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La piazza e la politica
di Angelo d’Orsi
Possibile che in questo Paese le contestazioni, a un singolo, a un partito, a un governo, si possano fare solo nei salotti televisivi? Che la sola dialettica consentita sia quella di “Porta a Porta”? Che due uova o qualche urlo scagliati contro un dirigente sindacale o un ministro siano da considerarsi alla stregua di un’azione terroristica? Possiamo accettare una reductio della democrazia all’aula parlamentare? Ma non è nell’agorà che essa nacque, nell’antica Grecia? Agorà: piazza, il luogo dove i cittadini si riunivano per discutere e deliberare.
Certo, oggi la democrazia diretta, assembleare, è stata soppiantata da quella rappresentativa, parlamentare; ma nella stessa forma di governo democratica, come ricorda anche la nostra bella Costituzione, i cittadini concorrono a determinare la vita pubblica, attraverso i partiti, ma anche i sindacati, le associazioni e le libere unioni tra singoli in vista di determinati obiettivi, e manifestano liberamente le loro idee in tutti i luoghi idonei (nei limiti della legge): ed è difficile negare che una piazza sia inidonea.
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Vedere il baratro e girarsi dall'altra parte, ovvero una sinistra (e libertà) senza idee
Leonardo Mazzei
La nullità del progetto vendoliano in un articolo di Alfonso Gianni sul debito pubblico
Alfonso Gianni non è uno sciocco. E' vero, per anni ha fatto il ghost writer di Bertinotti, e questo non gli fa molto onore, ma tendiamo a pensare che non credesse neppure lui a tutte le panzane che era costretto a scrivere in quella veste.
Oggi Gianni è in Sinistra e Libertà, altra sigla, altro monarca. Ma, per quel che ne sappiamo, il Berlusconi di sinistra cucina da solo l'aria fritta dei sui discorsi, e così Gianni può dedicarsi a qualche riflessione politica.
E' questo il caso di un suo articolo uscito sul Manifesto del 3 dicembre [consultabile agevolmente qui]. Il tema è di quelli tosti: il probabile diktat dell'Unione Europea sul debito pubblico italiano. Gianni, diamogliene atto, ha almeno il merito di affrontare un argomento che la sinistra italiana ha del tutto rimosso. Un tema vivacemente discusso in altri paesi, laddove magari ci si comincia anche a chiedere se sia il caso di rimanere nella gabbia dell'Unione, alla mercé dei banchieri di Francoforte.
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Intervista a Domenico Losurdo
a cura di Sara Milazzo
La controrivoluzione di fase e l'esigenza sociale e politica della ricostruzione del Partito Comunista
Siamo ad Urbino, con il professor Domenico Losurdo, ordinario di storia della filosofia presso l’università “Carlo Bo” di Urbino, filosofo di fama internazionale e presidente dell’associazione Marx XXI. Ci ha gentilmente concesso il suo tempo perché è fondamentale conoscere il punto di vista di un intellettuale in questo momento di congiuntura in cui siamo di fronte ad un attacco del capitale (contro l'intero mondo del lavoro, contro la democrazia, contro la Costituzione nata dalla Resistenza) che è tra i più alti e pericolosi dell'intera nostra storia repubblicana. Di fronte a tale attacco si distende un deserto, l'assenza di un'opposizione di classe e di massa che possa in qualche modo respingere l'offensiva della reazione e rilanciare una controffensiva. Quello che io le chiedo è : come è accaduto tutto questo? Cosa manca, come ricostruire una diga, una resistenza, un contrattacco?
Possiamo fare una distinzione tra due problemi che accompagnano la storia della Repubblica in tutto il suo arco. Il primo problema è la sperequazione tra nord e sud: già Togliatti ha sottolineato che la «questione meridionale» è una questione nazionale e oggi stiamo vedendo come la mancata soluzione del sottosviluppo nel Sud rischia di mettere in pericolo l’unità nazionale.
L’altro problema è un’ingiustizia sociale che si manifesta in modo particolarmente clamoroso nel fenomeno dell’evasione fiscale. E’ appena il caso di dire che questo flagello non è stato contenuto in alcun modo, anzi, semmai è diventato più scandaloso, più esplicito.
