più calmo periodo in cui il Piano era stato formulato. L’insieme di questi fattori, insomma, esercita un “vincolo esterno” sul governo francese. Il problema, sotto il profilo francese, si riduceva alla necessità di ridurre le importazioni. Sul tavolo dunque due opzioni: la logica liberoscambista del liberismo, che passa necessariamente per la contrazione della domanda interna attraverso la disoccupazione (che non è un effetto, ma causa intenzionale); oppure la riduzione per via legale delle importazioni al livello dato, per creare lo spazio necessario alle politiche espansive ed al rafforzamento dell’industria nazionale, in modo da sostituirle con il tempo. Una soluzione liberista a fronte di una statalista.

Mentre il governo francese cerca di tenere la rotta, allunga il periodo di ferie pagate di una settimana, riduce la settimana lavorativa, fissa un tetto agli straordinari, abbassa l’età pensionabile a 60 anni, assume 200.000 persone nell’impiego pubblico, limita la possibilità di licenziare, alza del 39% il salario minimo, aumenta del 13% i trasferimenti alle famiglie. Accresce le imposte sul reddito e riduce l’IVA (al 5,5%).

Ma non riesce a porre argine ai movimenti di capitale a causa delle sue divisioni interne (si oppongono Michel Rocard e Jacques Delors), e senza aver prestato attenzione alla durissima punizione che il governo laburista inglese appena un paio di anni prima aveva subito dalla Thatcher nell’”inverno dello scontento” per le politiche austeriane avviate dal 1976 (contro l’opinione di Tony Benn), nel 1983 quindi cambia linea, i ministri sconfitti (Nicole Questiaux, Jean-Pierre Chevènement) si dimettono e Delors trionfa. Il rigore è “ineluttabile”. In soli tre anni i governi Mauroy e Fabius ridimensionano la protezione sociale, introducono elementi di flessibilità, congelano i salari, riducono il potere di acquisto delle famiglie (del 6%) e portano la disoccupazione al 10%, il più alto tasso dal tempo della grande depressione (p.100).

Come ricordano opportunamente gli autori, siamo nel 1983 e la cosiddetta globalizzazione è appena ai primi passi, Maastricht è distante dieci anni, la Banca di Francia non è indipendente, ovunque ci sono ancora forme di controllo dei capitali, e ogni nazione è sovrana. La conclusione di Barba e Pivetti è netta e cruciale per l’argomento del libro:

si trattò di una scelta in senso liberista e filo-capitalista autonomamente compiuta in piena coscienza dalla maggioranza della sinistra francese –una scelta gradualmente maturata nel corso del precedente quindicennio, lasciata a covare sotto la cenere in vista delle contese elettorali del 1981 e che a partire dal 1983 non fu mai più abbandonata” (p.102).

Il protagonista centrale è identificato in Delors, che si orienta verso i concetti-guida della “modernizzazione” (vero cardine logico-filosofico del progressismo di lunga durata e termine eminentemente centrale nell’ideologia borghese sin dai tempi della rivoluzione) e del ruolo della Francia nel processo di integrazione europeo (un mal dissimulato desiderio di potenza, che si rovescerà nel suo contrappasso in questi anni). La “sinistra” di Delors, sulla quale ben scrive Michéa, riprende motivi tecnocratici profondamente radicati nella tradizione del politecnico, nel Saint Simonismo, di ‘realismo’ e ‘competenza’, del superamento del ‘conservatorismo’ della tradizione socialista, ormai desueta e arcaica. La Francia deve puntare a catturare maggiori quote di mercato, aumentando la propria ‘competitività’. Da questo punto di vista, anzi, la pressione dei mercati esteri, ai quali ci si apre senza protezioni, servirà di ‘stimolo’ per diventare più forti e vincere la ‘sfida’ della modernizzazione. Il mondo è visto con gli occhiali dei tecnici internazionalizzati e degli imprenditori dediti alle esportazioni (oltre che dei finanzieri, ovviamente). In venti anni tutte le banche sono privatizzate, e tutti i capitali liberalizzati in molto meno. Delors diventa Presidente della Commissione Europea nel 1985 e, con il suo Rapporto del 1988, detta l’agenda della unificazione europea a partire dalla moneta.

