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“La coscienza dei pirla”
Lettera aperta della Rete dei Comunisti
Le valutazioni che abbiamo diffuso in questi giorni sulle prospettive indicate dalla Federazione della Sinistra sullo scenario politico dei prossimi mesi, hanno suscitato reazioni opposte: consenso tra molte compagne e compagni che hanno in qualche modo metabolizzato la divaricazione tra loro e le esperienze delle forze che costituiscono la FdS; acrimonia e reazioni viscerali tra compagni non certo marginali del PRC che può essere ben sintetizzata con la categoria dei “pirla” rivolta dal compagno Ferrero verso i compagni che non condividono o non “comprendono” l’alleanza democratica indicata dalla FdS con il PD in funzione antiberlusconiana. Non solo. Abbiamo risentito in giro inefficaci ragionamenti del passato e una personalizzazione delle accuse che nega qualsiasi dimensione politica del confronto.
L’incidente di percorso dell’articolo sul Corriere della Sera e la conseguente smentita dei portavoce della Federazione della Sinistra su un possibile passaggio in carico di alcuni candidati della FdS in quota Ulivo, ha diradato un polverone ma non ha affatto sciolto il nocciolo di fondo della questione: la sinistra anticapitalista ha un futuro e una funzione nel nostro paese se non riesce a immaginare il suo spazio politico in modo indipendente dall’alleanza – per forza di cose subalterna – con il Partito Democratico e la possibile coalizione antiberlusconiana?
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Predicando nel deserto laburista
Da Detroit a Mirafiori: agonia della classe lavoratrice, finalmente!
di Karlo Raveli
Rimettiamo la classe operaia (non la classe lavoratrice!!!) generale al centro delle lotte affinché crolli tutta la politica della “sinistra” del capitale, affetta dal cancro giudeo-cristiano del laburismo, strutturata sulla difesa di un settore (metropolitano) di classe ormai intrappolato nel regime parlamentario, con tutte le ideologie e patologie mercantili e individualiste di un capitalismo sempre più sofisticato e decadente. Una sinistra indispensabile per la sopravvivenza del regime parlamentare del Capitale (ciò che gli idioti chiamano democrazia occidentale).
Il linguaggio è il sistema operativo principale di un modo di sviluppo. Come disse qualcuno anni fa: la lingua è lo strumento che più ci connette nella specie umana, ma è anche ciò che più ci imprigiona. Che chiude intelligenze individuali e collettive nelle carceri semantiche dominanti, nei valori trasmessi con le espressioni linguistiche generate nel modello di sviluppo.L'osserva bene Paolo Cacciari parlando di democrazia, nel N.24 di Carta: “Va riscritto un alfabeto. Dobbiamo tornare ad intenderci sul significato da dare alle parole”. In primo luogo coloro che pretendendo richiamarsi alla critica marxista, fin'ora la più radicale di cui disponiamo per conoscere una civiltà vecchia di 2500 anni, con tutte le sue sequele dall'invenzione della tecnologia denaro in poi.
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Vendola in orbita, Ferrero nel pallone
Leonardo Mazzei
Ex (?) bertinottiani: due strade diverse, forse contrapposte, ma unite nel non rispondere alle domande dell’oggi
Nichi Vendola si è montato la testa e vuol fare il presidente del Consiglio; Ferrero, più modestamente, si accontenterebbe di vivacchiare riportando in parlamento una sua pattugglietta, meglio (parole sue) se ininfluente sugli assetti governativi.
I due epigoni di un bertinottismo che non ha mai fatto veramente i conti con se stesso, che si sono scannati due anni fa al congresso di Chianciano, si auto-assegnano obiettivi tanto diversi, ma lo fanno nella comune rimozione dei nodi dell’oggi.
Questa è la questione più interessante che ci viene consegnata da un fine settimana che ha visto la riunione del Comitato politico (Cpn) del Prc, in contemporanea con la kermesse pugliese che aveva lo scopo di ufficializzare la candidatura di Vendola a Palazzo Chigi, via primarie.
Per arrivare al cuore del problema che ci interessa – l’assenza di vere proposte sulla crisi sistemica in atto, emblema vivente di una “sinistra” ormai priva di idee – conviene partire dalla vendolata in terra barese, per poi arrivare alle proposte di Ferrero.
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Vendola verso dove?
