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Una campagna del mondo del lavoro contro il massacro imposto dall’euro
Intervista di Fabrizio Salvatori a Luciano Vasapollo
Nemmeno il compromesso raggiunto tra Obama e i repubblicani è riuscito a convincere i mercati finanziari. Vuol dire che le modifiche a cui stiamo assistendo sono più profonde di quanto sembrino?
Se dovessi dare un titolo a questa domanda direi “niente di nuovo sul fronte occidentale”. Tutto quello che appare come qualcosa di nuovo come il default degli Usa in realtà va avanti da Bretton Woods del 1971. Con la fine degli accordi gli Usa decidono in base al loro potere potilico e militare di imporre il loro indebitamento come proprio modello di sviluppo basato sull’import facendo pagare il costo agli altri: debito privato, debito pubblico, e consumo sostenuto dal mix tra debito interno ed esterno, avendo molto deboli i cosiddetti fondamentali macroeconomici e una economia reale che già da allora mostrava i caratteri della crisi strutturale e sistemica.
Cosa è cambiato nell’odierno scenario?
Dopo la caduta del muro di Berlino si apre una fase di guida unipolare del mondo basata sullo strapotere politico e militare Usa che con l’imposizione dell’acquisto dei titoli debito Usa in tal modo imponevano il sostenimento della loro crescita basata sull’indebitamento e sull’economia di guerra.
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Riflessioni sugli indignados di tutta Europa
Militant
Sulla scorta del bell’articolo di Alain Touraine (sebbene pieno di cliché para-democratici) pubblicato su Repubblica qualche giorno fa, vogliamo provare a dire due parole anche noi su questa ondata indignata che ha attraversato alcuni paesi europei e nordafricani. Provare a sistematizzare un discorso che abbiamo molte volte accennato nel corso di questi mesi, nel susseguirsi delle varie vicende politiche e delle numerose proteste che si sono alternate nelle capitali di mezza Europa, ma mai affrontato nel suo complesso. Ovviamente, siamo ancora dentro le mobilitazioni, ne siamo troppo vicini cronologicamente e troppo toccati politicamente per avere quella visione distaccata e lucida che sarebbe necessaria. Però, dopo più di un anno di spinta politica apparentemente omogenea ed effettivamente diffusa, gli elementi in campo sono già abbastanza.
I media e le proteste
Innanzitutto che queste proteste siano omogenee politicamente è una lettura mediatica che andrebbe contestata. Almeno in Europa, i cosiddetti indignados esistono solo in Spagna.
In Grecia la protesta va avanti da anni, e solo parzialmente la crisi e il vortice di merda in cui è entrata sta influenzando un livello di protesta che era già altissimo da molto tempo. Soprattutto, le proteste greche non hanno nulla a che vedere con le rivendicazioni spagnole, italiane, inglesi o francesi. Là esiste un movimento strutturato e politicizzato che non ha paragoni col resto del continente, in cui la dialettica politica dell’opposizione è fra quattro partiti comunisti e il movimento anarchico. E’ evidentemente una situazione sui generis, non paragonabile.
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Genova. Chi non è con noi, è contro di noi
di Emilio Quadrelli
"Le forze imperialiste, come inevitabilmente obbligano le logiche del «politico» siraggruppano portando alle estreme conseguenze la coppia dicotomica amico/nemico dichiarando senza troppi indugi: «Chi non è con noi, è contro di noi!». Emilio Quadrelli analizza i dieci anni dai fatti di Genova 2001 nel recente quaderno “Cogliere l'occasione”, edito dall'Associazione Marxista Politica e Classe
La militarizzazione della vita politica e sociale, il varo di leggi dichiaratamente xenofobe e razziste, uniti a una repressione sempre più assidua e puntigliosa di ogni manifestazione non allineata alle retoriche della «democrazia liberale«1 fino ad un utilizzo sempre più irreggimentato dell'informazione sono lo scenario quotidiano nel quale il nostro paese è immerso. Esemplificativo al proposito il «Decreto sicurezza» approvato il 22 aprile 2009. Un pacchetto legislativo che, oltre agli ormai abituali e «normali» provvedimenti xenofobi e razzisti, legalizza la costituzione delle «Ronde dei cittadini». Una sorta di «milizia civile» riconosciuta dallo Stato per mettere ordine e disciplina all'interno di quell'arcipelago di «ronde spontanee», particolarmente diffuso nelle aree geografiche del Nord Italia ma che sta rapidamente facendo scuola anche in gran parte del territorio nazionale come i fatti di Rosarno hanno dimostrato. In questo modo, lo Stato, compie un ulteriore passaggio verso la mobilitazione, in chiave controrivoluzionaria, delle «masse"
In poche parole l'operazione, che sarebbe sciocco considerare puramente simbolica, mira a rafforzare sul piano politico e militare gli apparati della controrivoluzione contro la possibilità che, dentro la crisi, si manifestino momenti di lotta e insorgenza proletaria.
