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Il partito comunista: di massa o di quadri?

di Alexander Hobel*

Intervento al dibattito sui tre fronti della lotta di classe di Roma, del 21 aprile 2018

ManifestoPartitoComunistaIn primo luogo vorrei ringraziare i compagni e le compagne della Rete dei comunisti per questa occasione di dibattito. È sempre utile confrontarsi su questioni di carattere strategico, liberi da urgenze, scadenze immediate, impegni contingenti.

Il mio intervento seguirà un po’ schematicamente la griglia delle questioni poste dai compagni della Rdc al centro di questa discussione.

 

1. Partiamo dunque dall’attualità o meno dell’idea di partito comunista di massa. Preliminarmente penso che occorra precisare che cosa intendiamo con questa formula, distinguendo tra la forma storicamente determinata di partito comunista di massa che abbiamo conosciuto nel nostro paese (il P.c.i.) e una impostazione più generale: quella di un partito radicato tra le masse, nei territori e nei luoghi di lavoro, in grado di partire dai loro bisogni e interessi materiali, di andare cioè al di là della semplice propaganda per fare leva su questioni concrete, partendo da queste ultime per portare le masse stesse dal terreno economico-rivendicativo su un terreno più generale, quello della politica. È la lezione del Che fare? di Lenin, della frazione e poi del partito bolscevico, che poi informò le linee di sviluppo suggerite ai partiti comunisti già nei primi congressi della Terza Internazionale, e poi nella fase dei fronti popolari: l’esortazione costante a non ridursi a piccole sette in grado di fare solo della propaganda, l’ambizione di fare politica (e la politica, per Lenin, iniziava dove agivano “milioni di uomini”) e a diventare, attraverso un lungo lavoro egemonico tra le masse lavoratrici, maggioritari al loro interno; maggioritari, ossia bolscevichi. In questo senso, mi pare che tale impostazione sia ancora valida e che dobbiamo essere consapevoli della nostra attuale condizione minoritaria senza rassegnarci ad essa, ma lavorando per superarla.

Il Partito comunista italiano costituì un’applicazione pratica di tale concezione, non solo nella fase del “partito nuovo” togliattiano ma anche negli anni della clandestinità, quando il partito, ancorché piccolo e clandestino, continuò a operare in tutti i modi per evitare di perdere del tutto i contatti con le masse, ricostituendo la Cgdl sciolta dai suoi gruppi dirigenti, tenendo in vita l’organizzazione clandestina del partito, lavorando nei sindacati, nei dopolavoro e negli altri organismi di massa del regime fascista. È in quel paziente, oscuro e rischioso lavoro minuto degli anni ’20 e ’30 che troviamo le radici del partito di massa del dopoguerra. In questo senso una scissione radicale tra i due modelli di partito di fatto non vi fu: vi fu invece un adeguamento delle forme organizzative al mutare della situazione, ma si lavorò per diventare un giorno maggioritari anche quando si era fuori legge, del tutto minoritari; e proprio questa visione andrebbe oggi recuperata.

Quando noi abbiamo deciso di riprendere nome e simbolo del P.c.i. abbiamo dunque inteso non voler riproporre meccanicamente un tipo di esperienza che appartiene a una precisa fase storica, ma rivendicare la continuità con una cultura politica, quella appunto del comunismo italiano, che da Gramsci in avanti ha costituito una articolazione originale ricca di insegnamenti (comunque sempre interna al movimento comunista internazionale) e che ci pare sia stata scarsamente valorizzata, se non in qualche caso del tutto rimossa, dopo il 1991, anche nel percorso della rifondazione comunista.

Certamente, rispetto all’epoca in cui il P.c.i. si sviluppò come partito di massa, tutto è cambiato. L’organizzazione del lavoro prevalentemente post-fordista, il decentramento e la parcellizzazione dei processi produttivi, la frammentazione pulviscolare dell’intera società costituiscono un contesto nel quale quel modello di partito storicamente determinato, quello dei due milioni di iscritti, dell’insediamento nelle grandi fabbriche, nelle città e nei paesi, negli enti locali e nelle cooperative, non è riproponibile meccanicamente. Occorre, mantenendo viva quella ispirazione, pensare a forme di organizzazione in cui a elementi tradizionali (la sezione) si affianchino anche forme nuove, più elastiche e multiformi. Il radicamento nei luoghi di lavoro rimane essenziale, ma può realizzarsi anche attraverso piccole cellule; la presenza nei territori può passare, oltre che per le sezioni del Partito, anche attraverso la costruzione di moderne Case del popolo; più in generale, la costruzione del partito deve a mio parere andare di pari passo con la costruzione di fronti ampli, come in molti paesi latinoamericani e non solo in questi anni si è fatto, col contributo attivo dei comunisti.

