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sinistra

In morte di Fakir

di Algamica*

abderrahim fakir morto bologna tac autopsiaChiamiamo quanti realmente intenzionati a capire le ragioni, ovvero le cause che stanno dietro la morte di Abderahhim Fakir ad analizzare i fatti, nella loro crudezza.

Coloro che hanno visto il video su Fakir non hanno potuto non fare un parallelo con quel 25 maggio 2020 quando George Floyd fu ucciso soffocato con un ginocchio che gli schiacciava il collo. Ma quanto accaduto in questo 19 luglio 2026 c’è molto di più profondo da capire, di qualcosa che segna un salto nella tendenza sociale determinata da una crisi generalizzata del movimento storico del modo di produzione capitalistico, divenuto ormai sistema.

Ripercorriamo i fatti per come sono stati dati dagli organi di informazione, che hanno determinato il tragico epilogo.

Fakir è in uno stato confusionale, è in strada e grida aiuto mentre prende a calci le saracinesche di alcuni box auto. È un ex operaio della logistica, era riuscito a realizzare una piccola impresa autonoma, ma a causa di commesse non pagate la sua attività era andata in crisi. Così ha dovuto anche licenziare un lavoratore e dunque il suo stato di precarietà lavorativa lo ha sottoposto nuovamente alla tagliola del rinnovo del permesso di soggiorno. Ricordiamo che il permesso di soggiorno costituisce una forma di diritto speciale e separato in assenza del quale conduce, spesso, il lavoratore extracomunitario alla condizione di schiavitù. Spesso non rimane che l’illegalità come lavoratore a nero, oppure la reclusione come bracciante sotto i colpi violenti dell’agrobusiness, del piccolo imprenditore agricolo e dei caporali che completano un circuito infernale per gli immigrati senza documenti e la decurtazione generale del costo sociale del lavoro.

Veniamo al fatto. Un cittadino, visto lo stato di crisi psicotica del povero Fakir, chiama il numero unico di emergenza 112 per avvertire che c’è una persona in strada che non è in sè. E aggiunge: “è un extracomunitario”!

Questo è l’elemento casuale che andrà a inserirsi in una dinamica causale e a innescare la consecuzione determinata degli avvenimenti che segneranno la tragica fine di Fakir.

Sopraggiungono sul posto l’ambulanza della Croce Rossa 118 e una pattuglia della Polizia del 113. Perchè anche la polizia? Semplice: è bastato segnalare che la persona in difficoltà fosse anche un immigrato. In casi di persone che danno segni di stress è sempre il personale sanitario quello deputato a intervenire e se nel caso si ritiene necessario un TSO, il 118 chiama la Polizia Municipale perchè fa le veci del Sindaco, l’unico soggetto istituzionale autorizzato a un ricovero coatto. Questo in tempi normali anche quando chicchessia dà di matto, e sicuramente non è mai previsto l’arresto.

Ma questi, tempi normali non sono. Mettiamo le cose bene in chiaro: in un incessante clima sociale e politico islamofobico, razzista e contro gli immigrati che si sposa col sostegno del genocidio palestinese, nella pancia sociale dell’Occidente gli immigrati, in particolar modo se africani o arabi, peggio ancora se anche musulmani, appaiono un pericolo. Così come nell’establishment liberista l’immigrato, che sarà pure una risorsa e un “male” economicamente necessario perchè servono a far crescere la popolazione, dunque tenere a galla la domanda di mercato e il consumo, nonché a realizzare un costo del lavoro concorrenziale per le merci, si arrampica sugli specchi avvertendo che il vento soffia contro.

Insomma, gli immigrati devono essere ricondotti alla ragione con le buone o con le cattive: che nessuno metta in discussione quel diritto separato, ovvero segregazionista inaugurato dai governi di sinistra con la legge Turco-Napolitano.

Ma per quanto il regime delle leggi dello Stato si facciano sempre più dure, per quanto intorno alla gestione dell’accoglienza, dei ripescaggi in mare, dei CPR ci sia una vera e articolata mafia schiavista, la paura sociale e dunque una difesa violenta dal pericolo “nero-arabo-africano-musulmano” è inarrestabile. Il punto d’analisi teorico e storico è questo. Non ce lo possiamo nascondere.

