pausa vacanze.jpeg

IL SITO SI PRENDE UNA PAUSA ESTIVA. A PRESTO!

Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

illatocattivo

Covid-19 e oltre

di Il Lato Cattivo

latocattivo Covid 19 def html immc324b9002ca670e6«Nulla l'uomo teme di più che essere toccato dall'ignoto»

(Elias Canetti)

In un mondo economicamente in avaria, ma politicamente stagnante, lo shock deve talvolta arrivare «dall'esterno», da fattori o eventi che inizialmente non sono né economici né politici e, all'occorrenza, nemmeno strettamente umani. Non che le epidemie possano dirsi fenomeni puramente biologici1, ma ci pare evidente che se quest'episodio dell'eterna lotta fra l'uomo e gli agenti patogeni, che oggi va sotto il nome di Covid-19, sta prendendo una piega così drammatica, ciò risulta dall'ambiente peculiare – quello sì, puramente sociale – in cui essa si svolge. Che una «tempesta perfetta» in ambito economico fosse in arrivo, lo si sapeva da tempo2. Che questa si sarebbe coniugata con una pandemia di vaste proporzioni, difficilmente lo si sarebbe potuto prevedere. Ciò introduce innegabilmente un elemento di novità nello scenario, la cui valutazione richiede prudenza e sangue freddo: troppe volte si è detto che nulla sarebbe più stato come prima per i più insulsi spostamenti di virgola. Vero è che il concreto modo di vita di una parte crescente della popolazione mondiale è già pesantemente intaccato (circa tre miliardi di confinati sulla carta al 25 marzo), e la tendenza andrà senza dubbio rafforzandosi. I pochi che ancora pensano di poter tornare al solito tran-tran dopo tre settimane di quarantena light passati su Netflix, resteranno delusi. Non solo e non tanto perché, in Italia come altrove (Francia, Spagna etc.), il famoso picco dei contagi si fa attendere, ma soprattutto perché il ritorno a una parvenza di normalità nell'attività economica e negli spostamenti quotidiani si farà a epidemia ancora in corso, imponendo considerevoli misure di monitoraggio e di messa in sicurezza al fine di scongiurare una seconda ondata di contagi e di decessi. Ciò vale in particolare per i paesi in cui la tentazione neo-malthusiana della «immunità di gregge» è stata variabilmente respinta.

Frattanto, l'oggetto della teoria comunista resta quello di sempre: il rapporto sociale capitalistico in quanto portatore del suo stesso superamento o della sua riproduzione ad un livello superiore. Rapporto di sfruttamento fra classi antagoniste che, fra quelli esistiti storicamente, è il più contraddittorio e dunque il più dinamico. In mezzo alla baraonda di fatti e discorsi sui fatti, si tratta di cogliere le ricadute che gli sviluppi attuali introducono in questo rapporto, sul breve come sul lungo periodo. Ciò che, detto per inciso, è l'esatto opposto della leggerezza con cui alcuni inneggiano al «crollo del capitalismo» – espediente grazie al quale tutto diventa facile perché si fa bellamente sparire la realtà, che invece è fatta di ineguali declinazioni socio-economiche e istituzionali, di ineguali tassi di incidenza e temporalità della diffusione del virus, di differenti strategie di risposta all'emergenza sanitaria. Senza dimenticare l'ineguale ripartizione delle perdite sull'insieme dei singoli capitali, sul versante della crisi economica. Ancora e sempre, l'ineguaglianza dello sviluppo è la regola nel processo storico. Le note che seguono – poco più che un patchwork – non sono che un modesto tentativo di messa a fuoco, ad uso nostro e di coloro che ci leggono.

Cominciamo col dire che la situazione determinata dalla diffusione internazionale della pandemia, mette definitivamente a nudo un certo numero di limiti inerenti al ciclo di accumulazione generalmente definito «mondializzazione», e allo stesso tempo impone ai soggetti interessati (imprese e centri di potere a tutti i livelli) di fare i conti con tali limiti, imbastendo urgentemente risposte immediate, alcune delle quali (poche) – come sempre accade in un quadro concorrenziale – si riveleranno adeguate e passibili di essere generalizzate, mentre altre (le più) finiranno nelle pattumiere della storia. Per riprendere ancora una volta una formula su cui abbiamo spesso insistito, il «segreto laboratorio della produzione» è appunto questo: un laboratorio, a partire dal quale gli agenti dell'accumulazione muovono senza sosta – anche nelle situazioni più disperate – per adattarsi alle nuove condizioni di volta in volta poste in essere, e modificarle a proprio vantaggio non appena se ne presenti l'occasione. Procediamo quindi ad una sommaria disamina dei limiti di cui dicevamo, non senza avanzare qualche ipotesi sulle risposte che susciteranno.