Un disegno tutt'altro che eccentrico ma che si sintonizza appieno nelle strategie di contro – guerriglia preventiva e controllo dei territori al quale, da tempo, il comando del capitale attraverso le sue strutture politiche e militari è impegnato3 .
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“Maelstrom”, di Salvatore Ricciardi
Marco Clementi
Maelstrom di Salvatore Ricciardi, è un salto nella storia sociale e politica del nostro paese vista con gli occhi di chi, per un quindicennio, ha tentato di mutarne gli assetti istituzionali ed economici. Il sottotitolo è esplicativo: si tratta di «scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980» (DeriveApprodi, pp. 369, euro 22).
Ricciardi è stato un militante delle Brigate rosse, ma il suo non è l’ennesimo libro di ricordi sull’organizzazione armata, «versione del militante» che racconta in soggettiva il proprio cammino. L’autore prova a ricostruire, intrecciando ricerca storica e sociologica, il percorso di almeno due generazioni, trovando negli anni Sessanta i prodromi di quello che poi sarebbe accaduto nel decennio successivo, cosa fino ad ora troppo spesso evitata da quanti si sono occupati dei cosiddetti «anni di piombo».
In molte ricerche la complessità dei rapporti sociali e di classe è stata infatti sacrificata in nome di ricostruzioni che passavano da un fatto di sangue all’altro limitandosi all’analisi della spinta personale e usando una categoria, quella di violenza politica, che nulla ha di storico e poco di sociologico. Maelstrom invece corre su un doppio binario, quello dell’esperienza carceraria, che si lega al rapimento del giudice d’Urso operato dalle Br nel 1980 e alla conseguente rivolta nello «speciale» di Trani, e quello delle lotte sociali che toccarono l’Italia a partire dalla crisi del cosiddetto boom economico. Crisi alla quale la classe dirigente non seppe reagire e che innescò una serie di fenomeni inediti che mutarono il volto del paese, dal sindacalismo di base alle rivolte studentesche, fino al periodo delle stragi, segnate dal tragico dicembre 1969. Fu la perdita dell’innocenza, si chiede Ricciardi? La risposta è diretta: «nel paese e in Europa non c’era traccia d’innocenza. Dopo il massacro della guerra ci presentarono l’altra scena, quella della ricostruzione. L’arrivismo egoistico, l’accaparramento senza timore, il profitto sui morti, la borsa nera, l’affamamento e il supersfruttamento, l’arricchimento sulla pelle altrui (…). Era questo ciò che le generazioni precedenti ci avevano lasciato in dote. Dove stava l’innocenza?».
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La Fds, Sel, l'unità della sinistra e la questione del governo
di Dino Greco
La doppia vittoria nelle elezioni amministrative e nei referendum ha riaperto a sinistra la discussione intorno alla possibilità non soltanto di liberare il Paese da Berlusconi ma, addirittura, di pervenire in tempi brevi ad un'alternativa di governo capace di cambiare in profondità la realtà dell'Italia. Porsi questo interrogativo è non solo legittimo, ma necessario. L'ipotesi di un cambiamento radicale degli equilibri politici va indagata razionalmente, scansando pregiudizi ostativi ed anche frettolose (ed illusorie) precipitazioni.
