
Prefazione a "Il discorso del potere"
di Ernesto Screpanti
Giacomo Bracci - Emiliano Brancaccio: Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’Economia tra scienza, ideologia e politica, Il Saggiatore, Milano 2019
Nel 1974 l’Accademia delle scienze di Svezia assegnò il premio Nobel per l’Economia a Friedrich von Hayek, per aver scoperto che i fenomeni economici, sociali e istituzionali sono interdipendenti. Nel 1976 il premio fu assegnato a Milton Friedman, il cui principale merito scientifico starebbe nell’aver compreso che, se si fa l’ipotesi eroica che un’economia di mercato si trovi in uno stato di piena occupazione permanente, si può dimostrare che una politica di espansione monetaria non può fare aumentare l’occupazione in modo permanente. Da Lucas a Sargent, passando per Prescott, negli anni successivi altri padri di analoghe scoperte hanno raggiunto la vetta del Nobel.
«Viene da chiedersi se la strada seguita dai più recenti sviluppi degli studi sociali, e avvalorata dall’orientamento dell’Accademia delle scienze, sia quella più adeguata alla comprensione del mondo in cui viviamo» scrivono Emiliano Brancaccio e Giacomo Bracci. Da qui la loro domanda: bisognerebbe abolire il premio Nobel per l’Economia? La risposta contenuta in questo libro è motivata, rigorosa, e niente affatto scontata.
Nonostante tutto, il più prestigioso premio per l’Economia non andrebbe abolito semplicemente perché è stato spesso attribuito a influenti consiglieri del principe che hanno prodotto fake science, cioè teoremi smentiti dalla ricerca empirica. Questo libro ne smaschera diversi: Friedman, Lucas, Sargent, Kydland, Prescott e altri. Ma al tempo stesso ci ricorda che il premio l’hanno ricevuto anche scienziati come Arrow, Samuelson, Sen, Stiglitz, Krugman, Romer, Ostrom, che hanno indubbiamente fatto avanzare la conoscenza in campo economico.
Neanche lo si dovrebbe abolire perché l’economia è una scienza «molle», cioè impregnata di valori e preferenze politiche. Brancaccio e Bracci argomentano che queste caratteristiche sono condivise in maggiore o minore misura anche dalle scienze relativamente «dure»: la fisica, la chimica, la medicina. Basti notare che ci sono fisici che interpretano il big bang come una prova dell’esistenza di Dio. Dunque, se fosse questo il criterio, si finirebbe per abolire tutti i premi Nobel.
Neppure avrebbe senso abolire il Nobel per l’Economia perché spesso è stato assegnato a fautori di quelle politiche economiche definibili «ultraliberiste», che tanti danni hanno provocato negli ultimi decenni. In realtà è stato conferito anche a economisti democratici e progressisti. Semmai, allora, questo sarebbe un motivo per preservarlo, il premio, magari al fine di prevedere l’evoluzione delle politiche economiche nel capitalismo globale.
Con una leggera esagerazione idealistica, Keynes sostenne che «gli uomini della pratica, che si credono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso schiavi di qualche economista defunto. Pazzi al potere, i quali odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro». E aggiunse: «Le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto».
In realtà, sembra che le cose si svolgano nel seguente modo. A un certo punto della storia si affermano nelle accademie certe teorie che giustificano particolari politiche economiche. Più tardi, con uno scarto temporale di 10 - 15 anni, quelle teorie cominciano a produrre effetti reali. Le conseguenze economiche perdurano per 30 - 40 anni, dopo di che si affermano nuove mode scientifiche e il ciclo ricomincia. Lo storico, o l’antropologo culturale, dovrebbe esser capace di riconoscere le forze sociali profonde che determinano questo processo. E otterrebbe un grande aiuto se potesse contare su un buon previsore dei cambiamenti di orientamento politico.
Ebbene, il premio Nobel per l’Economia pare funzionare come un indicatore di tal genere. Non determina i cambiamenti, ma li segnala con un certo anticipo. Si pensi al processo storico iniziato alla fine degli anni trenta con l’affermazione dell’egemonia keynesiana. La medaglia Söderström, antesignana del premio Nobel per l’Economia, fu assegnata a Keynes nel 1939. Poi, a partire dagli anni cinquanta e fino a tutti gli anni settanta, si diffusero le politiche keynesiane. Successivamente, nella prima metà degli anni settanta, il premio fu assegnato a Hayek e Friedman. Guarda caso, dagli anni ottanta abbiamo assistito all’affermazione del thatcherismo e del reaganismo. Ebbene, ora potremmo trovarci alla fine di questo ciclo. L’assegnazione del premio a economisti liberal a partire dal passaggio di millennio lascerebbe ben sperare: Sen 1998, Stiglitz 2001, Krugman 2008, Ostrom 2009.
