
In morte di Fakir
di Algamica*
Chiamiamo quanti realmente intenzionati a capire le ragioni, ovvero le cause che stanno dietro la morte di Abderahhim Fakir ad analizzare i fatti, nella loro crudezza.
Coloro che hanno visto il video su Fakir non hanno potuto non fare un parallelo con quel 25 maggio 2020 quando George Floyd fu ucciso soffocato con un ginocchio che gli schiacciava il collo. Ma quanto accaduto in questo 19 luglio 2026 c’è molto di più profondo da capire, di qualcosa che segna un salto nella tendenza sociale determinata da una crisi generalizzata del movimento storico del modo di produzione capitalistico, divenuto ormai sistema.
Ripercorriamo i fatti per come sono stati dati dagli organi di informazione, che hanno determinato il tragico epilogo.
Fakir è in uno stato confusionale, è in strada e grida aiuto mentre prende a calci le saracinesche di alcuni box auto. È un ex operaio della logistica, era riuscito a realizzare una piccola impresa autonoma, ma a causa di commesse non pagate la sua attività era andata in crisi. Così ha dovuto anche licenziare un lavoratore e dunque il suo stato di precarietà lavorativa lo ha sottoposto nuovamente alla tagliola del rinnovo del permesso di soggiorno. Ricordiamo che il permesso di soggiorno costituisce una forma di diritto speciale e separato in assenza del quale conduce, spesso, il lavoratore extracomunitario alla condizione di schiavitù. Spesso non rimane che l’illegalità come lavoratore a nero, oppure la reclusione come bracciante sotto i colpi violenti dell’agrobusiness, del piccolo imprenditore agricolo e dei caporali che completano un circuito infernale per gli immigrati senza documenti e la decurtazione generale del costo sociale del lavoro.
Veniamo al fatto. Un cittadino, visto lo stato di crisi psicotica del povero Fakir, chiama il numero unico di emergenza 112 per avvertire che c’è una persona in strada che non è in sè. E aggiunge: “è un extracomunitario”!
Questo è l’elemento casuale che andrà a inserirsi in una dinamica causale e a innescare la consecuzione determinata degli avvenimenti che segneranno la tragica fine di Fakir.
Sopraggiungono sul posto l’ambulanza della Croce Rossa 118 e una pattuglia della Polizia del 113. Perchè anche la polizia? Semplice: è bastato segnalare che la persona in difficoltà fosse anche un immigrato. In casi di persone che danno segni di stress è sempre il personale sanitario quello deputato a intervenire e se nel caso si ritiene necessario un TSO, il 118 chiama la Polizia Municipale perchè fa le veci del Sindaco, l’unico soggetto istituzionale autorizzato a un ricovero coatto. Questo in tempi normali anche quando chicchessia dà di matto, e sicuramente non è mai previsto l’arresto.
Ma questi, tempi normali non sono. Mettiamo le cose bene in chiaro: in un incessante clima sociale e politico islamofobico, razzista e contro gli immigrati che si sposa col sostegno del genocidio palestinese, nella pancia sociale dell’Occidente gli immigrati, in particolar modo se africani o arabi, peggio ancora se anche musulmani, appaiono un pericolo. Così come nell’establishment liberista l’immigrato, che sarà pure una risorsa e un “male” economicamente necessario perchè servono a far crescere la popolazione, dunque tenere a galla la domanda di mercato e il consumo, nonché a realizzare un costo del lavoro concorrenziale per le merci, si arrampica sugli specchi avvertendo che il vento soffia contro.
Insomma, gli immigrati devono essere ricondotti alla ragione con le buone o con le cattive: che nessuno metta in discussione quel diritto separato, ovvero segregazionista inaugurato dai governi di sinistra con la legge Turco-Napolitano.
Ma per quanto il regime delle leggi dello Stato si facciano sempre più dure, per quanto intorno alla gestione dell’accoglienza, dei ripescaggi in mare, dei CPR ci sia una vera e articolata mafia schiavista, la paura sociale e dunque una difesa violenta dal pericolo “nero-arabo-africano-musulmano” è inarrestabile. Il punto d’analisi teorico e storico è questo. Non ce lo possiamo nascondere.
Entriamo nel merito dei particolari per capire esattamente cosa sia successo e se il punto d’analisi è corretto.
