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eticaeconomia

Il mercato rende diseguali? Un’introduzione

di Maurizio Franzini e Michele Raitano

Schermata 2015 10 29 alle 10.58.50Negli ultimi tre decenni il funzionamento dei mercati (di tutti i mercati: del lavoro, dei beni, dei capitali) è radicalmente cambiato e la disuguaglianza nei redditi è notevolmente cresciuta praticamente in tutti i paesi avanzati, e certamente in Italia. La disuguaglianza nei redditi disponibili – cioè nei redditi da cui maggiormente dipende il nostro benessere economico – sarebbe cresciuta molto di più di quanto non sia accaduto se l’azione redistributiva dello stato non fosse stata nel complesso efficace; cioè se essa non fosse riuscita a contenere la distanza tra chi sta meglio e chi sta peggio al di sotto di quello che sarebbe stata per effetto della crescita della disuguaglianza nei redditi di mercato che in alcuni paesi, tra cui il nostro, è stata molto marcata.

Questo volume, il primo dei libri del Centro di Ricerca Interuniversitario “Ezio Tarantelli”, è nato da tale osservazione e dalla constatazione che un quota troppo piccola della già non troppo abbondante attenzione prestata alla disuguaglianza economica in generale viene rivolta – ovunque, ed in particolare in Italia – alla disuguaglianza che si genera nei mercati: alla sua altezza, ai meccanismi che la determinano, alla loro corrispondenza con le idee o ideologie prevalenti sul funzionamento del mercato e, in definitiva, con alcuni criteri di accettabilità della disuguaglianza difficilmente confutabili. Non soltanto a questo. Scarsa attenzione viene anche rivolta al modo migliore per contrastare le crescenti disuguaglianze nel caso in cui si decida di farlo e, in particolare, all’appropriatezza di mere politiche redistributive, consistenti in tassazione e trasferimenti.

Le ragioni di questa disattenzione possono, probabilmente, essere largamente ricondotte a due diffuse (e un po’ confuse) idee sulla disuguaglianza che si forma nei mercati che sostanzialmente esentano dal compito di esaminarla a fondo.

Sintetizzando, secondo la prima idea la disuguaglianza di mercato è “buona”, per la seconda essa è praticamente “inevitabile” cosicché proporsi di prevenirla è uno sforzo vano, come cercare di opporsi alla forza della natura.

«Qualcuno può preferire un lavoro di routine che lascia molto tempo libero per crogiolarsi al sole a un lavoro più impegnativo con uno stipendio più alto; qualcun altro potrebbe avere preferenze opposte. Se i loro compensi monetari fossero uguali, i loro compensi, in un senso più fondamentale, sarebbero diseguali… Gran parte della disuguaglianza osservata è di questo tipo. Le differenze nei redditi monetari compensano differenze in altre dimensioni… Nel gergo degli economisti, sono “differenze di equalizzazione” necessarie per eguagliare i “vantaggi netti”, pecuniari e non pecuniari» (M. Friedman e R. Friedman, Capitalism and Freedom, Chicago University Press 1982, p. 162).

Difficile trovare parole più chiare di quelle usate dal padre del monetarismo, Milton Friedman, in un libro scritto con la moglie Rose, per sostenere la tesi che nel mercato si produce disuguaglianza «buona», una disuguaglianza così «buona» che serve ad evitare disuguaglianze ben più gravi, quelle nella dimensione del complessivo benessere degli individui.

Ma la disuguaglianza nel mercato sarebbe «buona» anche per un altro motivo, perché è in grado di riflettere la diversa produttività degli individui, dunque il contributo che – in modo più o meno diretto – essi danno al benessere sociale con la loro capacità di produrre di più e di meglio. Ed anche a questa sfaccettatura della disuguaglianza di mercato – peraltro molto frequentemente menzionata nella letteratura – Friedman e Friedman fanno riferimento nel loro libro. L’enfasi posta di recente sulle diverse competenze (il diverso capitale umano, come si usa dire) come causa delle crescenti disuguaglianze rappresenta in qualche modo un’applicazione di questo principio, il cui contenuto meritocratico presuppone però l’assenza di privilegi nell’accesso all’istruzione e all’acquisizione di competenze che non risulta, troppo spesso, verificata.

