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Un sessantotto lungo una vita

di Stefano Zecchinelli

1977dL’autobiografia di Fulvio Grimaldi, Un sessantotto lungo una vita pubblicato dalla Casa Editrice Zambon, rappresenta un documento – tanto breve quanto efficace – imprescindibile per chi voglia, partendo dal periodo storico 1968 – ’77, analizzare lo stretto rapporto fra le lotte di liberazione nazionale nei paesi coloniali e le mobilitazioni anti-neoliberiste delle metropoli. Grimaldi, come sempre anti-conformista, parte da lontano:

‘’Mi corre l’obbligo di un inciso. Ogni volta che mi si arriva addosso con la storia dei tedeschi tutti complici del nazismo, tutti come nei film degli urlanti ufficiali della Wehrmacht o delle SS, tutti Erich Von Stroheim, subisco un’altra spintarella all’anticonformismo, perlomeno all’anti-luogo comune. E mi ricordo di come noialtri stranieri, cittadini del paese ‘’traditore’’, venissimo ciononostante mantenuti in vita, non solo dalle ortiche raccolte ai bordi della strada e cotte come spinaci, ma anche dal fornaio che ci dava quella pagnotta extra; dalla fabbrichetta di mobili che ci arredava le due stanze gratis; dal contadino che in cambio di un paio di guanti di pelle di mamma ci elargiva uova, verdure, salumi; dalle due sorelle vivaiste che mi davano i semi e mi insegnarono a piantar pomodori su un pezzetto del loro terreno’’.

La fascistizzazione del nemico è stata un’arma adottata per la prima volta, guarda caso, dall’imperialismo USA proprio contro la Germania; il popolo di Kant, Hegel, Marx e tanti altri doveva diventare nell’immaginario collettivo il ‘’volenteroso carnefice di Hitler’’ rafforzando il costrutto ideologico, falso e bugiardo, degli ‘’statunitensi liberatori’’. Contro questa retorica, smentita dagli eventi futuri e dalle guerre dell’imperialismo americano-sionista, si scaglia Grimaldi, un giornalista che non ha mai perso, citando Lukàcs, la passione durevole dell’anti-capitalismo. Gliene rendiamo merito, dato lo spirito dei tempi che promuove la conversione all’imperialismo e all’ideologia capitalista.

Qual è stata la palestra, tanto politica quanto giornalistica, del nostro? Certamente, il lavoro d’inviato di guerra, là dove l’imperialismo mieteva le sue vittime e, come sempre accade, va a scontrarsi con i movimenti patriottici e di liberazione nazionale. Leggiamo:

‘’In Palestina, quando vidi la Guerra dei Sei Giorni bruciare villaggi di contadini; in Irlanda del Nord, dove pacifici, allora, ma affamati e discriminati proletari repubblicani che manifestavano venivano massacrati da poliziotti unionisti e bande fasciste, prima, e poi sparati dai soldati di Sua Maestà; in Eritrea, ex-colonia dove l’Italia di Crispi e poi di Mussolini si esercitava alla grande nell’apartheid e dove, dai primi anni ’60, un intero popolo lottava in armi per la sua liberazione dal colonialismo etiopico sostenuto all’inizio dagli USA, poi dai sovietici, poi di nuovo dall’Occidente. Tra il 1971 e il 1978 marciai diverse volte insieme a quella guerriglia tra le fiamme e le bombe e le gazzelle abbattute per un boccone di carne’’.

I popoli coloniali rivendicavano la liberazione dei propri paesi, scandivano parole d’ordine antimperialistiche e rivoluzionarie, i popoli arabi erano disposti a ricorrere alla lotta armata contro l’occidente capitalistico. Dietro di loro c’erano la Cuba di Fidel e la Cina di Mao, il vessillo del socialismo pan-arabo, laico e nazionalista era l’Algeria di Ben Bella. Fulvio militava in Lotta continua e, con gli articoli pubblicati da ‘’Giorni Vie Nuove’’ e ‘’ABC’’, riuscì a frequentare i combattenti palestinesi ed irlandesi. Com’era la giornata di un Fedayin?

