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Le buone ragioni di rivoluzione civile
Alberto Burgio
Se c'è un elemento caratteristico dell'attuale fase politica, questo è la potenza determinante del sistema mediatico. L'Italia, l'Europa, tutto il mondo capitalistico sono nella morsa di una crisi che sta scomponendo le società. Da una parte, la povertà vera. Strutturale, dilagante, senza prospettive di riscatto. Dall'altra, la concentrazione in poche mani di ricchezze immense, intraducibili in misure concrete. In mezzo, aree sociali precarizzate, che vedono messi a rischio i fondamenti stessi della propria condizione di vita: il reddito, l'occupazione, i diritti essenziali.
Ma se il quadro è di per sé limpido nella sua violenza, l'opinione pubblica non riesce a farsene un'immagine chiara, e non sa intravedere vie d'uscita. Oscilla tra angosce apocalittiche e attese fideistiche di uomini provvidenziali (si pensi alla santificazione di Monti al momento della sua incoronazione), appesa alla girandola di numeri che le viene quotidianamente propinata. Lo spread, gli indici di Borsa, i tassi di cambio, numeri magici della cabala postmoderna. Quando diciamo che il 99% è contro uno stato di cose voluto dall'1%, ci raccontiamo una favola. Bella, ma, come ogni favola, ingannevole. Di certo la stragrande maggioranza è scontenta e spaventata, ma è anche confusa e disorientata. E non sa a che santo votarsi.
La cifra del nostro tempo è questa: la cattura cognitiva dei corpi sociali, imprigionati in una gabbia - davvero un pensiero unico - che ne deforma la visuale, impedendo loro di vedere la situazione in cui si trovano.
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15 ottobre e repressione. Una riflessione
Militant
Ritorniamo, con un ragionamento più strutturato, sulle sei condanne di qualche giorno fa per il 15 ottobre, allargando il discorso in generale alle forme repressive che hanno preso corpo per quella giornata. Queste sei condanne non sono le prime: già nove persone, infatti, sono state condannate – tutte con rito abbreviato – a pene che vanno dai 2 ai 5 anni per il reato di resistenza – aggravata o pluriaggravata – a pubblico ufficiale. Le ultime sei condanne – tutte a sei anni, senza distinguere le condotte dei singoli imputati –, invece, sono state per il reato di «devastazione e saccheggio»: e non faremo finta di sorprenderci che i compagni siano ancora condannati con reati previsti dal codice fascista o che non sia stato tenuto conto della gestione della piazza (una piazza autorizzata) messa in pratica delle forze dell’ordine.
La macchina repressiva dello Stato, dunque, continua a fare alacremente il suo lavoro, sostenuta da una parte dell’opinione pubblica che, all’indomani del 15 ottobre, partecipò alla campagna delatoria messa in piedi da «Repubblica» e da altri quotidiani e contribuì a rafforzare e a legittimare la retorica dei «buoni» contro i «cattivi», dei «black bloc» violenti infiltratisi per rovinare il corteo ai manifestanti pacifici.
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Dal fronte esterno al fronte interno
Per una strategia di liberazione nazionale
di Pasquale Cicalese
Prima ancora di parlare di programma, è bene chiarire che compito dei comunisti è quello di adottare la matrice del materialismo storico per comprendere le dinamiche in atto, dunque analizzare in pieno i conflitti e le guerre di classe che attraversano la società italiana.
Ritornare a crescere con l’intervento pubblico nell’economia
Il Paese vive da vent’anni una fase recessiva che è stata essenzialmente dovuta alla dismissione dell’economia mista avviata con vigore nel dopoguerra, quando la produzione militare lasciò il passo alla produzione manifatturiera civile, con un forte connubio, nelle industrie pubbliche, tra scienza e industria.
Ritornare a un sentiero di crescita implica necessariamente un ritorno del pubblico nell’economia: ciò sottintende, innanzitutto, la nazionalizzazione del sistema bancario italiano e la creazione di oligopoli pubblici capaci di intercettare la richiesta di merci tecnologicamente avanzate da parte dei paesi che sono emersi o che sono in un sentiero di sviluppo.
