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Il sogno di Achille

Cosa resterà di questi anni ottanta

di Figure

Ciò che dà spinta al mondo non è il crollo ma il sorgere ovunque di realtà nuove. Tutto nasce dal muro di Berlino. Dietro quell’evento reale e simbolico si intravede il movimento della storia, ad Est come ad Ovest, che è destinato a cambiare gli assetti mondiali e il modo stesso di fare politica

Avvertenza: Tutte le parti scritte in corsivo sono parole di Achille Occhetto tratte variamente da: il Comitato Centrale del PCI tenutosi tra il 20 e il 24 Novembre 1989 a Roma, il XIX Congresso straordinario del PCI tenutosi tra il 7 e il 11 Marzo 1990 a Roma e il XX Congresso del PCI – PDS tenutosi tra il 31 Gennaio e il 3 Febbraio 1991 a Rimini

occhettodalIl 9 Novembre 1989 cade il Muro di Berlino. Tre giorni dopo, il 12 Novembre, a Bologna il segretario del Partito Comunista Italiano, Achille Occhetto, dichiara di voler proporre al partito – e di fatto con quel gesto propone – di concludere l’esperienza del PCI e costituire una nuova forza politica. Il 3 Febbraio 1991 a Rimini si scioglie il PCI e nasce il Partito Democratico della Sinistra; qualche mese dopo, il 12 Dicembre, i contrari alla liquidazione del PCI fondano il Partito della Rifondazione Comunista. Il 26 Dicembre dello stesso anno ufficialmente l’Unione Sovietica smette di esistere. Un mondo l’ordine delle cose per come era stato conosciuto dopo la fine della seconda guerra mondiale finisce. La configurazione internazionale definita al tavolo di Jalta da Churchill, Stalin e Roosevelt e caratterizzata dalla divisione del globo in due blocchi ideologicamente contrapposti, finisce. Finisce la conformazione del sistema politico italiano per come si era stabilizzata dopo la costituente a rispecchiamento della situazione internazionale: un governo a trainante democristiana di volta in volta appoggiato dal centro sinistra o dalla destra, e il PCI all’opposizione. Non è solo una questione di alte sfere della politica, in Italia sono le identità individuali di almeno tre generazioni di comunisti cresciuti tra le braccia del partito che vedono la realtà e la loro posizione in questa diventare incomprensibili; e non è solo una questione di comunisti: sull’anticomunismo sulla paura dei rossi e della loro incapacità a governare la DC ha costruito durante tutta la Prima Repubblica la sua legittimità, malgrado il marcio e gli scandali, malgrado le bombe, i tentativi di golpe e la mafia; malgrado tutto. È la fine di un mondo e, come al solito, l’inizio di uno nuovo.

Nei fatti niente veramente finisce e niente veramente comincia. In quegli eventi si condensa una traiettoria che sopravanza da entrambe le parti il periodo che va dall’autunno dell’89 all’inverno del ‘91. Se il dopo è la storia italiana e globale dei nostri giorni, il prima si compone di tutta una serie di crepe che si aprono negli anni del sistema-mondo diviso in due blocchi e nel suo corrispettivo nazionale.

I grandi eventi che cambiano il mondo suscitano rapidi processi trasversali destinati a scomporre e ricomporre su basi nuove i rapporti sociali, culturali e politici. Non è troppo difficile, negli anni Settanta e negli anni Ottanta, vedere le crepe e il loro moltiplicarsi, ma in pochi sono in grado di coglierne la reale profondità e prepararsi all’imminenza di una così rumorosa frana. Achille Occhetto è fra questi. Non è certo in quei tre giorni che separano la caduta del muro di Berlino dalle sue esplosive dichiarazioni a Bologna che Occhetto ha maturato la convinzione di dover aprire una pagina nuova della sinistra istituzionale italiana; nemmeno si può dire che abbia delle responsabilità nel mutamento di larghissima portata che si trovò a dirigere. Sembra molto più realistico pensare che Occhetto abbia sfruttato l’eco simbolico di quel crollo per tentare di agire nel miglior modo possibile sul più lento, di più lunga durata e forse inesorabile crollo del suo partito. L’esigenza di riorganizzazione complessiva di una sinistra scaturisce dalle mutazioni del mondo che mutano i termini sui quali si è sviluppata la sinistra su scala mondiale, dalla crisi delle vecchie idee della sinistra dinnanzi al manifestarsi di nuove contraddizioni che mettono in campo nuovi soggetti, nuove idealità e obiettivi di trasformazione.