L’operatore del call center del 112, che è pagato con i salari appena migliori dei call center commerciali, attiva polizia e croce rossa. Quello che accade successivamente è una coralità che concorre alla morte di Fakir assumendo le sembianze di un razzismo di paura come cerchiamo di spiegare. Perché? Trovandosi a che fare con un immigrato nord africano il personale del 118 si tiene alla larga scansando le proprie responsabilità di soccorso per quella particolare paura verso il nero caratteristica propria della coscienza sociale di un razzismo sistemico, penetrato sotto pelle, e la polizia agisce per come deve fare. In un contesto determinato come quello di questa fase.
Ma, attenzione, perché il coinvolgimento nel concorso della morte di Fakir non finisce qui. Perché mentre i poliziotti, in virtù del ruolo sociale assegnatogli, piombano addosso a Fakir, gli spruzzano in faccia lo spry al peperoncino lo gettano a terra a faccia in giù. Fakir chiede aiuto, si dimena, gli addetti del 118 girano in tondo alla scena. Ma non basta immobilizzarlo a terra, serve renderlo innocuo, immobilizzandolo e ammanettandolo. Degli italiani sopraggiungono e collaborano per combattere il pericolo derivante dal povero Fakir. Due poliziotti lo schiacciano e un “civile”, accorso solerte, gli blocca piedi. Mentre il personale del 118 gira in tondo alla scena, gli altri civili si tengono pronti e più vicini alla mischia. Fakir grida aiuto. Pochi secondi dopo Fakir è ammanettato con le braccia dietro la schiena e a faccia in giù sull’asfalto bollente e le gambe immobilizzate. La sua voce si fa flebile.
Pochissimi secondi dopo smette di parlare e di chiamare “aiuto”. Fakir forse è già morto o ha perso i sensi.
Ma hai visto mai, meglio non correr rischi quando si ha a che fare con un immigrato nord africano, arabo, marocchino e forse musulmano. Anche se ormai Fakir è immobile, silente, faccia a terra, ammanettato e privato della vita, i tre continuano a stargli addosso e per completare l’opera l’italiano e uno dei due poliziotti gli legano anche le caviglie con delle fascette.
Dopo un po’ si alzano ma la successiva reazione è di soddisfazione e di circospezione, la stessa che si ha nei confronti di una belva feroce ferita a morte e di cui si teme una ultima reazione violenta.
Uno dei due poliziotti dà due schiaffetti sul volto di Fakir che sembra appunto per rassicurare il personale del 118 e a dimostrazione che “l’animale è domato”, dunque non puó far male. Solo a quel punto il personale sanitario si avvicina e gira il corpo senza vita di Fakir come se fosse un sacco di patate. Per altri secondi nessuno fa nulla, non si vede alcun tentativo di rianimazione. Fakir è morto.
Questi i fatti nudi e crudi cui hanno assistito milioni di telespettatori: un uomo che dava segni di scompensi psichici assalito da poliziotti con un consenso tacito degli astanti, del contributo attivo di un solerte e volenteroso italiano che uccidono un povero disgraziato che chiedeva aiuto ed ha trovato la morte. Non a caso il fratello ha potuto dire in presa diretta: «questa è l’Italia ».
Veniamo ai riflessi e alla gestione politica.
Allora cerchiamo di non infiocchettare le questioni per renderle meno gravi e penose di quel che sono realmente.
La destra difende l’operato della polizia utilizzando a dimostrazione la collaborazione di cittadini italiani durante il fermo di Fakir. Si tratta di un fatto vero, non c’è una reazione contro i poliziotti, tutti assistono in silenzio, lasciano fare che lo Stato compia la sua azione, nel caso dimostratosi criminale e omicida. È questo il punto.
Precisiamo che il quartiere Pilastro è un quartiere dormitorio della periferia di Bologna, in parte popolare e in parte proletario e abitato da molti immigrati. Che quegli italiani intervenuti non erano ricchi borghesi, non erano ricchi commercianti violenti e omicidi come Roggero e nemmeno piccoli bottegai in crisi che reagiscono razzisticamente contro quegli immigrati che aprono negozietti di frutta e verdura. Non erano fascistelli di Casa Pound. Dunque ad agire secondo una indifferenza razzista, rivelatasi di copertura all’azione della polizia, è di settori sociali composti di sottoccupati e precari della sanità e ceti poveri di un quartiere popolare.
