Scuola, una sfida per l’emancipazione
di Davide Sali
Ieri sono stato alla proiezione del film “D’Istruzione pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre al cinema Beltrade di Milano. Dopo la proiezione, è uscita un’interessante discussione con i due film-makers e con Lorenzo Varaldo, il preside dell’istituto comprensivo “Sibilla Aleramo”, protagonista del documentario. Di seguito, propongo alcune riflessioni a partire proprio dallo stimolante dibattito successivo e, ovviamente, dai temi del film.
Varaldo ha sottolineato come il punto essenziale del film e della sua denuncia sia capire se vogliamo una scuola che si schiacci sulla situazione reale o sia, per gli studenti come per gli insegnanti, una sfida: cioè un tentativo di alzare l’asticella delle possibilità culturali e quindi che la scuola sia un’opportunità per innalzarsi oltre le proprie possibilità di partenza, oltre ciò che l’orizzonte di nascita sembra segnare come un destino. Allo stesso modo, Greco, incalzato da domande che chiedevano se fosse nostalgico della scuola del secondo dopoguerra e della scuola gentiliana, ha evidenziato come il film non rimpiangesse la scuola del passato per il suo essere (innegabilmente) autoritaria e unidirezionale, tant’è che l’esergo iniziale del film reca una citazione di Bontempelli del 1999 (quindi all’inizio delle riforme neoliberali della scuola, dato che la riforma di Luigi Berlinguer è del 1997): «I ragazzi hanno trovato fin qui una scuola arida». Ciò che si celebra della scuola del passato è l’orizzonte entro la quale era inserita: al netto quindi delle storture autoritarie, degli errori e delle mancanze, ciò che guidava era l’idea di una scuola come percorso emancipativo per le classi subalterne, come approfondimento culturale per tutti, anche per gli operai che già lavorano (si pensi all’introduzione delle 150 ore retribuite per il diritto allo studio nel 1973).
Il film vuole denunciare proprio questo: la scuola neoliberale ha completamente rinunciato a questo obbligo verso i suoi cittadini, a questo compito emancipativo (articolo 3 della costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana») per fare della scuola un’azienda che forgia forza-lavoro da impiegare nel mercato e che vende i suoi prodotti formativi come merci o come capitale spendibile nel mercato. L’opposizione non è tra scuola autoritaria e scuola libertaria, ma tra scuola emancipativa e scuola giustificazionista e asservita alle esigenze del mercato. Se vogliamo: tra scuola che forma persone e cittadini e scuola che forma ingranaggi e merci (capitale umano).
La scuola della costituzione è quindi, unendo le risposte di Varaldo e Greco, una sfida per l’emancipazione ed è solo usando questa definizione come filo rosso che si possono intendere alcune polemiche e fraintendimenti sul film. Anzitutto, la questione della critica al pedagogismo: la voce narrante (una bambina) fa chiaramente una distinzione tra pedagogia e pedagogismo, quest’ultimo sarebbe semplicemente la corruzione e l’involuzione della pedagogia e il suo innalzamento a idolo incontrastato dell’istruzione. In particolare, si tratta di criticare quei metodi, spesso di derivazione anglosassone, che fanno dell’insegnante un animatore della classe, una figura ridotta all’osso, minima, che non deve interferire col processo creativo dei ragazzi. Ora, qui il terreno si fa parecchio scivoloso e quindi conviene procedere con cautela: per prima cosa occorre dire che questa destituzione dell’insegnante, questa fluidificazione dei programmi scolastici, questa lotta contro la durezza e la fatica richieste da un vero apprendimento sono, all’interno del contesto storico delle riforme scolastiche neoliberali, volte ad abbassare il livello culturale, non dare gli strumenti per sviluppare una critica al sistema e creare “lavoratori docili”, come si dice a un certo punto nel film. Dunque, su questo punto storico-sociale, la critica a queste forme alternative di insegnamento dev’essere inflessibile e senza sconti, anche perché – dati alla mano – si riscontra un preoccupante calo in picchiata della preparazione culturale degli scolari. Ma quindi perché – più in profondità – criticare la lezione frontale e l’insegnante autoritario è così problematico? Il pedagogismo, che propone cose come la flipped classroom, perde nell’elemento della sfida, che abbiamo visto essere centrale nella scuola della costituzione. L’elemento regressivo che fa passare dalla pedagogia al pedagogismo è il fatto che queste (sacrosante) critiche all’autoritarismo scolastico, all’idea dell’insegnamento come “raddrizzare il legno storto” e come travaso di nozioni da chi sa a chi non sa, vengono usate come occasioni per perdere l’elemento sfidante, progressivo del sapere e scade, appunto, in un generale giustificazionismo dell’esistente.