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La non-violenza e le sue astratte agiografie
Dal «Piccolo gioco» del PRC al «Grande gioco» internazionale
di Leonardo Pegoraro
La “svolta non-violenta” del PRC e le sue resistenze interne
Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito all’interno della sinistra radicale e in particolare, del PRC ad un aspro dibattito sulla non-violenza che vale la pena ripercorrere brevemente. Come si ricorderà, il dibattito si sviluppò a partire dalle dichiarazioni che Fausto Bertinotti rilasciò in occasione di un convegno sulle foibe svoltosi a Venezia nel dicembre del 2003. Per la maggioranza del PRC si trattava di imprimere al partito una una vera e propria “svolta” non-violenta, a ribadire la quale sarebbe intervenuto poi un altro convegno ad hoc, tenutosi il 28 e 29 febbraio del 2004 sempre a Venezia, nell’isola di San Servolo1. Ma non tutti i compagni del PRC apprezzarono questa “innovazione”. Essa sarebbe infatti assurta a oggetto di critica da parte delle minoranze interne del partito, a partire da quella de l'Ernesto che si impegnò così a promuovere nel giro di un mese un terzo convegno (plurale e aperto a diverse posizioni) presso la Casa della Cultura di Milano2.
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Sinistra plurale contro il moderatismo
di Alberto Burgio
Il blocco di forze che ha vinto nel 2008 si è dissolto ma il quadro politico è sospeso in un falso movimento. Berlusconi e Bossi difendono il governo, il Pd e le forze maggiori del nuovo centro (Fli e Udc) lavorano per un esecutivo "tecnico" ma temono che questa ipotesi si allontanerebbe se fossero loro a staccare la spina. Tutto ciò blocca lo sviluppo della crisi.
Al di là del braccio di ferro tra i partiti, il problema però è un altro. Anche se il piano di Bersani, Fini e Casini andasse in porto, la partita la vincerebbe ugualmente la destra. Di che si tratta infatti quando si immagina una riedizione del governo Ciampi? Che cosa sarebbe la «scossa all'economia» invocata da D'Alema, se non il ritorno alle politiche "modernizzatrici" degli ultimi vent'anni (privatizzazioni, soldi alle imprese, precarizzazione) grazie alla rinnovata unità sindacale sulla linea Bonanni-Marchionne? In sostanza, berlusconismo senza Berlusconi. Tenuto conto della situazione attuale (livelli di disoccupazione e di povertà), pura macelleria sociale. Visto che sono in voga i paragoni storici, la sintesi è che l'Italia è a rischio di franchismo: sepolto il duce, la destra conserverebbe a lungo l'egemonia sociale, politica e culturale.
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Errorismo di Stato
Sergio Bologna
Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato. Laterza, Bari 2010.
Nemmeno i negazionisti erano arrivati a tanto. Si erano limitati a dire che i campi di sterminio non erano mai esistiti, ma non si sono spinti a dire che gli ebrei avevano gasato i nazisti. I tre autori di questa nuova prova della miseria italiota vanno oltre il negazionismo. L’arresto di Toni Negri e di molti suoi compagni il 7 aprile 1979 è stato il primo atto di una persecuzione giudiziaria e di un linciaggio mediatico che non aveva precedenti nella storia d’Italia dal 1945 ad allora e non ha avuto eguali nei trent’anni successivi. Nel libro in questione Toni Negri appare invece come un criminale dal volto ancora sconosciuto, grazie alla “copertura” dei servizi di Stato deviati e golpisti. “Getti la maschera” continua a gridargli Calogero, “scopra finalmente il suo volto”, “esca dal suo nascondiglio”! E questo lo grida a un uomo bersagliato per mesi da titoli cubitali dei giornali come l’ispiratore di 17 omicidi (così recitava il primitivo mandato di cattura stilato da Calogero), a un uomo del quale sono stati gettati in pasto alla folla affetti personali e appunti sul notes, agende telefoniche e abitudini quotidiane.
