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Istituzionalizzazione dello spreco

di Leo Essen

Nel 1957 il mensile giapponese Sekai pubblica un articolo di Shigeto Tsuru. Si tratta di una delle prime riflessioni dell’ecologismo moderno, fondata su solide basi economiche. Nel 1959 il testo di Tsuru viene commentato da autorevoli economisti. Tra questi spicca, per lungimiranza, il contributo di Baran, mentre risultano di una rigidità inspiegabile quelli di Dobb e di C. Bettelheim. Di fronte alla disgregazione del sistema dei prezzi, essi sostengono che, tutto sommato, non stia accadendo nulla di rilevante, che tutto proceda come prima, che il capitalismo sia più forte che mai e che, per abbatterlo, servano persone determinate come loro.

Nel 1946 il Congresso degli Stati Uniti approva l’Employment Act e, nello stesso anno, il presidente Truman, nel discorso sullo Stato della Nazione, afferma che il governo ha la responsabilità di basare il proprio programma generale sul conseguimento della piena produzione e del pieno impiego.

Ogni società che sia progredita nella produttività generale oltre lo stadio del semplice soddisfacimento delle necessità elementari dei suoi membri possiede la potenzialità di produrre un surplus. Questo è l’aspetto tecnico del surplus. Vi è poi un aspetto istituzionale. Nella società feudale, per esempio, è la classe dominante dei feudatari ad appropriarsi del surplus e a disporne in modo caratteristico. Nel capitalismo il surplus assume la forma di profitto, percepito dalla classe capitalista, che ne dispone anch’essa in maniera peculiare al sistema. La sua qualità essenziale è quella di espandersi continuamente.

L’espansione non è legata alla bramosia o a una speciale etica (come credeva Weber). L’espansione – l’investimento – è una necessità strutturale. Mentre un’economia feudale statica sarebbe sempre un’economia feudale, un capitalismo statico è una contraddizione in termini. Ciò avviene perché il capitalista ha fissato la propria ricchezza in capitale costante (capannoni e macchinari) che, se non rivitalizzato dal capitale circolante (lavoro vivo), deperisce. L’investimento è l’unico mezzo per far transitare, tramite l’ammortamento, il valore immobilizzato negli impianti verso valori mobili e liquidi. Se questo transito non avviene, si perde non solo il nuovo capitale investito, ma anche il vecchio capitale immobilizzato. Un capitale di 100 unità che non si espanda nel tempo fino a raggiungere almeno 110 unità si squalifica come capitale vitale.

Il capitale individuale non può attribuire interamente a sé stesso il potere di creare il profitto che realizza. Il profitto potenziale e le quote di ammortamento si fissano nel prezzo finale della merce. Se la merce non trova una domanda equivalente – perché la domanda è insufficiente o perché altri capitalisti hanno saputo fare meglio – parte o tutto il profitto, insieme al capitale costante ammortizzato, viene distrutto. L’investimento ha anche il compito di superare i concorrenti nella gara per una maggiore produttività, e ciò avviene investendo quantità sempre maggiori di profitto. Questa gara conduce a un incremento esponenziale del capitale costante rispetto al capitale variabile e, di conseguenza, a un volume crescente di ammortamenti e a un rapporto sempre più sbilanciato tra capitale costante e capitale variabile.

Inoltre, anche una moderata propensione al risparmio può impedire al surplus potenziale, incorporato nelle merci prodotte, di essere realizzato. Ciò conduce al fallimento dell’impresa che non riesce a intercettare la domanda e delle imprese a essa collegate da rapporti di subfornitura, fino a produrre il collasso dell’intero sistema, come avviene nelle depressioni periodiche o nelle grandi crisi, come quella del 1929.

Le previsioni di eventuali perdite inibiscono l’investimento del surplus e creano un eccesso di capitali, sottoproduzione, sottoconsumo, mancato reinvestimento, sottoccupazione e sotto-utilizzo della capacità produttiva: depressione. La risposta è la creazione artificiale di una domanda aggiuntiva che valorizzi le risorse inutilizzate, in primo luogo il lavoro. Ma ogni espansione del potere d’acquisto di massa è necessariamente accompagnata da un aumento ancora maggiore dei profitti, della loro controparte – l’investimento – e quindi della potenza produttiva. Questa tendenza della potenza produttiva a eccedere sistematicamente la domanda di consumo può essere neutralizzata, in una certa misura, attraverso il ricorso a investimenti distruttivi. Qualcosa di simile, osserva Tsuru, sta avvenendo oggi in America, e lo spreco implicito in questo processo è stato persino razionalizzato come parte dell’assetto istituzionale vigente.