Così come vale la pena ricordare che il personale del 118 intervenuto fosse composto da volontari, diplomati in infermieristica, pronto soccorso e quant’altro ma sottoccupati a causa dei tagli alla Sanità Pubblica.
Sicchè l’episodio ha messo in chiaro un clima sociale razzista fatto di soggetti e ruoli sociali compositi che ha determinato la morte di Fakir, che va da lavoratori precari e/o sottoccupati, strati popolari della periferia abbandonata, e infine i solerti poliziotti a riportare l’ordine turbato da un uomo immigrato in grave difficoltà.
Vecchio e nuovo razzismo, due tempi storici differenti.
La scienza storica ancora non è riuscita a ricostruire fino in fondo le cause materiali del razzismo, se questo è il precipitato materiale dell’insieme generale dei rapporti sociali, di produzione e scambio determinati dal colonialismo e dalla tratta degli schiavi, oppure se il razzismo già dallo sviluppo di quei rapporti avesse iniziato a germogliare per poi trovare nel colonialismo e nella schiavitù quel poderoso fertilizzante che ne ha fatto divenire un albero e una fitta foresta. Non sappiamo dunque dire se il razzismo storico trova il suo seme prima del 1492 con la “Limpieza de Sangre” o le due cose sono marciate insieme.
C’è di vero che il razzismo non è semplicemente un pregiudizio ideologico e semplicemente utile a giustificare e legittimare il più brutale colonialismo e la schiavitù. Un modo di produzione storicamente determinato e rispondente alle necessità impersonali della produzione del valore, dello scambio e della accumulazione capitalistica non ha potuto che realizzare i fattori strutturali, economici, sociali e di potere politico fusi con il razzismo. È l’insieme della società e delle relazioni sociali, anche conflittuali, tra le classi della civiltà padrona a essere razzista. Non è un semplice strumento calato dall’alto nelle coscienze “per fregare” i poveri in una “guerra tra poveri”. La storia dell’ultimo mezzo millennio dimostra infatti il contrario.
Lo sfruttamento razzistico dell’insieme dei popoli non europei e non occidentali ha consentito lo sviluppo delle classi sociali per così come sono e consentito in Occidente la realizzazione di diritti e redistribuzione a pioggia.
È stata la violenza del colonialismo e della schiavitù a determinare poi quella coscienza di massa per cui l’africano in catene se lasciato libero avrebbe sporcato e violentato la società superiore dei bianchi. Per lo stesso motivo i lavoratori americani per sviluppare il proprio vantaggio sociale hanno sviluppato quella particolare coscienza che, una volta abolite le catene della schiavitù della piantagione, i neri dovevano essere segregati e che il segregazionismo fosse appunto necessario per difendere lo sviluppo della democrazia e dei salari attraverso il “conflitto di classe”. In sostanza, quella particolare coscienza per cui l’oppressione razziale e tutti i fenomeni di razzismo più spietato fosse dettato da ragioni di “paura” e di “autodifesa” dai razzializzati. Peró quella paura, specchio riflesso da parte di chi esercitava la più brutale violenza razzista, trovava conforto dalla tumultuosa accumulazione e concentrazione di ricchezze in Occidente, che materialmente garantiva e rendeva possibile l’effettivo ed esteso vantaggio sociale, pur se a cascata, di una razzista bianchezza.
Questi elementi materiali e strutturali che hanno caratterizzato, forgiato e plasmato la cosiddetta civiltà occidentale hanno riprodotto, per filogenesi economica, sociale e politica, quel connubio razzismo-paura dei razzializzati. Dunque il razzismo come difesa del privilegio depredato con la violenza di un movimento storico di un modo di produzione che ha fatto del valore di scambio e la sua accumulazione il motore della storia.