Nique la Police
La candidatura di Nichi Vendola alle eventuali primarie del centrosinistra pone una fitta serie di problemi e di interrogativi. In fondo si tratta comunque di temi produttivi perché è quando ci sono delle proposte politiche che tutti, anche chi non le vede con favore, sono costretti ad aggiornare e rivedere strategie, tattiche e modi di agire
Cominciamo da una frase discutibile di Vendola pronunciata durante il meeting delle Fabbriche di Nichi che si è svolto in Puglia. Dice Vendola, riportato dal Manifesto: “c’è a sinistra un’etica e un’estetica della sconfitta e della bella morte, ti infilzano ma con la bandiera rossa che ti cade addosso come un sublime sipario: che palle!”.
Finale del discorso degno di Ecce Bombo a parte, e comprendendo le necessità di concedere un po’ di scena alla platea, è abitudine di Vendola ridurre spesso la questione comunista in Italia a tematica identitaria e residuale, persino suicida. Certo, non ci sfuggono le perversioni politiche che hanno divorato, sia in forma di gruppetti identitari che di grumi clientelari, tutte le formazioni comuniste in Italia dopo l’89. Il punto è che regolarmente dai primi anni novanta, senza considerare le significative sperimentazioni degli anni ’80 (il “né di destra né di sinistra” dei verdi è di quel decennio), anche tutte le culture dell’oltrepassamento della sinistra hanno subito significative sconfitte senza mai saper contrastare l’egemonia della destra. Anzi spesso metabolizzando pratiche e comportamenti da lobby, magari del terzo settore o dell’economia “creativa”, degne dei partitini della prima repubblica. E’ quindi la politica di massa che, nell’ultimo ventennio, ha fallito in questo paese.
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La nascita dell’Unione Sindacale di Base
Nuove potenzialità per una battaglia sindacale indipendente a tutto campo
a cura della redazione di Contropiano
La costituzione formale e l’avvio del nuovo soggetto sindacale unitario – l’Unione Sindacale di Base – previsto per maggio, costituisce, senza ombra di dubbio, un fatto politico rilevante che travalica lo specifico ridotto della “questione sindacale” e segna positivamente questa complessa e difficile stagione sociale che stiamo attraversando.
Come è noto, la Rete dei Comunisti ha sempre sostenuto tutte le esperienze del sindacalismo di base ed indipendente le quali, a vario titolo, e con percorsi politici ed organizzativi non sempre lineari, hanno costituito, nel corso dei decenni che stanno alle nostre spalle, un importante spaccato del movimento dei lavoratori e delle più generali forme con cui si è connaturato il conflitto sociale nel nostro paese.
La nascita, quindi, di una nuova confederazione - l’Unione Sindacale di Base - come risultato di un complesso lavorio di discussione, confronto e di ulteriore ricerca sul campo, avviato dalla Federazione delle RdB, dall’SdL Intecategoriale, da consistenti pezzi della CUB e da tanti compagni, lavoratori, attivisti senza tessera, mostra concretamente – ben oltre gli effettivi numerici delle organizzazioni citate – la volontà politica e la determinazione necessaria per lanciare una inedita e riqualificata proposta di nuova identità e di più avanzata prospettiva di lotta e di organizzazione [1].
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Soggettività, comunicazione, conflitti nella crisi economica, mediale e governamentale
di Antagonist* contro la crisi
(documento preparatorio alla 2 giorni antagonista del 20-21 marzo @ csoa Askatasuna - Torino)
A due anni dallo scoppio della crisi dei mutui, padroni e gran capitale tirano un insperato quanto precario sospiro di sollievo. La paura di risposte massificate agli effetti della crisi è momentaneamente archiviata. Il fantasma della 'frana' lascia il posto alla più rassicurante metafora della crisi come 'palude'. Eppure, tutti i nodi politici che essa ha portato in primo piano restano irrisolti, esiti e governabilità futuri imprevedibili.
In successive corto-circuitazioni, la crisi è passata dai mercati finanziari alle banche, penetrando poi da queste fin nei gangli dell'economia 'reale'. Un effetto a cascata virale dove però non è più possibile distinguere tra faccia buona e faccia cattiva di un'economia ormai totalmente risucchiata dalla finanza, meta-codice che regola dall'alto tutto il processo di valorizzazione capitalista, dalla produzione alla re-distribuzione della ricchezza sociale. Se la sussunzione reale design - in abstracto - lo stadio del capitalismo in cui è la vita stessa ad essere completamente messa al lavoro, il neo-liberismo ne è stato la declinazione storica concreta: sconfitta della rigidità operaia e globalizzazione dell'economia sotto il comando di un dispositivo finanziario che incorpora tutto, dal fondo pensione del risparmiatore minuto al bilancio pubblico di interi stati.