Sel, ad esempio, è convinta che le condizioni siano maturate a tal punto che i suoi più autorevoli esponenti pongono all'ordine del giorno niente meno che la costruzione di un soggetto unico della sinistra. Allora converrà afferrare il toro per le corna e non eludere il tema posto che chiama in causa anche la Federazione della Sinistra e la sua strategia.
Personalmente, ritengo che sia salutare evitare due opposte tendenze: quella di chi respinge a priori l'ipotesi di un coinvolgimento della Fds in un'alleanza di governo in quanto ciò comporterebbe un inevitabile, recidivante cedimento compromissorio, da escludersi per principio sino a quando non maturino nel Paese le condizioni di un governo di sinistra-sinistra, portatore di una radicale trasformazione cripto-socialista; e l'altra tesi, diametralmente opposta, di chi ritiene che tale evento sia ormai alle porte, disinvoltamente eludendo - sotto la spinta dei sentimenti e di una certa euforia da successo - l'effettiva possibilità di condividere con uno schieramento di centrosinistra un programma di reale rivolgimento sociale e democratico dell'Italia.
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Manifesto Politico della Rete dei Comunisti
Siamo alla fine di un lungo sonno. Dopo l’89 i reazionari avevano deciso che eravamo giunti alla fine della Storia. Gli ideologi del postmoderno s’erano rapidamente accodati, spiegando che i fatti erano in fondo solo opinioni, o che le contraddizioni materiali del sistema economico in cui tutto il mondo vive si stavano smussando in un grande impero progressista, senza lasciare troppi residui conflittuali. Il desiderio di ogni classe dominante – «resteremo qui per sempre» – veniva narrato come una realtà virtuale sotto gli occhi di tutti. Chi non la vedeva era pazzo, vecchio, «ideologico» e fuori dal mondo. La crisi ha strappato il velo: il re è nudo. E zoppica pure vistosamente.
E’ quindi possibile oggi – sul piano del pensiero teorico, ma soprattutto su quello dello scontro sociale e politico – mettere in moto nuove energie intellettuali e fisiche, innervare con pensiero lungimirante i processi sociali che pretendono un cambiamento radicale. E’ possibile riannodare i fili della riflessione critica e promuovere l’organizzazione ex novo di una soggettività antagonista capace di formulare risposte all’altezza dei tempi. Dopo venti anni di capitalismo vittorioso e pensiero unico trionfanti, la Storia ha ripreso a correre. Guai a chi cammina o resta fermo a giocare con le macerie.
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Rossana Rossanda e la bislacca difesa di Asor Rosa
No, non è colpa del «porcellum»
di Leonardo Mazzei
Porcelli, nel senso di figli del calderoliano «porcellum», o più semplicemente oligarchici? L'articolo di Rossana Rossanda, pubblicato sul Manifesto del 22 aprile, non lascia spazio a dubbi: l'attuale degenerazione della politica italiana, che ha in Berlusconi il solo colpevole, arriva al ridicolo di un parlamento ridotto a votare sulla parentela tra Ruby e Mubarak unicamente a causa della legge elettorale escogitata dalla destra alla vigilia delle elezioni politiche del 2006.
In verità Rossanda ha un suo preciso scopo: difendere Asor Rosa dalle accuse che si è attirato con il noto articolo del 13 aprile. Impresa francamente sovraumana, che Rossanda fallisce miseramente. L'articolo è tuttavia interessante, perché le argomentazioni portate a sostegno della sua arringa difensiva mostrano qual è il destino di chi non vuol fare davvero i conti con la storia italiana degli ultimi vent'anni: la cecità assoluta.
Ma partiamo dalla difesa di Asor Rosa.