Achille Occhetto arriva ai vertici del Pci in un momento di chiara crisi. Il vuoto lasciato nella segreteria dal carisma di Berlinguer non può essere colmato dalla fisionomia troppo sovietica del compagno Natta, che ne prende il posto nel 1984 dopo la prematura morte. I dati elettorali di quegli anni segnano un lento ma inesorabile calo dei voti rispetto alla crescita significativa degli anni Settanta. Dopo il fallimento del compromesso storico, il programma politico si riduce all’attendismo dell’opposizione. Gli anni Ottanta vedono in Italia il saldo e impenetrabile equilibrio di potere del pentapartito: una coalizione composta da Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Socialista Democratico Italiano, Partito Repubblicano e Partito Liberale; una coalizione che sembra costruita apposta per escludere il Partito Comunista da qualsiasi possibilità di partecipazione al governo. Il sistema di potere italiano è bloccato e le porte sono chiuse ai comunisti in una nuova variante di quel bipolarismo imperfetto che caratterizza tutta la storia della prima repubblica. Ma nel 1986 come coordinatore nazionale e nel 1988, dopo un infarto del compagno Natta, come segretario generale quando Achille Occhetto prende la guida del partito la crisi è molto più profonda. Nel corpo stesso della società italiana è in atto una transizione complessa, iniziata negli anni Settanta, che porterà cambiamenti fondamentali nelle vite della classe che il PCI – non si può non riconoscerlo – ha reso soggetto attivo della storia italiana.

É in atto una ristrutturazione del sistema produttivo destinata a scompaginare il modello della grande fabbrica e i ruoli che da essa si proiettano nella società. Tra il 1971 e il 1975 a Torino nascono 18.000 nuove imprese fondate da ex-operai o figli di operai. Questo dato descrive l’uscita dei lavoratori dalla grande fabbrica verso un lavoro differente, non tanto nelle mansioni quanto nella posizione nel singolo processo produttivo. Questi lavoratori guadagnano un’autonomia nuova rispetto al padrone prendendosi carico di una parte del suo ruolo, e instaurano una relazione diversa con il lavoro e con i suoi frutti (ne parliamo nella sezione sul lavoro del secondo numero, Figure dell’immediatezza). Il soggetto operaio, il lavoratore salariato, la forma della contraddizione capitale-lavoro caratteristica del modello fordista e la  strutturazione sociale che da esso derivava, muta in qualcosa di differente – non meno problematica e contradditoria, ma inedita e incomprensibile per le categorie in uso nel PCI. Il soggetto storico del Partito Comunista Italiano - maschio con la tuta blu, padre di famiglia di pochi consumi, mosso da una profonda etica del lavoro e da una forte coscienza collettiva non scompare, ma perde la centralità che lo aveva caratterizzato nei decenni precedenti. Il mondo del lavoro viene investito da un processo di diversificazione che intacca profondamente quel senso di unità della classe lavoratrice sul quale il PCI aveva costruito la sua egemonia. Dalla centralità della grande impresa al modello della piccola e media, dall’industria alla terziarizzazione: assieme alla forma della produzione sono le autorappresentazioni degli stessi lavoratori che sono in una fase di transizione; mutano i loro valori, le loro necessità, i loro bisogni e i loro desideri. Non possiamo non vedere che la mutazione dell’ultimo decennio ha ridisegnato volto, profilo e identità delle società moderne scomponendo e ricomponendo identità di classi, ceti e assetti sociali; ridisegnando gerarchie di bisogni e di consumi; facendo maturare contraddizioni inedite; sollecitando l’emergere di nuove soggettività e nuovi diritti.

Tanto di tutto questo è stato visto e compreso nel suo accadere dal movimento operaio e studentesco negli anni Settanta, dalle sue inchieste e dagli intellettuali che lo attraversavano. Il Partito Comunista però è stato sordo, incapace di autocritica e interessato più a proteggere la propria presunta omogeneità, la propria verità rivelata e la propria purezza, che a mettere a verifica la propria visione per comprendere le trasformazioni della realtà.