In primo luogo, l'emergenza attuale svela la fragilità delle supply chains mondializzate e l'inadeguatezza dell'opzione zero stock. Negli Stati Uniti, si è visto fino a che punto l'approvvigionamento in medicine e materiale medico dipenda dalle forniture provenienti dall'altra sponda del Pacifico. Come è noto, la diffusione del Covid-19 ha conosciuto un secco arresto in Cina e la produzione sta riprendendo. Ciononostante, il picco dei contagi negli States verrà verosimilmente raggiunto in aprile o maggio, con un tasso di incidenza previsto tra il 30% e il 40% della popolazione. L'aumento della domanda sarà imponente. Verosimilmente, gli Stati Uniti saranno dunque costretti a varare misure volte alla rilocalizzazione della produzione in questo settore, non fosse che in misura parziale, per determinati prodotti farmaceutici o apparecchiature mediche. La requisizione della General Motors per la fabbricazione di respiratori, permessa dal Defense Production Act, è un primo passo in questa direzione. Se questa tendenza dovesse acuirsi, si tratterebbe di un'accelerazione considerevole nel decoupling sino-americano già avviato in altri settori (l’industria militare, soprattutto). In Gran Bretagna, la penuria generata dall'assalto ai supermercati ha messo in luce la dipendenza alimentare di un paese il cui fabbisogno in alimenti di base è soddisfatto per il 50% dalle importazioni (dall'UE principalmente), e in cui l'aumento vertiginoso della rendita fondiaria urbana ha pesantemente ridotto le capacità di stoccaggio, concorrendo allo stesso tempo al declino dell'agricoltura locale3. In Francia, il Ministro dell'economia Bruno Le Maire, in una conferenza stampa del 9 marzo, ha precocemente preso atto degli scenari che si vanno delineando:

«[…] sono convinto che ci saranno un prima e un dopo questa epidemia di Coronavirus, per quanto riguarda l'organizzazione dell'economia mondiale. Si vede bene, in un certo numero di settori, fino a che punto sia importante riflettere su una migliore organizzazione delle catene del valore, sulla rilocalizzazione di un certo numero di attività strategiche, in particolare in ambito sanitario, e fondare una mondializzazione in cui le catene del valore siano meglio protette, più indipendenti, in modo da evitare allo stesso modo spostamenti che sono talvolta inutili, allorché certe produzioni possono essere effettuate nelle vicinanze.»

Che si possa articolare un simile discorso facendo ancora riferimento alla mondializzazione, mentre in realtà si sta parlando del suo smantellamento, è solo un ossimoro politicantesco: il dado è tratto! Si potrebbero enumerare infiniti esempi, indicazioni e suggestioni analoghi.

In secondo luogo, l'emergenza attuale rivela a quali rischi si espone l'accumulazione capitalistica in un contesto di sotto-finanziamento dei sistemi sanitari pubblici e delle infrastrutture in generale. Ricordiamo che la necessità e la durezza delle misure di quarantena dipendono in primo luogo dalla capacità del sistema sanitario di rilevare i contagi effettivi all'interno della popolazione e di prenderli in carico. In un quadro ipotetico di sovrabbondanza di posti letto negli ospedali e di una massiccia e immediata disponibilità di tamponi, la quarantena non avrebbe nulla di ineluttabile, e potrebbe essere evitata. Senza farsi illusioni sulla lungimiranza o sulla nobiltà d’animo dei suoi decisori e governanti, lo si è visto bene in Corea del Sud, che quanto a dimensioni non è la Cina, ma nemmeno San Marino (50 milioni di abitanti), e se presenta indubbiamente un'età media più bassa dell'Italia (42,1 contro 46,3), registrava ad inizio marzo il doppio dei casi ufficiali di contagio. Non ci si stupirà se in Corea del Sud il numero dei posti letto ospedalieri ogni 1000 abitanti è pari a 12,27, contro i 3,18 dell’Italia (dati del 2017). Per il belpaese, un recente rapporto dell'Osservatorio GIMBE4 stimava in 37 miliardi i tagli alla sanità pubblica operati dal 2010 al 2019, sottratti per circa la metà a infrastrutture, apparecchiature e materiali, e per l'altra metà a nuove assunzioni ed aumenti salariali (medici, personale amministrativo e dirigenti, in particolare). Non saremo certo noi a impietosirci per quelli che Marx fustigava come co-divoratori di plusvalore, ma ci sia permesso di dire che le remunerazioni elevate di talune categorie professionali sono volte a suscitare non solo prestigio o reverenza presso utenti e subordinati, ma anche spirito di corpo e disponibilità al sacrificio individuale nei diretti interessati – salvo pensare sia auspicabile che un chirurgo entri in sala operatoria con la stesso atteggiamento di un operaio-massa alla catena di montaggio. Nella misura in cui questi livelli di remunerazione vengono erosi, si indebolisce anche il loro corollario soggettivo. Che dire dei medici in pensione lombardi, di cui solo il 10% si è detto disponibile a riprendere il servizio? Che dire della Regione Lombardia, costretta a importare medici e virologi da Cina, Cuba, Venezuela e Russia? Che il vento dell'Est abbia preso a soffiare sulla capitale dell'autonomismo leghista euro-compatibile e della movida sinistrorsa dell'aperitivo a tutti i costi, è un fatto non privo di una certa ironia. Nel mentre, in Veneto, pare che Zaia si sia convertito alla scuola coreana: rilevazioni di massa a un ritmo di 20.000 test al giorno per tre settimane. In ogni caso, è chiaro che le misure di quarantena più drastiche, introdotte per evitare l'implosione di sistemi sanitari spesso già allo stremo delle forze, sono poi estremamente dolorose in termini di ripercussioni sull'attività economica. Il paradosso che ne risulta è dunque che a forza di risparmiare sul sistema sanitario, basta un virus un po' più aggressivo e letale della solita influenza, per far perdere dieci punti di PIL. Sempre che non si scelga di lasciar crepare la gente.