È da notare che questi argomenti fanno riferimento ai redditi da lavoro e alla loro disuguaglianza. Argomenti analoghi per quello che riguarda i redditi da capitale e da patrimonio, in particolare quelli di natura finanziaria, non sono facilmente disponibili. E non a caso: non è troppo agevole spiegare cosa vi sia di «buono» in disuguaglianze che nascono da diverse dotazioni di ricchezza o da una diversa «capacità» di farle fruttare, una «capacità» spesso collegata all’entità stessa della ricchezza posseduta.

La tesi che la disuguaglianza di mercato è «inevitabile» riconosce, naturalmente, che nei mercati si formano disuguaglianze ampie e anche crescenti, ma le considera l’effetto di «forze naturali» che sarebbe vano cercare di contrastare. L’applicazione più frequente di questa tesi riguarda la globalizzazione e il progresso tecnologico: i mercati condurrebbero alla crescente integrazione economica e all’incessante – e non giudicabile – progresso tecnico che inevitabilmente causerebbe disuguaglianze. Peraltro, si tratterebbe di disuguaglianze indotte da processi che hanno molti altri aspetti positivi, in particolare – si sostiene – quello di contribuire alla crescita economica, al benessere (di tutti?) e all’ampliamento dell’insieme di scelte che ci sono concesse, soprattutto nel nostro ruolo di consumatori e di risparmiatori che ora possono collocare ovunque nel mondo i propri risparmi.

Anche secondo questa idea, la disuguaglianza di mercato avrebbe una componente positiva e meritocratica: l’ampliamento della concorrenza indotto dalla globalizzazione e – così spesso si sostiene, ma le cose non sembrano stare esattamente in questo modo – dalle nuove tecnologie, farebbe sì che occorra più merito e non meno per ottenere redditi elevatissimi.

Di fronte a una disuguaglianza «buona» e «inevitabile» la ricerca non ha molto da ricercare e la politica deve, a seconda dei casi, restare passiva o eventualmente cercare di compensare le disuguaglianze «inevitabili», mai dovrebbe provare a prevenirle – e, del resto, senza ricerca accurata sul fenomeno non avrebbe neanche i mezzi per farlo.

Queste due idee, però, non convincono. Dipingono mercati ideali, assai lontani da quelli della concreta realtà; ignorano che le cosiddette «forze naturali» sono molto spesso attivate da ben precise scelte politiche; e, come si è già ricordato, lasciano nella penombra mercati, come quelli finanziari, dove la «bontà» e la «inevitabilità» della disuguaglianza sono tutte da dimostrare.

Sono gli stessi Friedman e Friedman a riconoscere che il mercato da loro descritto è un ideale non realizzato. Infatti: «Gran parte della disuguaglianza corrente deriva da imperfezioni presenti nei mercati. Molte di esse sono state creati dall’azione di governo e potrebbero essere rimosse dall’azione del governo» (Friedman e Friedman 1982, 176). Si tratta di un’affermazione importante per il suo riconoscimento del ruolo delle politiche nel plasmare il funzionamento dei mercati, al di là dell’idea – implicita e notoriamente distintiva del pensiero di M. Friedman – che se i mercati non funzionano perfettamente la responsabilità è soltanto dell’intervento pubblico. Non occorre condividere quest’idea per riconoscere che le politiche possono accrescere o attenuare la tendenza dei mercati a produrre disuguaglianze.

Quanto alle «forze naturali» della globalizzazione e del progresso tecnologico l’argomento non è molto distante: precise scelte politiche – anche quelle consistenti nel non adottare politiche – hanno favorito la cosiddetta globalizzazione (ad iniziare da quelle relative alla liberalizzazione dei movimenti dei capitali) e hanno anche indirizzato il progresso tecnologico, nonché definito le modalità di appropriazione dei frutti a cui esso ha dato luogo nella sfera della produzione e della distribuzione dei beni. E alle scelte politiche – su cosa regolamentare e non regolamentare – si deve anche molta della disuguaglianza che si produce nei mercati dei capitali.