Secondo Rossanda, Asor Rosa sarebbe stato frainteso, dato che invocando lo «stato d'emergenza» egli intendeva soltanto rivolgersi al Capo dello stato ed ai poteri previsti dall'art. 88 della Costituzione in materia di scioglimento delle camere. Materia opinabile e comunque delicata, dato che sta anche in ciò la differenza tra una Repubblica parlamentare ed una presidenziale. Ma il fatto è che Asor Rosa è andato ben oltre dall'invocare l'intervento di Napolitano
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Mescalina al Manifesto: si invoca il colpo di stato dei carabinieri
Red
Alla redazione del Manifesto, è cosa nota, la cultura psichedelica degli anni ’60 è in qualche modo preservata. Non sapevamo però che ultrasettantenni collaboratori dello storico giornale facessero uso smodato di mescalina. E neanche sospettavamo che le produzioni di questi collaboratori, scritte sotto l’ effetto conclamato di questo alcaloide, finissero non solo sul giornale ma anche sulla home page del Manifesto come proposta politica. E’ capitato all’ultima produzione, scritta sotto evidente effetto di agente allucinogeno, da Alberto Asor Rosa. Il quale, ispirato come in un rito sciamanico, ha così composto:
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Apologia dei «rivoluzionari schizofrenici»
Dante Lepore
A proposito di un articolo di Dino Erba, Il vento del Nordafrica e i sospiri dell’Italia. Brevi note sull’ambiente rivoluzionario italiano
La fase che tutta la specie umana sta materialmente vivendo nel mondo capitalista dall’ottobre del 2008 è giunta al punto in cui è sempre più difficile ogni analisi e valutazione a caldo, ogni chiaro e netto discernimento immediato dei fenomeni, e le stesse posizioni degli attori in campo assumono una mutevolezza data proprio dall’incandescenza e surriscaldamento che genera confusione e fumus continui. Siamo così già alla guerra euro mediterranea, ma, poiché in una guerra è un po’ difficile restare neutrali, è opportuno che, chi deve comunque schierarsi, individui, pur nelle difficoltà e convulsioni, quali sono gli interessi in gioco, soprattutto quelli delle classi che in ultima istanza si confrontano.
In momenti come questi, bisognerebbe non perdere mai di vista la bussola (e la calma!) fornitaci dal marxismo, quando ci invita a non prendere mai ciò che gli uomini dicono di se stessi ma ciò che realmente e oggettivamente essi fanno. È una bussola d’oro, perché molto spesso anche i rivoluzionari in perfetta buona fede non sanno fare i conti con la banale realtà che le loro azioni e gli stessi pensieri sono a loro volta condizionati da un contesto che è l’unico vero motore di tutti gli atti e pensieri dei singoli esseri viventi. Ogni posizione soggettiva in realtà è una risultante di innumerevoli parallelogrammi di forze e mai un assoluto. Se si usa con freddezza questa bussola, si finisce per scoprire delle costanti che si ripetono anche nei momenti di fibrillazione e di confusione.
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La marcia degli ausiliari del nè - nè
Fulvio Grimaldi
Antonio Dangelo: nessuno dei babbioni dirigenti di questi mononucleari gruppetti sedicenti comunistardi ha mai chiesto , da molti anni a questa parte o declamato con forza, fuori l’Italia dalla Nato fuori la Nato dall' Italia. Sara' un caso che oggi fanno le anime morte dell'umanitarismo volontaristico all' uranio impoverito?
Daric Olga: Non siamo noi a decidere cosa è e cosa non è la sinistra. I partiti sono pagati dall'Europa e per ricevere denari devono fare la politica che prescrive la Costituzione Europea. E mai possibile che in Italia non si è fatta coscienza di cosa è l'Unione Europea ? Milosevic era di sinistra e l'hanno ucciso, no ? E Ceausescu ? Essere comunisti è proibito nell'Europa globalizzata. Dunque l'Italia fuori dalla Nato e vice versa, si, a condizione di uscire dall' Unione Europea; se no, come volete farlo?
ROMA (Reuters) giovedì 31 marzo 2011 13:35 - I bombardamenti occidentali sulla capitale libica hanno provocato decine di vittime civili, in particolare un bombardamento ha fatto crollare un'abitazione, uccidendo 40 persone. Lo ha detto oggi il vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli in un'intervista ad un'agenzia cattolica. Visto che l’ha detto un bianco cristiano qualcosa è uscito su tg e giornali. Quando l’hanno detto “i mercenari del pazzo sanguinario”, ovviamente erano balle.