Figura classica di questa transizione è la marcia dei 40.000 colletti bianchi della FIAT che il 14 Ottobre 1980 scendono in piazza per protestare dopo 35 giorni di sciopero degli operai. In questo evento si è soliti vedere affrontarsi e scontrarsi la classe operaia e il ceto medio. La marcia dei 40.000 diventa allora una sorta di immagine del processo di ristrutturazione della società italiana che in quegli anni si palesa: una bruciante sconfitta operaia – dopo la mobilitazione dei colletti bianchi la Cgil decreterà la fine dello sciopero contro i licenziamenti, accettando di fatto condizioni sfavorevoli per gli operai – ma soprattutto la vittoria di quel ceto medio che si era fatto spazio silenziosamente negli anni Settanta e che negli anni Ottanta diventa un soggetto fondamentale nella composizione, culturale e politica, del paese. Un’altra figura che può ben rappresentare i mutamenti sociali degli anni Ottanta è il referendum sul taglio della scala mobile dell’1985. Il 14 Febbraio 1984 il Governo di Craxi vara un decreto che taglia la scala mobile, lo strumento finanziario attraverso il quale si tenta di allineare i salari al costo della vita al fine di contrastare la diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori di fronte all’aumento dei prezzi. Il PCI e la Cgil indicono un referendum per abrogare questa azione profondamente anti-operaia. Craxi – da classico copione liberale sostiene che il taglio sia necessario per risolvere la stagnazione in cui si trovava l’economia italiana e per limitare processi inflattivi, e quindi faccia anche gli interessi dei lavoratori salariati. Con il 54% vince la linea del Si (la non abrogazione) con risultati significativi anche in zone ad alta concentrazione operaia.

Quando alla Bolognina Achille Occhetto dà inizio al processo di scioglimento del Partito Comunista Italiano, oltre alle macerie del muro di Berlino ha davanti le macerie del mondo sul quale il partito aveva costruito il suo significato storico; guardandole presagisce un mondo nuovo e carico di possibilità che vorrebbe essere capace di interpretare e organizzare. Non sarà così, ma questa è un’altra storia.

COMPAGNI E FRATELLI. Il sogno di Achille Occhetto è un sogno semplice: costruire una nuova forza politica capace di aggregare tutte le forze di sinistra progressiste e riformatrici che, anche se non si riconoscono nel Partito Comunista e nella sua tradizione storica, assieme a questo possono costruire un soggetto pluralista capace di rompere il blocco del sistema politico e proporre un’alternativa di governo all’altezza dei tempi. Il mondo nuovo ha bisogno di una forza nuova che sappia governare il cambiamento in atto. Personalmente non mi sono proposto di volare alto. L’appello che parte dal PCI è aperto a tutti: ai socialisti, alla sinistra della Democrazia Cristiana, ai Verdi, ai Radicali, ai movimenti pacifisti e ambientalisti, al movimento delle donne, al movimento studentesco, all’associazionismo cattolico, alla società civile in ogni sua articolazione; a chiunque non si senta rappresentato nell’attuale gioco politico. Il campo degli interlocutori è delimitato da quattro aggettivi: democratico, progressista, riformista e di sinistra. Il fine è quello solito: la liberazione dell’uomo e il socialismo inteso come processo di democraticizzazione integrale della società.

Dal seme del PCI si apre alle nuove componenti per procedere verso la strada maestra di un ordine sociale ed economico più giusto e più umano. I modi sono quelli della democrazia costituzionale e di una trasformazione qualitativa della realtà, fuori da qualsiasi utopismo da momento finale della storia conseguente ad una presa di potere da parte della sinistra. È fondamentale apparire credibili.