‘’Di giorno si pensa ai rifornimenti, ai pasti, alle letture, al montaggio e smontaggio delle armi. Di sera, almeno un paio d’ore sono impegnate nel dibattito politico, su imprescindibile base marxista-leninista, con innesti di Mao, dato che, anche qui, tra gli autoctoni, soprattutto contadini si tratta, in qualche caso diventati studenti. Qualcuno suona, qualcuno canta. Il capo, un palestinese di poche, utili, parole, gentile, che emana consapevolezza e autorevolezza da ogni quadratino della sua kefiah, si chiama Mehdi. Se l’è portato via il Settembre Nero di un re arabo, Hussein di Giordania, più britannico che arabo in sostanza’’.

Questi popoli, palestinese, irlandese ed eritreo, hanno fatto della resistenza, anche culturale, al colonialismo americano-sionista un antidoto contro il veleno dell’oscurantismo religioso e integralista, una forma di ‘’neofascismo moderno’’ stando alle categorie dei socialisti arabi. La vittoria della Siria baathista contro la sovversione islamista insegna, fa da maestra alla sinistra ‘’zombie’’, o almeno dovrebbe fornici diversi spunti di riflessione.

Soffermandoci sull’esperienza di Lotta continua, Grimaldi ne dà un giudizio molto positivo:

‘’Chiamarci organizzazione rivoluzionaria era giustificato non tanto da una palingenesi rimasta poi nelle intenzioni, quanto che ci si trovava a inventare nuovi e innovativi percorsi di analisi sociale e di contrapposizione di classe. Traducevamo in politica ciò che altri andavano costruendo nei campi della cultura e della scienza: sociologia, psicoanalisi, antipsichiatria, liberazione sessuale, problematiche dell’età evolutiva e conflittualità intergenerazionale. Obiettivo comune era mettere al centro l’uomo nella sua capacità di relazionarsi con la collettività in direzione ‘’ostinata e contraria’’ rispetto a un onnidivorante profitto, per mezzo del quale il Potere puntava a plasmare ‘’l’uomo a una dimensione’’ (Nello Russo). Obiettivo qualche decennio dopo perseguito attraverso il potenziamento di totalizzanti tecnologie dell’alienazione e del controllo su oggetti privi di specificità e memoria. Vedi gli espropri operati tramite la sociocida e nazionicidia ‘’operazione migranti’’’’.

Il contatto, stretto, strettissimo, di Fulvio con le organizzazioni anti-colonialistiche, tanto patriottiche quanto marxiste-leniniste, ha permesso a questo giornalista contro-corrente di comprendere quanto pericolosa possa essere l’‘’operazione migranti’’. L’ “immigrazionismo mina alla base le lotte antimperialistiche, garantendo il ‘’diritto alla fuga’’ (rivendicato da sciagurati gruppetti ‘’trotskisti’’ ed anarchici), ma rendendo impraticabile, a queste masse immense di persone, la liberazione del proprio paese. Trotsky ebbe a dire ‘’il socialismo non è la socializzazione della miseria’’, ma i trotskisti continuano a boicottare le resistenze antimperialiste sostenendo l’utopia irrealistica – tranne che per l’imperial-globalismo – dell’abolizione totale delle frontiere. L’economista marxista Vladimiro Giacchè rompe gli schemi del politicamente corretto:

‘’Quanto a noi, un’immigrazione incontrollata non è gestibile politicamente, socialmente, economicamente. Mi sembra di dire delle cose un po’ banali e vedo che le persone sgranano gli occhi: oddio, è razzista. Proprio per niente. Ma uno ha il compito di impedire che la sua società vada in pezzi. Ancora una volta la situazione è di una profonda asimmetria nell’Unione europea. L’Italia e la Grecia sono lasciate a gestire da sole un fenomeno gravissimo e di dimensioni imponenti. Non gli è permesso neanche il controllo delle frontiere. Sta succedendo che all’interno dell’Europa alcuni Stati, alcune classi, alcuni poteri aumentano la propria forza e altri vedono diminuire la loro. C’è una dialettica sia di classe, sia di nazioni e di molti processi europei si deve dire che si tratta di atti criminosi’’ 1.

Il socialismo – chiaramente anti-razzista ed anti-fascista – ha bisogno anche di una certa dose di realpolitik. Il tutto in una prospettiva democratica, escludendo, ovviamente, ogni forma di repressione colonialistica e poliziesca. Del resto anche il fascismo si combatte con proposte concrete e non con slogan.