Avete visto come, ora che le forze patriottiche di Gheddafi stanno ricacciando nelle loro tane mercenari e loro padrini, che saltano fuori civili maciullati dai missili umanitari e che la muta dei cani da guerra occidentali è in pieno marasma sul che fare, tra di loro, rispetto agli ascari scatenati e spappolati e per Gheddafi, giornali e tv della nostra libera stampa abbiano fatto scivolare verso il lontano basso e il lontano interno? It’s the press, baby.
L’appello degli italiani brava gente per la manifestazione per la pace, il 2 aprile a Roma e ovunque, inizia così: “Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Gheddafi ha voluto la guerra contro i propri cittadini e i migranti che attraversano la Libia. E il nostro paese ha scelto la guerra contro Gheddafi”. Seguono le firme di noti pacifisti: Strada, Ovadia, Vauro, Vergassola, Morgantini e si accodano Arci, Donne in nero, Punto Rosso, Tavola della pace (quelli di D’Alema in testa), Rifondazione, Sinistra Critica, Arci, Acli, CGIL, Libera e Gruppo Abele e tutta la compagnia di giro del né-né (di cui vanitosamente rivendico la paternità, quando lo usai per la prima volta da Belgrado con Casarini che inveiva contro Milosevic e faceva bastonare i sostenitori della Jugoslavia e D’Alema che bombardava donne e bambini).
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Fai una giravolta, falla un'altra volta...
Militant
Confessiamo di rimanere ogni giorno sempre più ammirati di fronte alla capacità che ha certa sinistra nell’eseguire capriole e piroette logiche pur di riuscire a darsi sempre e comunque ragione. Anche quando la realtà (mannaggia a lei) si ostina irriverente a non piegarsi di fronte alle teorie di cotanta intellettualità. Avevamo lasciato molti di questi soloni e dirigenti politici ad irridere quegli indios semianalfabeti di latinoamericani con le loro fisime antimperialiste, e a pontificare urbi et orbi dai loro pulpiti che non ci sarebbe stato alcun intervento militare in Libia e che il petrolio questa volta non c’entrava assolutamente niente. Perché Gheddafi era un uomo dell’occidente, perché era amico di Berlusconi, perché comprava armi da Francia e Inghilterra, perché riforniva l’Europa di gas e petrolio e perché, aggiungiamo noi, evidentemente le 4 guerre umanitarie degli ultimi 20 anni non hanno insegnato proprio nulla. Si legga, ad esempio, quanto scritto a tal proposito da Immanuel Wallerstein: il secondo punto che è sfuggito a Hugo Chavez nella sua analisi è che non ci sarà nessun significativo intervento militare del resto del mondo in Libia. Le ringhiose dichiarazioni pubbliche dei governi sono tutte intese a fare effetto sull’opinione pubblica nazionale. Non ci sarà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza perché Russia e Cina non ci staranno. Non ci sarà risoluzione NATO perché la Germania e qualche altro paese non ci staranno. Perfino l’atteggiamento militante anti-Gheddafi di Sarkozy sta incontrando resistenze in Francia.
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La sindrome di Drew Barrymore
Militant
Nel 2004 uscì nella sale di mezzo mondo una commediola hollywodiana dal titolo: 50 volte il primo bacio. Nel film (se non l’avete visto non vi siete persi davvero niente) la protagonista Drew Barrymore ogni giorno dimenticava quello che era successo il giorno precedente ed era costretta a ricominciare da capo la relazione con l’altro protagonista, Adam Sandler. Magari sbaglieremo, però da tempo la sinistra italiana quando si tratta di questioni internazionali ci sembra afflitta in forma cronica da quella che potremmo ormai definire con accuratezza quasi scientifica la “sindrome di Drew Barrymore”, un disturbo mnemonico che si manifesta attraverso la perdita della memoria breve e che ha, fra i suoi sintomi, la coazione a ripetere sempre le stesse azioni senza acquisirne esperienza.