Secondo Barba e Pivetti la motivazione di questa svolta è di diventare capifila del processo di svuotamento delle sovranità nazionali che in quegli stessi anni si avvia dalle due sponde dell’Atlantico, giudicandolo “ineluttabile”. Il premio sarebbe stato la grandeur. Il movimento era però in corso da tempo, nel 1974 fondi pensione, società di assicurazione e alta finanza in genere, per ampliare il business impongono al Congresso americano il Employee Retirement Income Security Act che gli permette di investire senza limiti sul mercato azionario, nel 1982 si aggiungono le Cooperative di credito edilizio, e Reagan cambia sia la regolazione sia i funzionari preposti ai controlli alla SEC. In tutti gli anni settanta nell’enorme mercato americano solo tredici grandi compagnie erano state acquisite con fondi speculativi e modalità aggressive, negli ottanta sono centocinquanta, nei novanta duemila. La cosa è un terremoto, non si possono più considerare i propri obblighi di lungo periodo o i propri doveri verso i territori, i sindacati, gli stessi dipendenti. Le compagnie che hanno capitali sono comprate con i loro stessi soldi, quelle che lasciano dimensioni da tagliare sono comprate per tagliarli e rivenderle. Il refrain del periodo è “acquisizioni”, “togliere il grasso”, “ridurre all’osso”. Welch aumenta il valore di GE da 14 a 400 miliardi eliminando il 25% del personale (il soprannome che si guadagna è “neutron jack”, dal nome di quella bomba che uccide gli uomini ma lascia intatte le cose).

Anche il racconto della Sassen (in “Territorio, autorità, diritti”, del 2008) muove dalla metà degli anni settanta come ‘punto di svolta’, quando il New Deal si avvia per la sua crisi fiscale (cfr. il classico O’Connor) e contemporaneamente emergono le banche transazionali nello spazio esplosivo determinato dal riciclaggio dei petrodollari, ma successivamente avviene lo spostamento in quel sistema ombra deregolato che attiva quella sorta di uragano finanziario (nel senso di vortice auto rafforzante) che ci sta annientando. Si creano quelli che la sociologa urbana ed economica chiama “nuovi allineamenti nella relazione tra stato e banche/finanza”, in uno spazio operativo sempre più istituzionalizzato (ovvero tutto il contrario in certo senso che deregolato), che è insieme sia elettronico sia territoriale, e che soprattutto è “simultaneamente sovra-, inter- e sub- nazionale, presentando quindi una pluralità di inserimenti territoriali” (S. p.183). Nuovi settori, nuove banche-non banche, un nuovo potere di convertire settori di capitale fisso e strutture di debito in strumenti finanziari liquidi. Cioè in capitale mobile (secondo la terminologia di Braudel, alla quale la stessa Sassen è connessa, di “capitale” e basta). Questo è il contesto in cui gli Stati Uniti, dalla metà degli anni ottanta e quindi insieme alla Francia (appunto) esercitano una crescente pressione su tutti perché rinunciassero, come dice, “ad essere attori economici e a proteggere le loro economie” (p.207). Ciò non necessariamente implica uno stato più debole, molto più un esecutivo più forte ma “privatizzato di fronte ai cittadini” (Sassen, p.235).