Per usare una formula sintetica, potremmo quindi dire che ciò che oggi è necessario e possibile è un partito comunista di quadri (ossia di militanti, attivisti, che non si limitino all’iscrizione ma siano quotidianamente attivi) con vocazione di massa o, come scrivono i compagni della Rdc, “con funzione di massa”. Su questi temi, nel complesso e accidentato percorso verso l’unità dei comunisti, abbiamo cercato in questi anni di portare dei nostri contributi di riflessione, dal libro Ricostruire il partito comunista del 2011 alle Tesi approvate all’assemblea costituente del Pci a Bologna nel luglio 2016 (https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/il-partito/le-tesi-del-pci/).

 

2. La seconda questione è quella della mutata composizione di classe e delle sue conseguenze. Certamente il superamento del fordismo e l’atomizzazione del lavoro salariato e dell’intera società hanno avuto conseguenze pesanti, togliendo il terreno sotto ai piedi alle forze politiche e sindacali, indebolendo enormemente i lavoratori, provocando anche cambiamenti nella mentalità piuttosto pesanti: l’individualismo è penetrato largamente anche nelle menti dei lavoratori, rendendo molto difficile la costruzione di partiti politici, e in particolare del partito comunista. L’altra faccia di questo mutamento quasi antropologico è la sfiducia, il qualunquismo, il populismo deteriore, anch’essi diffusi largamente tra le classi lavoratrici.

E tuttavia la tendenza del sistema alla polarizzazione sociale produce anche altri effetti: categorie come i lavoratori dei servizi e della logistica, i tecnici, gli informatici, ma anche i “lavoratori della conoscenza” e i ricercatori sono in larga misura dei salariati a tutti gli effetti, inseriti a pieno titolo nel ciclo della riproduzione capitalistica; lavoratori dipendenti anche se, talvolta, formalmente “autonomi” (il “popolo delle partite iva” ecc.). È in atto insomma un processo di proletarizzazione diffusa, che fa parlare alcuni movimenti (con qualche ingenuità) del 99% della popolazione contrapposto all’1% di privilegiati.

In questo quadro è possibile individuare alcuni punti d’attacco, obiettivi di carattere generale, che possano unificare tali forze disperse: nuove forme di tutela e nuovi diritti dei lavoratori, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, una riforma fiscale realmente progressiva, il rilancio del ruolo dello Stato nell’economia e dunque della proprietà pubblica, l’ausilio da parte dello Stato a forme di proprietà cooperativa da parte dei lavoratori di aziende in crisi. Sono tutti punti che si ritrovano nella nostra Costituzione, e dopo la vittoria del dicembre 2016 sarebbe stato necessario rilanciare la battaglia portandola dalla difesa all’attuazione del dettato costituzionale; così come il richiamo alla Carta del 1948 è essenziale come contraltare ai trattati europei di taglio ultraliberista.

 

3. Il terzo tema è quello della rappresentanza politica. È un dato ormai pacifico e analizzato dagli studiosi che la democrazia rappresentativa di massa che abbiamo conosciuto nei “trent’anni gloriosi” 1945-75 è in piena crisi. Si parla apertamente di “post-democrazia” o di “democrazia autoritaria”. Come comunisti, dobbiamo innanzitutto rilanciare la denuncia di tale involuzione. Riconquistare spazi di rappresentanza rimane essenziale, dagli enti locali al piano nazionale; ma un passaggio propedeutico è quello del ripristino di una autentica democrazia rappresentativa, e dunque di una battaglia per il sistema proporzionale puro.

Pur nel quadro della crisi della democrazia, i partiti comunisti devono continuare a essere presenti nelle competizioni elettorali, che costituiscono comunque un momento in cui l’attenzione delle masse verso la politica aumenta sensibilmente, presentando le loro liste o contribuendo alla costruzione di fronti ampli, come non solo l’America latina ma anche casi a noi più vicini come quelli della Francia e del Portogallo insegnano.

Più in generale, occorre una battaglia culturale per ridare forza alla politica, alle decisioni collettive, rispetto allo strapotere della finanza e al dominio dell’economia e del cosiddetto “mercato”. Si apre cioè una nuova fase della lotta per la democrazia che ha sempre caratterizzato la storia del movimento operaio: dopo l’ampliarsi degli spazi democratici anche nelle società a capitalismo avanzato, nel 1945-75, ora il divorzio capitalismo/democrazia si sta riproponendo. In tal senso, come osservava già Berlinguer nell’intervista a Scalfari dell’agosto 1978, “per salvare la democrazia bisogna superare il capitalismo”. La lotta per la democrazia è insomma oggi più che mai una lotta anticapitalistica.