Il movimento di LC venne distrutto da personaggi, come Adriano Sofri, cinici e politicamente spregiudicati. Terminata quell’esperienza, la protesta passò dalla ribellione operaista – e poi l’immaginazione al potere, utilizzando uno slogan del maggio francese – al militarismo delle Brigate Rosse. Diversi marxisti, come ad esempio il francese Jean Claude Michea, hanno spiegato che tanto l’utopismo operaista quanto il militarismo hanno rappresentato due concezioni distorte, infarcite di grossolani errori teorici.

Il libro di Fulvio Grimaldi dà spazio ed importanza alle resistenze irlandese e yemenita. Il nostro era presente durante la Domenica di Sangue, il 30 gennaio 1972, quando il Primo Battaglione Paracadutisti di Sua Maestà presero alle spalle un corteo pacifico ed ammazzarono 14 persone ferendone una decina. Qual era l’obiettivo del governo inglese? Leggiamo:

‘’Con quella feroce provocazione, Londra intendeva trasformare il conflitto civile in armato, contando di vincerlo in quattro e quattrotto. Ma l’Ira crebbe, ebbe dietro di sé la totalità della minoranza e una vera e propria guerra anticolonialista, l’ultima in Europa, durò fino al 1998. Fu in quell’anno, con un accordo a perdere, quello del ‘’Venerdì Santo’’, siglato con Londra e i fascisti unionisti, che Garry Adams, da me conosciuto comandante dell’Ira, l’organizzazione storica della resistenza irlandese, accettò il cessate il fuoco, l’accordo per un governo provinciale delle larghe intese nelle Sei Contee sotto tutela di Londra e la consegna delle armi. Consegna che non fu chiesta alle organizzazioni paramilitari protestanti unioniste. Bobby Sands e i suoi nove compagni, uccisi dalla Thatcher per sciopero della fame, morti invano?’’

Venendo meno la reciprocità delle condizioni, gli ‘’accordi di pace’’ sono, da sempre, una lama a doppio taglio per i rivoluzionari. I guerriglieri colombiani – ELN e FARC-EP – dovrebbero ricordarsi della tragedia irlandese ripensando al da farsi. Comi suoi articoli, pubblicati nel blog www.fulviogrimaldicontroblog.info, Grimaldi non smette di ribadirlo.

Il nostro ha raccontato, con estremo rigore metodologico, la resistenza yemenita contro l’imperialismo saudita, lotta di liberazione nazionale che tutt’oggi continua e vede contrapposti i ribelli Houthi ai mercenari di Al Qaeda. Ritorniamo al testo:

‘’Lo sterminio dello Yemen operato più tardi dai sauditi con licenza USA e con armi anche italiane, ha polverizzato un paese tra i più belli e affascinanti del mondo. Ricordo gente gentile, fiera e dotata di humour, architetture bianco-brune intarsiate come vesti del ‘700. Ma, mentre scrivo, la resistenza continua, tra morti di fame e colera ’’.

L’imperialismo americano-sionista non ha perdonato a questi popoli la decolonizzazione. Lo stesso si può dire per la distruzione della Serbia, sovrana ed indipendente, operazione bellica alla quale ha partecipato anche l’Italia, confermando la vocazione servile della ‘’nostra’’ borghesia stracciona. Le sinistre, compresi alcuni anarchici e trotskisti, si schierarono coi provocatori dell’OTPOR dimostrandosi inaffidabili e politicamente privi di spina dorsale. Negli articoli di Grimaldi non mancano bordate, decisamente meritate, nei confronti della sinistra imperiale, uno schieramento eterogeneo con reclute inaspettate (pensiamo al PCL di Ferrando).

Sono passati oltre 50 anni, non è facile sintetizzare il significato del ’68. Nel mentre Grimaldi è rimasto un anticapitalista e, con indubbio valore, continua a fare il giornalista. Un giornalista da strada, uno dei pochi, pochissimi rimasti. Una generazione, quella dei giornalisti militanti, ‘’condannata’’ a sparire, a meno che il filo rosso della passione durevole non venga ricucito.


http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2018/01/intervista-con-un-economista-contro.html
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