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Invettiva pasquale sul tempo corrente e sul tempo perduto
di Sandro Mezzadra
1. Non v’è dubbio che abbia ragione Giacomo Marramao (“il Manifesto”, 17 marzo): “è impossibile afferrare il cuore del presente senza sottrarlo al rumore dell’attualità”. E tuttavia, mi si consenta il gioco di parole, il presente resta il cuore del problema. Il presente: ovverosia le tensioni che lo segnano, i rapporti di dominio che lo organizzano, il “rumore sordo della battaglia”, per citare Michel Foucault, che si combatte in una dimensione diversa da quella da cui proviene il “rumore dell’attualità”. Il presente: ovverosia i salari che non consentono di arrivare alla fine del mese, la precarietà e l’attacco alla 194, ma anche le pratiche con cui i soggetti dominati e sfruttati conquistano quotidianamente spazi di libertà e di uguaglianza.
Ecco: a me pare che di questo presente si senta parlare davvero pochissimo nel “dibattito” che sta svolgendosi a “sinistra”, e in particolare sulle pagine del “Manifesto”. Il “rumore dell’attualità” lo ha dominato in una prima fase, quando ad appassionare il ceto politico dei quattro partiti (partiti? È un “partito” la “Sinistra democratica”? Mah…) che hanno dato vita alla Sinistra arcobaleno è stato il tema della composizione delle liste. Nessun moralismo al riguardo, sia chiaro: la politica è fatta anche di queste cose, ci mancherebbe. Ma quando è fatta solo di queste cose, c’è da preoccuparsi.
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Dodici anni fa, Marco Revelli pubblicò un libro intitolato "Le due destre"
Luigi Cavallaro
Dodici anni fa, Marco Revelli pubblicò un libro intitolato "Le due destre". Vi si sosteneva che lo scenario politico italiano vedeva contrapporsi non una destra e una sinistra, bensì due destre, una tecnocratica ed elitaria, l'altra populista e plebiscitaria. Che entrambe avevano l'obiettivo di offrire una sponda al processo di ristrutturazione in corso nel mondo produttivo, smantellando le regole e le garanzie su cui si era costruito il compromesso socialdemocratico della seconda metà del '900. Che entrambe rimettevano al centro del discorso politico l'impresa, in pro della quale si prefiggevano privatizzazioni del patrimonio industriale pubblico, flessibilizzazione del mercato del lavoro e tagli delle prestazioni sociali (dalle pensioni alla sanità alla scuola). E che, unite nei fini, esse si distinguevano nei mezzi, la destra tecnocratica ed elitaria puntando essenzialmente alla mobilitazione dei ceti medi riflessivi in un progetto di società individualizzata e competitiva, la destra populista e plebiscitaria rivolgendo invece la propria offerta politica alle fasce sociali che più avrebbero sofferto del crollo della domanda indotto dalla dissoluzione del precedente patto sociale, vale a dire la piccola e media impresa, i disoccupati, i precari, i sommersi (e mai salvati).
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La sinistra fuori dalla morsa tra «neo» e social-liberisti
Riccardo Bellofiore
Su queste colonne A. Burgio ha rinvenuto le radici della crisi di governo in una dualità delle culture politiche nell'Unione: i «moderati», con una impostazione neoliberista, versione aggiornata del buon vecchio laisser faire: i «radicali», attenti alle ingiustizie e all'intervento dello Stato. Più che un programma vago, si richiedeva un «compromesso tassativo». Uno scambio, tra quanta «privatizzazione» e quanto «intervento pubblico». Una impostazione del genere affida alla sinistra una missione impossibile. Aver pensato ad un accordo di governo tra «neoliberisti» e «sinistra» mi pare sfuggire a qualsiasi intelligibilità politica. Anche se chiarirebbe non poco sia le sabbie mobili in cui si è finiti, sia perché il confronto nella coalizione è stato condotto alzando quotidianamente alte grida prive di qualsiasi efficacia. Il limite fondamentale è che una tesi del genere dà una rappresentazione falsa di come stanno le cose, e immiserisce la cultura del centro-sinistra. Per capire dove siamo approdati è meglio partire da una, sia pur rozza, dicotomia tra «neo-liberismo» e «social-liberismo».
