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Sul libro di M. Badiale e F. Tringali
Le trappole dell’antieuropeismo nazionalistico e del richiamo alla Costituzione
di Michele Nobile
Il libro di Marino Badiale e Fabrizio Tringali La trappola dell’euro (Asterios 2012) è da consigliarsi sia per il contributo analitico all’interpretazione della crisi dell’euro sia per la critica delle misure antipopolari di politica economica messe in atto nei paesi dell’eurozona e, in particolare, in quelli colpiti dalla cd. crisi del debito sovrano. L’interesse maggiore del volume risiede però, a parer mio, nella connessione tra impianto analitico e proposta politica. Quest’ultima si può riassumere nell’obiettivo di riconquistare la sovranità monetaria dello Stato italiano, uscendo dall’Unione europea e dall’Eurosistema, al fine di attuare una politica economica «per difendere i ceti medi e popolari, ed iniziare almeno i primi passi di un percorso che ci porti verso una reale alternativa alla distruttività del capitalismo contemporaneo» (p. 135).
La prospettiva formulata da Badiale e Tringali è ampiamente diffusa nell’area della sinistra più o meno antagonistica (ma anche nella destra radicale, per dirla tutta), per quanto non necessariamente con la stessa consapevolezza della posta in gioco e con la stessa coerenza logica dimostrata dagli autori. Leggere con attenzione critica questo libro può dunque essere utile per prendere coscienza dei presupposti e delle implicazioni di una linea che riconduca la lotta contro le misure antipopolari agli obiettivi complessivi della fuoriuscita dall’area dell’euro e dall’Unione europea e alla formulazione di una politica economica alternativa.
I punti d’accordo relativi all’analisi economica
Definire i punti d’accordo con Badiale e Tringali non è difficile.
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Il Socialismo è in cammino?
Bruno Settis e Carlo Parisi intervistano Luciano Vasapollo
Cominciamo con una domanda di “riscaldamento”. L’elezione al soglio di Pietro di un argentino – Jorge Mario Bergoglio – anche al di là delle sue eventuali responsabilità o dei suoi silenzi durante gli anni della dittatura, ha fatto pensare a molti a una riedizione del modello Wojtyla, volto a far leva sui sentimenti religiosi delle masse sudamericane per indebolire i governi di sinistra. Certo le differenze non sono poche, a partire dalla forte e sbandierata fede cattolica di molti leaders della regione: un caso esemplare è la dichiarazione di Maduro secondo cui Chavez sarebbe intervenuto dal cielo per favorire l’elezione di Bergoglio.
Per poter dare delle risposte anche riguardo alla religiosità in America Latina bisogna conoscere in profondità quei popoli e quelle culture: in Europa soprattutto la sinistra è imbevuta di forte eurocentrismo e ha un rapporto con l’America Latina di natura neo-coloniale, che impedisce di comprendere che per esempio a Cuba la gente anche iscritta al partito è spesso religiosa – cattolica o legata a varie forme di sincretismo – e lo stesso avviene in Venezuela.
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Abbiamo perso? Non ci hanno capito!
di Gianni Fresu
Pubblichiamo come contributo alla discussione questo intervento dell'ex segretario regionale del Prc della Sardegna
È veramente triste fare i conti con il mesto epilogo di un progetto nato con l’ambizione di rifondare una teoria e una prassi comunista nel Paese, dopo lo scioglimento traumatico del PCI. Di sconfitta in sconfitta, l’organizzazione incaricatasi di rappresentare la palingenesi del marxismo militante si è progressivamente ridimensionata, fino a divenire inutile, residuale, insignificante. Altro che l’erede del più grande partito comunista dell’Occidente, al massimo ci siamo ridotti a scimmiottare una delle tante organizzazioni della vecchia sinistra extraparlamentare, con una non trascurabile differenza: allora c’era anche il PCI, oggi no.
