Ragioni e migrazioni
di Miguel Martinez
La polarizzazione comporta il rifiuto di immaginarsi che l’altro possa avere delle ragioni.
Eppure a volte mi sembra che abbiano tutti delle ragioni; o comunque accettare questa possibilità è l’unico modo possibile per iniziare una riflessione su cosa fare: io sono convinto che stiamo vivendo il momento più importante della storia dall’estinzione dei dinosauri, e perdere tempo a litigare è suicida e criminale, insieme.
Quando dico tutti, intendo innanzitutto i migranti stessi, cui di solito nessuno pensa; poi quelli che tifano per il Capitano Salvini che ci salva dagli immigrati e quelli che invece tifano per la Capitana Rackete che salva gli immigrati.
Cito un episodio di cronaca di cui nessuno si ricorderà tra qualche mese, ma che ha diviso gli italiani in due schieramenti urlanti e totalmente incapaci di ascoltarsi a vicenda (i migranti non li ascolta nessuno per principio).
Partiamo dalle ragioni dei migranti.
Quello che una volta chiamavano “Terzo Mondo” è un po’ a chiazze: in Nigeria c’è chi ordina la pizza in aereo da Londra.
Ma per non rendere troppo lungo il discorso, chiamerò Terzo Mondo quella parte del mondo da cui la gente tende a emigrare di corsa, se solo può.
E perché tende a farlo?
Dodici anni fa (mi sento un po’ Cassandra, pensando a cosa è successo poi nel 2011) scrissi qui:
Quando il sole arde forte sull’Egitto e fa salire verso il cielo l’odore onnipresente dei rifiuti, i giovani – ragazzi spesso di una straordinaria ma sprecata autodisciplina, curiosità e intelligenza – si trovano a milioni nei caffè, con un’unica certezza: ma fish mustaqbal, “non c’è futuro“. E hanno, ovviamente, ragione.
Esiste però una magra consolazione: tutti sanno che c’è un Egitto degli egiziani, un posto ancora più caldo, devastato, afflitto dalla miseria e ancora più privo di qualunque speranza.
E’ il Sudan, un paese messo così male che i suoi giovani sognano di emigrare in Egitto, stendere un tappeto per strada e vendere peperoncini ai passanti.
Con una discutibile metafora, gli abitanti dell’arido Sudan sarebbero “animali della giungla“, assicurano gli egiziani, che dicono che laggiù, laggiù, l’unico treno, sul suo unico binario, viaggia così in ritardo che spesso si sa solo in che settimana passerà.”
Nascere oggi in posti del genere, per certi versi, è come nascere in un villaggio dell’Aspromonte nel 1938.
Anzi, il Cairo oggi è più vicino a Milano, almeno in aereo, di quanto fosse l’Aspromonte per mulo e treno allora.
L’aspromontese probabilmente parlava griko, aveva dei santi che i milanesi ignoravano del tutto, era analfabeta, sapeva (a differenza dei milanesi) esattamente come far crescere certe piante, ma non capiva bene come funzionava un orologio, per cui non ci prendiamo in giro con discorsi retorici, “ma era pur sempre Italia!”
Lo studente del Cairo allevato in classi di cinquanta ragazzi si esercita dalla mattina alla sera a parlare in inglese, e comunque comunica tutti i giorni via Whatsapp con il cugino a Milano.
Due secoli di colonialismo hanno forgiato, da una parte, un mondo di Occidentali che non sanno nulla del resto del mondo; e un mondo di Occidentalizzati che conoscono il mondo molto meglio degli “occidentali” (sfido un italiano povero a emigrare in Pakistan e cavarsela).
Non è colpa di nessuno dei bianchi di oggi, ciò che è successo, e nessuno deve chiedere scusa a nessuno; e sospetto che non fosse nemmeno colpa se dei giovani fossero partiti un secolo o due fa, alla conquista del mondo. Ma il mondo è così, a causa dell’Occidente.
Ma è incredibile ciò che è successo al mondo negli anni che più annoiano, quando si studia la storia, diciamo il 1880…
Ci si chiede perché i giovani siano disposti a morire pur di emigrare nel 2010, mentre non lo fossero, poniamo, nel 1960. Quando forse “stavano peggio”, secondo semplici criteri statistici.
Sappiamo tutti che “Occidente” e “Oriente” vogliono dire poco (soprattutto se usati da un messicano nato a migliaia di chilometri a ovest dall’Italia), ma possono fare comodo se pensiamo ai tempi degli imperi.
Una volta c’era l’Occidente – Inghilterra, Olanda, Francia, Stati Uniti – che dettava al mondo come doveva vivere.