 

4. Il quarto punto individuato dai compagni della Rdc è la questione sindacale. Si tratta di un tema che merita una riflessione ad hoc e sul quale non ho le competenze per un discorso approfondito. Proverei quindi a partire dalla situazione concreta che abbiamo di fronte. Attualmente militanti comunisti sono presenti in diverse organizzazioni, a partire dalla Cgil e nella Usb. Costruire intanto una unità d’azione, e magari anche un coordinamento tra questi lavoratori mi sembrerebbe un primo passo importante, così come un lavoro comune per il rafforzamento delle rappresentanze sindacali unitarie e per sindacalizzare categorie oggi ancora largamente “scoperte” e dunque prive di diritti: dai lavoratori immigrati (dalle campagne, dove si determinano nuove forme di schiavismo, a settori della logistica) ai precari della ricerca. Sarebbe un importante elemento di controtendenza anche rispetto alla frammentazione e al prevalere delle logiche individualistiche (“io speriamo che me la cavo”) che soprattutto in alcune categorie, e nelle generazioni più giovani, sono largamente diffuse.

 

5. Quinta e ultima questione è quella che riguarda conflitti e movimenti nella metropoli. In questi anni di restaurazione neoliberista conflitti e movimenti non sono mancati, sebbene quasi mai – eccetto che per il movimento No Global e per settori di Occupy Wall Street – essi abbiano avuto obiettivi di carattere generale. Il ruolo dei comunisti starebbe, credo, proprio nel delineare tale prospettiva e nell’aiutare tali movimenti a farla propria, e dunque nel coordinare le lotte ponendo al centro dell’attenzione una prospettiva di trasformazione complessiva; il tema cioè dell’alternativa di sistema.

Le mobilitazioni più forti, penso a città come Roma e Napoli, si sono avute sul problema della casa, spesso in rapporto con la condizione di tanti lavoratori immigrati, oltre che ovviamente sui problemi del lavoro, in occasione di crisi aziendali, licenziamenti, decentramento della produzione. Su quest’ultimo versante, soprattutto quando si tratta di aziende multinazionali presenti in vari paesi, sarebbe fondamentale costruire forme di azione comune tra i lavoratori dei diversi paesi interessati; alcuni esempi in tal senso si sono già visti, ma questo approccio andrebbe generalizzato, cercando di superare localismi e particolarismi che danneggiano la causa comune.

Fondamentale sarebbe poi la costruzione di lotte comuni (alcuni esempi già esistono) tra proletari italiani e immigrati per la conquista di diritti sociali e l’ampliamento di servizi pubblici essenziali: dalla casa alla sanità, dagli asili alle scuole. Una lotta comune tra italiani e stranieri per aumentare il numero di case popolari o di posti disponibili in un asilo pubblico è un elemento di coscienza di classe e di antirazzismo reale più forte di tutte le campagne politiche contro la xenofobia che comunque vanno realizzate.

In altri settori, pure decisivi, non si sono invece registrate mobilitazioni altrettanto significative: penso alla sanità, ai trasporti pubblici, al tema dei tagli ai bilanci degli enti locali (importante, su questo, la recente manifestazione di Napoli), ma anche al tema della pace e della presenza di basi militari nostri territori, che oltre a essere un fondamentale obiettivo di carattere generale ha delle ricadute anche locali sul piano ambientale e della salute e della sicurezza dei cittadini (esemplare in tal senso l’esperienza del movimento No-Muos in Sicilia).

Insomma, la presenza dei comunisti in queste mobilitazioni dovrebbe contribuire a riconnettere il particolare al generale, l’economico-corporativo al politico, e a rafforzare la consapevolezza del fatto che il capitalismo sta producendo una vera e propria crisi di civiltà, e che pertanto la sfida dei comunisti non può non agire anche sul terreno dei problemi globali di fronte ai quali si trova l’umanità.


* Segreteria del Pci
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Comments   

#1 Riccardo tiberi 2018-05-10 15:21
Ottimo....vorrei dare una priorità alla rilevanza politica dell'egemonia culturale gramscianamente intesa e quindi alla necessità di una organizzazione tipo corpo speciale che si occupi del dominio nella rete e quindi getti le basi di una futura accademia comunista di staseologia
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