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la citta futura

Elezioni 2018, l’alternativa si chiama Potere al popolo

di Ascanio Bernardeschi

Dietro alle promesse dei programmi elettorali c'è la subalternità ai dettami dell'Europa e della finanza internazionale. Potere al Popolo costituisce l'unica vera opposizione e il punto di partenza per ricostruire uno schieramento antagonista di classe

99552797e1630f1fc706d3714ba75745 XLCon la presentazione delle liste e dei programmi, entra nel pieno la corrida elettorale. Il capo da abbattere è ancora una volta il proletariato.

Se vogliamo capire qualcosa dai programmi presentati è necessario preliminarmente una loro disinfestazione dalla montagna di promesse che i vari schieramenti rivolgono ai rispettivi potenziali bacini elettorali: redditi minimi garantiti variamente denominati, posti di lavoro, bonus orientati in direzioni disparate, tagli delle tasse, tagli degli sprechi e dei costi della politica e chi più ne ha più ne metta. Pur essendo cosa non priva di interesse, non c'è qui lo spazio per una critica di queste promesse e dobbiamo andare al sodo.

Il sodo è il livello di compatibilità con i dettami dell'Europa e della grande finanza che, dal trattato di Maastricht in poi, senza differenze rilevanti fra la loro gestione da parte dei governi di centrodestra e di centrosinistra, hanno frantumato i diritti dei lavoratori e precarizzato la loto vita, accresciuto la disoccupazione, tagliato i servizi essenziali e le prestazioni del welfare, tolto allo stato ogni possibilità di intervento programmato nell'economia, in barba alla costituzione formale, considerata un orpello inutile in questa fase di globalizzazione dell'economia.

Infatti la moneta unica impedisce alle economie più deboli di usare la svalutazione monetaria per ripristinare l'equilibrio dei conti con l'estero, equilibrio che quindi può essere perseguito solo svalutando il lavoro; l'impossibilità di praticare una politica monetaria e il divieto alla BCE di acquistare direttamente i titoli di stato espone il debito pubblico alla speculazione finanziaria tanto da renderlo insostenibile esclusivamente per questo motivo. I parametri finanziari di Maaastricht hanno di fatto impedito di intervenire con la spesa pubblica a sostegno del welfare e della domanda interna. Non a caso la crisi economica mondiale innescata negli Usa ha avuto i peggiori risvolti nei paesi dell'area mediterranea europea.

Per questo motivo l'atteggiamento nei confronti delle politiche europee è la cartina di tornasole di ogni programma.

 

Centrodestra

La sua prospettiva è l'estremismo proprietario fatto di regali ai ricchi: flat tax, eliminazione Irap e Imu, concordati di massa e “pacificazione fiscale” accompagnata dall'inversione dell'onere della prova in materia fiscale e dall'eliminazione dei limiti per i pagamenti in contanti (gli evasori e i riciclatori ringraziano!). Il tutto accompagnato da privatizzazioni e in generale della sudditanza del pubblico agli interessi privati. A quest'ultimo aspetto il bravo imbonitore ha ammiccato con espressioni variamente declinabili, tipo autocertificazione delle attività economiche in luogo delle autorizzazione, parità fra cittadino e pubblica amministrazione, ecc…

A merito di Berlusconi bisogna tuttavia ammettere che, con diversi gradi di intensità, quasi tutti gli schieramenti promettono tagli di imposte e altri benefici alle imprese. E questo la dice lunga sulla penetrazione della cultura di destra nei cervelli del nostro personale politico variamente collocato.

Invece, se non siamo stati distratti, il tema Jobs Act è fuori dai radar.

Venendo ai dettami europei, l'indicazione è di ridurre il debito dall'attuale 130% del Pil al 100% attraverso avanzi primari annuali del 4% – quindi tagli enormi, viste anche le regalie in fatto di fisco – e le privatizzazioni.

Le differenze fra Lega e Forza Italia, soprattutto in tema di legge Fornero, saranno facilmente ricomponibili, perché nel contesto di questa austerità non ci sarà nessun margine per rivedere questo capitolo. Così come facilmente concedibile alla Lega sarà la lotta senza quartiere agli immigrati. Sempre che l'alleanza risulti, dopo le elezioni, autosufficiente. In caso contrario ci sarà la ruota di scorta della larga intesa con il Pd.

