Le olimpiadi al via: una interminabile serata da voltastomaco
di Il Pungolo Rosso
Perché parlare della “cerimonia di inaugurazione” dei giochi olimpici “Milano-Cortina? Avremmo volentieri impegnato il nostro tempo in cose più divertenti. Ma lo spettacolo era in mondovisione con (pare) oltre un miliardo di spettatori, ed è utile capire come l’ultra destra, con il contorno dei falsi oppositori, diffonde il suo messaggio, come si manifesta il degrado generale a livello non solo politico, militare ed economico, ma anche culturale.
La seconda ragione è che tutta sta bella roba, alla fine, la pagheranno i lavoratori, perché l’accordo con la fondazione Milano-Cortina, un ente privato, prevede che i soldi spesi in eccedenza al miliardo e mezzo pattuito, li pagherà lo stato, cioè noi! Senza contare le migliaia di “volontari”, significativo esempio di lavoro gratuito, indispensabili alla realizzazione dell’evento, ormai una costante (la vicenda Expo 2015 insegna).
La terza ragione è che il fascino dello “sport” è diffuso anche nelle fila dei militanti, che conservano in cuor loro l’affezione del tutto sentimentale per questa o quella squadra di calcio o campione sportivo, o che gioiscono all’inclusione delle squadre di calcio femminili, e tutto ciò non incoraggia la critica a tutto tondo di quello che è lo sport oggi in Italia e nel mondo – Orwell lo definì giustamente “un modo di farsi la guerra senza sparare”.
Ecco perché ci siamo sciroppati oltre quattro ore dello spettacolo.
E’ stata dura. A cominciare dall’apertura.
Si inizia con un video dell’umile Mattarella che si reca al suo posto d’onore, che condividerà con Vance, non in elicottero, in limousine, o scortato dalle guardie del corpo, ma in tram, il simbolo della vecchia Milano che porta(va) al lavoro migliaia di lavoratori dell’operosa città. Fatalità? Coincidenza? Sullo stesso mezzo sale e si accomoda una famigliola di immigrati : mamma e due bimbette, di un inequivocabile colore scuro. Alla fermata, la bimba distratta lascia cadere un pupazzetto. Il nostro, rischiando la lombaggine, si china e lo raccoglie. Qui, ricordando il ragionier Fracchia dell’indimenticato Paolo Villaggio, viene da sospirare: “come è umano, LEI!”. A questo punto ci aspettiamo che si cambi improvvisamente d’abito indossando una tuta da sub per andare a recuperare gli oltre mille cadaveri di emigranti annegati in mare in due giorni di mareggiata.
Ingollato questo primo episodio indigeribile, eccoci al secondo coup de théâtre : Il motto guida della kermesse: ARMONIA! E bellezza! Chissà come la prenderà Xi Jinping, se come un omaggio alla retorica cinese o una sfida a chi la spara più grossa… Armonia per mitigare “giocando” le contraddizioni tra strati sociali, le tensioni internazionali, le disuguaglianze crescenti? Macché: l’emblema dell’armonia è l’immagine di amore e psiche, ove il cuore batte la mente e la piega nel bacio fatale. Il concetto chiave si materializza in un balletto a base di prestanti giovanotti muniti di enormi ali di piume che mimano l’evento con riferimento al neoclassico scultore Canova. (Di pessimo gusto, in generale, i costumi)
Poi si passa all’eccellenza italiana nella musica con tre mega pupazzi rappresentanti Rossini, Verdi e Puccini. Qui corre l’obbligo di citare la perla dei telecronisti, stesi a tappetino sull’evento: “se Puccini si fosse chiamato Bianchini, allora sì che anche nella musica avremmo realizzato il tricolore!”. Testuale. Infine lo yes man Bocelli sfida Pavarotti osando il “Nessun dorma” della Turandot. La sfacciataggine non ha limiti.
Andiamo avanti.
Da tre tubetti sospesi in aria, colano tre colori, quelli “che più amiamo” s’intende, che si mescolano a terra e vengono festeggiati da figuranti travestiti da made in Italy, macchinetta per il caffè, colossei in polistirolo, qualche soldato romano, e altre amenità del genere.
Introdotto dall’inno nazionale “personalizzato” da Laura Pausini (che, forse involontariamente, ci ha risparmiato il karaoke dello stadio), si è aperto il capitolo “bandiera”. Di tutto e di più. Sfilate di decine di modelle in tailleur del compianto Armani, in bianco, rosso e verde (sono loro le vere ambasciatrici della “bellezza italiana”), una di loro porge la bandiera ad un corazziere, alzabandiera, in sincrono con eguale evento a Cortina, ed ecco comparire le immancabili frecce tricolori, purtroppo solo in video (che col buio, chi sa, avrebbero potuto centrare San Siro).