Non è vero, dunque, che gli economisti egemoni sono necessariamente conservatori. Tra coloro che conseguono il Nobel ci sono anche vari progressisti. Tutti possono essere classificati lungo un continuum di posizioni che vanno dall’anti keynesismo più estremo a vari gradi di keynesismo «bastardo». Ovviamente non si può sperare di trovarvi marxisti, istituzionalisti eterodossi o post keynesiani. Perché «ovviamente»? Perché, come spiegano Brancaccio e Bracci, quasi tutti i vincitori del premio sono accomunati dall’adesione a un unico sistema teorico, quello neoclassico. Possono variare gli orientamenti di politica economica dei vari premiati, perlopiù in funzione del ciclo delle lotte di classe su cui si articola l’accumulazione del capitale su scala mondiale. Ciò che non varia è l’apparato teorico di riferimento, e la funzione ideologica che esso implicitamente svolge all’interno di quel ciclo.
Per comprendere il fenomeno si potrebbero usare gli schemi di riproduzione di Marx, aggiungendo ai due settori che producono merci per mezzo di merci anche un terzo settore che produce idee per mezzo d’idee. Com’è noto, quegli schemi si propongono di studiare le condizioni generali per la riproduzione, non solo del mondo delle merci ma anche dello stesso modo di produzione capitalistico. Ebbene, la teoria neoclassica può essere intesa come una tecnologia per la produzione delle idee «giuste», quelle che assicurano appunto la riproduzione del sistema orientando il pensiero dei politici, dei giornalisti, dei pubblicitari, cioè costruendo consenso. È il «discorso del potere», come lo definiscono i due autori, che si rende necessario per il protrarsi del sistema. Una «ideologia» che non è più solo banale sovrastruttura ma vera e propria tecnologia riproduttiva.
Ma, si dirà, le idee non sono merci, e non esiste un mercato che determini i prezzi di produzione capaci di assicurare l’equilibrio: in altri termini, le idee non hanno valore economico e quindi non si saprebbe come fare per allocarle in modo efficiente. Ciò non è del tutto vero. Intanto, la scienza che si coltiva nei dipartimenti di ricerca e sviluppo delle grandi imprese multinazionali è chiaramente valutata per il suo rendimento economico e non c’è dubbio che, nel lungo periodo e nell’aggregato, gli investimenti fatti in quei dipartimenti hanno dimostrato di essere altamente produttivi. Le royalties che si ottengono dall’uso dei diritti di proprietà intellettuale si configurano come i veri prezzi delle idee. In secondo luogo, la logica del capitale cerca di insinuarsi anche nei dipartimenti delle università e degli istituti di ricerca pubblici. Sembrerebbe che negli ultimi tempi la cosa sia riuscita egregiamente. È accaduto che un imprenditore geniale ha cominciato a costruire degli indici bibliometrici che misurano l’impatto che ogni articolo, libro, ricercatore o intero dipartimento ha sulla ricerca di altri soggetti. La misura consiste principalmente nel calcolo del numero di citazioni ricevute. In tal modo, tra le altre cose, diventa anche possibile classificare il valore delle riviste in cui gli articoli vengono pubblicati. In «serie A» sono collocate le riviste più citate, quelle che evidentemente diffondono le teorie «giuste». Si è così venuto a creare un mercato delle idee in cui la valutazione fornita dagli indici bibliometrici assicura un’allocazione delle risorse a suo modo efficiente, nel senso che determina le carriere dei ricercatori e l’attribuzione dei fondi di ricerca.
Ebbene, il premio Nobel gioca un ruolo importante in questo processo produttivo, in quanto funziona da segnalatore: rivela ai ricercatori quali sono le teorie «giuste». In particolare, un giovane agli inizi di una carriera da economista potrà chiarirsi le idee su quale paradigma scientifico sia opportuno sposare quando viene informato del fatto che se si orienta verso qualche forma di pensiero economico eterodosso non avrà nessuna possibilità, non solo di vincere il premio Nobel ma neanche di pubblicare su riviste di «serie A», di intraprendere una luminosa carriera in un’università prestigiosa e di ottenere generosi finanziamenti per la ricerca.
Si comprende allora che la domanda «abolire il premio Nobel per l’Economia?» è troppo ingenua oppure è troppo ambiziosa. Lo chiariscono gli stessi Brancaccio e Bracci che l’hanno posta, i quali sostengono che non si può pensare di annullare il settore che riproduce il discorso funzionale al perpetuarsi del sistema in assenza di condizioni favorevoli a uno scardinamento più generale del sistema stesso. È il nucleo teorico del loro libro – un libro coraggioso, bello e profondo.
Un’ultima osservazione. Questo volume può essere utile anche per la didattica universitaria e per la formazione dei giovani ricercatori. Il secondo capitolo contiene una rassegna critica di qualche idea geniale e di qualche corbelleria di alcuni dei premi Nobel oggi in voga: quasi una storia per medaglioni del pensiero economico contemporaneo. Se fosse consigliato come libro di testo nei dottorati di economia, potrebbe forse indurre qual che giovane temerario a basare le scelte di carriera sulla curiosità scientifica e sull’onestà intellettuale.












































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