 

Centrosinistra

Non ci saranno grandi ostacoli alle larghe intese di cui sopra. Infatti il programma del Pd e dei suoi alleati, dichiaratamente europeisti senza se e senza ma, prevede tagli di tasse e riduzione di altri oneri alle imprese, salvaguardia della Fornero e riduzione di 30 punti del rapporto debito/Pil, pari pari come il centrodestra. Naturalmente si parla anche di superare i parametri europei sul deficit pubblico. Non costa niente e soprattutto non dipenderà da noi se si verificherà questa eventualità.

La buona scuola, viste le contestazioni subite, la si vuole obtorto collo ammorbidire, ma si insiste sul carattere professionalizzante dell'istruzione. Per le pensioni si concedono alcune “flessibilità in uscita” sul modello Ape e attenzione ai lavori usuranti, promessa che risale al secolo scorso (!!!), mentre l'aumento della 14esima non arricchirà certamente i pensionati più poveri. Qui però del Jobs Act si parla, ma per “completarlo”. Gli scongiuri sono d'obbligo.

Non poteva mancare, anche per occultare il carattere iperliberista del programma, un'ulteriore spolveratina di bonus e detrazioni fiscali sul modello di quelli dell'attuale legislatura, il cui impatto pressoché nullo sull'economia è stato ormai certificato.

E anche in tema di immigrazione “valorizzare il lavoro di Minniti” potrà essere una garanzia per gli eventuali partner di destra.

 

Liberi e Uguali

La formazione di risulta dell'allontanamento di alcuni gruppi parlamentari da Renzi presenta un programma avente indubbiamente un linguaggio più digeribile da parte dell'elettore di sinistra. Si parla di una riscrittura della curva delle aliquote Irpef, di Tobin tax, web tax, tassazione dei profitti delle multinazionali, di ammortizzatori sociali di carattere universale, di cancellazione parziale della buona scuola e degli automatismi in merito all'età pensionabile, introducendo una serie di mitigazioni della Fornero. Non della sua abrogazione però. Assai discutibile e discussa è invece l'esenzione dei benestanti dal pagamento delle tasse universitarie.

La riconversione ecologica dell'economia (anche questa una vecchissima promessa) fa da cardine dei provvedimenti in campo economico, insieme agli investimenti per l'industria 4.0, delle cui criticità però non si parla e che potrebbero tradursi, se incentivati non selettivamente, nel finanziamento da parte dei lavoratori del loro licenziamento.

Sul lavoro è previsto il superamento della “giungla del precariato” il ripristino della causale nel contratti a tempo determinato, che il centrosinistra aveva del tutto liberalizzato, e di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, fino a giungere, dopo un congruo numero di anni, alla “tutela piena”, senza peraltro parlare esplicitamente di reintegro. D'altra parte la scelta di campo di classe non è neppure flebilmente evocata. Si parla si “un'economia che funzioni davvero per tutti”, di “sostegno all'imprenditoria migliore”. Siamo insomma in presenza di un programma interclassista.

Fra i buoni propositi anche la riduzione delle spese per gli armamenti e blocco delle esportazioni di armi verso paesi belligeranti, quali l'Arabia Saudita. Peccato che non si mettano in discussione i rapporti in essere – sempre in fatto di armamenti – con Israele.

Ma anche qui c'è lo scoglio Europa. L'unica richiesta pare lo scorporo degli oneri degli investimenti dal computo del deficit. Ma in cosa consistono gli investimenti da scorporare? Quelli sulla ricerca finalizzata allo sviluppo produttivo. Ma la ricerca pura, la malandata scuola, in cui spesso sono le famiglie a dover procurare persino la carta igienica, la sanità allo sbando non sono scorporabili? Devono continuare a essere subordinati al rispetto dei parametri finanziari? Qui sta il nocciolo della questione, in quanto lo spirito di fondo dei trattati europei non è messo in discussione. Del resto il nuovo leader Piero Grasso, pescato in extremis dopo il corteggiamento di Pisapia, ha candidamente dichiarato che se il Pd torna a fare una politica di sinistra, sarà possibile un'alleanza. Dichiarando implicitamente che prima di Renzi il Pd e i vari governi di centrosinistra hanno fatto politiche di sinistra. E questo dice molto sull'orizzonte di questa formazione politica.