In terzo luogo, l'emergenza attuale rivela – in particolare all'interno dell'Unione Europea – i guasti di una multilevel governance che, a forza di «sussidiarietà» e redistribuzione delle competenze dello Stato nazionale verso il basso e verso l'alto (regioni e organismi internazionali), si mostra ormai incapace di produrre un ordine qualsivoglia. Non è una novità: lo si era già visto con la crisi migratoria del 2015. Ma adesso la faccenda è alquanto più seria, almeno in Italia, non da ultimo perché coinvolge direttamente le sue regioni, a cui compete la programmazione e l'organizzazione dei servizi sanitari. E si è visto come in quest'ambito ciascuno faccia un po’ come gli pare. I singoli paesi dell'UE fanno altrettanto, del resto. Il 23 marzo, in un'intervista apparsa sul quotidiano francese Le Monde, il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ha ribadito per l'ennesima volta l’auspicio di circostanza di una ever closer Union: «La crisi del Coronavirus deve permetterci di avanzare verso un’Europa Unita». Ma chi ci crede più? Piaccia o meno, Marine Le Pen è incomparabilmente più in fase con la realtà nel dichiarare ai microfoni di RT France (25 marzo) che «l'Unione Europea è la prima vittima del Coronavirus». Il fatto nuovo è che il diktat del rigore sui conti pubblici è venuto meno anche in Germania, cosa che rischia di sfociare in un allentamento generale dei vincoli di bilancio. Macron ha colto la palla al balzo per annunciare, il 25 marzo, un piano di investimenti «massicci» nel sistema sanitario. Sensazionalismi a parte, bisognerà vedere di quali cifre si parla. Ma se la UE non riesce più a disciplinare i suoi membri (PIIGS e non), essa si riduce ad essere una mucca da mungere per i più freschi (o i futuri) aderenti, e diventa perfettamente inutile anche per coloro che fino ad ora sono ingrassati alla sua ombra.

A proposito di governance, quasi tre anni fa scrivevamo:

«L'integrazione fra Stato e impresa privata – e mafia nel caso italiano, come sicuramente in altri – è diventata troppo forte, anche dal punto di vista, prettamente capitalistico, del loro funzionamento ottimale. […] questa coesistenza e combinazione di gestione manageriale e gestione parassitaria della sfera statale, con tutte le loro interpenetrazioni, limita grandemente l'efficacia e la reattività dell'azione statale in rapporto alla società, soprattutto in una situazione di rarefazione del plusvalore. […] Dal punto di vista del disperso «partito della sovversione», l'attuale disfacimento dello Stato separato è una buona novella, che annuncia la possibilità di una paralisi istituzionale completa di fronte ad un'eventuale rottura insurrezionale. Guardiamoci però da facili ottimismi: una ripresa rivoluzionaria, o anche solo un forte slancio rivendicativo, potrebbe contrariare questa tendenza in luogo di esacerbarla.»5