Tornando a Delors, in questo vasto contesto, ma muovendo d’anticipo, schiera l’Europa sulla frontiera di questa grande trasformazione di taglio revisionista (non si tratta altro che di tornare all’economia manchesteriana di ottocentesca memoria, come sempre ammantata di modernismo), invertendo avventurosamente l’ordine del discorso sin dall’inizio tenuto: non deve essere l’unificazione monetaria a seguire la creazione di omogeneità amministrativa ed economica, suggellando il raggiungimento di un modo di funzionare efficiente, ma questa la deve precedere, rendendola necessaria. La perdita di sovranità quindi catalizza l’unione, invece di suggellarla. Alla fine l’unificazione è premio a se stessa (trasparente, al di là dell’insopportabile e ridicola retorica della “pace”, garantita dalle divisioni corazzate della Nato, è la volontà di potenza, ipocritamente rinominata come “competitività”). È chiaro che questa audace mossa, condotta con scarsissime discussioni sotto la spinta dell’urgenza del crollo sovietico in singoli mesi (ma ne abbiamo parlato spesso), sul piano tecnico è “illogica” (Barba e Pivetti, da tecnici, chiariscono che una politica monetaria unica applicata a condizioni diverse accentua le differenze, non le riduce, e dunque danneggia la coesione, come si vede ormai in modo plateale). Ci si trova con quel vuoto di cui da ultimo ha parlato Peter Mair, generato dall’assenza dello Stato Nazionale senza la presenza di poteri sostitutivi sovranazionali. Quel che cresce nel vuoto sono solo irresponsabili istituzioni “non maggioritarie” (ovvero non-democratiche), come la BCE e la Commissione Europea. Si è trattato di un progetto mirato a depotenziare la capacità della società di farsi sentire, e dunque rivolto ad avere le mani libere per politiche “marcatamente deflazionistiche e di classe” (p.108).

E l’Italia? Qui le cose sono anche peggiori, il cammino procede verso quello che gli autori chiamano “un vuoto ideologico e programmatico”. Lo abbiamo raccontato più volte, la sinistra italiana procede in un lungo cammino, che si avvia anche in alcuni padri storici per un deficit di cultura economica e sudditanza di fatto alla cultura idealista in cui le élite del paese sono immerse (in particolare Croce, da una parte, ed Einaudi, dall’altra), che la porta nella pressione degli anni settanta a concepire, davanti alla violenta reazione di parte del paese alle rivendicazioni dei lavoratori, un “compromesso” in condizioni subalterne. La crisi economica, le politiche deflattive della Banca d’Italia, i prestiti internazionali, la stessa crisi petrolifera e l’inflazione che in parte ne deriva, vengono rilette come ineluttabile necessità dei tempi. In alcune intonazioni anche come occasione per raggiungere una “sobrietà” necessaria per l’accumulazione originaria, secondo una lettura marxiana che non si può qualificare facilmente in modo diverso che superficiale. Persino un protagonista con forti responsabilità personali, come Bruno Trentin lo vede bene nella seconda parte del suo libro (che è interessante).

Ma gli autori, che il periodo lo vissero da attori, e lo ricordano richiamando un esplicito attacco ad uno di loro da parte di Luciano Lama, individuano in questo sfondo di fatti economici, e non, la ratio stessa del “compromesso storico” e della politica di “solidarietà nazionale”; portata avanti senza chiedere, ed ottenere, alcuna materiale ‘contropartita’. L’esito fu che il Partito Comunista perse il suo slancio elettorale, e scontentò la propria base come negli stessi anni fece il Partito Laburista, senza neppure essere al governo. Ci fu solo un appoggio esterno al III e IV governo Andreotti, della sola DC, dal 1976 al 1979. Nel 1975 il PCI era arrivato al 34,6 % dei consensi elettorali e in tutto il paese si parlava della possibilità che presto andasse a governare. Avevo quattordici anni e lo ricordo benissimo.

