Introduzione a NoCity. Paura e democrazia nell’età globale
di Antonio Cecere
Questo libro è fortemente sconsigliato a coloro che sono abituati a leggere la sera prima di addormentarsi: benché la scrittura di Martone sia coinvolgente e mai noiosa, il tema è decisamente inadatto a chi ama le favole consolatorie. Due domande precise campeggiano nel libro ed è preferibile farle emergere sin dalle prime righe della nostra introduzione. Martone ci chiede, fondamentalmente, in quali condizioni storiche la pandemia ha trovato il mondo e, soprattutto, che cosa abbia imparato il Tiranno dalla situazione pandemica globale.
Antonio Martone è un filosofo che si inserisce nel grande dibattito contemporaneo circa il rapporto problematico fra esistenza e senso, fra individuo e comunità. Egli riprende criticamente classici fondamentali, come Hobbes, Rousseau, Tocqueville, Stirner, Nietzsche che inserisce con originalità in campi teorici già dissodati da autori novecenteschi come Heidegger, Camus, MerleauPonty. Grazie a questa ampiezza di studi, e alla ricchezza di un pensiero sempre attento all’evoluzione del proprio tempo, Martone riesce a proporci un quadro critico del dibattito attuale intorno a un focus preciso, ovvero il rapporto di dominio dell’uomo sull’uomo, declinato secondo le nuove direttrici oggi dominanti: la tecnica, l’economia e/o il linguaggio ingabbiato dai social media.
Per meglio introdurre il lettore a questo importante lavoro, propongo di seguirmi in due diversi momenti di osservazione: un’escursione (breve) e un’incursione (profonda) dal e nel testo.
Escursione
La vittoria del capitalismo si è resa evidente alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. La caduta del Muro di Berlino è stato il coup de théâtre di un’inarrestabile cavalcata vincente del potere economico su tutti gli altri attori presenti nella rappresentazione del rapporto di dominio dell’uomo sull’uomo nell’arena globale. Per comprendere la tensione ideale di quel tempo, preferisco dar conto di un frammento preso da un confronto intellettuale che, pur confinato nella sua micro-specificità, è in grado di darci la misura di quanto l’ideologia neoliberista avesse ormai occupato quasi tutto il campo del dibattito politico.
Nel 1981 viene tradotto in Italia il capolavoro di Robert Nozick, Anarchia, Stato e Utopia1, uscito nel 1974 negli USA. Il testo divenne la base teorica per i movimenti politici che si sarebbero presi il merito della spallata finale vibrata dall’Occidente al nemico comunista. L’impostazione del discorso nozickiano è tipicamente giusnaturalistica: l’individuo è portatore assoluto di diritti che sono un valore in sé, anzi il valore assoluto. Ovviamente gli individui non vivono isolati. La società deve garantire a ciascuno i propri diritti, evitare che i diritti di un individuo possano confliggere o annullare i diritti degli altri. Da una parte, perciò, sembrerebbe che lo Stato non possa non esistere, avendo il solo compito negativo di garantire, per dirla kantianamente, la libera coesistenza degli agenti sociali considerati come arbitrii individuali. D’altro canto, osserva Nozick, lo Stato è un problema in sé. Dovendo svolgere il suo ruolo, fosse pure quello negativo di tutela, esso deve comunque intervenire e, cioè, detto fuor di parafrasi, deve limitare in qualche modo lo spazio di libertà, e quindi i diritti inalienabili del singolo. Uno Stato minimo, uno Stato “guardiano notturno”.
La teoria di Nozick è vicina e assimilabile a quella degli anarcocapitalisti, ma non è ingenua come sembra, e resta politicamente spendibile in considerazione dei richiami a Kant e a Locke. L’anarchismo moderato di Nozick conferì una vera e propria grammatica concettuale, raffinata e convincente, alla Thatcher, a Reagan, e persino alla new-left di Blair e compagni. Nei due anni che visse a Roma (’87-’89) influenzò molta parte dei circoli libertari, dei movimenti radicali e degli ambienti liberal italiani che si preparavano all’ascesa del nuovo conservatorismo in stile aziendalista, antistatalista e antiburocratico degli anni Novanta. Nozick rappresentò la visione di destra delle nuove tendenze anarchiche che cercavano un modo per conferire consistenza teorica e agibilità politica all’anarchismo. L’altro autore, che tentò di accreditare l’anarchismo dentro il grande dibattito politico di fine millennio fu Noam Chomsky. Il tentativo, peraltro poco riuscito, del semiologo statunitense di spiegare come l’anarchismo potesse essere considerato una variante del comunismo, si perse nel tentativo di giustificare l’uso dello Stato per accelerare l’avvento di una società più equa, senza autorità. Chomsky asseriva, in vari scritti degli anni Settanta, che il concetto di classe appartiene anche alla tradizione anarchica. Di contro, io sono convinto che l’anarchia sia il superamento di ogni divisione gerarchica all’interno e all’esterno delle società. Il confronto fra Nozick e Chomsky è utile per capire come dagli anni Settanta in poi la riflessione sulla politica si stesse concentrando intorno alla preoccupazione per le sorti dell’individuo, ormai protagonista indiscusso del campo sociale. Aveva ragione Nozick a preferire meno Stato per assicurare i diritti dell’individuo, o aveva ragione Chomsky sul fatto che la libertà dall’autorità dovesse passare attraverso un processo di trasformazione dello Stato-nazione nella direzione di una dimensione mutualistica più vicina a una nuova interpretazione del comunismo?