Ma se ieri quel connubio avveniva con l’Occidente premiato dal vento in poppa di una tumultuosa accumulazione, oggi quel tempo storico non è più tale ed è radicalmente mutato. Basti pensare che l’Occidente e gli USA all’inzio del ventesimo secolo e fino a un decennio fa sembravano davvero in una ascesa infinita a dominare l’intero mondo. Nella produzione di merci, nella produzione di macchinari, nel dominio del mercato mondiale e del monopolio della violenza militare. Una consequenzialità di fattori che hanno visto crescere l’Occidente anche in termini di popolazione. La popolazione dell’Europa e Nord America fino al 1945 costituiva più di un 1/4 della popolazione mondiale e ancora con tassi di crescita demografica sostenuti. Mentre per esempio la popolazione dell’Africa ammontava a circa 145 milioni, ovvero poco meno dell’8% della popolazione mondiale.
Oggi la crisi generale del movimento storico dell’accumulazione ha rovesciato tutti i fattori precedenti. L’Occidente è poca cosa e l’Europa è al suo canto del cigno (e viva iddio).
Società, quelle Occidentali, che si reggono per il residuo di mezzo millennio di saccheggi, genocidi e schiavitù, ma producono e consumano solo attraverso l’impulso del debito generalizzato. Non dominano più i commerci mondiali e non hanno più la capacità di produrre merci atte a coprire l’esplodere della domanda in Africa per via del suo boom demografico.
Come dicevamo, dagli USA all’Europa aprire le porte all’immigrazione dall’Africa e dall’Asia è divenuto un “male” necessario per tenere la barca che affonda al livello di galleggiamento. Ma ció sconvolge la struttura sociale dell’Occidente in arretramento su tutti i piani.
Dalla pulizia etnica per mano dell’ICE negli USA, ai pogrom contro immigrati e musulmani in Gran Bretagna e Irlanda del Nord, ai movimenti per la remigrazione in tutta l’Europa e infine al sostegno del genocidio del popolo palestinese, i settori sociali di destra avvertono che la società occidentale si sta sfaldando perché scarseggia il carburante, materie prime eccetera. Quindi il connubio razzismo più paura del razzializzato si nutre di una dato reale: del fatto che si è chiuso il ciclo ascendente tumultuoso e violento della “razza padrona” occidentale, dunque il “pericolo” che l’Occidente sia travolto dalla crisi non solo è possibile ma anche certo. Sarà per linee centrifughe e violente e il razzismo sarà ancora più brutale di quello che gli sfruttati del mondo hanno dovuto subire per secoli.
Sia chiaro allora che va bene una manifestazione di protesta per un crimine commesso da parte dello Stato, ma il punto in questione è che esso diviene una carità pelosa se si assiste indifferenti all’uccisione di Fakir per poi manifestare contro la sua morte.
In Occidente le masse proletarie, semiproletarie, precarie e quant’altro, unitamente agli immigrati di ieri e di oggi sono chiamate a doversi schierare in modo chiaro contro il razzismo, esattamente come successe nel 2020 negli Usa a seguito dell’uccisione di G. Floyd. È un calice amaro che non si può troppo a lungo pensare di tenerlo lontano: bisogna bere o affogare. Sicchè partendo dalle mobilitazioni a seguito dell’uccisione di G. Floyd, passando per le mobilitazioni in tutto l’Occidente contro il genocidio del popolo palestinese, fino alle timide reazioni di questi giorni per l’uccisione di Abderahhim Fakir c’è da augurarsi l’emergere di nuovi e diversi John Brown e nuovi e diversi Ernest Jones, ovvero voci all’unisono contro il razzismo e l’Occidente.












































penso che i video della morte di Fakir siano stati trasmessi in diverse versioni e con diverse angolazioni. C'è quello del prima, dove lui è già a terra che le mani dietro la testa e i due poliziotti minacciosi che gli urlano di stare calmo e zitto, che è tutto il contrario di quanto le linee guida nazionali previste dal 118 quando il paziente non sta facendo nulla che mette in pericolo sè o gli altri.
Uno potrebbe dire, bah, una tragedia dettata da motivi di formazione e addestramento.
Come no? Saranno per lo meno 50 anni che la polizia negli USA troppo facilmente ammazza durante un controllo del traffico un afroamericano, e sono 50 anni e più che i democratici e liberali degli Stati Uniti parlano di "un problema di adeguata formazione degli agenti".