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Cambiare è difficile
Livio Pepino
Due mesi fa, in settanta (diversi per storie e provenienza ma uniti negli obiettivi), abbiamo lanciato il documento «Cambiare si può». Volevamo verificare la possibilità di una presenza alternativa alle elezioni politiche del 2013. Alternativa al liberismo, al governo Monti e a chi ne è stato il socio di riferimento (le destre da un lato e il Pd dall'altro) sulla base di una diversa idea di Europa, di sviluppo, di politiche per uscire dalla crisi, di centralità del lavoro (e non del capitale finanziario). E, poi, alternativa al sistema politico che ha caratterizzato gli ultimi decenni (anche a sinistra) portandoci allo sfascio attuale: un sistema soffocato da un rapporto corrotto con il denaro e con il potere economico, dalla trasformazione della rappresentanza in delega incontrollata, dalla incapacità di affrontare i problemi reali della vita delle persone; un sistema da trasformare nel profondo con segni tangibili di radicale discontinuità e con nuovi metodi, nuove pratiche, nuove facce (designate dai territori, all'esito di un dibattito pubblico, senza quote o riserve per ceti politici).
A che punto siamo oggi, due mesi dopo?
Vale la pena ripercorrere le tappe del percorso. Abbiamo suscitato un entusiasmo impensato coinvolgendo in centinaia di incontri e assemblee, decine di migliaia di «cani sciolti» e orfani di partiti e sindacati ma anche associazioni, movimenti, gruppi, comitati: se ne facessimo l'elenco raggiungeremmo numeri a tre cifre.
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Le lotte contro il regime della Troika
di Thomas Seibert
(…dalla Interventionistische Linke, ma non per la Interventionistische Linke…)
Pubblichiamo l’intervento tenuto da Thomas Seibert all’interno degli eventi organizzati a Francoforte contro la Euro Finance Week nello scorso novembre. Si tratta di un contributo di grande interesse sulla crisi attuale che contiene una proposta sulle possibilità di superare politicamente le condizioni anche istituzionali che la crisi sta imponendo. Esso pone due questioni per noi essenziali, ovvero quella dell’organizzazione e quella del potere, cercando di collocarle, e quindi di discuterle, su di un piano di realtà. Ciò significa aprire il dibattito su quali sono gli strumenti che consentano di affrontare tali questioni, senza accontentarsi del presente e senza mitologici riferimenti al passato. Già lo sciopero europeo dello scorso 14N è stato un evento complesso del quale probabilmente dovremo cercare di individuare gli effetti nel tempo. La compresenza al suo interno di protesta e contestazione ha indicato un problema che chiede di essere affrontato. La rielaborazione della pratica dello sciopero è un’azione politica che deve avere come protagonisti dei soggetti reali – come per esempio i migranti – che si organizzano per affrontare la questione del potere. In nessun caso esso può essere scambiato con la riproposizione di un minoritarismo programmatico destinato a ottenere meno di nulla, se non la celebrazione dei pochi momenti necessari alla propria autorappresentazione come gruppo. Assieme alle questioni di merito, la proposta di Thomas annuncia un criterio di metodo che va oltre il gruppo al quale comunque lui fa riferimento. Anche per questo lo pubblichiamo. Propone le questioni su una scala che anche noi abbiamo provato a impiegare, inserendo i movimenti di lotta in Europa in uno scenario che va dalla Cina agli Stati uniti. Usa un linguaggio che noi non utilizziamo, dato che non abbiamo mai praticato il lessico del comune, né abbiamo parlato di sciopero metropolitano. Questo intervento invita però ad andare oltre le definizioni usuali e rassicuranti. E questo riguarda anche noi. Non da ∫connessioni precarie, ma per le connessioni precarie…
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I comunisti, la tattica e le alleanze, che fare?