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Partito e organizzazione: una base di discussione per i comunisti in Italia
Rete dei Comunisti
Misurarsi su un piano politico e teorico su come i comunisti si debbano organizzare in un contesto storico come l’attuale e in uno dei poli imperialisti di questo nuovo secolo come quello dell’Unione Europea è sicuramente un compito di estrema difficoltà. D’altra parte le opzioni oggi esistenti nel nostro paese non ci sembrano soddisfacenti e, soprattutto, crediamo che vadano riviste alla luce di una elaborazione e confronto approfondito che non possano dare per scontati presupposti che a noi ora non sembrano più tali.
In questi anni ci siamo trovati di fronte a due tipi di possibilità. La prima è stata quella della riproposizione tout court del partito comunista di massa nato nel dopoguerra, in un contesto storico e internazionale del tutto diverso nel quale svolse certamente una funzione fondamentale fino a modificare in quei decenni i rapporti di forza tra le classi nel nostro paese.
Oggi una ipotesi del genere che non tenga conto nel dovuto modo delle radicali modifiche avute sul piano della produzione, della composizione di classe, della identità delle classi subalterne non ci sembra adeguata perché prescinde da una dinamica, perfino violenta nei confronti dei comunisti, come è stata quella che si è manifestata dai primi anni ’90. Questa impostazione da “partito di massa” non riguarda però solo i partiti che hanno una dimensione prevalentemente elettorale ma anche quelle organizzazioni che comunque si concepiscono come struttura di massa in cui il dato centrale è quello della semplice adesione sui principi.
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La ricomposizione del blocco sociale antagonista, l’organizzazione di classe e i comunisti
di Sergio Cararo *
In questi anni, nel dibattito sulla composizione di classe e le caratteristiche del blocco sociale antagonista in un paese a capitalismo avanzato come l’Italia, ci siamo misurati con l’inchiesta di classe sulle condizioni materiali ma anche sulla soggettività dei lavoratori del nostro paese, traendone materiali e risultati che si sono rivelati essenziali per la nostra azione politica e sindacale.
La credibilità e le possibilità di una opzione comunista nel XXI Secolo e in una realtà come quella italiana, devono infatti fare necessariamente i conti con le modificazioni sociali e produttive intervenute in questi ultimi tre decenni nella realtà di classe e nella società. Modificazioni oggi nuovamente e fortemente scosse dalla nuova fase della crisi strutturale dell’economia capitalista.
In questi anni di lavoro di inchiesta e confronto sulla ricomposizione di un blocco sociale antagonista - di cui i comunisti dovrebbero tornare ad essere espressione politica e ipotesi strategica di affermazione degli interessi di classe nel nostro paese - abbiamo cercato di individuare quella che si potrebbe definire“l’ipotesi generale”.
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Il mio dissenso
Rossana Rossanda
Non è un incidente se il manifesto, che si definisce ancora «quotidiano comunista», ha elegantemente glissato sul ventesimo anniversario del 1989; non per distrazione, ci strillano da vent'anni che la distruzione del muro di Berlino segnava la fine del comunismo, «utopia criminale». Noi su quella «utopia» ambiziosa eravamo nati, ed eravamo stati i primi a denunciare nella sinistra che con essa avevano chiuso da un pezzo i «socialismi reali». Li denunciavamo nell'avversione del partito comunista e nella scarsa attenzione delle cancellerie e della stampa democratiche. Il movimento del '68 ne aveva avuto un'intuizione, ma non il tempo né la preparazione per andare oltre.
Avevamo aggiunto che almeno dalla crisi del 1974 l'egemonia dell'occidente non mirava più alla messa a morte del comunismo, ma a quella del compromesso socialdemocratico nella sua veste keynesiana. Questo ammetteva che il conflitto tra capitale e lavoro era intrinseco al sistema e per evitare involuzioni fasciste occorreva garantire il lavoro dipendente e una parte consistente di beni pubblici. Se no anche la società europea sarebbe andata, nell'ipotesi migliore, a quella che non Lenin ma Hannah Arendt aveva definito un'americanizzazione fondata sulla libertà politica e la schiavitù sociale.