Ma c'è un punto dirimente che chiarisce i fatti: l'accanimento violento su Fakir a terra e la partecipazione all'unisono di più persone nel bloccare e gettare a terra Fakir. Attenzione, ti invito a vedere questo fotogramma, il video completo lo trovi su Repubblica. Il fotogramma che ho salvato indica perfettamente che ci sono rispettivamente 2 poliziotti, più 4 italiani che stanno addosso a Fakir.
https://vm.tiktok.com/ZN8dYUkfX/
Perchè improvvisamente tanta rabbia e partecipazione da parte di semplici cittadini - che ricchi commercianti proprio non sono - e dei poliziotti?
Come ce lo spieghiamo?
Ci sono tutta una "serie di indizi" che provengono dalla pancia sociale a confermare che di razzismo si tratta. E' si tratta proprio del fatto che così tanta gente o giustifica quanto è accaduto, oppure si sforza di mettere in risalto una cosa non vera, che tutte le persone di colore sono anime candide. Ma come potrebbero esserlo se da quando si mettono in cammino dai loro paesi e fin quando arrivano qui sono sottoposti alle più insopportabili umiliazioni e continui ricatti? Tant'è vero che Fakir soffriva di una depressione acuta con momenti di sconnessione dalla realtà.
Un branco di ragazzini balordi di Taranto ammazzano Bakari Sako a Taranto mentre si stava recondo a lavorare nei campi come bracciante. Una dirà che i due episodi non hanno nulla in comune. Sako non stava facendo nulla di male. A parte il fatto che anche Fakir non stava minacciando nessuno, l'elemento in comune c'è eccome. Il branco colpisce Bakari Sako, che già ferito cerca rifugio in un bar che aveva appena aperto. Cosa fa il barista (poco importa che lui fosse il proprietario della licenza o un lavoratore dipendente)? Appena vede un "muso nero" inseguito dal branco con coltelli alla mano che fa, scambia l'aggredito con l'aggressore, gli rifila un pugno in faccia, non chiama lo polizia e lo lascia finire al suo destino. Psicologia? Sì psicologia da quattro spicci a chi vuol ridurre alle responsabilità individuali un fenomeno economico e sociale complesso e radicato in più di mezzo millennio nella società.
Quindi, anche su queste pagine, abbondano le "catalanate", il cui scopo è giustificare il comportamento della polizia e la rabbia italiana contro il marocchino: Fakir era un tossico, un deliquente con una pena scontata nel 2012, ed era fatto di crack.
Questo è il ritornello più gettonato quando un afroamericano muore: era un criminale e se lo è meritato, non si subito fermato allo stop, non si immediatamente inginocchiato, ha alzato la voce, non ha immediatamente obbedito agli ordini dei poliziotti. Ovvero non si è lasciato trattare come un animale.
Anche al riguardo della campagna politica e sociale che rivendica per il singolo cittadino di esercitare il proprio diritto di autodifesa quando la sua proprietà privata è violata, un diritto che include anche il diritto ad uccidere, questa concezione non è semplicemente la trasposizione dagli USA qui da noi. Questo è un diritto - ovviamente barbaro - garantito dal II Emendamento della Costituzione Americana. Solo a quel tempo il neo stato, la cui forza economica propulsiva era data da quell'incredibile slancio dato dalla schiavitù e dalla economia della piantagione, che era ben insirita con gli scambi commerciali e di capitali oltre atlantico. Tant'è che l'establishment degli Stati Uniti d'America era composto in larghissima parte da schiavisti, ma il neo stato, proprio perchè appena nato, non aveva una polizia, dunque la Costituzione Americana garantiva al semplice cittadino il suo inviolabile diritto di difendere con la forza la sua proprietà privata, in particolar modo quella degli schiavi, che non di sovente si ribellavano a scappavano. La stessa polizia degli Stati Uniti è la formalizzazione dei "bounty hunters", i cacciatori di taglie, veri e propri mercenari pagati con lo scopo di riacciuffare gli schiavi fuggitivi.