Il principale difetto di questa analisi, è che valuta il malfunzionamento dello Stato nazionale esclusivamente nell'ottica dell'«obiettivo finale» della lotta di classe, trascurandone gli effetti immediati sul «movimento». È auspicabile una paralisi istituzionale in assenza di una prospettiva rivoluzionaria immediata, a cui si aggiunga – per ipotesi – una situazione di grave emergenza sanitaria? Libertà a ciascuno di desiderare in cuor suo il caos o l'apocalisse, ma poi non ci si lagni se nonni e genitori finiscono per morire come cani, a casa o nei corridoi di ospedali fuori controllo. Inoltre, nella misura in cui le disfunzioni dello Stato minchione con cui ci troviamo ad avere a che fare oggi, si ripercuotono pesantemente nella quotidianità di chi non ha alternative al servizio pubblico – non solo operai e impiegati, ovvero il grosso dell'esercito proletario attivo, ma in maniera crescente anche le classi medie inferiori, salariate e non – questo stato di fatto sovradetermina il contenuto delle istanze e delle rivendicazioni sociali. Per dirla in due parole, più lo Stato non funziona, più la questione della sua riforma in senso sovranista contamina la lotta di classe quotidiana e gli umori politici delle classi cosiddette «subalterne», combinandosi in misura maggiore o minore con il confronto diretto con il capitale o il padrone di turno. Salvo voler fare i ventriloqui delle lotte degli altri, e metter loro in bocca ciò che più ci aggrada, è impossibile passare sotto silenzio il fatto che nell'ondata di scioperi operai ancora in corso in Italia, le rivendicazioni sulle condizioni di lavoro (misure di sicurezza) e l'arresto dei settori d'attività non essenziali sono indirizzate allo stesso tempo al padronato e allo Stato, e costringono quest'ultimo ad adottare una condotta meno compiacente verso Confindustria e affini, cioè a far prova di una relativa autonomia rispetto ai desiderata della frazione dominante del padronato. Non è andata nella stessa direzione – oggettivamente, se non soggettivamente – anche le minaccia strisciante di saccheggi che ha spinto Conte ad annunciare i bonus spesa ? Queste misure, con altre già prese o da prendere, non andranno infine a squarciare la camicia di forza europea ?

Non senza rapporto con il punto precedente, la diffusione e le conseguenze del Covid-19 evidenziano infine i limiti della soggettività liberale, l'individuo sovrano della propria volontà e titolare del proprio corpo. Di fronte al contagio o al suo rischio, per se stessi e per altri, i principi del «faccio quello che mi pare» o de «il mio corpo è mio e lo gestisco io»6, mostrano tutta la loro relatività, per il semplice fatto che la connessione del singolo al corpo sociale, nonché la sua dipendenza da esso, fanno valere i loro diritti. Bisogna essere una scrittrice di successo a cui secca di non poter andare per negozi di scarpe, o un filosofo della biopolitica in aria di santità presso l'intellighenzia radical-chic, per non rendersene conto. Bisogna ancora stupirsi se liberali e libertari possono andare a braccetto nella denuncia di misure presuntivamente «liberticide»?

Da un punto di vista tanto teorico che pratico, l'emergenza del Covid-19 pone un problema ben più profondo di quello della morale individuale o della solidarietà fra generazioni, e che a ben vedere le sottende entrambe: che cos'è la società? Questione non proprio peregrina, e che impone di andare alla radice delle cose. A tal proposito, il buon Karl ha lasciato passaggi illuminati. Eccone un paio:

«Che la connessione sociale che sorge in seguito alla collisione degli individui indipendenti si presenti come una necessità oggettiva, e al tempo stesso come un legame esterno di fronte ad essi, rappresenta appunto la loro indipendenza, per la quale l'esistenza sociale è sì necessaria, ma è solo un mezzo, e quindi agli individui stessi appare come un'esteriorità, e nel denaro addirittura come un oggetto tangibile. Essi producono nella e per la società, ma al tempo stesso ciò si presenta come un puro mezzo per materializzare la loro individualità. Poiché essi non sono sussunti sotto una comunità naturale, né d'altro canto sussumono sotto di sé in quanto coscientemente comunitari la comunità, questa di fronte ad essi in quanto soggetti indipendenti deve esistere come un'oggettività anch'essa indipendente, esteriore, contingente.» (Karl Marx, Frammento di «Per la critica dell'economia politica», in Opere, Editori Riuniti, Roma 1986, vol. XXX, p. 521).

«Quanto più risaliamo indietro nella storia, tanto più l’individuo – e quindi anche l’individuo che produce – si presenta privo di autonomia, come parte di un insieme più grande: dapprima ancora in modo del tutto naturale nella famiglia e nella famiglia sviluppatasi in tribù; in seguito nella varie forme della comunità, sorta dal contrasto e dalla fusione della tribù. È soltanto nel XVIII secolo, nella “società civile”, che le diverse forme del contesto sociale si contrappongono all’individuo come un puro strumento per i suoi scopi privati, come una necessità esteriore. Ma l’epoca che genera questo modo di vedere, il modo di vedere dell’individuo isolato, è proprio l’epoca dei rapporti sociali (generali da questo punto di vista) finora più sviluppati. L’uomo è nel senso più letterale un ζῷον πολιτιχόν, non soltanto un animale sociale, ma un animale che soltanto nella società può isolarsi.» (Introduzione del 1857 a «Per la critica dell'economia politica», in Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, vol. I, La Nuova Italia, Firenze 1997, p. 5).