In quegli anni il tasso di disoccupazione in Italia era del 6,6% (all’epoca il più alto e considerato inaccettabile, mentre oggi stenderemmo tappeti rossi a chi ci portasse in tale condizione), ma più alta era anche l’inflazione (anche se molto vicina a quella degli altri paesi, ed in linea con quella media mondiale) e a questo indicatore fu subordinata ogni politica. La Direzione del Pci del 7 ottobre 1976 la indicò come “il pericolo più grave per le masse”. Un’idea di chiara derivazione einaudiana che mostra con evidenza la subalternità della cultura comunista italiana a quella liberista. Gli autori ricordano in particolare un convegno al Cespe del 1976 nel quale si impose la linea secondo la quale i vincoli esterni irremovibili rendevano necessario il contenimento dei salari e politiche restrittive del bilancio, oltre che monetarie. Nessuna difesa andava alzata (cioè nessuna “tentazione protezionista”) e l’Italia doveva risolversi a competere in mare aperto, operando sulla riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto. Ovvero sulla riduzione dei salari. Franco Modigliani (che è il supervisore del dottorato di Draghi), come ricordano anche D’Angelillo e Paggi, e come si può leggere in questo articolo dell’anno successivo, appoggerà entusiasticamente la posizione dall’alto del suo prestigio, indicando come uniche contropartite all’arresto dell’inflazione tramite la riduzione dei salari la difesa dell’occupazione ed il riassorbimento della disoccupazione. In sostanza l’idea classica della destra economica, invero antica, che aumentare i profitti del capitale induca un meccanico aumento del risparmio e questo necessariamente degli investimenti (una idea settecentesca). Ma si investe e si assume se si pensa di vendere, non se si hanno soldi. Infatti i maggiori profitti, da allora, hanno solo gonfiato il “tornado” della finanza extranazionale.

Né gli investimenti potevano essere indotti da politiche governative; sia perché contemporaneamente si appoggiavano le politiche restrittive su tassi e contenimento di spesa (la cosiddetta “austerità”) sia perché, semplicemente, il Pci non era al governo e non ci sarebbe mai arrivato.

L’alternativa fu proposta proprio da Pivetti, e da pochi altri, come scelta tra politiche restrittive bilanciate su tutti (incluso le imprese) o svalutazioni competitive che avrebbero colpito la base sociale della DC (evidentemente le svalutazioni colpiscono chi il denaro lo ha, non certo chi vive solo di lavoro). Luciano Lama rispose che il nesso tra crescita della domanda interna e investimenti (un caposaldo della posizione keynesiana), accompagnata da politiche di controllo delle importazioni, gli sembrava “arieggiare il ripristino di un sistema protezionistico che potrebbe davvero riportarci indietro di molti decenni sul piano economico e politico, con la prevedibile conseguenza di un drastico, rovinoso peggioramento del livello di vita dei lavoratori e del nostro popolo; di una rapida uscita dell’Italia non solo dal serpente monetario, ma dal novero dei paesi industrializzati”. Ciò che Lama auspica è invece, una non meglio precisata “tensione nuova, politica e morale”, una linea di moderazione capace di porsi obiettivi più importanti dell’aumento dei salari (p.196). Le stesse posizioni le sosterrà nei suoi articoli su La repubblica due anni dopo, e Berlinguer nei suoi interventi sull’austerità l’anno successivo. Ma le sosterrà anche Bruno Trentin, che nello stesso convegno dalla posizione di segretario della FIOM indica i sacrifici, ma senza promettere la riduzione della disoccupazione. Né riforme nelle condizioni di lavoro. L’unica contropartita è il potere, con le sue parole: “potrà consistere nella possibilità offerta alla classe operaia di partecipare alla gestione dei suoi sacrifici”, è posta, insomma quella che francamente chiama “un problema di potere, di partecipazione, di articolazione democratica della società”.

Non accadrà.