Esagero? Senza parlare del caso Roggero, guardiamo al caso della imprenditrice Cinzia Dal Pino: uscita a piedi da un locale viene scippata da (ancora una volta) un Marocchino di 52 anni, Noureddine Mezgui che poi scappò a piedi. Lei salì sulla sua Mercedes e lo inseguì finchè non lo investì di spalle schiacciandolo a un muro ripetutamente. Ovvero una volta sbattuto, fece un paio di volte retromarcia per colpirlo di nuovo con tutta la rabbia che aveva in corpo. Ammazzato lo scippatore, la Sig.ra Dal Pino scende la dall'auto, recupera la borsetta, risale in macchina e se ne và.
Ma l'indizio, o meglio la prova risiede proprio nella rabbia e fastidio provata da tutti quelli che vogliono dimostrare il contrario.
Guai a ritenere che tra i lavoratori occidentali o che la storia del movimento operaio europeo è condita di razzismo nei confronti di quei popoli ritenuti incivili, rozzi e inferiori, che non sono capaci di lottare ma solo di portare degrado. Se lo dici affermi, sei "colpevole di razzismo contro i bianchi", o di "razzismo al contrario".
Allora se proprio avessimo un dubbio, e io e Michele di dubbi non ne avevamo affatto, guardando quel fotogramma una persona dotata del buon senso umano e di semplice empatia verso l'essere umano dovrebbe domandarsi: Perchè 6 persone sono addosso a a Fakir sbattuto a terra?
Perchè gli operatori del 118 si comportano come Ponzio Pilato. Perchè tutti quelli che hanno ripreso hanno lasciato che la cosa degenerasse rimanendo in silenzio e limitandosi a riprendere con i cellulari.
Allora ci può stare il dubbio legittimo, perchè è naturale quando ci troviamo in un brusco risveglio. Ma quando viceversa la reazione persistente e quella di argomentare con pretesti che guarda caso si applicano solo in questi casi, questo è l'indizio che costituisce la prova.
Qualcuno dice, ma no, al massimo si tratta di "normale xenofobia", perchè, diciamocela tutta una colpa ce l'hanno, si lasciano sfruttare come bestie.
Il 20 giugno a Napoli hanno manifestato circa 10 mila braccianti venuti dalle aree agricole della provincia. Commenti della gente napoletana in strada bloccata nel traffico? "Se non vi piace, andatevene a casa vostra". Lo dice l'imprenditore perchè lo vuole al servizio dell'agrobusiness ridotto in schiavitù e lo dice l'operaio italiano che si scaglia razzisticamente contro il più debole, perchè è così da centinaia di anni.
Qualcuno che tira in ballo Engels. Engels scrisse nel 1844 un libro di una certa validità come studio sociologico sulla condizione della classe operaia inglese a quel tempo. Ma pessimo sul piano teorico e politico. Lo possiamo finalmente ammettere dopo che sono passati quasi 200 anni.
In quel pamphlet vi è un intero capitolo sul proletariato irlandese. Se uno togliesse le date e i riferimenti, quel capitolo potrebbe stare bene nel manifesto della Lega Nord, sia per il linguaggio che per le tesi teoriche e politiche.
Solo in quel classico del marxismo? Prendiamo a spunto il Manifesto del Partito Comunista del 1848. Ci sono tesi teoriche e politiche che sono figlie dell'ideologia dell'illuminismo e dell'hegelismo che non solo legittimavano il colonialismo, ma anche la schiavitù. Dunque un passo avanti nei confronti del razzismo degli operai inglesi che i proletari irlandesi subivano.
Cosa possiamo leggere nel Manifesto del Partito Comunista?
"... Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari ..". Ma guarda un po' la xenofobia verso i colonialisti europei.
E poi ancora, "...Come ha reso la campagna dipendente dalla città, la borghesia ha reso i paesi barbari e semibarbari dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di contadini da quelli di borghesi, l'Oriente dall'Occidente..." Ah! l'Oriente barbaro, incivile e arretrato.
Erano Marx e Engels razzisti? No vogliamo solo materialisticamente affermare che Marx non poteva che riflettere una visione di un movimento operaio in formazione che poteva svilupparsi proprio grazie ai risultati del saccheggio coloniale, e dunque condito di un suprematismo della lotta di classe in Europa rispetto alla lotta dei popoli di colore. Fortunatamente, il caso volle che dopo il 1848 Marx dovette riparare a Londra e dunque all'interno di una dimensione che lo costringeva a rompere con l'impostazione teorica iniziale per come i fatti della storia ancora non maturi gli poterono consentire. Rimane, però, che una volta abolita la schiavitù negli Stati Uniti, non solo Marx si scagliò con vemenza contro il movimento operaio americano e inglese, non solo apertamente e pubblicamente lui e Engels dissero che sull'Irlanda e gli Irlandesi non avevano capito un "cazzo", ma vista la nullità e il razzismo ancora non ben inquadrato, si adoperarono attivamente per sciogliere la Prima Internazionale.