Domenico Moro *
1. Un uso corretto della teoria
Nell'ultimo mese si è accesa tra i comunisti in Italia una discussione sulle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche. La domanda è se aderire al centro-sinistra, ovvero allearsi al Pd, oppure costruire alleanze politiche alternative al di fuori del centro-sinistra. In effetti, la seconda opzione rappresenta una rottura con una linea che, seppure in modo non sempre uniforme, è stata portata avanti per venti anni da Rifondazione Comunista e dal PdCI. Per supportare questa o quella posizione si è fatto riferimento alla teoria politica marxista, i cui fondamenti sono stati espressi da Lenin e sviluppati da pochissimi altri, tra cui Gramsci.
Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso."[1] Un conto, dice Lenin, è il compromesso della socialdemocrazia nel 1914, che votò i crediti di guerra, altro conto è il trattato di pace che i bolscevichi firmarono con i tedeschi a Brest-Litovsk nel 1918.
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A proposito delle due sinistre: dal big bang alla fusione fredda?
di Alfonso Gianni
Qualche giorno fa, in questo stesso spazio, compariva un interessante articolo di Emilio Carnevali (“Oltre le due sinistre”) dedicato al dibattito sul superamento delle due sinistre aperto questa estate da Mario Tronti sull’Unità, cui è seguita una nutrita serie di contributi. Se rileggiamo il tutto alla luce dell’esito delle primarie del cd. centrosinistra, non si può non riscontrare alcune convergenze fra le analisi, le previsioni e la realtà. Se Tronti (di cui ben conosciamo la radicalità teorica e al contempo l’iperrealismo politico) si domandava retoricamente a luglio se avesse ancora senso una separatezza fra due sinistre «imprecise, provvisorie, incapaci di vera autonomia», Carnevali, con maggiore precisione, scrive che in caso di vittoria delle primarie da parte di Pierluigi Bersani con un esplicito appoggio di Nichi Vendola al secondo turno, il tema della ricomposizione della sinistra potrebbe tornare all'ordine del giorno.
A quel punto, secondo Carnevali, il leader di Sel «potrebbe decidere di trarne le conseguenze per giocare da dentro la sua partita, scegliendo di ‘rottamare’ una creatura politica esilissima – che non ha mai dato vera prova di vita autonoma – per entrare a far parte dell'ultimo ‘partito solido’ e radicato nel territorio rimasto in Italia».
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Lettera aperta a Nichi Vendola
di Giuseppe Laino
Caro Nichi
affermare, come hai fatto in una recente apparizione televisiva, che il lavoro per tutto il ‘900 si è accompagnato alla libertà e, ancora, che il lavoro ha, finora, garantito le libertà individuali, è semplicemente allucinatorio. Porta, cioè, fuori dalla realtà in cui dovrebbe stare una sinistra antiliberista come è quella che tu rappresenti.
Di che lavoro stai parlando?
Il lavoro ha assunto nelle varie epoche connotazioni diverse. È storicamente determinato, essendo non univoca la modalità con cui l’uomo ha interagito con la natura per ottenere beni fruibili. Ma il lavoro a cui tu ti riferisci, il lavoro che ci avrebbe donato la libertà, non può che essere quello salariato. Quello, cioè che si è generalizzato negli ultimi secoli su scala globale. Esattamente lo stesso lavoro che, secondo Marx, sottrae tempo alla vita e che perciò diviene l’arcano attraverso cui passa ogni sfruttamento.
Il lavoro salariato non dà affatto la libertà. In nessun caso.
Nel grigiore uniforme del pensiero unico dominante appare come una necessità a cui nessuno può sottrarsi.
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Una recensione condita di riflessioni e qualche lacrimuccia
di Daniele Barbieri
Il quotidiano «il manifesto» sta esplodendo e/o implodendo. Persino le persone più distratte sanno che ieri nella prima pagina del quotidiano «comunista» (così si legge sopra la testata) Rossana Rossanda annuncia che non collaborerà più al quotidiano che fondò nel 1971 e aggiunge: «un mio commento settimanale sarà pubblicato, generalmente il venerdì in collaborazione con Sbilanciamoci e sul suo sito.