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Uscire dalla rete... E poi?
di Emanuele Montagna
Faremondo propone:
Incontro fra redattori di siti, blogger e frequentatori della rete
Bologna, domenica 24 ottobre 2010 dalle 11 alle 19
Locomotiv – zona Stazione – entrate da via Serlio 25/2 e da via Stalingrado 12
Traccia minima per aprire la discussione
Senza immaginare una società diversa non possiamo pretendere di costruire speranza. Senza l'intervento consapevole di molti nulla di essenziale sotto la superficie delle forme cambierà. Oggi, chi non è catastrofista è consapevole che la società attuale può continuare ad implodere dentro la catastrofe in cui ci hanno costretto i dominanti. Dall'interno dell'abisso nessun fondo si intravede: il processo catastrofico, per quel che ne sappiamo, potrebbe anche durare millenni senza che nulla di differente emerga. Questo è nella natura della società creata dal capitale: tutto può andare in rovina ma non per questo il suo modo di vivere e di pensare è destinato a crollare e a togliersi da sé. Tutto il contrario, semmai.
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"La sinistra vince se ha un progetto alternativo"
Intervista a Oskar Lafontaine
D. Un nuovo trattato di Maastricht più vincolante e duro. Cosa contiene e quali sono i rischi per la stabilità sociale in Europa?
R. Il trattato di Maastricht è il frutto delle politiche liberiste e il suo scopo principale è la stabilità dei prezzi. Questa logica produce una politica economica e monetaria sbagliata che genera un aumento della disoccupazione e della precarietà. Se l'Europa perseguirà ancora questa strada i problemi si aggraveranno.
D. Se lei ha ragione, questo produrrà ancora di più un distacco della popolazione all'idea di Europa. Quali secondo lei invece sono le misure che bisognerebbe adottare?
R. Questo in pratica sta già accadendo. In molti paesi registriamo una disaffezione, ad esempio, verso le elezioni europee: in Germania il tasso di affluenza è stato del 40%. Un segnale che ci dice che la popolazione ha perso fiducia o non si aspetta nulla da questa Europa. E hanno ragione a pensare questo. Le politiche europee hanno prodotto dumping salariale, sociale e fiscale. E se si proseguirà su questa strada vedremo i partiti dell'estrema destra rafforzarsi ed aumentare il loro potere nei governi di diversi paesi europei.
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“La coscienza dei pirla”
Lettera aperta della Rete dei Comunisti
Le valutazioni che abbiamo diffuso in questi giorni sulle prospettive indicate dalla Federazione della Sinistra sullo scenario politico dei prossimi mesi, hanno suscitato reazioni opposte: consenso tra molte compagne e compagni che hanno in qualche modo metabolizzato la divaricazione tra loro e le esperienze delle forze che costituiscono la FdS; acrimonia e reazioni viscerali tra compagni non certo marginali del PRC che può essere ben sintetizzata con la categoria dei “pirla” rivolta dal compagno Ferrero verso i compagni che non condividono o non “comprendono” l’alleanza democratica indicata dalla FdS con il PD in funzione antiberlusconiana. Non solo. Abbiamo risentito in giro inefficaci ragionamenti del passato e una personalizzazione delle accuse che nega qualsiasi dimensione politica del confronto.
L’incidente di percorso dell’articolo sul Corriere della Sera e la conseguente smentita dei portavoce della Federazione della Sinistra su un possibile passaggio in carico di alcuni candidati della FdS in quota Ulivo, ha diradato un polverone ma non ha affatto sciolto il nocciolo di fondo della questione: la sinistra anticapitalista ha un futuro e una funzione nel nostro paese se non riesce a immaginare il suo spazio politico in modo indipendente dall’alleanza – per forza di cose subalterna – con il Partito Democratico e la possibile coalizione antiberlusconiana?
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Predicando nel deserto laburista
Da Detroit a Mirafiori: agonia della classe lavoratrice, finalmente!
di Karlo Raveli
Rimettiamo la classe operaia (non la classe lavoratrice!!!) generale al centro delle lotte affinché crolli tutta la politica della “sinistra” del capitale, affetta dal cancro giudeo-cristiano del laburismo, strutturata sulla difesa di un settore (metropolitano) di classe ormai intrappolato nel regime parlamentario, con tutte le ideologie e patologie mercantili e individualiste di un capitalismo sempre più sofisticato e decadente. Una sinistra indispensabile per la sopravvivenza del regime parlamentare del Capitale (ciò che gli idioti chiamano democrazia occidentale).