Quella che chiamiamo «società» non è altro che la connessione reciproca fra gli individui in quanto autonoma rispetto agli individui stessi, la loro stessa comunità prodotta e riprodotta al di fuori di sé, e capace di imporsi a ciascuno come una forza coercitiva esterna. Questa comunità indipendente dagli individui si prolunga nello Stato, senza tuttavia esaurirsi in esso. Quest'ultimo non si articola alla società come un corpo esterno, come un parassita: esso non fa che materializzare l'alienazione – intesa qui senza alcuna sfumatura umanista, essenzialista o psicologistica – ovvero lo scarto esistente tra attività individuale e attività sociale complessiva. Uno scarto che il grande pensiero borghese moderno, da Mandeville a Max Weber, passando per Hobbes, Vico, Smith e Hegel, non ha mai smesso di mettere a tema, ora nella forma ottimistica dei vizi privati che trasmutano in pubbliche virtù, ora in quella pessimistica delle buone intenzioni che lastricano la via dell'inferno.

A differenza del rapporto fra proletariato e capitale, l'opposizione fra l'individuo e la società non costituisce una contraddizione, non è il motore di alcunché, e non mina le basi della propria stessa riproduzione; ma ciò non significa che non produca effetti concreti. Di questa connessione fra gli individui che trascende gli individui, si deve sottolineare innanzitutto la pressione irresistibile che è in grado di esercitare sugli individui stessi. La forza di costrizione della società è rappresentata al meglio nella famosa immagine del Leviatano, il cui corpo è composto appunto da una molteplicità di individui. Per Hobbes, quello del Leviatano è il potere più grande perché «viene da tutti», e nessuno può sfuggirvi perché ciascuno, anche suo malgrado, vi partecipa. Contrariamente alle fumose concezioni contrattualistiche posteriori, in Hobbes il patto sociale (del tutto fittizio) non è un patto fra lo Stato e gli individui, ma un patto degli individui fra loro, che precede logicamente lo Stato e fonda la sua esistenza. Cos'altro è questo patto immaginario se non la traduzione ideologica – il patto come frutto di una «libera scelta» – di una connessione oggettiva che l'individuo trova sempre già apparecchiata? Per quanto quest'ultimo possa ben utilizzarla – come dice Marx – come puro mezzo per materializzare la propria individualità, al di là di un certo limite questo uso strumentale si rivela controproducente. È il nocciolo di verità contenuto nel rimprovero che ci rivolgevano i nostri genitori quando eravamo ragazzi: «...e se tutti facessero come te?». Noi ovviamente alzavamo le spalle, desistendo – pena una paio di sonori ceffoni – dalla sola risposta possibile che ci veniva in mente («chi se ne frega!»). Ma se si volesse prendere sul serio la domanda, bisognerebbe rispondere che la società è in grado di difendersi. Laddove la pressione sociale sull'individuo (attraverso interdetti, consuetudini, norme etc.) si allenta, l'iniziale guadagno in autonomia individuale, allorché tende a generalizzarsi, si rovescia nel suo contrario, perché la convivenza si degrada a tal punto da compromettere gli scopi privati di ciascuno. Ed è a questo punto che si attiva un meccanismo di difesa, finalizzato alla restaurazione di un ambiente in cui l'autonomizzazione dell'individuo divenga nuovamente possibile. Questi, beninteso, sono i limiti entro i quali si muove la produzione – sempre parziale – dell'individuo sociale all'interno delle formazioni sociali classiste, e di quella capitalistica in particolare, in un contesto di relativa pace civile. Questo discorso non rimette in causa né il la divisione della società in classi, né il carattere di classe dello Stato, ma spiega perché gli individui, e non da ultimo gli individui proletari, possano in determinate condizioni essere condotti a rafforzare la pressione sociale, ovverosia a ridurre i margini di autonomia individuale (socialmente ammessi e/o legalmente consentiti) quale sanzione dell'effettività della loro connessione reciproca. Esiste forse un altro modo, per i più deboli, di contrastare il neo-malthusianismo, quando la libertà personale è libertà del libero... virus nel libero pollaio?

Della connessione qui in oggetto, bisogna infine sottolineare la straordinaria resilienza. Adepti del «crollo del capitalismo» e altri collapsologues non solo hanno la memoria corta, ma fanno mostra di una visione totalmente reificata dei rapporti sociali. In Cina, nel 1961, il crollo della produzione industriale sfiorò il 40%; nel 1992, in Russia, raggiunse il 25%. Negli Stati Uniti, dal luglio del 1929 al marzo del 1933, esso fu complessivamente del 52%. Perché simili catastrofi, talvolta sfociate in carestie o crolli demografici, non sono mai bastate a disgregare i rapporti di produzione vigenti? Molto semplicemente, perché la società non è un'addizione di individui e/o di oggetti (fossero anche delle fabbriche). Ciò dovrebbe bastare a convincersi di due cose tutto sommato banali:

  • la prima, è che i rapporti sociali sono quanto di più invisibile e indecifrabile possa esistere, e la riproduzione di quelli capitalistici impone talvolta sacrifici immani dei suoi supporti materiali (cose e persone);

  • la seconda è che, per lo stesso motivo, essi non si lasciano né modificare a piacere, né disfare da un automatismo della storia (un «crollo», ad esempio). Ciò non significa che il modo di produzione capitalistico sia eterno, ma che la questione di come possa avvenire il suo superamento è una questione teorica in senso forte, da prendere sul serio e da trattare in maniera sistematica. Chi si limita a berciare slogan, non solo si rende ridicolo, ma elude la questione in luogo di rispondervi.