Il neoliberismo è irriducibile al «lasciar fare». Ha l'ossessione dei «fallimenti dello Stato». Vuole deregolamentare, ridurre il peso dello Stato.
Ma il «libero mercato» va bene solo per il mercato del lavoro, la spesa statale la si falcidia solo nel suo versante sociale.
Al di là di questo perimetro, che include la massima precarizzazione possibile, il neoliberismo tutto è meno che autenticamente liberista. Non attacca le posizioni di monopolio (basta citare Bush e Berlusconi per capirlo). Si disinteressa dei disavanzi statali e del debito pubblico: vuole la riduzione delle imposte, e invade politicamente l'economia (lo chiama «neocolbertismo»).
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Neanche l'osso del cane
di Fisher
L’esperienza di un anno e mezzo di governo Prodi e l’atteggiamento tenuto in questo periodo dai due partiti rc e pdci
Questo documento vuole costituire una base di riflessione per tutti i compagni dei due partiti che – almeno ad oggi – hanno la falce-e-martello nel proprio simbolo e che hanno partecipato all’esperienza parlamentare votando ripetutamente la fiducia al governo Prodi. Vi si elencano fatti, ma anche considerazioni politiche, certo non tenere nei confronti delle due dirigenze dei due partiti. Tali considerazioni sono certamente discutibili, ma l’intento è di indirizzare la discussione sui fatti, perché da comunisti non possiamo che basarci sulla loro realtà e non su chiacchiere fatue.
1. Antefatti
1.1. La campagna elettorale e i brogli
Non si può parlare dell’esperienza Prodi se prima non si torna alla campagna elettorale e alle elezioni che segnarono la striminzita vittoria del centrosinistra.
La campagna fu come al solito molto aspra, caratterizzata però da alcuni veleni nuovi che Berlusconi in persona aveva pensato bene di inoculare prima del voto.
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Nuovo municipalismo e vecchi merletti
di Cosimo Scarinzi
L'esperienza del movimento No-Tav a confronto con quella del sindacalismo di base e dei nuovi movimenti sociali. Una riflessione necessaria
Mi è sovente capitato di rilevare che ogni accadimento sociale rilevante è interpretato da ogni soggetto politico in qualche misura coinvolto, e la considerazione vale, questo va da sé, anche per chi scrive, sulla base di paradigmi sedimentati nel tempo oltre che, ovviamente, di personali propensioni, pregiudizi, convincimenti non necessariamente pienamente consapevoli.
Non voglio, sulla base di questa banale considerazione, negare la funzione di rottura, innovazione, produzione, in senso positivo o negativo, di crisi dei movimenti sociali stessi, al contrario, ma porre l'accento su di una dialettica complessa ed interessante che contribuisce alla trasformazione e ridefinizione della prassi intesa, compiutamente, come attività volta alla trasformazione e, perché negarlo?, al sovvertimento dell'esistente.
Credo che quanto ho sinora affermato valga in maniera evidente, per stare all'oggi, per il movimento No Tav. Una mobilitazione di massa, fortemente legata ad una vicenda locale ma capace di porre problemi generali, nella quale si è intrecciata la difesa dell'ambiente e quella delle libertà politiche e sindacali, la discussione su chi avesse titolo per decidere sulle scelte che riguardano una popolazione e quella sulla struttura della spesa pubblica è, nei fatti, un vero e proprio laboratorio sociale che suscita passioni, energie, speranze, reti di relazioni a livello nazionale ed internazionale.
Per me, senza attribuire troppo peso ai miei convincimenti ed alle mie vicende, è stato assolutamente rilevante l'occasione che ho avuto di riflettere sulla dialettica fra settori della comunità scientifica e movimenti, sul rapporto fra contraddizioni interne alla classe politica e spazi che si aprivano all'azione di massa, sull'intreccio fra movimento dei lavoratori e questione ambientale, sul nesso fra rivendicazione di tradizioni ed identità locali e apertura al confronto con soggettività ed esperienze diverse.