Richiamo alla natura devastata nel territorio dolomitico (e non solo)? Alle bellezze dell’Italia in via di demolizione? All’arte con la A maiuscola di cui il territorio italiano è strapieno? Alla situazione nel mondo? Zero via zero. Non si deve turbare la festa (che poi è risultata marginale rispetto all’incontro contestuale Vance-Meloni su come essere nel Board of peace senza apparire, ottenendo almeno uno sconticino sul miliardo di dollari da pagare).
Dopo l’orgia di kitsch e banalità iniziale, si apre il vero capitolo interessante: la sfilata degli atleti! Una rappresentazione plastica, inondata di sorrisi e sventolii di bandierine, dello stato del mondo imperialista e colonialista attuale. Introdotta dall’ineffabile commentatore “non capiamo le loro lingue, ma i sorrisi sono tutti eguali” (?!?) – ecco manifestato nella sua funzione escludente il vero spirito olimpico: un comitato d’affari tra paesi ricchi, determinato nella sua composizione non tanto dalle condizioni climatiche che favoriscono gli sport invernali, quanto dalle risorse che i vari paesi possono mettere a disposizione per spartirsi la torta anche degli affari olimpici, e riaffermare la loro azione di rapina neocoloniale sul mondo.
Il numero degli atleti presenti nelle delegazioni la dice lunga (se lo si vuol vedere). Qualche esempio. Delegazione indiana: 4 atleti per un miliardo e mezzo di abitanti e le montagne più alte del mondo. Delegazione pakistana: 1 atleta, per una popolazione di 251 milioni di abitanti. Delegazione russa: assente (sanzionata qualche anno fa); si tratta del paese più vasto e climaticamente freddo del mondo, ma chi se ne frega. Se avessero potuto, avrebbero escluso anche la Cina! Delegazione del Qatar, inesistente, ma l’emiro era in tribuna d’onore, a fare che? E così via. Ah, che commozione, c’erano anche le delegazioni di piccoli paesi africani, due o tre atleti, lo sport unisce… purché ognuno stia al proprio posto! E quindi, naturalmente, era al suo posto la delegazione dello stato sionista: presente! In questa orgia di suprematismo razzista i palestinesi, a cui la macchina di morte e di sterminio sionista ha assassinato oltre 800 atleti e spianato ogni tipo di strutture sportive, non potevano esserci, ovviamente. Ma c’erano nel corteo che a Milano l’ha denunciata, tra i “nemici dell’Italia”, come l’Italia di Meloni&Mattarella è loro nemica. Gli uni a pattinare sul ghiaccio, gli altri a camminare sulle macerie. Ma non finisce qui.
A seguire un’altra parata di “stelle” miagolanti sulla pace, il povero Ghali che legge Rodari, senza essere né annunciato, né mai inquadrato in primo piano (forse rientra nella fattispecie fermo preventivo del nuovo pacchetto sicurezza); infine il tormentone dei tedofori, con infiniti passaggi di mano in mano tra glorie vecchie e nuove, tra cui un barcollante Gustavo Thoeni, vittima, forse, di qualche bicchiere di troppo).
Un’interminabile serata da voltastomaco, che mette capo all’accensione dei crateri, con la speranza che qualche scintilla possa sfuggire al controllo e, come auspicava Mao Tse Tung, incendiare tutta la prateria.
In altra sede si dirà dell’impatto ambientale dei giochi, della stragrande maggioranza di opere non compiute (a fondo perduto), dello sciacallaggio a perdere per le comunità, della corruzione imperante, degli eventi grandi e piccoli che li hanno costellati (il biglietto maggiorato che ha lasciato a piedi lo scolaro di 11 anni), come meriterebbero una disamina i premi che sono attribuiti agli atleti che vanno in medaglia, anche se “giocano”, così si dice, solo per passione, a volte rischiando anche la pelle per garantire lo spettacolo (cioè i grandi affari di organizzatori, sponsor, imprese, trafficanti vari) – uno spettacolo di una miseria culturale e di un cattivo gusto insuperabili, che riflettono una crisi terminale di civiltà.
Anche noi militanti avremmo potuto guadagnarci le nostre medaglie, se si fosse trattato di vero sport, e se fra le discipline sportive fossero stati inclusi la partecipazione alle manifestazioni (quasi sempre lunghe svariati chilometri), gli scioperi con picchetto e i presidii al gelo, e altre gare di resistenza attiva a cui siamo abituate/i. La polizia, comunque, ci ha tenuto a premiarci con gli idranti e le solite cariche di alleggerimento. Alla prossima!









































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