Nel complesso, dunque, le politiche modificano il funzionamento dei mercati e per questa via – consapevolmente o inconsapevolmente – contribuiscono a determinare la disuguaglianza che in essi si genera. Non soltanto nella sua «quantità» ma anche nella sua «qualità», perché le disuguaglianze derivanti da un diverso impegno individuale non sono della stessa «qualità» di quelle derivanti dall’esercizio del potere di mercato, dallo sfruttamento di posizioni di rendita o dal diverso accesso a «dotazioni» che il mercato premia.

I cambiamenti intervenuti nei mercati, nel corso degli ultimi decenni, suscitano molti sospetti a proposito della «qualità» della disuguaglianza a cui conducono. Per passare dai sospetti alle certezze, in un senso o nell’altro, occorre un’accurata analisi del rapporto tra mercati e disuguaglianza, della quale in realtà ancora non disponiamo.

Questo volume è nato con l’obiettivo di contribuire a colmare tale lacuna offrendo un’ampia, ma certamente non esauriente, analisi delle dinamiche rilevanti per la disuguaglianza dei redditi verificatesi nei mercati nel corso degli ultimi decenni nel nostro paese.

I contributi raccolti nella prima parte del volume si propongono di documentare le tendenze della distribuzione funzionale dei redditi tra lavoro e capitale (D’Elia e Gabriele), della distribuzione personale a livello di redditi di mercato e disponibili (Franzini e Raitano), del contributo dei redditi da lavoro e da capitale alla disuguaglianza nei redditi di mercato (Barbieri e Bloise) e della disuguaglianza a livello territoriale (Biggeri, Giusti, Lemmi, Marchetti e Pratesi).

La seconda parte del volume è dedicata a un approfondimento dei redditi da lavoro, con contributi diretti a esaminare la dinamica della loro disuguaglianza (Bloise, Fantozzi, Raitano e Ricci), le differenze tra settore pubblico e privato (Destefanis e Naddeo), la presenza di fenomeni di polarizzazione (Bosio, Cristini, Naticchioni e Vittori) e le disuguaglianza di genere nell’occupazione e nei salari (Addabbo).

La terza parte esamina alcuni fattori che possono essere alla base delle disuguaglianze nei redditi da lavoro: l’istruzione (Croce e Ghignoni), le innovazioni (Capparucci e Verashchagina), la tecnologia in generale (Guarascio e Pianta), le modalità della contrattazione (Ricci e Tronti) e le origini familiari (Franzini e Raitano).

Nelle conclusioni, sulla base di quanto è emerso dai vari capitoli che compongono il volume, si formulano alcune riflessioni sulle responsabilità delle politiche e sul perché e come ridefinirle in modo da cercare di contrastare la disuguaglianza di mercato nei suoi eccessi quantitativi e nei suoi deficit qualitativi. Si tratta, dunque, di politiche non redistributive ma in grado di incidere sul funzionamento dei mercati e perciò tali da richiedere un rilevante impegno politico. Sono, peraltro, politiche che in parte – ma soltanto in parte – coincidono con quelle invocate anche da Friedman e Friedman:

«… c’è una chiara giustificazione per un’azione sociale di tipo molto diverso dalla tassazione per modificare la distribuzione del reddito. Gran parte della disuguaglianza effettiva deriva dalle imperfezioni del mercato. Molte di esse sono state create dall’azione del governo e potrebbero essere rimosse dall’azione del governo. Ci sono tutte le ragioni per intervenire sulle regole del gioco in modo da eliminare queste cause di disuguaglianza. Ad esempio, sui privilegi speciali dei monopolisti, permessi dal governo, tariffe e altre disposizioni legali a beneficio di determinati gruppi, che sono una fonte di disuguaglianza. La rimozione di questi privilegi, sarà vista con favore da un liberale» (M. Friedman e R. Friedman 1982, p. 176).

Tenere a mente queste affermazioni del padre del monetarismo (e di sua moglie) è utile per chiarire che è difficile opporsi alle politiche di prevenzione della disuguaglianza che oggi si produce nei mercati in nome di un malinteso pensiero liberale. L’ostacolo deve avere una diversa, assai meno nobile, origine.

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