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Sei un ponte sconnesso, ma sei il solo ponte...
di Rossana Rossanda
Rossanda si rivolge alla grande “S” cioè alla Sinistra fatta dai 4 partiti
Caro Sansonetti, se la grande S si è impantanata su una legge elettorale darebbe ragione a chi ci ha creduto poco. Non è la prima volta che il tema “elezioni” manda in tilt qualsiasi progetto sui tempi medi. Ne ha fatto esperienza il manifesto nel 1972, poi nel 1976. E’ per questo che Rifondazione ha mandato a picco la Camera di consultazione di Asor Rosa. E su questo adesso l’inciampo viene dal Pdci.
Nel caso di piccoli partiti non è misera voglia di poltrone: è il timore di diventare invisibili, cessare di esistere come i grandi partiti non nascondono di sperare. La stessa base militante esige una lista, dimostrando quanto sia ancora contraddittorio il bisogno, teorizzato al meglio da Tronti, di “andare oltre la democrazia”, che è poi quella “rappresentativa”. E sarà così, penso, finché non sarà chiaro come “andare oltre” senza riprodurre i “socialismi reali”; perché, oggi come oggi, altro non conosciamo.
Intanto nessuno dei quattro partiti in campo si fida che l’altro ne garantisca le ragioni di esistenza. Soltanto Rc è ragionevolmente certa di passare lo sbarramento di una proporzionale; toccherebbe ad essa dunque di garantire le altre, facendo qualcosa di comprensibile dell’attuale slogan “unità plurale”.
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Sinistra arcobaleno. Inutile, dannosa o arretrata?
di nique la police
E' terminata ieri la convention della Sinistra arcobaleno, nome imposto dai media e dall'uso comune dopo che le mediazioni tra i gestori dei quattro cartelli elettorali che la compongono avevano partorito una sigla simile ma meno diretta e più bizantina.
Con la massima benevolenza d'analisi, e con la convinzione che a sinistra tutti possono servire, non possiamo però non rilevare che l'inconsistenza politica di questo nuovo cartello elettorale, nato come affluente di quattro più piccoli, segua quella ampiamente mostrata dal partito democratico. E qui l'etimologia del termine "politica" ci aiuta a capire il problema meglio di altri punti di osservazione: la provenienza dal greco del vocabolo "politica" indica questa come l'amministrazione della cosa pubblica suggerendo però anche una profonda incertezza e una continua oscillazione del significato di cosa pubblica.
Visto che la retorica fondativa della sinistra arcobaleno non difetta di richiami alle mutazioni storiche in atto la cronica incapacità, mostrata da ogni oratore in campo, a definire quali siano queste mutazioni rivela come questa retorica non riesca ad elevarsi sul piano dell'eloquenza figuriamoci quindi se riesce ad arrivare a quello dei contenuti.
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Da: "fabciab@..." <fabciab@...>
Data: Ven 19 Ott 2007 5:32 pm
Oggetto: I: Re: Ogg: manifestazione del 20 ottobre: adesione o dissenso?
L'equidistanza tra la manifestazione del 20 ottobre e lo sciopero generale e generalizzato del 9 novembre mi sembra un grande errore. Certamente non è il caso di nutrire soverchie illusioni. Lo sciopero del 9 sarà probabilmente una protesta minoritaria. Ma ciò non squalifica a priori il suo significato né i suoi promotori. Il fatto di essere una minoranza con scarsa capacità di incidere sui reali rapporti di forza non dipende, in prima istanza, dalle forze politiche in campo. La situazione da cui oggi bisogna partire è stata ben descritta da Gallino nell'articolo postato in questa lista. In estrema sintesi "la fabbrica di oggi resta molto simile a quella di una generazione fa, se non di due" in quanto continua a prevedere "lavoro frammentato in mansioni parcellari e ripetitive, che si imparano alla svelta e non richiedono all' individuo che le svolge una qualifica professionale elevata"; ma "come luogo di incontro, di solidarietà, di rapporti sindacali, di interessi comuni, di amicizia, la fabbrica è cambiata. Tutte le forme di relazioni sociali sono diventate più rade e più fragili".