Oggi da noi in Occidente, non lo si prende più troppo sul serio, la scuola è un parco giochi dove imparare a sentirsi inclusivi; ma in Oriente, ci si sono attaccati come zecche
Manish Jain ha colto lo spirito con cui centinaia di milioni di giovani sono stati scolarizzati nel Terzo Mondo:
“L’attuale sistema educativo si fonda su un modello industriale settecentesco legato alle fabbrica… nel caso migliore, è irrilevante, nel caso peggiore è un’attività criminale, che ha istupidito le persone, ha distrutto la loro creatività, le ha scollegate dalla loro cultura e ha fatto sì che se ne vergognassero, perdendo ogni connessione con il mondo naturale e la propria comunità.”
e aggiunge:
“Non riesco più ad accettare una narrativa dell’educazione, che mi insegna che mia nonna nata in un villaggio fosse analfabeta, primitiva, arretrata, stupida, incolta, sottosviluppata, incivile e incapace di gestire i propri affari.”
Quanti italiani potrebbero riconoscersi in questo quadro, ma non ne hanno il coraggio.
Ignazio Buttitta, che quando vivevo in Sicilia mi fu citato innumerevoli volte:
“Un populu,
diventa poviru e servu
quannu ci arribbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si manciunu tra d’iddi.”
Per anni e anni, il giovane del Terzo Mondo è stato istruito a ritenere che l’unico modo valido di vivere fosse quello del Primo Mondo. E la conseguenza che la gente ne ha tratta è stata inevitabile: andiamoci allora nel Primo Mondo!
Visto che l’immigrazione di cui si parla adesso è quella dall’Africa Nera, aggiungiamo anche una pseudocultura africana, dove alle tradizioni reali si sostituiscono rap e hip-hop americani – già più di vent’anni fa, bande di tagliagole della Liberia cercavano avidamente di copiare nomi e usanze delle gang nere di New York; e su un altro piano, la sauditizzazione dell’Islam in Africa e l’evangelizzazione del cristianesimo.
Insomma, mi sembra normale che l’Africa – dove il 60% della popolazione ha meno di 25 anni – voglia andarsene altrove.
Dalla ragione del babbo contadino che ha cinque figli da mantenere, all’aspirante ingegnere elettronico che spera almeno di fare il facchino alla Conad.
In un’Italia senza frontiere, l’Aspromonte si è svuotato in pochi anni.
In un mondo senza frontiere, l’Africa si riverserebbe sull’Europa in tempi ancora più brevi.
Sparando una cifra a caso, diciamo che mezzo miliardo di persone, si riverserebbero domani sull’Europa, se potessero.
Un po’ come l’Aspromonte si riversò su Milano, ma con alcune importanti differenze.
Ad esempio, siccome l’Aspromonte faceva pur sempre parte dell’Italia, poteva contare su stipendi per poliziotti e insegnanti e guardie forestali, e quindi almeno qualcuno aveva motivi validi per restarci.
Mezzomiliardo è ovviamente una sparata: uno studio sulle migrazioni che andasse oltre agli insulti contro Salvini o la Boldrini dovrebbe prendere in considerazione quanti riuscirebbero a campare delle rimesse dei migranti (ma anche delle conseguenze negative, che si vivono in Messico, di una vita parassitaria di questo tipo), quanti tornerebbero a casa comunque, e tanti altri fattori di cui in fondo non sappiamo niente.
Però mezzomiliardo ci dà un ordine di grandezza.
E qui si pone il primo grande problema, quando parliamo di migrazioni.
Non stiamo parlando di quaranta persone salvate da un naufragio.
Non stiamo parlando di quaranta membri di una banda di spacciatori ghanesi.
Non stiamo parlando di quaranta estremisti islamisti.
Stiamo parlando di mezzo miliardo di persone.
Tutto il nostro sistema di diritto è fondato sui piccoli numeri: io ho il diritto di viaggiare in aereo, se pago il biglietto e non lancio bottiglie dai finestrini.
Ma cosa succede se centinaia di milioni di persone viaggiano in aereo, comportandosi ognuna perfettamente, e contribuiscono ad avvelenare il clima (semplifico) tanto da provocare centinaia di milioni di morti?
E’ molto difficile pensare in termini di Grandi Numeri: in fondo, cerchiamo sempre storie umane, di poche persone, buone o cattive.
Ammetto che fu un po’ anche il mio problema con Marx, che mi sembrava sempre un po’ disumano, nella capacità che aveva di vedere solo le grandi questioni, mentre io pensavo unicamente a questo o a quell’individuo.