Se la caduta del muro sembrò dar ragione a Nozick, l’analisi profonda della riflessione di Martone, sia nel suo precedente lavoro, ECity. Antropologia della tecnica2, che in questo, ci permette di comprendere come l’individualismo si sia affermato – mutatis mutandis – in modo da ricondurci alla visione hobbesiana di una società di atomi impazziti in guerra perenne fra loro. Tale conflitto, nell’analisi di Martone, viene ricondotto a un’ideologia globale, causa e conseguenza insieme di un capitalismo multicentrico e acefalo che, in quanto tale, risulta assai difficile da identificare e da combattere.
Incursione
L’analisi di Martone sull’individualismo riannoda e aggiorna gli studi di Koselleck che identificò nella Pace di Augusta (1555) il momento di frattura insanabile fra l’individuo e la comunità. Lo storico tedesco vide nell’assolutismo moderno la ragione della nascita di quell’individuo-atomo ormai fondamento della classe borghese che si accingeva a prendere la sovranità sul mondo occidentale. Passando attraverso Le ragioni della politica3 di Mario Reale e Immunitas4 di Roberto Esposito, possiamo cogliere la storia delle “avventure” dell’individualismo (immunitario) e spoliticizzato e apprezzare come Martone riesca a dipingere un quadro chiaro della maniera in cui l’individualismo più esasperato stia generando oggi un nuovo dominio, più pernicioso e assolutizzante di quello dei monarchi dell’età moderna. Nell’ottica di Martone, questo nuovo Leviatano è la tecno-finanza, in tutte le sue declinazioni più seducenti e subdole.
Oggi, l’autore di NoCity vede bene che la speranza nel progresso – che era stata tipica dell’Illuminismo – si è rovesciata nella corsa cinica e inarrestabile del capitalismo globale. Dallo sviluppo economico al progresso civile risiede la stessa distanza che regna fra sottomissione e libertà: una sottomissione volontaria, come lo stesso autore ricorda, citando la “servitù volontaria” di Étienne de La Boétie, una servitù dell’uomo alla macchina, alla grammatica consumistica, all’omologazione di un lessico che ha reso il linguaggio comune un refrain da spot televisivo. Lo stesso che, per esempio, alimenta l’ego di ciascuno di noi quando ci mettiamo in vetrina sui social network.
Durante il lockdown mondiale, dovuto alla pandemia da Covid-19, anche chi non voleva vedere la realtà si è dovuto render conto di chi sia il vero sovrano del nostro tempo. La tecnica ha imposto il proprio ritmo di vita al lavoratore, allo studente, al pensionato. A tutti. Dove ancora la “rete” non aveva esteso il proprio dominio, ora si è posta come unico baluardo in difesa della salute del capitale. Se tutto ciò è stato spesso necessario, nondimeno, la tecnica è divenuta strumento oppressivo della nostra quotidianità. Martone lo aveva visto già molto bene nel suo precedente lavoro – qui spesso richiamato – quando ricorda che la Città moderna è diventata ormai una ECity, ossia una struttura elettrico/elettronica che domina lo spazio e il tempo dei suoi abitanti.
A mio avviso, l’autore ha intrapreso un percorso di riflessione fecondo ed essenziale per il dibattito attuale. La NoCity è in assoluto la risposta che David Harvey5 temeva di vedere nel futuro dell’Occidente. Il sociologo inglese si era chiesto che tipo di città volessimo, che tipo di persone volessimo essere. A quali relazioni sociali aspiriamo? In quale rapporto è la città con la natura, con le tecnologie che riteniamo convenienti? Quali sogni abitano la città contemporanea?
Il diritto alla città non è il diritto individuale di accesso alle risorse di cui essa dispone. È un diritto collettivo di spazio vitale, di occasioni di socialità ove regni la possibilità di realizzare il proprio orizzonte esistenziale. In questa prospettiva, Martone offre una tagliente visione di come la stessa ECity, mentre illude con la promessa tecnologica, costituisce e incatena tutta una massa di esclusi, creando un’area di segregazione e di sottomissione che è la NoCity stessa. Se Henri Lefebvre asseriva che il processo urbano fosse funzionale alla sopravvivenza del capitalismo, Martone risponde che la città è stata già inghiottita dal Leviatano e che non basta più rivendicare per il popolo il controllo della stretta relazione fra urbanizzazione, produzione e uso delle eccedenze di capitale: ora è urgente la sfida alla città virtuale, quella che si costruisce attraverso la rete e che, nelle sue strutturazioni attuali, deve diventare uno degli obiettivi principali delle lotte politiche al capitalismo.
Oggi il Tiranno ha imparato che attraverso la paura pandemica può segregare in casa l’intero pianeta, trasferendo le nostre vite nel seno della tecnica, facendo viaggiare i propri interessi attraverso le strade labirintiche della rete. Martone ha avuto il coraggio di guardare il lato oscuro della ECity e, indicandoci come prospera la NoCity, ci chiama a ripensare la nostra esistenza di cittadini del mondo.













































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