Se il sogno di Achille Occhetto è un sogno semplice, il compito che si è dato è ben più difficile. L’uditorio che vuole convincere è più che mai variegato: da una parte bisogna parlare ai militanti del PCI, confortare la loro necessità di continuità con la tradizione comunista, i valori sui quali hanno costruito coscienza politica e identità personale, il loro smarrimento di fronte alla fine del socialismo reale che – per quanto criticato dai comunisti italiani a partire dal ’56 – rimaneva un’alternativa esistente al mondo capitalista, al suo modello di produzione e ai suoi problemi; noi vogliamo cambiare molte cose, ma non vogliamo uscire dal solco storico da cui proveniamo, vogliamo allargarlo. Dall’altro lato Achille Occhetto deve parlare all’intero arco democratico e progressista della società italiana esterno al PCI, alla sua tradizione e ai suoi valori, deve convincerli che quelli del PCI non sono più i soliti comunisti; noi diciamo chiaramente che il socialismo reale ha prodotto sofferenze non minori di quelle contro le quali era sorto e che perciò ha tradito la causa della liberazione umana. È un esercizio di equilibrismo: un accenno alla tradizione comunista, uno al valore della democrazia occidentale; una citazione di Gramsci, una di Papa Giovanni Paolo II; uno sguardo orgoglioso alla storia del movimento operaio; una critica alla mancanza di libertà dei paesi dell’est. D’altronde se il bipolarismo è finito c’è bisogno di qualcuno che inizi a pensare al futuro del mondo fuori da quello schema. Mutano i termini del conflitto ideale, politico e sociale su scala planetaria. Questo conflitto è stato caratterizzato fino ad identificarsi con quello tra i due blocchi contrapposti e tutto ciò ha cristallizzato e distorto la lotta per il socialismo a oriente e a occidente. Non c’è dubbio che la sinistra europea sia stata condizionata e che la sinistra americana non abbia potuto svilupparsi perché lo scontro tra sinistra e destra si è identificato con lo scontro tra i due blocchi, tra due campi: quello cosiddetto socialista e quello capitalistico. È necessario un ripensamento generale delle posizioni politiche fuori dagli schieramenti determinati dalla conformazione geopolitica propria della Guerra Fredda e dai suoi semplici schematismi, unire quello che Yalta ha diviso: il meglio della tradizione democratica e il meglio della tradizione comunista. La caduta del muro di Berlino segna allora uno spazio di possibilità inedita nel quale un nuovo modello di sinistra – italiana e europea possa reinventarsi risolvendo i giganteschi errori e le criticità del passato, abbattendo gli steccati ideologici che per troppo tempo hanno tenuto separato i compagni dai compagni e i fratelli dai fratelli (e i fratelli dai compagni).

Si tratta di unire due ideali che nel nostro secolo sono stati contrapposti: l’ideale di libertà e l’ideale di uguaglianza. Oggi noi vediamo chiaramente come a est la mancanza di libertà ha prodotto costi e sofferenze enormi impedendo all’uguaglianza stessa di affermarsi e vediamo come a ovest, il difetto di uguaglianza teso continuamente a ridurre la libertà a volontà di dominio ha impedito un’espressione piena e universale della stessa libertà. Questa contrapposizione è all’origine di altre: quella tra stato e mercato, socialismo e democrazia. Considerati di volta in volta rispettivamente l’uno come il bene e l’altra come il male.

APRIRSI ALLA DIFFERENZA. Si tratta di andare oltre. I temi classici del PCI non scompaiono, ma vengono riposizionati in elenchi più variegati. Alla centralità del lavoro si affiancano nuove centralità: l’ambiente e le questioni di genere in primis. Stessa sorte capita al soggetto cardine della visione comunista del mondo, quella classe operaia che, in quanto elemento strutturale del sistema produttivo, liberandosi avrebbe liberato tutte le classi compresi i suoi nemici; ora la classe operaia è elemento in una lista aperta e plurale in cui classi e ceti differenti convivono con soggettività inedite. Il riferimento passa dalla classe al cittadino, nella sua estrema varietà; dal collettivo all’individuale. La lista rimane in via di definizione, flessibile alle vibrazioni di una società complessa per la quale nessuno può più proporre ricette scientifiche. Non sarà una semplice somma di elementi nuovi e vecchi in inedite alchimie, ma la sintesi di tensioni eterogenee che devono essere valorizzate nella loro autonomia. Non si può più fare l’errore, teorico e pratico assieme, di ricondurre tutti i conflitti all’unicum della lotta di classe. Sono anni che lo dicono tutti: serve qualcosa di aperto e plurimo. Le certezze monolitiche dell’ideologia vengono sostituite dalla concertazione di una pluralità di voci e visioni del mondo, interessi e bisogni differenti, che dovrebbero armonizzarsi per una liberazione integrale dell’uomo. Nessuno ha tutta la verità in tasca, ognuno ne ha un pezzetto. In varie forme e modi l’uno vien sostituito con i molti, l’omogeneità con la differenza.