Di qui, si può intendere anche l’accusa di “abilismo” che pur è stata rivolta al film. Sembra che si proponga una scuola non inclusiva, che non tiene conto delle differenze tra i ragazzi, delle maggiori difficoltà di alcuni, dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). Al contrario, su questo il film è chiarissimo: non si tratta di non accogliere le differenze, ma non trattare le differenze come un destino inamovibile. Il pedagogismo fa questo: tratta differenze e difficoltà come scuse per non alzare l’asticella, come a dire al bambino “sei così e va bene così, ma non puoi farci niente”. Per quanto sia nobile l’accoglienza delle differenze, cioè il fatto che un bambino con più difficoltà sia trattato diversamente e soprattutto che non sia discriminato, che non passi il messaggio che “non va bene così come sei”; il rischio è appunto il giustificazionismo, la quiescenza, l’esenzione dalla sfida e dall’emancipazione.
Questa perdita del carattere mobile e sfidante dell’avventura del sapere può essere allargata anche alle questioni sociali: la (anche questa sacrosanta) accettazione delle diversità dei contesti di partenza, il non fare una colpa del proprio ambiente d’origine scade in giustificazionismo e quietismo destinale. Per cui, l’importantissima inclusività finisce per passare il messaggio “vai bene così e quindi non hai necessità di cambiare e ambire ad altro” e diventa così giustificazione dello status quo e perdita della spinta emancipativa. Non è possibile pensare a un messaggio emancipativo ma non discriminante? Che dica cioè: “vai bene così, le tue condizioni (sociali, mentali, familiari, storiche, geografiche…) non intaccano il valore della tua persona e, proprio per questo, puoi assumere responsabilmente questi tuoi limiti e fare qualcosa a riguardo, vedere come e quanto puoi spingerti oltre”. Il pedagogismo crede che spingere oltre implichi il messaggio che quella certa difficoltà non è rispettata, che non vada bene, che è da superare, che la persona che la porta (così com’è) non vale. Invece è esattamente il contrario: è proprio perché anche con quella difficoltà la persona è degna e vale che può sperimentare dove andare. Sembra che si forzi il diverso a rientrare nella norma, ma invece si tratta di fare in modo che anche il diverso (per mille e più ragioni, ma si tratta in generale della diversità di ciascuno) possa approfondire, indagare, scoprire quali tesori porta questa diversità.
Abbiamo detto: approfondire, indagare, scoprire. In una parola: elaborare. Perché qui sta il punto: l’accoglienza della diversità che fa il pedagogismo rinuncia all’elaborazione (altra parola per dire la sfida emancipante) accusando la scuola autoritaria di voler incanalare in un modello unico, in una norma. Se questo era certamente lo scopo della scuola autoritaria, prendere cioè bambini diversi, con sensibilità diverse, e farli uscire dalla scuola come replicanti di un unico modello facendoli diventare “another brick in the wall” (canzone presente nel documentario); non è quello che si propone la scuola “costituzionale”. Riprendendo l’opposizione vista precedentemente tra scuola autoritaria e scuola libertaria ora potremmo dire che la vera opposizione non è questa ma tra scuola dell’elaborazione e scuola dell’immediatezza. La scuola autoritaria vuole imporre una norma, la scuola libertaria vuole valorizzare le diversità: benissimo, umanamente è decisamente preferibile la scuola libertaria. Ma come attuare questa valorizzazione? Se si assume come dato fisso le diversità la scuola non forma: se si pensa al bambino come una purezza da non intaccare (come nell’Emilio di Rousseau, anch’esso citato nel film) la scuola è perfettamente inutile.
Ma a cosa serve la scuola? A elaborare. Cioè: a fare in modo che le diversità fluttuanti, potenziali, sparse dei bambini trovino un modo di incanalarsi, di incarnarsi, di trovare una forma. Questa fa la scuola “costituzionale”: dà gli strumenti alle diversità per trovare un forma che sia loro. Contrariamente alla scuola autoritaria, non in-forma dall’alto ma fornisce gli strumenti perché ognuno possa trovare da sé la forma più congeniale. La scuola “libertaria immediata” invece rinuncia all’elaborazione: in un passaggio del film il preside Varaldo nota appunto come la scuola neoliberale rinunci al pensiero discorsivo. Il discorso è un altro nome dell’elaborazione: formare al discorso, saper leggere e scrivere bene è emancipante proprio perché dà gli strumenti per trasformare il caos emotivo, intellettuale, spirituale che si agita in ognuno di noi e trasformarlo in un cosmo (più o meno) soddisfacente.