Io sono arrabbiato con la redazione per molte ragioni (che magari spiegherò un’altra volta) ma – del tutto incoerentemente? – continuo a sostenerlo, a pensare che (se non finisce nelle mani di un padrone però) pur con tutti i suoi difetti sia una lettura necessaria di questi brutti tempi. Addirittura ho preso dall’editore Manni 25 copie del libro di Valentino Parlato «La rivoluzione non russa» (sottotitolo «Quarant’anni di storia del manifesto», a cura di Giancarlo Greco: 188 pagine per 14 euri) e le ho già vendute, con lo sconto: anche questi pochi soldini – così hanno deciso editore e autore – andranno a rimpinguare le casse del quotidiano; o meglio finiranno forse in una grande “colletta” per tentare di ricomprare, in modo collettivo, il giornale quando i curatori fallimentari indiranno “l’asta”.
Ho preso le 25 copie “al buio” (beh, so bene chi è Parlato) e dunque in questa sorta di recensione devo anzitutto dire se sono rimasto deluso. No, il libro è proprio come «il manifesto» cioè pieno di pregi e difetti ma comunque unico nel suo genere; con Parlato sono a volte d’accordo e qualche volta invece mi fa inferocire.
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Marx e i suoi eredi
Commento alla lettura di Carlo Formenti: Tra post-operaismo e neo-anarchia
Antiper
“La storica frattura fra marxisti e anarchici, durata per un secolo e mezzo, sta per ricomporsi? Ancorché accomunate dall’obiettivo – la distruzione dello Stato borghese – le due correnti rivoluzionarie sembravano essersi irreversibilmente divise su come realizzarlo. Da qualche tempo, sostiene tuttavia David Graeber, uno dei più noti intellettuali libertari a livello mondiale, la distanza fra anarchici da un lato, autonomi, consigliaristi e situazionisti dall’altro, si è molto ridotta e, pur se i punti di vista restano diversi, è possibile che intrattengano un rapporto di complementarietà, più che di opposizione. Posto che le tre correnti chiamate in causa possano essere effettivamente riconosciute come rappresentanti ed eredi del marxismo rivoluzionario (molti non sarebbero d’accordo, ma qui, per semplicità, daremo per buono il punto di vista di Graeber), mi propongo di affrontare alcuni problemi sollevati dalla sua tesi”1.
Formenti inizia subito male perché rimuovendo “per semplicità” (?) il fatto che autonomi, consigliaristi e situazionisti (ACeS) possano effettivamente -o meno -essere considerati eredi del marxismo (che è rivoluzionario o non è) non è possibile capire se l'ipotesi di Graeber (“La storica frattura fra marxisti e anarchici, durata per un secolo e mezzo, sta per ricomporsi”) sia da considerarsi valida oppure no.
Secondo punto. Forse non a David Graeber (e non a Carlo Formenti), ma dovrebbe essere pur noto che, nonostante i titanici sforzi compiuti per mistificare il contributo teorico di Marx ed accreditarne versioni di comodo, questi ha pur scritto qualcosa e di questo qualcosa, a rigore, si dovrebbe tenere conto: invece, a forza di leggere tra le righe si è finito per non leggere più le righe. E questo assomiglia al ben noto vizietto di certi “autonomi” che di Marx considerano molto più importanti gli inediti -come i Grundrisse -che gli editi -come il Capitale -.
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Un passo avanti, molti indietro
Cremaschi, Militant e la questione del partito
Emilio Quadrelli - Giulia Bausano
"Non bastano la buona volontà e le dichiarazioni di intenti ma è necessario che una soggettività politica prenda in mano tale movimento e lo guidi nei non facili compiti che si è dato. La manifestazione del 27 ottobre, quindi, come un passaggio verso la costituzione di un soggetto politico all’altezza dei tempi".