Al centro c’è la differenza di genere. Fondamentale il contributo del movimento di liberazione della donna e il ripensamento radicale che è stato proprio del pensiero della differenza sessuale del rapporto tra uguaglianza e diversità, tra identità e differenza. […] È anche questo un percorso che conduce ad una nuova responsabilità verso di sé, verso gli altri e verso la natura. La differenza femminile, oltre a diventare uno dei cardini ideologici del nuovo partito segnando una discontinuità con la tradizione machista del PCI diventa modello e figura di questo moto di apertura. Sono le donne che pensandosi come parzialità in confronto con la parzialità maschile (differenza in confronto a differenza) mettono a nudo la pretesa totalizzante e totalitaria degli uomini e di chiunque si pone come totalità onnicomprensiva. Sono le donne che con le loro lotte rendono chiaro il limite del partito nella possibilità di modificare l’esistente entro le sue traiettorie classiche, aprendo conflittualità inedite e rendendo palese la necessità un nuovo rapporto tra le contraddizioni di classe e le contraddizioni trasversali. Sono le donne che con la loro stessa presenza mettono in campo una contraddizione al mito dell’omogeneità della classe operaia e ne prefigurano il disincanto. È solo attraverso le criticità che pone il movimento di liberazione della donna che è possibile ripensare un partito che sia veramente democratico e veramente di sinistra. Achille Occhetto lo sa e allarga la lezione appresa dalle donne a tutte le differenze rimosse dall’universalismo comunista – all’interno come all’esterno. La nuova formazione politica vuole essere innanzitutto questo: la piena espressione delle differenze che sono già dentro di noi e che possono, se valorizzate nella loro autonomia, collegarci a tante altre lotte che ci sono all’esterno, infatti essenziale diventa per tutti l’apertura all’esterno e la capacità di contaminarci, di incontrarci, di riconoscere i valori, le energie liberatrici degli altri movimenti e delle altre culture. Entrambe le direttive di apertura, quella verso l’esterno (non-comunisti) e quella verso le differenze interne (le minoranze e i temi considerati secondari nella vulgata comunista come la questione femminile) segnano una svolta radicale nella storia del Partito Comunista Italiano.

In Italia, una forma specifica di dialettica tra identità e differenza è stata fondamentale per la costruzione della fisionomia politica del partito comunista in senso identitario: verso l’esterno la differenza comunista (la separatezza dagli altri partiti e dalle altre organizzazioni in una sorta di lotta contro la contaminazione borghese, decadente, individualista, del malaffare e della corruzione); verso l’interno l’unità. Negli anni ’50 e ’60 i comunisti, ovunque al di qua dal muro di Berlino, sono come dei soldati oltre le linee nemiche – devono serrare i ranghi se vogliono resistere. L’Italia poi è un paese di confine, oltre Trieste c’è la Jugoslavia del Comandante Tito. L’identitarismo comunista è allora una tattica di sopravvivenza in ambiente ostile. Cosciente dell’impossibilità di governare in un paese del blocco Nato senza rinnegare la propria verità, abbandonata l’ipotesi armata, il partito di Togliatti non può che assumere la posizione del riccio. Lavora alla politicizzazione dei suoi quadri; punta a trasformare ogni elettore in un militante e integrarlo in una visione totale della realtà nella quale il partito ha un ruolo fondamentale. Pur nella dimensione organizzativa, nel numero dei suoi iscritti e nella capillarità con cui è diffuso sul territorio, il PCI si rappresenta e forma i suoi in netta separazione con il resto della società italiana (potremmo citare Pasolini ma non lo faremo). Ha una verità rivoluzionaria da tutelare a qualsiasi costo, di fronte a questa ogni differenza sembra una devianza, ogni minoranza un rischio di scissione, ogni critico un nemico. Così facendo produce un’organizzazione impegnata a tutelare sé stessa, spesso rigida e sorda verso l’esterno, in seria difficoltà quando c’è da metabolizzare input nuovi. Come una membrana l’identità comunista separa dal fuori e dà una forma al dentro definendo in modo chiaro e univoco. Qualsiasi alterità interna o esterna al Partito prende la forma del germe che può contaminare il corpo sano. La membrana protegge ma separa rendendo minimi gli scambi con l’esterno.