 

Movimento 5 stelle

Una spessa coltre di nebbia antisistema, avvolge invece l'immagine del Movimento 5 Stelle. Per la verità la nebbia si è un po' diradata ultimamente per via dei toni melliflui di Di Maio, dei suoi ricorrenti pellegrinaggi volti a ad assicurare i veri manovratori delle politiche europee – il mondo della finanza e degli affari – e della dichiarazione di voler eliminare una serie di vincoli alle imprese. Fino all'apprezzato (da lorsignori) intervento di una sua esponente di primo piano al forum di Davos, luogo in cui il neoliberismo è appena addolcito da qualche proposta di aiuto ai popoli pauperizzati dagli stessi potenti che propongono quei sussidi.

Anche in questo caso non possiamo entrare nel merito dei dettagli. I titoli sono questi: riduzione dell'Irpef, dimezzamento dell'Irap e abbattimento del costo del lavoro per le imprese, abolizione degli studi di settore e dello spesometro, e con essi di uno strumento di recupero dell'evasione fiscale, senza indicarne uno alternativo, abolizione di Equitalia, tagli ai costi della politica, banca per gli investimenti alle piccole imprese, reddito di cittadinanza, pensione dopo 41 anni di contributi, taglio delle pensioni sopra i 5.000 euro mensili, 50 miliardi di investimenti pubblici.

L'esca per catturare i volti di un ceto medio impoverito e inferocito e di precari alla disperazione potrebbe funzionare. Tanto più se arricchita dal ripudio del trattato di Dublino sull'accoglienza dei richiedenti asilo nello stato dello sbarco, dai rimpatri rapidi degli immigrati e dal noto “aiutiamoli in casa loro”. Un parlare alla pancia e suggerire una guerra fra poveri al posto della lotta di classe. Altro che guerra alla casta!

Ma anche in questo caso il punto che conta è il solito. Il rapporto con l'Europa. Perché nonostante i tagli alle tasse preventivati, si vuole ridurre il rapporto debito pubblico/Pil del 40 per cento in 10 anni. Grazie alla crescita del Pil, si dice nel programma. Ma una crescita così sostenuta è impensabile. E allora saranno lacrime e sangue e tutti gli altri discorsi saranno in secondo piano, visto che il Movimento è ora orientato a non mettere più in discussione la collocazione dell'Italia nell'eurozona.

 

Potere al Popolo

L'unico programma che affronta il toro per le corna è quello di Potere al Popolo. Il suo obiettivo di difendere, rilanciare e attuare i contenuti sociali della nostra Costituzione passano attraverso gli strumenti indispensabili allo scopo, che sono la rottura dei trattati dell'Unione Europea, la tassazione dei grandi patrimoni e il ripristino della progressività nell'imposizione fiscale.

Solo passando da questa strettoia si possono perseguire i restanti obiettivi che sono l'istituzione di un reddito minimo garantito, un piano straordinario per la messa a disposizione di un milione di alloggi sociali, l'estensione dei diritti sociali ai migranti, la salvaguardia dell'ambiente, investimenti pubblici nei settori produttivi per lo sviluppo dei territori svantaggiati, l'investimento di almeno l'1% del Pil nella cultura, la cancellazione della riforma delle pensioni della Fornero. Altri interventi indicati sono la cancellazione del Jobs Act, dei provvedimenti della Fornero in materia di lavoro e della Buona Scuola, la pace, il disarmo e l'uscita dalla Nato e da tutti i trattati militari, la lotta alla violenza contro le donne e le persone LGBTQI.

Soprattutto il percorso che ha portato alla formazione del programma e delle liste e le realtà politiche e sociali che l'hanno costruito, costituiscono una speranza e un'occasione importante per rimettere all'ordine del giorno il ruolo della sinistra di classe nel nostro paese. Per questo il nostro giornale partecipa a questo progetto.

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