La manifestazione del 27 ottobre è stato un momento importante e significativo. In maniera organizzata, possiamo dire per la prima volta, abbiamo visto scendere in piazza un insieme di realtà politiche e sociali orientate a dar vita, in maniera non effimera e occasionale, a un reale percorso di lotta contro il Governo Monti e tutto ciò che questo rappresenta e incarna. Ma perché ciò sia possibile, ovviamente, non bastano la buona volontà e le dichiarazioni di intenti ma è necessario che una soggettività politica prenda in mano tale movimento e lo guidi nei non facili compiti che si è dato. La manifestazione del 27 ottobre, quindi, come un passaggio verso la costituzione di un soggetto politico all’altezza dei tempi. Per forza di cose, la “questione del partito”, è ciò che ha fatto da sfondo, ponendosi subito dopo come aspetto centrale del dibattito, alla scesa in campo delle varie realtà politiche e sociali che hanno condiviso in quella giornata la medesima piazza. Tutti, pertanto, a partire da lì hanno iniziato a ragionare sugli sbocchi immediati della mobilitazione ovvero: quali passaggi occorrano per compiere un necessario balzo in avanti. Qua i giochi si complicano poiché, il 27 ottobre, non sembra essere stato in grado di sciogliere i nodi strategici dei quali, per forza di cose, il movimento comunista è obbligato a venire a capo. Di ciò è necessario, non semplicemente prenderne atto, ma iniziare, con pazienza a provare a scioglierli.
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Piccola guida all’autodistruzione post-comunista
Matteo Pucciarelli
Dove vi eravate persi? Al 1991? O al 2008? No perché riannodare i fili non è facile. Ma questo post dimostrerà che niente è impossibile. Certo, a furia di scissioni e giravolte è rimasta solo la casa del popolo dell’Ardenza e la salma di Lenin, ma comunque sia un giorno lo vedremo sorgere questo benedetto sol dell’avvenire. Basta solo aspettare.
Allora, in Italia fino al 1991 c’erano due partiti comunisti: il Pci (una corazzata vera) e Dp (piccola ma agguerrita). Poi il Pci capì che non era più comunista e diventò Pds. Ma siccome non tutti nel Pci volevano essere altro, insieme a quelli di Dp fecero il Prc. Più tardi i comunisti del Prc si divisero in due: quelli che non ci stavano più ad allearsi con gli ex comunisti del Pds e quelli che invece pensavano che invece no, bisognava stare insieme con gli ex comunisti anche a costo di rompere con quelli sempre tali. Così nacque il Pdci.
Il Prc era forte, ma non era un partito di massa. Si accontentava di rappresentare quelli dei centri sociali che alla fin fine tanto comunisti non sono, i giovani fricchettoni e gli ex rivoluzionari con giacche di velluto. Il Pdci era più piccolo, ma compensava con seggi e assessorati, più o meno uno ogni tre iscritti. Gli operai intanto cominciavano a votare Lega.
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A mani nude e a volto scoperto?
di Elisabetta Teghil
Le stesse soggettività, più o meno, che hanno organizzato la manifestazione del 15 ottobre dello scorso anno, ne hanno indetta un’altra per il prossimo 27 ottobre.
L’appello ricorda da vicino la Lettera d’intenti del PD/PSI/SEL che è così generica da poter essere sottoscritta da tutti/e.
E, siccome, nella divisione capitalistica del lavoro politico ,gli organizzatori hanno il compito di gestire la dissidenza e l’alterità politica, hanno introdotto una serie di parole d’ordine tanto accattivanti quanto prive di sostanza.
Una volta il problema era Berlusconi, adesso è Monti, non è mai il neoliberismo, versione attuale del capitalismo.
Perciò, il 15 ottobre, avremmo dovuto dare una spallata a Berlusconi per mandare al governo Monti, adesso dovremmo darla a Monti per mandare al governo Bersani e per avvicinarci alla realizzazione compiuta, in questo paese, dei dettami neoliberisti.
Perché è questo che si propongono i partitini della così detta sinistra radicale reggicoda del PD.