Entriamo nel merito dei particolari per capire esattamente cosa sia successo e se il punto d’analisi è corretto.

L’operatore del call center del 112, che è pagato con i salari appena migliori dei call center commerciali, attiva polizia e croce rossa. Quello che accade successivamente è una coralità che concorre alla morte di Fakir assumendo le sembianze di un razzismo di paura come cerchiamo di spiegare. Perché? Trovandosi a che fare con un immigrato nord africano il personale del 118 si tiene alla larga scansando le proprie responsabilità di soccorso per quella particolare paura verso il nero caratteristica propria della coscienza sociale di un razzismo sistemico, penetrato sotto pelle, e la polizia agisce per come deve fare. In un contesto determinato come quello di questa fase.

Ma, attenzione, perché il coinvolgimento nel concorso della morte di Fakir non finisce qui. Perché mentre i poliziotti, in virtù del ruolo sociale assegnatogli, piombano addosso a Fakir, gli spruzzano in faccia lo spry al peperoncino lo gettano a terra a faccia in giù. Fakir chiede aiuto, si dimena, gli addetti del 118 girano in tondo alla scena. Ma non basta immobilizzarlo a terra, serve renderlo innocuo, immobilizzandolo e ammanettandolo. Degli italiani sopraggiungono e collaborano per combattere il pericolo derivante dal povero Fakir. Due poliziotti lo schiacciano e un “civile”, accorso solerte, gli blocca piedi. Mentre il personale del 118 gira in tondo alla scena, gli altri civili si tengono pronti e più vicini alla mischia. Fakir grida aiuto. Pochi secondi dopo Fakir è ammanettato con le braccia dietro la schiena e a faccia in giù sull’asfalto bollente e le gambe immobilizzate. La sua voce si fa flebile.

Pochissimi secondi dopo smette di parlare e di chiamare “aiuto”. Fakir forse è già morto o ha perso i sensi.

Ma hai visto mai, meglio non correr rischi quando si ha a che fare con un immigrato nord africano, arabo, marocchino e forse musulmano. Anche se ormai Fakir è immobile, silente, faccia a terra, ammanettato e privato della vita, i tre continuano a stargli addosso e per completare l’opera l’italiano e uno dei due poliziotti gli legano anche le caviglie con delle fascette.

Dopo un po’ si alzano ma la successiva reazione è di soddisfazione e di circospezione, la stessa che si ha nei confronti di una belva feroce ferita a morte e di cui si teme una ultima reazione violenta.

Uno dei due poliziotti dà due schiaffetti sul volto di Fakir che sembra appunto per rassicurare il personale del 118 e a dimostrazione che “l’animale è domato”, dunque non puó far male. Solo a quel punto il personale sanitario si avvicina e gira il corpo senza vita di Fakir come se fosse un sacco di patate. Per altri secondi nessuno fa nulla, non si vede alcun tentativo di rianimazione. Fakir è morto.

Questi i fatti nudi e crudi cui hanno assistito milioni di telespettatori: un uomo che dava segni di scompensi psichici assalito da poliziotti con un consenso tacito degli astanti, del contributo attivo di un solerte e volenteroso italiano che uccidono un povero disgraziato che chiedeva aiuto ed ha trovato la morte. Non a caso il fratello ha potuto dire in presa diretta: «questa è l’Italia ».

 

Veniamo ai riflessi e alla gestione politica.

Allora cerchiamo di non infiocchettare le questioni per renderle meno gravi e penose di quel che sono realmente.

La destra difende l’operato della polizia utilizzando a dimostrazione la collaborazione di cittadini italiani durante il fermo di Fakir. Si tratta di un fatto vero, non c’è una reazione contro i poliziotti, tutti assistono in silenzio, lasciano fare che lo Stato compia la sua azione, nel caso dimostratosi criminale e omicida. È questo il punto.