Il linguaggio è il sistema operativo principale di un modo di sviluppo. Come disse qualcuno anni fa: la lingua è lo strumento che più ci connette nella specie umana, ma è anche ciò che più ci imprigiona. Che chiude intelligenze individuali e collettive nelle carceri semantiche dominanti, nei valori trasmessi con le espressioni linguistiche generate nel modello di sviluppo.L'osserva bene Paolo Cacciari parlando di democrazia, nel N.24 di Carta: “Va riscritto un alfabeto. Dobbiamo tornare ad intenderci sul significato da dare alle parole”. In primo luogo coloro che pretendendo richiamarsi alla critica marxista, fin'ora la più radicale di cui disponiamo per conoscere una civiltà vecchia di 2500 anni, con tutte le sue sequele dall'invenzione della tecnologia denaro in poi.
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Vendola in orbita, Ferrero nel pallone
Leonardo Mazzei
Ex (?) bertinottiani: due strade diverse, forse contrapposte, ma unite nel non rispondere alle domande dell’oggi
Nichi Vendola si è montato la testa e vuol fare il presidente del Consiglio; Ferrero, più modestamente, si accontenterebbe di vivacchiare riportando in parlamento una sua pattugglietta, meglio (parole sue) se ininfluente sugli assetti governativi.
I due epigoni di un bertinottismo che non ha mai fatto veramente i conti con se stesso, che si sono scannati due anni fa al congresso di Chianciano, si auto-assegnano obiettivi tanto diversi, ma lo fanno nella comune rimozione dei nodi dell’oggi.
Questa è la questione più interessante che ci viene consegnata da un fine settimana che ha visto la riunione del Comitato politico (Cpn) del Prc, in contemporanea con la kermesse pugliese che aveva lo scopo di ufficializzare la candidatura di Vendola a Palazzo Chigi, via primarie.
Per arrivare al cuore del problema che ci interessa – l’assenza di vere proposte sulla crisi sistemica in atto, emblema vivente di una “sinistra” ormai priva di idee – conviene partire dalla vendolata in terra barese, per poi arrivare alle proposte di Ferrero.
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Vendola verso dove?
Nique la Police
La candidatura di Nichi Vendola alle eventuali primarie del centrosinistra pone una fitta serie di problemi e di interrogativi. In fondo si tratta comunque di temi produttivi perché è quando ci sono delle proposte politiche che tutti, anche chi non le vede con favore, sono costretti ad aggiornare e rivedere strategie, tattiche e modi di agire
Cominciamo da una frase discutibile di Vendola pronunciata durante il meeting delle Fabbriche di Nichi che si è svolto in Puglia. Dice Vendola, riportato dal Manifesto: “c’è a sinistra un’etica e un’estetica della sconfitta e della bella morte, ti infilzano ma con la bandiera rossa che ti cade addosso come un sublime sipario: che palle!”.
Finale del discorso degno di Ecce Bombo a parte, e comprendendo le necessità di concedere un po’ di scena alla platea, è abitudine di Vendola ridurre spesso la questione comunista in Italia a tematica identitaria e residuale, persino suicida. Certo, non ci sfuggono le perversioni politiche che hanno divorato, sia in forma di gruppetti identitari che di grumi clientelari, tutte le formazioni comuniste in Italia dopo l’89. Il punto è che regolarmente dai primi anni novanta, senza considerare le significative sperimentazioni degli anni ’80 (il “né di destra né di sinistra” dei verdi è di quel decennio), anche tutte le culture dell’oltrepassamento della sinistra hanno subito significative sconfitte senza mai saper contrastare l’egemonia della destra. Anzi spesso metabolizzando pratiche e comportamenti da lobby, magari del terzo settore o dell’economia “creativa”, degne dei partitini della prima repubblica. E’ quindi la politica di massa che, nell’ultimo ventennio, ha fallito in questo paese.
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La nascita dell’Unione Sindacale di Base
Nuove potenzialità per una battaglia sindacale indipendente a tutto campo
a cura della redazione di Contropiano
La costituzione formale e l’avvio del nuovo soggetto sindacale unitario – l’Unione Sindacale di Base – previsto per maggio, costituisce, senza ombra di dubbio, un fatto politico rilevante che travalica lo specifico ridotto della “questione sindacale” e segna positivamente questa complessa e difficile stagione sociale che stiamo attraversando.