Pensiamo nello specifico a come è stata affrontata la crisi libica. Nonostante dovremmo essere ormai avvezzi ad alcune operazioni di “regime change”, si è voluto per forza leggere quanto stava avvenendo a Tripoli e Bengasi adoperando la chiave interpretativa utilizzata in Egitto e Tunisia, trascurando il fatto che ognuna di queste rivolte aveva (ed ha) una grammatica sociale e politica propria, indipendente e non sovrapponibile.
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Le conseguenze politiche (anche a sinistra) dello scontro sociale sulla Fiat
Documento politico della Rete dei Comunisti
Il diktat di Marchionne su Pomigliano e Mirafiori illumina il tipo di risposta che il capitale manifatturiero in un paese avanzato - pensa di dare alla crisi.
Il successo inatteso dei “no” in entrambe le “consultazioni”, nonostante il ricatto esplicito, rende la “vittoria” Fiat solo contingente; la ripresa produttiva in questi stabilimenti (per nulla certa, nonostante le promesse) vedrà in campo lavoratori niente affatto piegati al volere dell'impresa.
Naturalmente, non ci si può attendere un collegamento meccanico e immediato tra resistenza operaia e auspicabile “incendio sociale”.
Se, probabilmente, avverrà quello che diceva qualcuno a suo tempo, ovvero che i reazionari alzano i massi per farseli ricadere sui piedi, a sinistra e nel versante di classe bisognerà ben guardarsi da una lettura meccanicistica.
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Generazione daspo
di Augusto Illuminati
L’agenda politica è cambiata dal 14 dicembre, ce l’abbiamo sotto gli occhi. I bamboccioni per cui passerà alla storia (non oltre i quindici minuti warholiani) un defunto esponente del governo Prodi, i bamboccioni su cui sono inciampati un predicatorio eroe di carta e uno psicolabile ministro-aviatore che voleva gettare bombe sugli afghani e poi si è ristretto ai volantini, i bamboccioni gliel’hanno fatta vedere al partito dell’amore, al partito della nazione e alla bocciofila delle maniche rimboccate. «L’unico boss virile», ovvero Silvio Berlusconi anagrammato in un b-movie da giro malavitoso brianzolo, si dovrà distrarre un attimo dal calciomercato dei moderati per farsi carico di un fenomeno che sfugge alla sua griglia interpretativa e rispetto a cui finora non è riuscito che a balbettare qualcosa sui difetti di comunicazione dei mirabolanti contenuti della legge Gelmini. Non sapendo come affrontare le radici del problema (lui, così bravo a mettere nel sacco i consueti oppositori) dà spago ai fautori del contenimento più cieco, che non spegnerà, anzi attizzerà la protesta ma rischiando di far pagare un prezzo alto a tutta una generazione precaria, a tutta l’Italia.
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Il casco ti salva la vita
di 99 Posse
Siamo fra i tanti che hanno letto Gomorra. Ci sembrava una lettura delle mafie capace di cogliere il fenomeno nel suo intreccio con la globalizzazione e la struttura capitalistica della società. Il vestito prodotto dal lavoro nero in una piccola fabbrica dell’hinterland napoletano e indossato da Angelina Jolie ci sembrava l’esempio perfetto per cortocircuitare la categoria della legalità, la distanza fra un dickensiano mondo di sotto e lo sfarzo dei vip in mondovisione. Veri o falsi che fossero, a quello e altri episodi descritti nel libro abbiamo attribuito una forte capacità evocativa, una critica esplicita al sistema, lo svelamento di un dispositivo nel quale criminalità organizzata e multinazionali sono dalla stessa parte della barricata.
Per questo non ci siamo mai appassionati alle polemiche sulla novità delle rivelazioni di Saviano, sul loro carattere inedito. E nemmeno alla querelle legata all’autenticità. Quello che ci sembrava interessante era la ricontestualizzazion-e di fatti anche noti dentro una cornice letteraria nuova, capace di esprimere dissenso e critica.
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