Forse però la sintesi tra Grandi Numeri e vita di persone, l’aveva colto Wendell Barry:
“Le razze e i sessi ora perfettamente fusi nell’inseguire l’obiettivo.
Coloro che erano già stati schiavi, coloro che erano già stati oppressi, ora erano liberi
di vendersi a chi offriva il prezzo più alto
e di entrare nelle prigioni che pagavano di più”
Un marciapiede affollato.
Tra le centinaia di persone, una ragazza con un cane al guinzaglio. Il cane si muove con la massima indifferenza tra centinaia di paia di gambe umane, finché non vedo un minuscolo cagnolino a diversi metri di distanza. E allora…
Quando un umano vede un umano, succede più o meno la stessa cosa.
Prendiamo la questione delle migrazioni. Stiamo tutti a parlare del povero bambino nigeriano, o viceversa del malvagio spacciatore gambiano.
Cosa pensare eticamente delle migrazioni è una scelta soggettiva. Ma chiunque dovrebbe ammettere subito un fatto.
Le migrazioni sono solo un minuscolo aspetto del Grande Flusso Globale.
il Grande Flusso Globale è quella cosa che mi fa trovare al Conad sotto casa l’uva, dall’aspetto normale e che costa poco, e la sto per comprare quando leggo la scritta Producto de Chile.
Per trovare l’uva bona, non c’è bisogno nemmeno di uscire dalla provincia di Firenze; ma a Firenze consumano uva che ha percorso quasi 15.000 chilometri e 33 giorni per mare, seguendo la via più breve.
Incuriosito, faccio qualche ricerca e trovo questo:
“La redazione di uvadatavola.com ha intervistato in esclusiva assoluta il cileno Oscar Salgado, opinion leader del marketing mondiale dell’uva da tavola.
Salgado attualmente ricopre ruoli di rilievo nel settore mondiale dell’uva da tavola, tra cui quello di direttore tecnico di Origin Fruit Direct (Rotterdam)e Origin Direct Asia (Shanghái), gruppi specializzati in vendita e marketing di prodotti frutticoli sudafricani e sudamericani in Europa, e di direttore di UVANOVA, Commissione per la Ricerca e lo sviluppo dell’uva da tavola in Cile.”
Cile, Rotterdam, Shanghai… il ragazzo ha macinato molti più chilometri del senegalese che vende fazzolettini davanti al Conad.
Sull’impatto ambientale delle grandi navi portacontainer troverete in rete una gran quantità di materiale. Ad esempio, uno studio (di una decina di anni fa) che sostiene che una sola meganave emette la stessa quantità di inquinanti cancerogeni e generatrici di asma di cinquanta milioni di automobili.
All’epoca, otto delle quindici navi più grandi del mondo appartenevano alla ditta danese Maersk, ed è interessante riflettere sul fatto che la Danimarca oggi si stia irrigidendo contro le migrazioni di esseri umani.
Ma non insisto su questo: è ovvio che nel prezzo del petrolio saudita, non sia compreso il costo dei polmoni tuoi o miei o delle specie lessepsiane.
Trovo più interessante guardare questo video, prodotto da Kiln, un gruppo di informatici in grado di rendere davvero il senso del mondo in cui viviamo.
Descrive il Flusso Globale com’era nel lontano 2012, ovviamente è molto aumentato da allora.
Il video è lungo, complesso e narrato in inglese; guardatene quanto volete, credo che bastino pochi minuti per avere un vero quadro del mondo in cui viviamo.
(Created by London-based data visualisation studio Kiln and the UCL Energy Institute)
Ma noi siamo come i cani che impazziscono quando vedono altri cani.
Cane, il migrante che sbarca…
cagna la capitana tedesca accolta a Lampedusa al grido di “”Ciao crucca”, “spero che ti violentino sti negri!”
cane il Capitano Salvini, che qualcuno al Gay Pride ha voluto onorare così:

Ai cani che si eccitano a veder cani, verrebbe voglia di dire…
bene, amate/odiate i quaranta migranti sulla nave… cosa ne dite di tutte le altre navi, che stanno sbucaltando il mondo?
Ah, l’Europa ha appena approvato la prima tappa di un accordo con il Mercosur – Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, riassumibile in questo concetto:
- L’Europa potrà esportare liberamente automobili verso il Mercosur
- Il Mercosur potrà esportare liberamente carne verso l’Europa
Cosa significhino SUV e automobili, lo sappiamo; ricordiamo comunque che una delle principali cause di deforestazione nel mondo è l’allevamento intensivo, che porterà innumerevoli animali a emigrare verso l’Europa e finire mangiati da noi.














































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