Annotiamo, infine, che con tutta probabilità lo smantellamento della mondializzazione implicherà una smentita degli assunti che per un certo tempo hanno messo d'accordo i più feroci critici del capitalismo e i suoi apologeti, in particolare la convinzione anti-dialettica di essersi definitivamente lasciati alle spalle l'epoca del capitalismo di Stato e le problematiche ad esso associate. Il superamento della mondializzazione, qualora riuscisse, non sarebbe certo un ritorno al vecchio keynesismo. Eppure, non stiamo già vivendo una nuova fine del laissez-faire? In questo senso, è da notare come, diversamente dalle nostre stesse previsioni7, il big bazooka stia sparando ancora. Eccome! Ma possiamo fin da ora affermare che i suoi effetti e le sue modalità ulteriori, col passare dei mesi, saranno sempre meno analoghi a quelli dei colpi precedenti. Malgrado il reiterato tentativo di evitare fallimenti a catena e di salvare banche decotte con una super-iniezione di liquidità e credito facile, resta aperto e si approfondisce il fossato tra imprese redditizie e dotate di reali capacità di autofinanziamento e investimento – che sono poche, ma esistono – e imprese con l'acqua alla gola. Solo le prime riusciranno ad adattarsi autonomamente all'ecosistema economico e produttivo che uscirà dallo scompiglio attuale. Verosimilmente, molte altre dovranno essere salvate ed eventualmente poste sotto la tutela dello Stato, ma ciò avverrà solo a determinate condizioni, e se considerate strategiche. Donald Trump si è già detto favorevole all'ipotesi di proibire i buybacks – ovvero l'acquisto dei propri titoli al fine di aumentarne la quotazione – alle aziende che saranno salvate8: ciò porrebbe già un primo criterio di condizionalità (il rilancio degli investimenti) al bailout. Tenuto poi conto del livello di indebitamento raggiunto dalle imprese americane alla fine del 2019 (15,5 trilioni di dollari tra grandi società e piccole e medie imprese), gli sviluppi dei prossimi mesi rischiano di rendere caduca l'annosa domanda degli inizi del secolo scorso: perché non esiste il socialismo negli Stati Uniti? (Werner Sombart). Va da sé che ciò non si farà senza il passaggio di una frazione conseguente della classe capitalista americana e, di rimando, internazionale, dalla difesa ultra-liberale dello status quo ad un atteggiamento di apertura verso potenti iniezioni di economia mista e di dirigismo.

E sull’altra sponda del Pacifico? La Cina non è ovviamente immune alla crisi generale incipiente, né è estranea alle patologie economiche che affliggono il resto del mondo (in particolar modo il sovraindebitamento). I dati diffusi dalla stampa economica parlano di una diminuzione della produzione industriale cinese del 13,5% tra gennaio e febbraio. Non è poco, ed è pure possibile che il dato sia sottostimato, ma teniamo presente che si tratta in questo caso di un solo bimestre, mentre negli esempi citati più in alto i dati si riferiscono a un arco temporale molto più lungo. Per il seguito, staremo a vedere. L'incognita fondamentale deriva dalla tripartizione del capitale in funzione sul suolo cinese (imprese di Stato, imprese private cinesi, imprese estere o ibride), regolarmente occultata dalle letture in termini di contabilità nazionale (PIL etc.): come si ripartiranno le perdite su queste tre frazioni? L'economia cinese non è un monoblocco, è un millefoglie. Si può per questo trascurare il fatto che nell'attuale frangente lo Stato cinese sia, in materia di relazioni internazionali, la sola potenza capace di esercitare un'attrazione, una forza centripeta?

«Nel corso delle ultime settimane, la Cina ha riscritto la narrazione dell'epidemia, trasformandola da una storia di scandali, quelli degli occultamenti e della cattiva gestione del governo cinese, in una storia di trionfo, di forza e di generosità dei cinesi, o perfino di superiorità del loro sistema di governo. Le disfunzioni alla Casa Bianca, e forse anche a Downing Street in una certa misura, hanno certamente aiutato il governo cinese a consolidare questa narrazione.» (Yangyang Cheng, ricercatrice alla Cornell University).