Nella proposta di Achille Occhetto questa membrana deve diventare sommamente permeabile, lasciare entrare il diverso e l’estraneo per ridefinire forme, valori e immaginario. Il nuovo partito porterà dentro di sé la differenza non come devianza, non come idea di scissione e frantumazione ma come momento attivo di costruzione dell’unità. D’altronde è chiaro a tutti come la differenza comunista oltre a tattica di sopravvivenza sia stata ragione di squalifica del partito dalle possibilità di governo e causa di un destino da eterna opposizione. Perché noi, come le altre forze politiche, troppo a lungo abbiamo avuto la presunzione di avere il monopolio della verità politica. Mentre oggi bisogna prendere atto che è solo in rapporti alla società e alle sue diverse articolazioni che si può costruire una politica, solo aderendo alle domande, alle intelligenze, ai diritti, alle forze che maturano nel corpo della società che si può aspirare al governo del paese. L’apertura del Partito alla differenza è nello stesso tempo un tentativo di risolvere la sua crisi identitaria e una mossa politica finalizzata a guadagnare la credibilità necessaria per poter accedere alla stanza dei bottoni. La trasformazione culturale che fa perno sulla reinterpretazione della differenza da rischio a valore, ha un corrispettivo anche nella forma organizzativa del partito. Non solo un pluralismo politico interno ma un rinnovamento della struttura organizzativa che il partito comunista ha ereditato dal passato. Il centralismo democratico – il principio organizzativo di matrice leninista che interpreta i rapporti tra il partito e l’esterno secondo una dinamica di reductio ad unum della discussione interna ai fini dell’azione sulla realtà – viene sostituito con un’idea pluralistica, meno pragmatica, magari, ma garante di maggiore democraticità. Il centralismo democratico fa del partito un’istituzione prettamente omologante che riconduce le minoranze alla maggioranza. Il modello di base è quello militare, verticale e disciplinato: d’altronde Lenin deve fare la rivoluzione e non può permettere che il partito si perda in discussioni o si sciolga in rivoli e contro rivoli, ha bisogno di una struttura affidabile e solida. L’azione primeggia sulla discussione, l’unità sulla differenza, come sembra naturale in guerra. In tempo di pace invece il nuovo soggetto politico deve convertire la sua struttura piramidale in una nuova struttura a rete (ne parliamo in altri termini in Figure dell’immediatezza) sostituendo il centralismo con nuove autonomie su base regionale o locale capaci di controbilanciare il potere. Fondamentale è quindi abbandonare l’illusione di poter essere un grande partito e contemporaneamente esprimere una struttura politica strettamente omogenea. L’omogeneità è divenuto oramai un disvalore, segno di coercizioni e mancanze di democrazia. La linea diventa allora unire la maggioranza dei cittadini non su un obbiettivo finale, ma su un minimo comun denominatore. Superiamo l’idea del partito ideologico e onnicomprensivo e mettiamo in campo una vera e propria dottrina del limite del partito. Limite di rappresentare la coscienza ideale di ogni iscritto. Limite dinnanzi all’emergere di nuovi soggetti della società civile anch’essi portatori di soggettività politica ai quali vanno riconosciuti mezzi, spazi e funzioni. Il partito non ha più la pretesa di interpretare ogni singolo centimetro del paese ed ogni singolo attimo della vita dei suoi militanti secondo la propria visione totale del mondo. Finita la pretesa di possedere una verità generale per tutti, finisce il tempo della propaganda, ed inizia il tempo del dialogo; un’attenzione particolare dev’essere concessa in questo al momento dell’ascolto. È il modello del lean party che come la lean production riesce a garantire flessibilità e celere capacità di modificarsi nel contesto della società del just in time: meno appartato organizzativo e esternalizzazione di alcune mansioni, una struttura più leggera e capace di innovarsi di fronte alle necessità di un mondo più veloce e in mutamento. Anche se i compagni forse non se ne sono accorti è finito il Novecento e Achille Occhetto lo sa.