Come è noto, la Rete dei Comunisti ha sempre sostenuto tutte le esperienze del sindacalismo di base ed indipendente le quali, a vario titolo, e con percorsi politici ed organizzativi non sempre lineari, hanno costituito, nel corso dei decenni che stanno alle nostre spalle, un importante spaccato del movimento dei lavoratori e delle più generali forme con cui si è connaturato il conflitto sociale nel nostro paese.
La nascita, quindi, di una nuova confederazione - l’Unione Sindacale di Base - come risultato di un complesso lavorio di discussione, confronto e di ulteriore ricerca sul campo, avviato dalla Federazione delle RdB, dall’SdL Intecategoriale, da consistenti pezzi della CUB e da tanti compagni, lavoratori, attivisti senza tessera, mostra concretamente – ben oltre gli effettivi numerici delle organizzazioni citate – la volontà politica e la determinazione necessaria per lanciare una inedita e riqualificata proposta di nuova identità e di più avanzata prospettiva di lotta e di organizzazione [1].
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Soggettività, comunicazione, conflitti nella crisi economica, mediale e governamentale
di Antagonist* contro la crisi
(documento preparatorio alla 2 giorni antagonista del 20-21 marzo @ csoa Askatasuna - Torino)
A due anni dallo scoppio della crisi dei mutui, padroni e gran capitale tirano un insperato quanto precario sospiro di sollievo. La paura di risposte massificate agli effetti della crisi è momentaneamente archiviata. Il fantasma della 'frana' lascia il posto alla più rassicurante metafora della crisi come 'palude'. Eppure, tutti i nodi politici che essa ha portato in primo piano restano irrisolti, esiti e governabilità futuri imprevedibili.
In successive corto-circuitazioni, la crisi è passata dai mercati finanziari alle banche, penetrando poi da queste fin nei gangli dell'economia 'reale'. Un effetto a cascata virale dove però non è più possibile distinguere tra faccia buona e faccia cattiva di un'economia ormai totalmente risucchiata dalla finanza, meta-codice che regola dall'alto tutto il processo di valorizzazione capitalista, dalla produzione alla re-distribuzione della ricchezza sociale. Se la sussunzione reale design - in abstracto - lo stadio del capitalismo in cui è la vita stessa ad essere completamente messa al lavoro, il neo-liberismo ne è stato la declinazione storica concreta: sconfitta della rigidità operaia e globalizzazione dell'economia sotto il comando di un dispositivo finanziario che incorpora tutto, dal fondo pensione del risparmiatore minuto al bilancio pubblico di interi stati.
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Partito e organizzazione: una base di discussione per i comunisti in Italia
Rete dei Comunisti
Misurarsi su un piano politico e teorico su come i comunisti si debbano organizzare in un contesto storico come l’attuale e in uno dei poli imperialisti di questo nuovo secolo come quello dell’Unione Europea è sicuramente un compito di estrema difficoltà. D’altra parte le opzioni oggi esistenti nel nostro paese non ci sembrano soddisfacenti e, soprattutto, crediamo che vadano riviste alla luce di una elaborazione e confronto approfondito che non possano dare per scontati presupposti che a noi ora non sembrano più tali.
In questi anni ci siamo trovati di fronte a due tipi di possibilità. La prima è stata quella della riproposizione tout court del partito comunista di massa nato nel dopoguerra, in un contesto storico e internazionale del tutto diverso nel quale svolse certamente una funzione fondamentale fino a modificare in quei decenni i rapporti di forza tra le classi nel nostro paese.
Oggi una ipotesi del genere che non tenga conto nel dovuto modo delle radicali modifiche avute sul piano della produzione, della composizione di classe, della identità delle classi subalterne non ci sembra adeguata perché prescinde da una dinamica, perfino violenta nei confronti dei comunisti, come è stata quella che si è manifestata dai primi anni ’90. Questa impostazione da “partito di massa” non riguarda però solo i partiti che hanno una dimensione prevalentemente elettorale ma anche quelle organizzazioni che comunque si concepiscono come struttura di massa in cui il dato centrale è quello della semplice adesione sui principi.
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