Negli ultimi anni siamo stati impegnati, più che a costruire il nostro progetto politico e dargli credibilità, a ragionare in termini di posizionamento rispetto agli altri: PD sì, PD no; governo sì, governo no. Potremmo evocare la Sindrome di Stoccolma per spiegare l’attuale stato d’animo del PRC e del PdCI, perché la sconfitta e la profonda crisi del Partito democratico ha anzitutto spiazzato chi in questi anni ha incessantemente incentrato la propria azione politica sulla critica feroce o l’appiattimento verso questo partito. Se non esistesse più il PD un buon 70% degli argomenti al centro delle nostre discussioni, negli ultimi anni, verrebbe meno. Panico: chi siamo, dove andiamo, come fare?
Fondare o affondare il proprio progetto sulla politica delle alleanze (alleati sempre e comunque oppure mai) è indice di subalternità politica: in entrambi i casi il soggetto non sono io, bensì l’altro, in ragione del quale, in un senso o nell’altro, configuro tutte le mie scelte di tattica e strategia.
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Il problema è l'atterraggio
Rete dei Comunisti
Una storia si è chiusa. Una conclusione ampiamente prevedibile da parecchio tempo. Non riguarda solo le dimissioni delle Segreterie Nazionali di PRC e PdCI ma, più complessivamente, l’esaurirsi di una parabola storica iniziata con la nascita del PRC dopo la fine del PCI
Una storia si è chiusa. Questa conclusione, a dire il vero, era già ampiamente prevedibile e anche da parecchio tempo. Sia chiaro: non vogliamo – qui – fare riferimento esclusivamente alle dimissioni delle Segreterie Nazionali del PRC e del PDCI ma, più complessivamente, all’esaurirsi di una parabola storica iniziata con la nascita del PRC dopo la fine del PCI. Quando avvengono fatti di questa rilevanza non è mai solo una questione oggettiva ma sempre il suo combinarsi con quelle soggettive. Nessun comunista può mai essere sollevato quando vede il pezzo di una tradizione, cui lui stesso appartiene, scomparire nell’irrilevanza dell’attualità. Ma allo stesso tempo, la consapevolezza di essere dentro una battaglia lunga, aiuta a comprendere i passaggi di fase e lo smascheramento degli errori. Ovviamente pesantissimi, date le circostanze favorevoli in cui un’organizzazione comunista si trova in questo momento di crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Crisi che, come sottolineiamo da anni, è sistemica e non strutturale. Il capitale però sta sì su di un piano inclinato ma da solo non precipita. Davanti alle praterie sterminate che ci aspettano e in un momento in cui è molto più facile che non venti anni fa dirsi comunisti, aver preferito una linea politicista e non di organizzazione politica di rappresentanza del blocco sociale, è apparsa una scelta suicida. E, allora, affondiamo i piedi nel piatto. Che il risultato elettorale di Rivoluzione Civile sia stato negativo poco deve importare ai comunisti, nulla al paese.
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Cosa insegnano le elezioni
I perché della sconfitta
di Domenico Moro*
Questa è la seconda volta che andiamo al tappeto e per la seconda volta bisognerà provare a rialzarsi. Come nel pugilato, solo chi è veramente determinato riesce a farlo. Tuttavia, rialzarsi per continuare a incassare pugni come un pugile suonato sarebbe assurdo. Quando si va al tappeto non ci si rialza subito, si aspetta il conteggio dell’arbitro, sfruttando ogni secondo per riprendere fiato e lucidità. Ecco, riprendere fiato, per noi, vuol dire ragionare a mente fredda e cercare di capire il perché e il percome è successo un’altra volta.
Nessuno ha la verità in tasca. Tuttavia, cerchiamo di vedere se è possibile individuare dei fatti precisi da cui partire. In primo luogo cosa dimostrano queste elezioni? A mio modo di vedere, dimostrano tre cose. Primo, il bipolarismo è fallito. Secondo, il governo Monti e la maggioranza che lo sosteneva sono stati bocciati. Terzo l’Europa stessa – o meglio l’europeismo dei mercati finanziari - è stata bocciata.
I dati e i numeri non si prestano a interpretazioni diverse. Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno subito salassi qualche volta mortali. Lo stesso recupero di Berlusconi, che pure c’è stato, è in realtà molto relativo.