Malgrado ciò anche nel convegno dell’Eur (febbraio 1978) e poi nel 1980, a cose fatte (Moro morto e il “compromesso” fallito) non sembra trarne direzioni di autocritica in “Il sindacato dei consigli”. Barba e Pivetti non citano “La città del lavoro” in cui, pur confermando ed articolando la sua preferenza per le riforme non economiche delle condizioni di lavoro fordiste-tayloriste (posizione che reputo interessante ed avanzata), qualche elemento di autocritica lo avanza. Pudicamente ed in modo insufficiente scrive, infatti, che la cattura del potere ha fatto premio su ogni altra considerazione e che la sinistra si è trovata “senza progetto”. La moderazione è stata, insomma, scambiata con l’accesso e la compartecipazione al potere (cfr., p.55) ipostatizzato come “obiettivo in sé”. In alcune posizioni che richiama (Tronti) lo spostamento arriva a teorizzare per il movimento dei lavoratori la gestione dello Stato per conto del capitale, in alleanza con esso (cosa che sembra la traduzione di una vecchia idea leniniana), sulla base di un’idea di emancipazione della classe operaia come tutto unico attraverso il Partito che la rappresenta interamente. La famosa “autonomia del politico” diventa quindi una “variante dell’ideologia tecnocratica” (p.75), quella in cui gli attuali eredi sono interamente immersi.

Il libro non si ferma (come peraltro nella seconda interessante parte anche quello di Trentin) nel rintracciare ed attaccare le radici di questa debolezza teorica, che rintraccia nella subalternità al pensiero economico di Einaudi (p. 213), nelle debolezze dello stesso Gramsci, e nella incomprensione del nesso tra risparmi ed investimenti (ovvero della lezione keynesiana, quando sarebbe bastato dare accesso a posizioni come quella di Minsky per avere una ventata di aria fresca, o ovviamente a quelle di Sraffa) e nell’idea (che torna sempre nella cultura della destra economica) che i “soldi” siano la variabile indipendente come nelle famiglie (magari bastava leggere l’articolo di Abba Lerner del 1961 sul debito per chiarirsi le idee). Questo pacchetto di idee, che gli investimenti pubblici spiazzano i privati, che il debito è capitale sottratto al futuro, o a risparmi privati, e in generale che il denaro investito è tratto da un indefinito monte di risparmi, resta dentro l’insufficiente cultura economica del Pci. Esemplare la posizione dell’ “esperto” di cose economiche (ma non economista) Giorgio Napolitano. Ciò mentre economisti di valore come Augusto Graziani restavano a margine.

Della seconda lettura abbiamo detto, questa lotta va combattuta ed è indispensabile ripercorrere nuovamente questi passi per farlo. È fecondo farlo.

La terza lettura del testo, quella filologica, ci porterebbe lontano ma non voglio interamente sottrarmi. Barba e Pivetti attaccano, anzi mettono al centro della loro carica, quella che chiamano “l’ideologia modernista e antistatalista” nella cultura di sinistra, in particolare imperniata sull’antisovietismo e quindi la critica dell’involuzione burocratica ed autoritaria della cultura terzo internazionalista organizzata dalla versione “volontarista” leninista del marxismo. Ma attraverso quegli elementi, che retrocedono dalla critica del “sovietismo” a quella dell’industrialismo e del positivismo di cui lo stesso pensiero di Marx è parte (pur nella ricchezza ed anche feconda incoerenza delle posizioni nel loro sviluppo storico, cfr ad esempio qui) la linea della “seconda sinistra” è accusata dai nostri tutta insieme di allontamento dall’analisi marxiana dei fenomeni sociali. C’è naturalmente del vero, come sottolinea da ultimo anche l’erede della Scuola di Francoforte (certo non sospettabile di irrazionalismo) ovvero Honneth, ma è troppo compatto.

Ed inoltre è troppo schiacciato sul liberismo. Se non c’è lo Stato come macchina amministrativa di hegeliana memoria, non necessariamente ci deve essere solo il mercato. Come abbiamo visto con Honneth ci sono anche alternative hegeliane che valorizzano altre dimensioni del sociale.