C’è un video su YouTube tratto da una puntata di Porta a Porta del 21 Aprile 1996, notte elettorale. Il PDS, forza trainante de’ L’ulivo, vince le elezioni politiche. D’Alema da un palco di una piazza gremita e festante, un sorriso che mostra i denti del giudizio, prende parola: «Quando noi saremo una grande forza della sinistra non ci sarà più quel marchio di origine che noi portiamo. Però vedete…» si fa passare una bandiera del PDS, la stende davanti a sé e indica il simbolo alle radici della quercia post-comunista: la falce e il martello. Visibilmente commosso si rivolge alla piazza dal microfono « …lasciatemi dire una cosa. Io sono contento che noi abbiamo portato al governo del paese anche questo simbolo». Grida, esultanze, pianti. Il PCI per governare in Italia doveva sciogliersi e presentarsi in una coalizione con a capo un ex democristiano come Romano Prodi (fra le altre cose già ministro tecnico dell’industria, del commercio e dell’artigianato nel 1978 per il quarto governo Andreotti). Doveva farlo e l’ha fatto.

LE LACRIME DI ACHILLE. Alla fine di tutto, il 4 settembre 1991 sciolto il Partito fondato nel 1921 da Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Amedeo Bordiga e nato il PDS, che poi sarà nel 1998 DS e nel 2007 uno dei nuclei fondativi del PD – Achille Occhetto scoppia in lacrime. Qualcuno ci vede le lacrime del coccodrillo che si rammarica dopo essersi saziato della propria preda; qualcuno lo sfogo naturale di un uomo che ha retto – malgrado tutto e tutti uno sforzo sovraumano; qualcuno il conflitto tra il cuore che ancora batte alle note di Bandiera Rossa e la ragione che dice che oramai non è più tempo. Quale che sia l’interpretazione migliore di quelle lacrime sappiamo che Achille Occhetto le ha piante gli occhi rivolti al passato glorioso e infame del Partito Comunista Italiano nel momento stesso in cui diventava definitivamente passato; le spalle rivolte al futuro che lì si apprestava a cominciare. È difficile sapere cosa si veda da quel punto della storia italiana; di certo non si vede quello che vediamo noi adesso. Achille Occhetto non può sapere – un po’ stiamo scommettendo sulla sua sincerità ma ci assumiamo il rischio – che la fine della differenza comunista troverà un significato pieno nell’accettazione del mercato e della sua specifica giustizia, che l’apertura al mondo si realizzerà veramente, ma che il mondo dal quale il PCI si forzatamente era separato è quello dove dominano incontrastati gli interessi del capitale. Non può immaginare che la fine della rigidità ideologica troverà pieno compimento in quell’ideologia morbida che si presenta come sguardo realista e neutro sul mondo che è il neo-liberismo. Dall’oggi si vede chiaramente che lo spazio che Achille Occhetto ha aperto viene in poco tempo colonizzato e ridotto ad uno specchio del mondo e ad uno strumento di governo dell’essente e dei suoi interessi senza possibilità altre. Unire gli ideali di libertà ed uguaglianza ha significato ricondurre tutto sotto l’egemonia di una libertà e di un’uguaglianza precise: quelle dell’individuo come attore del mercato e nucleo primario di un profitto, suo o altrui che sia. Parole come conflitto e contraddizione, o una critica all’organizzazione economica e sociale e al modello di produzione, di vita e di consumo dei paesi più ricchi e industrializzati, ancora centrali nei discorsi di Achille Occhetto, sono dopo dieci anni di crisi scomparse dal dibattito pubblico e risulta a tutti difficile pronunciarle, a tavola a Natale come in televisione. Da quel palco di Rimini, Achille Occhetto non sa cosa alle sue spalle sta preparando la storia, e piange.

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