Precisiamo che il quartiere Pilastro è un quartiere dormitorio della periferia di Bologna, in parte popolare e in parte proletario e abitato da molti immigrati. Che quegli italiani intervenuti non erano ricchi borghesi, non erano ricchi commercianti violenti e omicidi come Roggero e nemmeno piccoli bottegai in crisi che reagiscono razzisticamente contro quegli immigrati che aprono negozietti di frutta e verdura. Non erano fascistelli di Casa Pound. Dunque ad agire secondo una indifferenza razzista, rivelatasi di copertura all’azione della polizia, è di settori sociali composti di sottoccupati e precari della sanità e ceti poveri di un quartiere popolare.

Così come vale la pena ricordare che il personale del 118 intervenuto fosse composto da volontari, diplomati in infermieristica, pronto soccorso e quant’altro ma sottoccupati a causa dei tagli alla Sanità Pubblica.

Sicchè l’episodio ha messo in chiaro un clima sociale razzista fatto di soggetti e ruoli sociali compositi che ha determinato la morte di Fakir, che va da lavoratori precari e/o sottoccupati, strati popolari della periferia abbandonata, e infine i solerti poliziotti a riportare l’ordine turbato da un uomo immigrato in grave difficoltà.

 

Vecchio e nuovo razzismo, due tempi storici differenti.

La scienza storica ancora non è riuscita a ricostruire fino in fondo le cause materiali del razzismo, se questo è il precipitato materiale dell’insieme generale dei rapporti sociali, di produzione e scambio determinati dal colonialismo e dalla tratta degli schiavi, oppure se il razzismo già dallo sviluppo di quei rapporti avesse iniziato a germogliare per poi trovare nel colonialismo e nella schiavitù quel poderoso fertilizzante che ne ha fatto divenire un albero e una fitta foresta. Non sappiamo dunque dire se il razzismo storico trova il suo seme prima del 1492 con la “Limpieza de Sangre” o le due cose sono marciate insieme.

C’è di vero che il razzismo non è semplicemente un pregiudizio ideologico e semplicemente utile a giustificare e legittimare il più brutale colonialismo e la schiavitù. Un modo di produzione storicamente determinato e rispondente alle necessità impersonali della produzione del valore, dello scambio e della accumulazione capitalistica non ha potuto che realizzare i fattori strutturali, economici, sociali e di potere politico fusi con il razzismo. È l’insieme della società e delle relazioni sociali, anche conflittuali, tra le classi della civiltà padrona a essere razzista. Non è un semplice strumento calato dall’alto nelle coscienze “per fregare” i poveri in una “guerra tra poveri”. La storia dell’ultimo mezzo millennio dimostra infatti il contrario.

Lo sfruttamento razzistico dell’insieme dei popoli non europei e non occidentali ha consentito lo sviluppo delle classi sociali per così come sono e consentito in Occidente la realizzazione di diritti e redistribuzione a pioggia.

È stata la violenza del colonialismo e della schiavitù a determinare poi quella coscienza di massa per cui l’africano in catene se lasciato libero avrebbe sporcato e violentato la società superiore dei bianchi. Per lo stesso motivo i lavoratori americani per sviluppare il proprio vantaggio sociale hanno sviluppato quella particolare coscienza che, una volta abolite le catene della schiavitù della piantagione, i neri dovevano essere segregati e che il segregazionismo fosse appunto necessario per difendere lo sviluppo della democrazia e dei salari attraverso il “conflitto di classe”. In sostanza, quella particolare coscienza per cui l’oppressione razziale e tutti i fenomeni di razzismo più spietato fosse dettato da ragioni di “paura” e di “autodifesa” dai razzializzati. Peró quella paura, specchio riflesso da parte di chi esercitava la più brutale violenza razzista, trovava conforto dalla tumultuosa accumulazione e concentrazione di ricchezze in Occidente, che materialmente garantiva e rendeva possibile l’effettivo ed esteso vantaggio sociale, pur se a cascata, di una razzista bianchezza.