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Genova G8: i colpevoli e gli “intoccabili”
di Emiliano Sbaraglia
L’assoluzione dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro (nel frattempo divenuto capo del coordinamento dei Servizi segreti) e dell’ex dirigente della Digos di Genova, Spartaco Mortola (nel frattempo promosso vice questore vicario di Torino), già di per sé aveva il sapore di una beffa per tutti coloro che in quelle maledette giornate di Genova c’erano, o che in questi anni hanno tentato di seguirne le vicende processuali, tra omissioni e disinformazioni.
Quando poi, a poche ore di distanza, sono arrivate le misure durissime della seconda sezione della Corte d’Appello del capoluogo ligure per dieci presunti black bloc (98 anni e 9 mesi di reclusione la somma totale richiesta), tutto appare, ancora una volta, irrimediabilmente lampante: per i fatti accaduti a Genova nei giorni tra il 19 e il 22 luglio del 2001, oltre al vergognoso strascico consumato nel carcere di Bolzaneto, non ci sarà mai verità e giustizia. Come non ci sarà mai verità e giustizia per la morte di Carlo Giuliani; basta rileggere i commenti soddisfatti di maggioranza e rappresentanti significativi dell’attuale opposizione all’assoluzione di De Gennaro, definito da Haidi Giuliani, la madre di Carlo, un “intoccabile”.
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Cosa ci dicono le elezioni tedesche
di Alberto Burgio
Per la nettezza dei risultati e l'importanza del Paese, le elezioni tedesche costituiscono un passaggio politico di grande rilievo, prodigo di insegnamenti. Un osservatore superficiale potrebbe scorgervi il segno dell'irrazionalità di un elettorato che, complessivamente, premia i partiti del centrodestra, sostenitori di quel neoliberismo che ha prodotto i due fattori-chiave della recessione globale: la dittatura della finanza speculativa e l'immiserimento del salariato e delle classi medie. In realtà, il comportamento dell'elettorato tedesco è del tutto lineare.
Gli elettori moderati chiedono di perseverare nel sostegno all'industria nazionale, i conservatori premono per un neomercantilismo ancora più aggressivo e per la difesa delle prerogative del capitale finanziario. Gli uni e gli altri votano di conseguenza. A loro volta, molti sostenitori della Spd, dopo avere pagato il prezzo del modello Schröder e della Grosse Koalition, non sono andati a votare o hanno scelto altri partiti. Risultato: i socialdemocratici perdono 6,3 milioni di voti, precipitando al 23% (il 18% in meno rispetto al 1998), mentre la Linke guadagna oltre 3 punti. La questione che si pone di fronte alla catastrofe socialdemocratica
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Rilanciare la rifondazione comunista per costruire la sinistra di alternativa
Dino Greco e Cosimo Rossi intervistano Paolo Ferrero, Segretario nazionale del PRC
«Proprio perché la distruzione della democrazia marcia nella società, non basta mettere in minoranza Berlusconi in parlamento». Per Paolo Ferrero, infatti,il berlusconismo è un prodotto del bipolarismo, che provoca la passivizzazione e induce a derubricare le questioni sociali, favorendo così la crescita di consenso per la destra e il distacco dalla politica. Per questo il segretario di Rifondazione ritiene che il terreno di contrasto della destra populista berlusconiana sia innanzitutto quello sociale, proponendo nel contempo alle forze di opposizione «un accordo di garanzia costituzionale che produca una nuova legge proporzionale».
Quello che invece per Ferrero non può essere rimesso all'ordine del giorno è un accordo di governo col Pd. Non per pregiudizio, ma perché i rapporti di forza in questo momento non lo permettono, in quanto «il bipolarismo produce il cortocircuito in cui per difendere la democrazia devi fare alleanze e sommare i tuoi voti con chi fa politiche sociali che aumentano il consenso delle destre».
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Il freddo inverno della sinistra italiana
Marco Revelli/Alessandro Dal Lago Emiliano Brancaccio
Ci sono almeno due milioni di elettori orfani – quelli che alle ultime europee hanno votato per le due liste che gli avversari definiscono di sinistra radicale – senza contare i tanti astenuti. Un patrimonio andato sprecato per l’insipienza delle classi dirigenti, che non hanno saputo mettere in campo un progetto concreto e credibile. Tre intellettuali a confronto per provare a uscire dal lungo e freddo inverno della sinistra
Marco Revelli:
Se proprio devo fare outing, ammetto la mia colpa. Prima delle elezioni avevo dichiarato che questa volta non sarei andato a votare. Devo confessare che però, purtroppo, non ho mantenuto fede al mio proposito. Ho votato Rifondazione comunista, «facendomi pena!» – questa è l’espressione giusta – e tuttavia l’ho votata, con un voto di autentica disperazione, legato solo al desiderio (molto egoistico, me ne rendo conto) di non sentirmi troppo male con me stesso il giorno dopo di fronte ai risultati.