Per essere più suadenti hanno messo nell’appello tutto ed il contrario di tutto, comprese le abusate “pace, giustizia ,democrazia”. Si sono dimenticati il Sud che in Italia ci sta sempre bene nei discorsi dei politici di ogni risma e colore.
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Affamare la bestia del nostro debito
Guido Viale
«Affama la bestia» è lo slogan con cui Ronald Reagan aveva inaugurato il trentennio di liberismo di cui oggi stiamo pagando le conseguenze. La «bestia» per Reagan era il governo: che - è un altro suo celebre detto - «non è la soluzione ma il problema». La bestia da affamare è in realtà la democrazia, l'autogoverno, la possibilità per i cittadini e i lavoratori di decidere il proprio destino. Il programma è di mettere tutto in mano ai privati, che si appropriano così delle funzioni di governo e le gestiscono in base alle leggi del profitto.
Quel programma è stato ora tradotto dall'Ue e dai governi dell'eurozona in due strumenti micidiali: il pareggio di bilancio e il fiscal compact. Con queste due misure in Italia verranno prelevati ogni anno dalle tasse, cioè dai bilanci di chi le paga, quasi 100 miliardi di interessi e altri 45-50 di ratei, per versarli ai detentori del debito: in larga parte banche e assicurazioni sull'orlo del fallimento per operazioni avventate e altri grandi speculatori nazionali ed esteri, e solo in minima parte singoli risparmiatori. L'assurdità di queste misure non va sottovalutata: nessun paese al mondo, nemmeno la Germania di Weimar, condannata al pagamento dei danni di guerra, ha mai rimborsato un proprio debito: che è stato sempre ridimensionato o riassorbito dalla «crescita» del Pil - quando c'è stata - o dall'inflazione, o da un condono, o da un default. Sottoporre a un salasso del genere un paese come il nostro, con un debito di oltre il 120 per cento del Pil, vuol dire condannarlo alla rovina.
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Ilva: (ri)sorge il paradigma radicale
di Karlo Raveli
Non è un caso che praticamente tutte le correnti ideologiche e teoriche che si richiamano alla classe operaia non abbiano ancora colto il terremoto realmente generale di classe che si è scatenato a Taranto. Cominciando dalle sinistre del sistema (partitocrazia, Il Manifesto, ALBA, ecc.) e senza escludere, purtroppo, parte del post-operaismo. Un cataclisma che presenta molti riflessi negativi, come a Roma, nel quartiere San Lorenzo, dove il paradigma lavorista consuma e abbrutisce tutto, senza che si prospettino vie d'uscita di classe.
Lotta all' Ilva, dell' Ilva o sull' Ilva?
È la più importante acciaieria europea ad essere al centro del “conflitto sociale”, ma non si tratta di una classica battaglia del settore lavoratore (della classe operaia). Non è solo una lotta sindacale, lavorista. Diretta da un movimento sociale istituzionalizzato - i sindacati, appunto – che rappresentano una figura operaia specifica. Coloro che lavorano come impiegati del Capitale (o dello stato), qui oltretutto sfruttati in un classico settore industriale. È qualcosa di ben più grosso, che va oltre questioni di prezzi, tempi e modi dello sfruttamento di fabbrica!
Nemmeno si tratta di lotta territoriale circoscritta a questioni di impiego, precarietà e disoccupazione regionale. Cioè uno scontro tra fabbrica dello sfruttamento contro “diritti” e “dignità del lavoro” (ALBA) generale (Fiat).
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Emiliano Brancaccio: Il neo imperialismo dell’Unione creditrice
Alastair Crooke: Il quadro finanziario e geopolitico mondiale in un momento di imminente disordine
Mario Colonna: Il popolo ucraino batte un colpo. Migliaia in piazza contro Zelensky
Mario Sommella: Cyberfascismo

Qui una presentazione del libro
Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

Qui una recensione di Antonio Martone
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto




