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Questione elettorale e ricostruzione della sinistra
di Paolo Favilli
Nella definizione di «impolitico» non c'è, ovviamente, nessuna volontà (né possibilità) di riferimento a Thomas Mann, il grande «impolitico» (o forse, meglio, «apolitico») degli inizi del Novecento. Molto più semplicemente la definizione è legata al dubbio, e dubbio reale, che ha colto l'autore di questa nota, relativamente alla sua capacità di comprendere davvero i nessi che legano il momento analitico al momento della sua traducibilità politica, a quell'aspetto comunemente indicato con il termine «tattica». Credo, infatti, di concordare, nella sostanza, con l'analisi di «fase ciclica» (da non confondere con l'analisi di «contingenza»), sviluppata in un periodo piuttosto lungo da autorevolissimi amici e compagni come Asor Rosa, Bevilacqua, Tronti. Nella contingenza attuale queste personalità si sono assai impegnate perché tutti i «progressisti» convergano i loro voti verso la coalizione imperniata sul Pd con «in pancia Vendola» (Scalfari dixit). Lo stesso giornale che ospita questi miei scritti ha fatto un'evidente scelta in tale direzione.
Quando personalità nei cui confronti si nutrono motivi assai giustificati di stima intellettuale, di condivisione analitica, fanno scelte politiche contingenti sulle quali sembra difficile concordare, credo sia giusto farsi prendere da dubbi, porsi domande. Non è possibile che lo sguardo di chi, come lo scrivente, è rimasto sempre esterno (a parte un brevissimo periodo della prima gioventù) alla pratica della politica, sia poco adatto per cogliere i criteri di priorità relativi alle necessità del momento attuale?
Ho sempre pensato che la sfera della politica abbia un largo grado di autonomia rispetto alla elaborazione teorica e culturale in genere, che non sia possibile, cioè, nessun processo di traducibilità diretta dell'una sfera nell'altra.
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Le buone ragioni di rivoluzione civile
Alberto Burgio
Se c'è un elemento caratteristico dell'attuale fase politica, questo è la potenza determinante del sistema mediatico. L'Italia, l'Europa, tutto il mondo capitalistico sono nella morsa di una crisi che sta scomponendo le società. Da una parte, la povertà vera. Strutturale, dilagante, senza prospettive di riscatto. Dall'altra, la concentrazione in poche mani di ricchezze immense, intraducibili in misure concrete. In mezzo, aree sociali precarizzate, che vedono messi a rischio i fondamenti stessi della propria condizione di vita: il reddito, l'occupazione, i diritti essenziali.
Ma se il quadro è di per sé limpido nella sua violenza, l'opinione pubblica non riesce a farsene un'immagine chiara, e non sa intravedere vie d'uscita. Oscilla tra angosce apocalittiche e attese fideistiche di uomini provvidenziali (si pensi alla santificazione di Monti al momento della sua incoronazione), appesa alla girandola di numeri che le viene quotidianamente propinata. Lo spread, gli indici di Borsa, i tassi di cambio, numeri magici della cabala postmoderna. Quando diciamo che il 99% è contro uno stato di cose voluto dall'1%, ci raccontiamo una favola. Bella, ma, come ogni favola, ingannevole. Di certo la stragrande maggioranza è scontenta e spaventata, ma è anche confusa e disorientata. E non sa a che santo votarsi.
La cifra del nostro tempo è questa: la cattura cognitiva dei corpi sociali, imprigionati in una gabbia - davvero un pensiero unico - che ne deforma la visuale, impedendo loro di vedere la situazione in cui si trovano.
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15 ottobre e repressione. Una riflessione
Militant
Ritorniamo, con un ragionamento più strutturato, sulle sei condanne di qualche giorno fa per il 15 ottobre, allargando il discorso in generale alle forme repressive che hanno preso corpo per quella giornata. Queste sei condanne non sono le prime: già nove persone, infatti, sono state condannate – tutte con rito abbreviato – a pene che vanno dai 2 ai 5 anni per il reato di resistenza – aggravata o pluriaggravata – a pubblico ufficiale. Le ultime sei condanne – tutte a sei anni, senza distinguere le condotte dei singoli imputati –, invece, sono state per il reato di «devastazione e saccheggio»: e non faremo finta di sorprenderci che i compagni siano ancora condannati con reati previsti dal codice fascista o che non sia stato tenuto conto della gestione della piazza (una piazza autorizzata) messa in pratica delle forze dell’ordine.