Considero comunque il mio voto un «errore» da un punto di vista strettamente politico. Perché credo che la stupidità in politica non debba godere dell’immunità. Che chi compie degli atti stupidi sia giusto che paghi. E quello che è stato posto in essere dalla sinistra, dalle diverse componenti della sinistra cosiddetta radicale negli ultimi mesi, nessuna esclusa, è sicuramente un comportamento segnato da profonda, grave dissennatezza politica.
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Gli smemorati di sinistra
di Alberto Asor Rosa
Il 15 gennaio 2005, preceduta da una campagna di stampa sul manifesto durata sei mesi, alla quale parteciparono le personalità più rilevanti della sinistra italiana, politici e intellettuali, si riunisce alla Fiera di Roma una grande Assemblea nazionale.
Un'assemblea, affollatissima ed entusiastica, che darà vita a quella che qualche giorno più tardi si definirà, - modestamente e ambiziosamente insieme - «Camera di consultazione della sinistra».
Compiti espliciti e teorizzati del neonato organismo sono: a) la riformulazione di un organico programma della sinistra radicale italiana, quale non era ancora uscito dalla fase convulsa post-1989; b) l'intenzione di mettere a confronto continuo ed organico società politica e società civile, politici e intellettuali, partiti e associazionismo, secondo una modalità, da tutti a parole auspicata, di «democrazia partecipativa»; c) l'avvio di un processo di fusione delle forze organizzate della sinistra radicale, allora molto più consistenti di oggi (nel titolo redazionale del mio articolo del 14 luglio 2004, con cui il manifesto dette inizio alla campagna suddetta, vi si accennava in forma interrogativa ma chiara: «Che fare di quel 15%?»). Aderirono in maniera attiva, oltre a molte associazioni politiche e culturali di base (mi piace ricordare con particolare rilievo il fiorentino «Laboratorio per la democrazia»), Rifondazione comunista, i Comunisti italiani, una componente significativa dei Verdi (Paolo Cento e altri). Vi svolsero un ruolo non irrilevante la Fiom e l'Arci. Vi partecipa attivamente Occhetto. Dà un contributo insostituibile Rossanda. Alle riunioni tematiche intervengono o collaborano Rodotà, Tronti, Ferrajoli, Dogliani, Magnaghi, Ginsborg, Serafini, Bolini, Lunghini, Gallino e altri.
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Una storia italiana
di Guido Viale
Mauro Rostagno è stato ammazzato dalla mafia ventun anni fa. E' stato ammazzato per far tacere le sue trasmissioni con cui tutti i giorni denunciava amministrazioni locali e malavita organizzata. E' stato ammazzato alla vigilia di un potenziamento del segnale della sua stazione trasmittente che avrebbe esteso il suo ascolto dalla provincia di Trapani a tutta la Sicilia. E' stato ammazzato, verosmilmente, anche perché era sulle tracce di un gigantesco traffico di armi che coinvolgeva mafia e servizi segreti. Ma è stato ammazzato soprattutto all'indomani della sua pubblica e conclamata incriminazione comemandante, insieme ad altri ex dirigenti di Lotta Continua, dell'omicidio, avvenuto diciassette anni prima, del commissario Luigi Calabresi. Questo è stato sicuramente l'elemento scatenante che, delegittimandolo come ex-terrorista agli occhi dell'opinione pubblica, ha messo la mafia sull'avviso che il «momento giusto» per mettere a tacere Mauro era arrivato.
Mauro è stato ammazzato dalla mafia e per qualsiasi persona onesta e di buon senso non c'era, fin da subito, alcuna possibilità di ipotizzare un movente del suo omicidio diverso dalla volontà di interrompere le sue denunce svolte con l'intelligenza, la creatività e il rigore che lo avevano sempre caratterizzato. Ma ci sono voluti ventun anni perché questa verità evidente venisse fatta propria dal documento giudiziario che da ieri prescrive la «custodia cautelare» per due mafiosi già in carcere.
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