«La solidarietà europea non esiste. È un favola che esiste solo sulla carta. Io credo nel mio fratello e amico Xi Jinping, e credo nell'aiuto della Cina. […] Per quanto riguarda tutti gli altri, grazie del vostro nulla.» (Aleksandar Vučić, Presidente della Repubblica di Serbia, 17 marzo 2020)

«L'Unione Africana ha già ricevuto 2.000 kit per il test dal governo cinese e ne aspetta altri 10.000, che si aggiungeranno ad altre forniture di materiale medico, indispensabile alla lotta contro la propagazione del Covid-19 sul continente. La distribuzione delle apparecchiature mediche donate è stata centralizzata nelle mani del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive dell'Unione Africana in Etiopia. Jack Ma, il tecno-miliardario cofondatore della piattaforma di e-commerce Alibaba, ha promesso di donare, tramite le sue fondazioni, 20.000 test kits, 100.000 maschere e 1.000 tute protettive, a ciascuno dei 54 stati africani.» (Zeenat Hansrod, China makes massive donations of medical supplies to fight coronavirus in Africa, sito di RFI, 23 marzo 2020).

Le donazioni menzionate in quest'ultima citazione saranno pure noccioline, ma perbacco, gli altri giganti del mondo nel frattempo cosa facevano? Nulla. Gran Bretagna, Francia e Giappone hanno mandato un po' di mascherine alla Cina in gennaio, giusto per salvare le apparenze, sperando in cuor loro che l'epidemia avrebbe svelato al mondo tutte le magagne e i ritardi di quello che ai loro occhi, in fondo, non ha mai smesso di essere the sick man of Asia. Ma chi di virus colpisce, di virus perisce… Ciò ci riporta alla disconnessione sino-americana e alla famosa trappola di Tucidide. Esattamente centosettant’anni fa il solito Marx profetizzava:

«L'oceano Pacifico svolgerà nel futuro lo stesso ruolo che ha svolto l'Atlantico nella nostra era, e che era del Mediterraneo nell'antichità: una grande via marittima del commercio mondiale, e l'Atlantico sarà al livello di un mare interno, come oggi è il caso del Mediterraneo.» (Karl Marx, Spostamento del centro di gravità mondiale, in «Neue Rheinische Zeitung», 2 febbraio 1850)

Questo è il nostro passato prossimo, e il nostro presente. Forse non per molto ancora. Quel che verrà dopo non è dato sapere. Parafrasando un altro illustre e controverso tedesco, i destini della storia del mondo passeranno ancora una volta attraverso la lotta di potenze marinare contro potenze di terra – lotta il cui sbocco bellico resta il più probabile.

Proprio in merito alla questione militare, la recente riesumazione della tematica della «contro-insurrezione»9 indica una volta di più il divorzio tra un certo storytelling militante o «radicale» e la realtà. Che le dottrine e le pratiche della contro-insurrezione siano volte a reprimere o a contenere movimenti di massa, è semplicemente un non-senso. Esse riguardano infatti contesti di intervento militare all'estero in cui i nemici sono soggetti belligeranti minoritari, ma confusi e dispersi all'interno di una popolazione civile composita, prevalentemente ostile, che deve essere cooptata quanto più possibile dalla forza occupante. La insurgency cui si contrappone la counterinsurgency, è guerra per bande, guerriglia, azione partigiana. Non è né riot (sommossa), insurrection (insurrezione), né uprising o upheaval (sollevazione). Che queste dottrine e pratiche possano essere impiegate su popolazioni del medesimo Stato a cui appartiene l'esercito che le adotta, è ovviamente possibile – benché non sia la loro finalità iniziale o preponderante. Ma ciò presuppone che si dia un contesto analogo a quello estero appena descritto, ad esempio un tentativo di secessione di minoranze nazionali. In caso contrario, l'impiego dell'esercito – quale che sia – non potrà mai essere altro che ausiliario rispetto a quello della polizia, per il semplice fatto che il contesto non è opaco, e le funzioni di intelligence e di controllo del territorio sono – compatibilmente con i mezzi disponibili – già coperte. Viene allora il dubbio: che la famosa «militarizzazione dei territori» non sia stata altro che il paravento dietro cui – in Italia come altrove – si è nascosto il sotto-finanziamento dei birri ?

Ma c'è di più. Se è vero, come è vero, che le dottrine della contro-insurrezione sono già state oggetto di ampia critica nell'ambito stesso da cui provengono (l'esercito USA), suscitando un contro-movimento – certo non-unanime – di «ritorno ai fondamentali»10, questo non si deve soltanto agli esiti non proprio felicissimi delle missioni in Iraq, Afghanistan etc. – soprattutto se rapportati ai costi, e alla banale constatazione che «in passato, forze armate perfettamente regolari, prive di una dottrina della contro-insurrezione o di un addestramento particolare, hanno regolarmente sconfitto gli insorti utilizzando pochi metodi ben rodati»11. È che l'approccio della contro-insurrezione è consustanziale al momento unipolare americano: un mondo in cui l'intervento e l'occupazione militari potevano essere concepiti come slegati da un impegno conseguente di truppe di terra e dalla installazione di un governo o di un'amministrazione nel territorio occupato; un mondo in cui si è potuto pensare che non ci sarebbero più state grandi guerre, se non contro il proletariato o i «dannati della terra» dei paesi periferici. Il problema è che quel mondo è andato in fumo a Bengasi e ad Aleppo. Chi è rimasto al rapporto NATO del 2003 (Urban Operations in the Year 2020), probabilmente si è perso qualche fatterello, negli ultimi diciassette anni.