Molto si dovrebbe aggiungere per contestualizzare questa descrizione. Ma la cosa ci porterebbe troppo lontano. Il punto da discutere ora è cosa si fa di fronte a questa situazione. C'è chi cerca di surrogare la mancanza di una soggettività operaia e proletaria nel cielo astratto della politica imbarcandosi in un'improbabile compagine governativa che, dati gli attuali rapporti di forza, ha una carattere spiccatamente antipopolare, appena temperato da un sentimento compassionevole, nel più classico degli atteggiamenti social-liberisti su cui ha spesso insistito Bellofiore.
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Note antipatiche
Rossana Rossanda
Smettiamola, noi sinistre manifesto incluso, di essere sorpresi e amareggiati per le misure prese dal governo di centrosinistra. Un conto è cercare di modificare le scelte, che è un obbligo che abbiamo nei cofronti della nostra base o dei nostri lettori, un altro è cadere dalle nuvole come se fosse stato possibile pensare che sarebbe andata molto diversarmente. Abbiamo votato l'Unione e la coalizione relativa per impedire una riedizione del governo Berlusconi, e ci siamo riusciti appena di misura alleandoci con larghi settori e partiti democratici, che non ne sopportavano i traffici e il disprezzo della Costituzione, ma che perlopiù avevano lasciato alle spalle, come i Ds, o non avevano mai avuto, come la Margherita, un impegno sociale. Ancora meno condiviso era, nella coalizione, il giudizio sulle questioni di natura civile ed etica, prima di tutto sulle relazioni sessuali (tema in gran parte superato nel resto dell'Unione europea) e sulla posizione da tenere sui rapporti stato-chiesa, che resta irrisolta, anzi per dirla esattamente, è fortemente arretrata rispetto a mezzo secolo fa soltanto in Italia e in Polonia. Su un solo punto il governo di centrosinsitra è andato a una vera mediazione con il suo elettorato più radicale, ed è stato sul tema della politica estera, mantenendo l'impegno sul ritiro dall'Iraq, assumendo qualche iniziativa coraggiosa anche se finora di scarso esito sul Medioriente e rifiutando le smanie di punire l'Iran che, oltre agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, hanno conquistato in questi giorni anche la Francia di Sarkozy.
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Venti ottobre
Rossana Rossanda
La manifestazione e il corteo che assieme a Liberazione questo giornale ha lanciato per il 20 ottobre sono stati bersaglio di una certa campagna stampa, avallata anche da alcuni politici che rischia di farci apparire il paese più instupidito d'Europa. Un corteo pacifico e, ci auguriamo, di massa che esprime bisogni e sensibilità molto reali sarebbe il cavallo di Troia per far cadere il governo Prodi? Sostenere questo governo, farlo inciampare o cadere è potere esclusivo delle forze politiche in Parlamento, del patto che le ha messe assieme e, o almeno così dovrebbe essere, del rispetto che farebbero bene a nutrire l'una per l'altra. Non è nella nostra possibilità né nei nostri intenti farlo, non siamo né vogliamo diventare un'istituzione né un gruppo di istituzioni.
Ma il governo dovrebbe ringraziarci per offrirgli l'occasione di saggiare consensi e inquietudini di una parte consistente della società civile che lo ha votato. E che è altra cosa dei gruppi parlamentari e dei partiti, tutti peraltro fattisi tanto leggeri da pardere ogni radicamento sociale diffuso, che fungeva da sensorio e raccoglitore di idee e competenze non meno che da cinghia di trasmissione «di un'ideologia». L'asfissia dei partiti e il bipolarismo nel quale si vorrebbe costringere una società sempre più complessa stanno facendo dell'Italia l'ultima e mesta spiaggia di una democrazia rappresentativa riacquistata con il sangue, e aprono il varco per assai dubbie avventure populiste.
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