Dunque, se possiamo apertamente dire che i cosiddetti testi sacri di quel movimento ideale che si rifà al Comunismo, avevano una visione limitata all'Europa, di fatto eurocentrica e tutto sommato condizionata dal più generale razzismo come elemento complementare al rapporto coloniale, non avere il coraggio di prendere il toro per le corna e continuare a menar il can per l'aria non ammette giustificazioni.
Ciò basta e avanza per dimostrare che è una sciocchezza priva di fondamento sia che il razzismo trattasi di normale "concorrenza" o che sia a causa di una "immigrazione incontrollata". Il razzismo ha iniziato a attraversare tutte le classi sociali all'interno del movimento storico di un modo di produzione che prende il nome di Capitalismo, ben prima che gli immigrati dall'Africa e dall'Asia raggiungessero il vecchio continente in grande numero.
Al contrario l'immigrazione svela il razzismo sistemico che già vive sottopelle nella società all'interno del movimento storico di sviluppo di un mercato mondiale fondato sulla base di un rapporto combinato e diseguale contro i popoli razzializzati.
Domanda: è vero o non che negli anni '50, '60 e negli anni a seguire la gente del Nord Italia chiamava "terroni" i napoletani, i siciliani e le persone del meridione, aggiungendo che loro fossero più assimilabili agli africani e ai nord africani? Eppure, non risulta nei censimenti ISTAT che alla Fiat Mirafiori di Torino o alla Pirelli di Sesto San Giovanni gli operai di Torino e di Milano avessero mai visto dei Senegalesi o degli Ivoriani "zozzare" gli ordinati quartieri operai.
Pino, sono tempi decisamente coatici, dettati dall'approfondirsi di una crisi generale e della debacle dell'intero Occidente. Già in questi giorni il caso Fakir è il passato, al suo posto ci sono i fatti di Ceuta, rispetto alla si agita la pistola fumante dell'invasione degli "arabi" e dei "musulmani" alle porte dell'Europa. Il tutto conferma che dagli Stati Uniti fino all'Europa la crisi fa precipitare linee centrifughe di una vecchia "civiltà" (quella Occidentale) con i giorni contati (e viva iddio). Il rombo dei tamburi si fa sempre più cadenzato: "o salviamo l'Occidente, o affogano loro".
Non sto qui ad ribadire cosa io e Michele ci auspichiamo e dove ci troveremo.
Non sono in grado di giudicare se quel saggio di Engels sia "pessimo sul piano teorico e politico", ma comunque so che Engels era un giovane borghese arrivato a Manchester per studiare le industrie tessili locali, attività della famiglia: logico che fosse condizionato dai pregiudizi della sua classe. Ma da quelle parti scopre alcuni problemi e ne fa oggetto di studio, tra questi il rapporto tra i lavoratori inglesi e quelli immigrati dall'Irlanda. Insomma segnala un problema di cui poi si occupa anche Marx. Certo, anche questi condizionato da alcuni pregiudizi del tempo, non necessariamente dal razzismo teorico del contemporaneo De Gobineau. Perchè il razzismo è una teoria politica, non un pregiudizio o una malattia: se si parla di xenofobia, sì, allora erano xenofobi verso gli europei pure amerindi, africani, cinesi e giapponesi (e con qualche ragione). Quando si scrive che "l'immigrazione svela il razzismo sistemico che già vive sottopelle nella società ecc." si confonde una pulsione della psiche umana (la diffidenza verso chi non si conosce) con una teoria politica che ha una precisa storia.