Questi elementi materiali e strutturali che hanno caratterizzato, forgiato e plasmato la cosiddetta civiltà occidentale hanno riprodotto, per filogenesi economica, sociale e politica, quel connubio razzismo-paura dei razzializzati. Dunque il razzismo come difesa del privilegio depredato con la violenza di un movimento storico di un modo di produzione che ha fatto del valore di scambio e la sua accumulazione il motore della storia.

Ma se ieri quel connubio avveniva con l’Occidente premiato dal vento in poppa di una tumultuosa accumulazione, oggi quel tempo storico non è più tale ed è radicalmente mutato. Basti pensare che l’Occidente e gli USA all’inzio del ventesimo secolo e fino a un decennio fa sembravano davvero in una ascesa infinita a dominare l’intero mondo. Nella produzione di merci, nella produzione di macchinari, nel dominio del mercato mondiale e del monopolio della violenza militare. Una consequenzialità di fattori che hanno visto crescere l’Occidente anche in termini di popolazione. La popolazione dell’Europa e Nord America fino al 1945 costituiva più di un 1/4 della popolazione mondiale e ancora con tassi di crescita demografica sostenuti. Mentre per esempio la popolazione dell’Africa ammontava a circa 145 milioni, ovvero poco meno dell’8% della popolazione mondiale.

Oggi la crisi generale del movimento storico dell’accumulazione ha rovesciato tutti i fattori precedenti. L’Occidente è poca cosa e l’Europa è al suo canto del cigno (e viva iddio).

Società, quelle Occidentali, che si reggono per il residuo di mezzo millennio di saccheggi, genocidi e schiavitù, ma producono e consumano solo attraverso l’impulso del debito generalizzato. Non dominano più i commerci mondiali e non hanno più la capacità di produrre merci atte a coprire l’esplodere della domanda in Africa per via del suo boom demografico.

Come dicevamo, dagli USA all’Europa aprire le porte all’immigrazione dall’Africa e dall’Asia è divenuto un “male” necessario per tenere la barca che affonda al livello di galleggiamento. Ma ció sconvolge la struttura sociale dell’Occidente in arretramento su tutti i piani.

Dalla pulizia etnica per mano dell’ICE negli USA, ai pogrom contro immigrati e musulmani in Gran Bretagna e Irlanda del Nord, ai movimenti per la remigrazione in tutta l’Europa e infine al sostegno del genocidio del popolo palestinese, i settori sociali di destra avvertono che la società occidentale si sta sfaldando perché scarseggia il carburante, materie prime eccetera. Quindi il connubio razzismo più paura del razzializzato si nutre di una dato reale: del fatto che si è chiuso il ciclo ascendente tumultuoso e violento della “razza padrona” occidentale, dunque il “pericolo” che l’Occidente sia travolto dalla crisi non solo è possibile ma anche certo. Sarà per linee centrifughe e violente e il razzismo sarà ancora più brutale di quello che gli sfruttati del mondo hanno dovuto subire per secoli.

Sia chiaro allora che va bene una manifestazione di protesta per un crimine commesso da parte dello Stato, ma il punto in questione è che esso diviene una carità pelosa se si assiste indifferenti all’uccisione di Fakir per poi manifestare contro la sua morte.

In Occidente le masse proletarie, semiproletarie, precarie e quant’altro, unitamente agli immigrati di ieri e di oggi sono chiamate a doversi schierare in modo chiaro contro il razzismo, esattamente come successe nel 2020 negli Usa a seguito dell’uccisione di G. Floyd. È un calice amaro che non si può troppo a lungo pensare di tenerlo lontano: bisogna bere o affogare. Sicchè partendo dalle mobilitazioni a seguito dell’uccisione di G. Floyd, passando per le mobilitazioni in tutto l’Occidente contro il genocidio del popolo palestinese, fino alle timide reazioni di questi giorni per l’uccisione di Abderahhim Fakir c’è da augurarsi l’emergere di nuovi e diversi John Brown e nuovi e diversi Ernest Jones, ovvero voci all’unisono contro il razzismo e l’Occidente.


* Alessio Galluppi e Michele Castaldo
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