Ciò che precede sposta poco o nulla nel dato fondamentale: l'ingresso in una fase storica particolarmente convulsa e decisiva, il cui esito è aperto e dipenderà in ultima istanza dalla lotta di classe (sulle due sponde del Pacifico, soprattutto). Più ci si inoltrerà nella tormenta, più la «visibilità» sarà ridotta. E nella misura in cui le certezze «rivoluzionarie» accumulate o trasmesse dovranno lasciare il posto all'esplorazione quotidiana, riflessioni come la presente, e la stessa esistenza di «poli» teorici come il nostro, perderanno la loro ragion d'essere. È più un cambiamento generale di «atmosfera» che non una questione di scelta: i tempi tranquilli sono finiti.


Note
1 Lo stesso innesco dell’attuale pandemia – così come quello delle più note epidemie del recente passato (Ebola, SARS, MERS, Zika etc.) – non può considerarsi un evento strettamente «naturale», nella misura in cui il cosiddetto spillover, il salto di specie dei «nuovi» virus dagli animali all’uomo, è favorito dalla pressione del modo di produzione capitalistico sull’ambiente. Cfr. Laura Scillitani, Aids, Hendra, Nipah, Ebola, Lyme, Sars, Mers, Covid… (disponibile qui: https://www.scienzainrete.it/articolo/aids-hendra-nipah-ebola-lyme-sars-mers-covid%E2%80%A6/laura-scillitani/2020-03-18).
2 Oltre un anno fa avevamo segnalato l'importanza assunta dal sovraindebitamento corporate e non-financial. Cfr. Il Lato Cattivo, Il demos, il Duce, la crisi, gennaio 2019. Disponibile qui: http://illatocattivo.blogspot.com/2018/12/il-demos-il-duce-e-la-crisi.html.
3« Oggi [in Gran Bretagna, ndr] un ettaro di terra è 100 volte più redditizio se utilizzato per l'edilizia invece che per l'agricoltura.» (Michael Roberts, Land and rentier economy, 15 dicembre 2019. Disponibile qui: https://thenextrecession.wordpress.com/2019/12/15/land-and-the-rentier-economy).
4Osservatorio GIMBE, Il definanziamento 2010-2019 del Sistema Sanitario Nazionale, settembre 2019. Disponibile qui: https://www.gimbe.org/osservatorio/Report_Osservatorio_GIMBE_2019.07_Definanziamento_SSN.pdf
5 Il Lato Cattivo, Foto dal finestrino, settembre 2017. Disponibile qui: http://illatocattivo.blogspot.com/2017/09/foto-dal-finestrino.html
6 Qualora ce ne fosse bisogno, teniamo a precisare che non sono qui in discussione il diritto all'aborto o alla pillola anticoncezionale, che definiremo senza imbarazzo delle straordinarie conquiste in vista della regolazione cosciente della propria riproduzione da parte della specie umana.
7 Cfr. Il Lato Cattivo, Il demos, il Duce, la crisi, op. cit.
8 Cfr. Trump Says He Wants Stock Buybacks Prohibited in Virus Stimulus, «Bloomberg», 20 marzo 2020, https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-03-20/trump-says-he-wants-stock-buybacks-prohibited-in-virus-stimulus.
9 Cfr. Chuang, Social Contagion. Microbiological class war in China, febbraio 2020, di cui circolano in rete varie traduzioni in italiano. Testo senz'altro interessante, ma da prendere cum grano salis. Oltre a divagazioni più che discutibili sulla contro-insurrezione, e una certa ambiguità sulla natura sociale della Cina maoista, la valutazione delle misure anti-Covid 19 nella regione dello Hubei risentono in tutta evidenza di una sottovalutazione delle capacità di reazione da parte dello Stato centrale. La proposizione sicuramente più stimolante e condivisibile del testo è la seguente: «[...] la critica del capitalismo si impoverisce ogni volta che viene separata dalle scienze esatte».
 10 Per chi volesse approfondire l'argomento, la bibliografia è assai vasta. Il critico più severo della contro-insurrezione, all'interno dell'esercito americano, è stato il colonnello Gentile. Cfr. Gian P. Gentile, A Strategy of Tactics: Population-centric COIN and the Army, «Parameters» n. 39, autunno 2009; Gian P. Gentile, Les mythes de la contre-insurrection et leurs dangers: une vision critique de l'US Army, «Securité Globale», n. 10, 2009, pp. 32-34; Gian P. Gentile, Wrong Turn: America's Deadly Embrace of Counterinsurgency, «The New Press», 2013.
11 Edward N. Luttwak, Modern war: counterinsurgency as malpractice, «Politique étrangère», 2006/4, pp. 859-61.
Pin It

Add comment

Submit