La macchina repressiva dello Stato, dunque, continua a fare alacremente il suo lavoro, sostenuta da una parte dell’opinione pubblica che, all’indomani del 15 ottobre, partecipò alla campagna delatoria messa in piedi da «Repubblica» e da altri quotidiani e contribuì a rafforzare e a legittimare la retorica dei «buoni» contro i «cattivi», dei «black bloc» violenti infiltratisi per rovinare il corteo ai manifestanti pacifici.
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Dal fronte esterno al fronte interno
Per una strategia di liberazione nazionale
di Pasquale Cicalese
Prima ancora di parlare di programma, è bene chiarire che compito dei comunisti è quello di adottare la matrice del materialismo storico per comprendere le dinamiche in atto, dunque analizzare in pieno i conflitti e le guerre di classe che attraversano la società italiana.
Ritornare a crescere con l’intervento pubblico nell’economia
Il Paese vive da vent’anni una fase recessiva che è stata essenzialmente dovuta alla dismissione dell’economia mista avviata con vigore nel dopoguerra, quando la produzione militare lasciò il passo alla produzione manifatturiera civile, con un forte connubio, nelle industrie pubbliche, tra scienza e industria.
Ritornare a un sentiero di crescita implica necessariamente un ritorno del pubblico nell’economia: ciò sottintende, innanzitutto, la nazionalizzazione del sistema bancario italiano e la creazione di oligopoli pubblici capaci di intercettare la richiesta di merci tecnologicamente avanzate da parte dei paesi che sono emersi o che sono in un sentiero di sviluppo.
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Cambiare è difficile
Livio Pepino
Due mesi fa, in settanta (diversi per storie e provenienza ma uniti negli obiettivi), abbiamo lanciato il documento «Cambiare si può». Volevamo verificare la possibilità di una presenza alternativa alle elezioni politiche del 2013. Alternativa al liberismo, al governo Monti e a chi ne è stato il socio di riferimento (le destre da un lato e il Pd dall'altro) sulla base di una diversa idea di Europa, di sviluppo, di politiche per uscire dalla crisi, di centralità del lavoro (e non del capitale finanziario). E, poi, alternativa al sistema politico che ha caratterizzato gli ultimi decenni (anche a sinistra) portandoci allo sfascio attuale: un sistema soffocato da un rapporto corrotto con il denaro e con il potere economico, dalla trasformazione della rappresentanza in delega incontrollata, dalla incapacità di affrontare i problemi reali della vita delle persone; un sistema da trasformare nel profondo con segni tangibili di radicale discontinuità e con nuovi metodi, nuove pratiche, nuove facce (designate dai territori, all'esito di un dibattito pubblico, senza quote o riserve per ceti politici).
A che punto siamo oggi, due mesi dopo?
Vale la pena ripercorrere le tappe del percorso. Abbiamo suscitato un entusiasmo impensato coinvolgendo in centinaia di incontri e assemblee, decine di migliaia di «cani sciolti» e orfani di partiti e sindacati ma anche associazioni, movimenti, gruppi, comitati: se ne facessimo l'elenco raggiungeremmo numeri a tre cifre.