Ma qui l’accusa ha un nome e cognome: Michel Foucault. L’autore di “Nascita della biopolitica” e di “Le parole e le cose”, intellettuale centrale della cultura francese degli anni sessanta-ottanta, è inquadrato come un irrazionalista che subisce il fascino del neoliberismo e dell’ordoliberismo in particolare, fino a farsene cantore. Strutturalismo (Levy-Strauss, Roland Barthes, Jacques Lacan, Althusser) e post-strutturalismo (Foucault, Derrida) sono accusati con espressa citazione dei corsi del 1978-79, di convincersi che “i fenomeni di produzione, della distribuzione e dello scambio sono analizzabili attraverso procedimenti di conoscenza analoghi a quelli applicati alla conoscenza scientifica dei fenomeni naturali” … tramite la conoscenza dei meccanismi ed effetti delle “leggi di natura” messe a fuoco dalla teoria economica, citano gli autori, “entra nell’azione di governo la questione della verità” (p.116).

Ora, Foucault non è un economista, questo è certo. Egli è un filosofo, anzi un narratore-filosofo nella tradizione francese che si avvia con Bergson, all’inizio del secolo, prosegue con Sartre negli anni quaranta e arriva appunto a lui che gli dà una intonazione di chiaro sapore anarchico. La formula “questione della verità” è eminentemente tecnica, si tratta di un’etichetta abbreviata di una vasta letteratura specialistica di critica dell’illuminismo e di quella sua estremizzazione pienamente coerente che è il positivismo. Se entra nell’azione di governo la “questione della verità”, significa che entra una creazione e disseminazione di poteri, non che si dice ciò che è Vero. Per Foucault non si può dire ciò che “è” Vero.

Quella che con la sua peculiare, ed incomprensibile per chi non sia familiare con la letteratura, costruzione si tratta di enunciare è una costruzione insieme del soggetto e dell’oggetto, del potere e del sapere, delle parole e delle cose. Non si tratta affatto di “far proprio il punto di vista degli ordoliberali”, ma neppure di criticarlo. Quel che Foucault fa non è mai una critica. In questo, sia Habermas, sia Honneth (per dire solo due che frequento), hanno buon gioco a richiamare il paradosso “pirroniano” in cui resta necessariamente intrappolato.

Quel che fa Foucault è solo esporre. La volontà di criticare la deve aggiungere qualcun altro.

È chiaro che un intellettuale impregnato di marxismo può trovare, e di fatto trova, aberrante questa posizione. Che questa postura gli sembri abominio. Una diserzione, un tradimento. Un “inquietare il sapere moderno” (cfr. “Le parole e le cose”) che, alla fine, ottiene solo di disarmare la critica e far vincere chi è il più forte.

Si può anche essere d’accordo. Ma non passa, secondo me, la verifica filologica. Poco male. Era “pedante”.

Passiamo alla quarta, il lavoro culturale del libro è urgente. Bisogna rimettere in movimento le interpretazioni e le costruzioni di senso che ci costituiscono in una direzione che consenta l’azione verso l’emancipazione ed il progresso anche nelle condizioni post-metafisiche in cui siamo. Riprendere un autentico discorso di libertà.

All’altezza delle sfide del presente.