La prosperità richiede un volume relativamente elevato di contrappesi al risparmio e, in quanto tali, le spese militari – che per loro natura non producono alcun effetto sulla produttività – risultano decisamente utili: il vero potlatch capitalista.

Può il governo trasferire la spesa dagli strumenti di morte (armi) agli strumenti di vita (scuole, case, strade, ospedali, ecc.)?

Quando, il 16 aprile 1953, Eisenhower affrontò la questione, fece notare che gli strumenti di vita sono enormemente meno costosi degli strumenti di morte. Il costo di un bombardiere pesante equivale a quello di una trentina di edifici scolastici, di due piccole centrali elettriche, di due ospedali nuovi e perfettamente attrezzati, o di 130 mila quintali di grano. Con la spesa di un solo cacciabombardiere, affermò Eisenhower, si potrebbero costruire case per ottomila persone.

L’investimento dello Stato, per essere efficace, non deve competere con l’investimento privato. Se ciò avvenisse, e lo Stato investisse in settori in cui già investono i privati (strade, case, scuole, ospedali, ecc.), cioè in settori in cui i privati ottengono un profitto, il risultato finale sarebbe a somma zero, poiché in una nicchia di domanda consolidata possono sopravvivere solo i competitori presenti. L’intervento dello Stato deve essere strutturalmente uno spreco, una distruzione di risorse. Se lo Stato agisse come un privato, dato il volume della domanda, vi sarebbe un attore di troppo sul mercato. Per tale ragione la spesa dello Stato, come avviene di recente e da anni nell’istruzione, deve essere uno spreco, deve finanziare una scuola che trattiene e rallenta, che impegna in una formazione permanente perniciosa, persino punitiva, quando costringe i disoccupati alla frequenza presso i centri impieghi di corsi di formazione obbligatori su curriculum base e curriculum avanzato.

Un risvolto notevole dell’istituzionalizzazione dello spreco è l’alterazione del sistema dei prezzi. Senza spreco, la depressione cronica sarebbe la condizione permanente del capitalismo, e la crescente disoccupazione il suo inevitabile accompagnamento (Baran).

Dopo la Seconda guerra mondiale, lo spreco si è organizzato in sistemi di vendita estesi e costosi, campagne pubblicitarie, programmi di relazioni pubbliche, piani di penetrazione del mercato, tendenti alla differenziazione dei prodotti, alla creazione di modelli, all’invenzione e al lancio di beni di consumo più eleganti, più elaborati, più lussuosi, più costosi, caratterizzati da invecchiamento precoce o da altri accorgimenti che non aggiungono nulla al valore d’uso del prodotto. La conseguenza di questo sviluppo è una crescita impetuosa del settore improduttivo e una moltiplicazione dello spreco.

La pubblicità non aggiunge nulla al prodotto: è uno spreco. Le ricerche di mercato, le indagini comportamentali e psicologiche sono spreco. Una parte consistente di ciò che viene definito ricerca e sviluppo non è altro che rimodellazione degli stessi prodotti. I lavoratori che applicano parti cromate e pinne alle automobili, che producono involucri differenti per prodotti identici, che modificano e complicano articoli perfettamente funzionali al solo scopo di creare obsolescenza artificiale dei modelli precedenti e stimolare le vendite, sono lavoratori che non aggiungono nulla al valore d’uso e appartengono al gruppo dei lavoratori improduttivi. Tuttavia, i dati raccolti dal Bureau of Labor Statistics non riescono a distinguere questo lavoro improduttivo dal lavoro produttivo, anche perché l’operaio di catena che monta una ruota è indistinguibile da chi monta una pinna o un alettone per creare una variante sportiva dello stesso modello. Baran stima – sebbene i calcoli siano quasi impossibili – che l’incidenza del lavoro improduttivo, ossia dello spreco, sul prezzo finale del prodotto superi il 30%.

In un sistema di concorrenza e di libero mercato, il prezzo tende ad approssimarsi al costo di produzione, e il costo di produzione ai costi socialmente necessari. In equilibrio concorrenziale, il prezzo di un bene eguaglia sia il costo marginale di produzione sia l’utilità marginale per il consumatore. Qui, invece, il prezzo incorpora costi superflui fino al punto da distruggere il sistema tradizionale dei prezzi e da imporre un sistema di prezzi amministrati. Per fare un esempio recente, un telefono Apple o Samsung, o un’automobile Mercedes o Tesla, vengono venduti a un prezzo che può superare del 50% i costi di produzione.

Se il sistema dei prezzi è alterato – truccato – allora tutto ciò che misuriamo in termini di valore, come la produttività o il valore aggiunto, l’inflazione e gli stipendi, il PIL e le tasse, è privo di senso: è aleatorio.

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