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Le lotte contro il regime della Troika
di Thomas Seibert
(…dalla Interventionistische Linke, ma non per la Interventionistische Linke…)
Pubblichiamo l’intervento tenuto da Thomas Seibert all’interno degli eventi organizzati a Francoforte contro la Euro Finance Week nello scorso novembre. Si tratta di un contributo di grande interesse sulla crisi attuale che contiene una proposta sulle possibilità di superare politicamente le condizioni anche istituzionali che la crisi sta imponendo. Esso pone due questioni per noi essenziali, ovvero quella dell’organizzazione e quella del potere, cercando di collocarle, e quindi di discuterle, su di un piano di realtà. Ciò significa aprire il dibattito su quali sono gli strumenti che consentano di affrontare tali questioni, senza accontentarsi del presente e senza mitologici riferimenti al passato. Già lo sciopero europeo dello scorso 14N è stato un evento complesso del quale probabilmente dovremo cercare di individuare gli effetti nel tempo. La compresenza al suo interno di protesta e contestazione ha indicato un problema che chiede di essere affrontato. La rielaborazione della pratica dello sciopero è un’azione politica che deve avere come protagonisti dei soggetti reali – come per esempio i migranti – che si organizzano per affrontare la questione del potere. In nessun caso esso può essere scambiato con la riproposizione di un minoritarismo programmatico destinato a ottenere meno di nulla, se non la celebrazione dei pochi momenti necessari alla propria autorappresentazione come gruppo. Assieme alle questioni di merito, la proposta di Thomas annuncia un criterio di metodo che va oltre il gruppo al quale comunque lui fa riferimento. Anche per questo lo pubblichiamo. Propone le questioni su una scala che anche noi abbiamo provato a impiegare, inserendo i movimenti di lotta in Europa in uno scenario che va dalla Cina agli Stati uniti. Usa un linguaggio che noi non utilizziamo, dato che non abbiamo mai praticato il lessico del comune, né abbiamo parlato di sciopero metropolitano. Questo intervento invita però ad andare oltre le definizioni usuali e rassicuranti. E questo riguarda anche noi. Non da ∫connessioni precarie, ma per le connessioni precarie…
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I comunisti, la tattica e le alleanze, che fare?
Domenico Moro *
1. Un uso corretto della teoria
Nell'ultimo mese si è accesa tra i comunisti in Italia una discussione sulle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche. La domanda è se aderire al centro-sinistra, ovvero allearsi al Pd, oppure costruire alleanze politiche alternative al di fuori del centro-sinistra. In effetti, la seconda opzione rappresenta una rottura con una linea che, seppure in modo non sempre uniforme, è stata portata avanti per venti anni da Rifondazione Comunista e dal PdCI. Per supportare questa o quella posizione si è fatto riferimento alla teoria politica marxista, i cui fondamenti sono stati espressi da Lenin e sviluppati da pochissimi altri, tra cui Gramsci.
Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso."[1] Un conto, dice Lenin, è il compromesso della socialdemocrazia nel 1914, che votò i crediti di guerra, altro conto è il trattato di pace che i bolscevichi firmarono con i tedeschi a Brest-Litovsk nel 1918.
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A proposito delle due sinistre: dal big bang alla fusione fredda?
di Alfonso Gianni
Qualche giorno fa, in questo stesso spazio, compariva un interessante articolo di Emilio Carnevali (“Oltre le due sinistre”) dedicato al dibattito sul superamento delle due sinistre aperto questa estate da Mario Tronti sull’Unità, cui è seguita una nutrita serie di contributi. Se rileggiamo il tutto alla luce dell’esito delle primarie del cd. centrosinistra, non si può non riscontrare alcune convergenze fra le analisi, le previsioni e la realtà. Se Tronti (di cui ben conosciamo la radicalità teorica e al contempo l’iperrealismo politico) si domandava retoricamente a luglio se avesse ancora senso una separatezza fra due sinistre «imprecise, provvisorie, incapaci di vera autonomia», Carnevali, con maggiore precisione, scrive che in caso di vittoria delle primarie da parte di Pierluigi Bersani con un esplicito appoggio di Nichi Vendola al secondo turno, il tema della ricomposizione della sinistra potrebbe tornare all'ordine del giorno.
A quel punto, secondo Carnevali, il leader di Sel «potrebbe decidere di trarne le conseguenze per giocare da dentro la sua partita, scegliendo di ‘rottamare’ una creatura politica esilissima – che non ha mai dato vera prova di vita autonoma – per entrare a far parte dell'ultimo ‘partito solido’ e radicato nel territorio rimasto in Italia».