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Comments   

#2 Claudio 2017-03-21 16:26
Caro Barone, se dopo tutti i danni che ha fatto lo stalinismo con la sua "realizzazione del socialismo in un solo paese" che ha significato mettere tutti i partiti comunisti d'allora al servizio dello sviluppo del capitalismo di stato in Urss e, allo stesso tempo, eliminazione fisica dei comunisti rivoluzionari che si opponevano a tale linea nazional/opportunista, e come tale borghese, non solo nella stessa Urss ma anche in molti altri paesi, Italia compresa, se dopo tutta quella tragica esperienza politica ed umana, dicevo, voi a quanto pare la volete ripetere, ciò non significa soltanto ostinarsi a falsificare gli eventi e a voler fare girare all'indietro le ruote della storia, ma voler brigare per bloccare sul nascere la possibile ripresa del movimento di lotta proletaria internazionale, su un'autentica linea politica di classe, per il superamento dell'attuale sistema di sfruttamento, d'ingiustizia sociale, di crisi e di guerre.
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#1 Eros Barone 2017-03-19 22:29
Il 'pamphlet' in questione è del tutto fuorviante e , nella migliore delle ipotesi, supervacaneo se non perviene a tematizzare la differenza irriducibile tra la nozione di ‘sinistra’ e il concetto di ‘partito comunista’. Come sappiamo ormai da alcuni anni, il voto della sinistra si è frantumato dirigendosi verso l’astensione, verso il cosiddetto “voto utile” al Pd e a Sel, ma anche verso il voto alle formazioni populistiche, come il M5S e la Lega Nord. Abbiamo così assistito alla fine di una fase iniziata, almeno in Italia, con il collaborazionismo delle sinistre sedicenti “radicali” (Prc e Pdci/Pci) rispetto alla borghesia e la loro progressiva delegittimazione rispetto al proletariato: epoca che si è conclusa con la loro scomparsa dal parlamento. La bancarotta politica, ideologica e morale delle formazioni opportuniste, non meno che la costituzione del Pd, partito della borghesia imperialista, dovrebbero indurre ad una seria riflessione coloro che hanno sopravvalutato il grado di permeabilità di tali formazioni rispetto a posizioni autenticamente comuniste e che non si rendono ancora conto che una fase della storia del movimento di classe, legata alla nozione otto-novecentesca di ‘sinistra’, si è definitivamente chiusa. Ciò è reso ancor più evidente dalla presenza, dentro la sinistra, di una cultura anticomunista e pro-imperialista sempre più diffusa, che ostacola fortemente lo sviluppo di un metodo e di una teoria capaci di superare il movimentismo e la pura protesta: quel movimentismo e quella protesta che sono, per dirla con Mao Tse-tung, come i palloni che, quando piove, si afflosciano. Quella che il Partito Comunista ha intrapreso è dunque una ‘lunga marcia’ verso i lavoratori, verso le fabbriche, verso gli uffici, verso le periferie, verso le scuole e le università: i tanti luoghi nei quali nessuno sa più quali siano le grandi ragioni di un partito comunista fondato sul socialismo scientifico. Questa ‘lunga marcia’ va condotta all’insegna della parola d’ordine formulata da un grande dirigente della socialdemocrazia tedesca, un marxista della ‘seconda generazione’, August Bebel, che in questi precisi termini indicò i cómpiti del movimento di classe negli anni ottanta del XIX secolo: «Studiare, propagandare, organizzare». Il cómpito immediato che ora si pone è perciò quello di praticare il terreno delle elezioni avendo in mente, e lavorando a diffondere tra le masse, un’idea di partito comunista animata dal gramsciano “spirito di scissione”. Un’idea che nasce dalla volontà e dalla capacità di tracciare una netta linea di demarcazione che separi nell’economia il lavoro salariato dal capitale, nella società il proletariato dalla borghesia, nella politica i comunisti dalla sinistra, nell’ideologia i rivoluzionari dagli opportunisti. Il Partito Comunista è nato da poco tempo e pian piano si sta sviluppando. Quindi, come già si è fatto in passato, occorre lavorare e lottare sul terreno elettorale per sostenere e consolidare il processo di costruzione del partito. In conclusione, penso che non vi sia modo migliore di esprimere la consapevolezza che deve sostenere questo 'nuovo inizio' di quello che si trova in un passo della "Storia del partito comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S". Nel quarto capitolo di questo aureo volumetto, capitolo che è dedicato all’esposizione dei princìpi e del metodo del “Materialismo dialettico e storico” e che è stato scritto di suo pugno, come è noto, da Giuseppe Stalin, si legge quanto segue: «Per il metodo dialettico, è soprattutto importante, non ciò che, a un dato momento, sembra stabile, ma comincia già a deperire; bensì ciò che nasce e si sviluppa, anche se, nel momento dato, sembra instabile, poiché per il metodo dialettico solo ciò che nasce e si sviluppa è invincibile» .
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