Oggi in Italia, ma anche in Europa e altre parti del mondo, esiste il problema evidenziato da Engels quasi due secoli fa. Qualcuno, politicamente scaltro, lo cavalca e si pone all'interno del movimento razzista e suprematista, conquistando voti e potere. Questo è il problema evidente, e non mi pare che qui emergano proposte politiche che lo affrontino realisticamente.
generalmente io e Michele ci domandiamo come mai tutti gli articoli e contributi che sinistrainrete ospita sono quasi per nulla commentati, incluso i nostri. Peró circa questo avevamo la sensazione che sarebbe stato diverso, perchè tocca nervi e corde profonde.
Sarebbe interessante approfindire circa quella aspettativa ideale che la Classe Operaia avrebbe materialisticamente seguito il suo svilupparsi come “classe nazionale in un senso diverso dalla borghesia” e da lì poi spiccare il volo verso un ideale e una missione rivoluzionaria. In questo senso era azzeccato il percorso tracciato, errata l’aspettativa su cosa avrebbe fatto dopo.
Nella famosa Critica al Programma di Gotha piuttosto che la critica in sè è il carteggio a premessa che è interessante dal punto di vista storiografico, storico e teorico. A partire dalla traduzione in lingua non tedesca (l’originale delle lettere sono in tedesco), ogni “sezione nazionale” del movimento operaio internazionale tradusse uno specifico passaggio facendone perdere l’esatto significato.
Nell’originale tedesco della lettera di Engels a Bebel c’è un passaggio:
Nell’originale tedesco si legge
“…Abhalten von zuzug bei streiks, …”
Questo passaggio fu tradotto dal movimento socialista italiano di fine ‘800 con “lottare contro il crumiraggio”.
Ma una traduzione letterale, rispettando fedelmente l’originale, avrebbe dovuto essere diversa. Quegli sono gli anni che nonostante quanto accadeva nei paesi capitalistici più avanzati non lasciava affatto indicare che la “classe nazionale in senso diverso” avrebbe poi, eccetera… Marx e Engels e soprattutto Marx, mossi da una passione rivoluzionaria, speravano idealisticamente che la coscienza rivoluzionaria si sarebbe fatta strada. Ma - ecco il dato materiale e impersonale - quella ascesa come “classe nazionale” non poteva che essere con dei tratti che possiamo dire “nazionalisti in senso complementare ma non coincidente” alla motrice della storia: la forza impersonale della accumulazione capitalistica.
Qual’è la traduzione letterale, attenzione: “OSTACOLARE L’IMMIGRAZIONE”.
E come tradusse il Movimento Operaio italiano? Con il termine inventato “crumiro”, un termine razzista preso dal Francese, con cui venivano chiamati dispregiativamente tutti gli algerini, tunisini e marocchini arabi e berberi nord africani.
Singolare o no? Quindi non mi stupisce che di fronte alla crisi della accumulazione, dunque in un tempo storico che apre al caos e alla rivoluzione, che tutte la classi sociali in occidente si scompongono e si rendono fluide, a partire da quella che fu in quanto movimento politico la classe operaia. E che da lì con soluzione di continuità rimane quel senso “nazionale” e “nazionalista”, di fatto razzista, contro gli immigrati della diaspora indotto dallo sfruttamento imperialista, un oggettivo precipitato della storia che vuol indicare il razzismo intorno al fenomeno sociale storico dell’immigrazione da Asia, Africa e America Latina come una necessità per l’unità di una classe, quella proletaria, atomizzata. Se negli anni ‘70 dell’800 era una aspettativa velleitaria, oggi è del tutto reazionaria, perchè a essere mobilitati nei pogrom a Dublino e a Glasgow di questi giorni contro immigrati e immigrati musulmani c’erano proprio quel che rimane della British working class e dal sindacalismo non si è detto nè A, nè B, nè C.
Stessa cosa avviene e il medesimo comportamento avviene nello storico sindacato dei minatori del Sud Africa e a Durban circa i moti razzisti in Sud Africa in questi giorni. E lì la cosa peró meriterebbe particolari spiegazioni in quanto si è di fronte al totale fallimento - e non poteva che essere così - del post apartheid in un paese in cui il colonialismo di insediamento ha procurato ferite ancor più profonde rispetto al resto dell’Africa.
Anche se con non giustificabile ritardo, appena avremo scritto il nostro punto di vista sui fatti del Marocco e su Ceuta, ci aspetteremo ancora più dure critiche.
Ciao
Alessio