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Lettera aperta a Nichi Vendola
di Giuseppe Laino
Caro Nichi
affermare, come hai fatto in una recente apparizione televisiva, che il lavoro per tutto il ‘900 si è accompagnato alla libertà e, ancora, che il lavoro ha, finora, garantito le libertà individuali, è semplicemente allucinatorio. Porta, cioè, fuori dalla realtà in cui dovrebbe stare una sinistra antiliberista come è quella che tu rappresenti.
Di che lavoro stai parlando?
Il lavoro ha assunto nelle varie epoche connotazioni diverse. È storicamente determinato, essendo non univoca la modalità con cui l’uomo ha interagito con la natura per ottenere beni fruibili. Ma il lavoro a cui tu ti riferisci, il lavoro che ci avrebbe donato la libertà, non può che essere quello salariato. Quello, cioè che si è generalizzato negli ultimi secoli su scala globale. Esattamente lo stesso lavoro che, secondo Marx, sottrae tempo alla vita e che perciò diviene l’arcano attraverso cui passa ogni sfruttamento.
Il lavoro salariato non dà affatto la libertà. In nessun caso.
Nel grigiore uniforme del pensiero unico dominante appare come una necessità a cui nessuno può sottrarsi.
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Una recensione condita di riflessioni e qualche lacrimuccia
di Daniele Barbieri
Il quotidiano «il manifesto» sta esplodendo e/o implodendo. Persino le persone più distratte sanno che ieri nella prima pagina del quotidiano «comunista» (così si legge sopra la testata) Rossana Rossanda annuncia che non collaborerà più al quotidiano che fondò nel 1971 e aggiunge: «un mio commento settimanale sarà pubblicato, generalmente il venerdì in collaborazione con Sbilanciamoci e sul suo sito.
Io sono arrabbiato con la redazione per molte ragioni (che magari spiegherò un’altra volta) ma – del tutto incoerentemente? – continuo a sostenerlo, a pensare che (se non finisce nelle mani di un padrone però) pur con tutti i suoi difetti sia una lettura necessaria di questi brutti tempi. Addirittura ho preso dall’editore Manni 25 copie del libro di Valentino Parlato «La rivoluzione non russa» (sottotitolo «Quarant’anni di storia del manifesto», a cura di Giancarlo Greco: 188 pagine per 14 euri) e le ho già vendute, con lo sconto: anche questi pochi soldini – così hanno deciso editore e autore – andranno a rimpinguare le casse del quotidiano; o meglio finiranno forse in una grande “colletta” per tentare di ricomprare, in modo collettivo, il giornale quando i curatori fallimentari indiranno “l’asta”.
Ho preso le 25 copie “al buio” (beh, so bene chi è Parlato) e dunque in questa sorta di recensione devo anzitutto dire se sono rimasto deluso. No, il libro è proprio come «il manifesto» cioè pieno di pregi e difetti ma comunque unico nel suo genere; con Parlato sono a volte d’accordo e qualche volta invece mi fa inferocire.
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Gli articoli più letti degli ultimi tre mesi
Algamica: Circa il personaggio Vannacci
Francesco Cappello: Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento
Fabrizio Marchi: L’ipocrita “contrordine compagni” di Ocasio Cortez e Giuseppe Conte
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Carlo Formenti: Venezuela. La fine dei dubbi
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ALGAMICA: Circa la natura del woke
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Thomas Fazi: La fine dell’illusione democratica
Alastair Crooke: Il quadro finanziario e geopolitico mondiale in un momento di imminente disordine
Carlo Di Mascio: Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista
Carlo Formenti: Il futuro dell'ordine mondiale secondo Amitav Acharya
Alessandro Volpi: Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
Servaas Storm: La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA
Ciro Schember: Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia
Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi
Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?
Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Andrea Zhok: L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco
Giuseppe Muraca: Goffredo Fofi

Qui una recensione di Marco Gatto
Mario Sommella: Cyberfascismo

Qui una presentazione del libro
Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

Qui una recensione di Antonio Martone
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mondo
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto




