Se si tiene ben fermo che lo scopo della scuola è elaborare e trovare una propria forma, è possibile sperimentare tranquillamente anche altre forme meno ortodosse di insegnamento: dalla flipped classroom a forme di espressione artistiche e a forme di conoscenza non concettuali. Ma anche i programmi classici e ortodossi si lasciano interpretare in questo senso: si studiano i grandi del passato perché hanno qualcosa da dire a me ora, perché mi forniscono chiavi di lettura e possibilità cambiamento geniali e difficilmente attingibili in altro modo. Se l’idea della fatica dell’elaborazione resta centrale, se la serietà di questo lavoro non è intaccata, allora non c’è ragione di non sperimentare insegnamenti “alternativi”. Il problema di questi è che sono utilizzati in un sistema che ha perso lo scopo emancipativo, ma non sono un problema in sé: anzi, se ben usati, possono ovviare a problemi come l’eccessivo nozionismo della scuola. La nozione, il sapere serve se cambia la vita, se aiuta l’elaborazione della visione, altrimenti non è che un guscio vuoto.
È chiaro allora come la scuola costituzionale non sia autoritaria ma emancipativa, non voglia formare automi. Ma qui sta il rovesciamento: è la scuola libertaria immediata (neoliberale) la vera scuola autoritaria. Poiché, con la sua retorica fluida, con l’idea di diversità e inclusione trattate come destini, sta creando “un altro essere umano” (come dice Bensayang nel film). Creare dall’alto un “uomo nuovo” è forse il tratto più distintivo degli autoritarismi e dei fascismi. Per la scuola neoliberale la cosa è però più fine e subdola: non si dice espressamente che i bambini sono da “raddrizzare”, ma con la retorica della diversità si passa surrettiziamente il messaggio che non occorre far fatica per elaborare se stessi e il mondo, che andando bene così non c’è necessità di fare altro. Per cui, a rigore, la scuola neoliberale non costruisce un umano diverso, impedisce semplicemente che si formi, che trovi una sua forma. L’individuo neoliberale è fluido, mobile, non appartiene a niente, non ha valori stabili, si crogiola nell’immediatezza come suo elemento precipuo. Se la scuola autoritaria costruisce attivamente un tipo umano, la scuola neoliberale dice che l’immediatezza – che è preziosa, in quanto scintilla del desiderio – non sia da elaborare. Il tipo umano neoliberale è quindi l’individuo del mercato, in quanto ha solo preferenze effimere da soddisfare con le merci e percepisce se stesso come “capitale umano” e “imprenditore di sé”, ossia come portatore di una diversità narcisistica che va bene così com’è da spendere come capitale nel mercato e da valorizzare monetariamente attraverso tecniche imprenditoriali di self-marketing.
La scuola “libertaria-elaborante”, emancipativa, costituzionale non è quindi né appiattimento giustificazionista e quietista, né attaccamento ossessivo al passato. La risposta alla scuola neoliberale non può essere quella autoritaria che fa finta di non vedere i problemi odierni e le diversità per riprendere una (in)formazione dall’alto dura e senza sensibilità. Né appiattimento, né attaccamento: adattamento. Adattarsi significa avere sensibilità per il contesto, per le diversità, per gli ostacoli e i limiti ma mantenendo ben fermo lo scopo. Scopo della scuola è far coltivare ed elaborare (secondo vari linguaggi, di cui il principale è proprio il discorso, linguaggio per eccellenza) il desiderio, il talento, l’inclinazione, la vocazione di ognuno che si annuncia nella scintilla dell’immediatezza: non schiacciarla autoritariamente, né aderirvi acriticamente. Dare gli strumenti critico-elaborativi per sviluppare una propria visione del mondo, per stare coscientemente nel mondo: fornire tutte le condizioni perché una tale visione possa nascere, non imporla né atrofizzarla. Ma c’è anche un contesto della scuola, che è un generale regresso delle capacità cognitive e dello spazio di attenzione causato dall’esposizione prolungata a smartphone e TV, una crescente fragilità emotiva, solitudine, ansia e depressione generalizzate: adattarsi a questo non significa celebrarlo come diversità, ma accoglierlo e vedere cosa si può fare a riguardo in vista dello scopo di far fiorire dai problemi una certa visione elaborata che trovi una sua propria via d’uscita. Come si vede, così facendo il disagio, il problema è rispettato e accolto (non negato e liquidato), ma non è assunto come statico. Il disagio dice qualcosa, apre prospettive nuove: la scuola si pone il compito dare gli strumenti per elaborarlo e far nascere una prospettiva ricca da esso.
Il progetto di una scuola costituzionale che sia emancipativa e liberante nel senso di dare gli strumenti critici per elaborare la propria singolarità e costruire così, faticosamente, una propria visione del mondo che possa illuminare vie di possibile cambiamento è quanto mai urgente e, per farlo, occorre smascherare la retorica repressiva e autoritaria dietro le parole seducenti della scuola neoliberale. Il film denuncia esattamente questo, ed è un contributo preziosissimo in questa direzione.









































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