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economiaelavoro

L’importante è finire. Su un libro recente di Giordano Sivini

di Riccardo Bellofiore

Giordano Sivini, La fine del capitalismo. Dieci scenari, Asterios, Trieste 2016, 128 pp.

md12906128276La fine del capitalismo. Dieci scenari di Giordano Sivini è un volume di piccole dimensioni ma di grande utilità. Il libro è, nella sua gran parte, una rassegna del discorso sociologico-economico sul capitalismo, soprattutto recente, al vaglio della questione dell’approssimarsi di una sua ‘fine’, se non di un suo già sperimentato collasso. In capitoli che accoppiano sinteticità a chiarezza espositiva l’autore riesce a dar conto dei caratteri principali della riflessione di alcuni dei pensatori al centro del dibattito odierno sul nodo di una ‘fase terminale’ del capitalismo. Si inizia nel capitolo primo (La fine della storia del capitalismo) con Giovanni Arrighi e Immanuel Wallerstein, della scuola del ‘sistema-mondo’. Si prosegue nel capitolo secondo (L’agonia del capitalismo) con l’elaborazione più recente di Wolfgang Streeck, messa in parallelo con la geografia materialistica di David Harvey in un confronto attorno alla questione del ‘soggetto’. Il passaggio ulteriore, nel capitolo terzo (Il suicidio del capitale), prende di petto sintonie e divergenze nell’arcipelago del marxismo per molti versi eterodosso tra, da un lato, la scuola della ‘critica del valore’, guardando in particolare alla riflessione di Robert Kurz, e, dall’altro lato, alla riflessione di Moishe Postone, l’uno e l’altro propositori di un’uscita dal lavoro. Nel capitolo quarto (Verso la nuova società) viene più decisamente avanti la questione del profilo di un possibile futuro ‘oltre’ il capitalismo, con la considerazione del lungo e differenziato percorso di André Gorz, del discorso sul ‘postcapitalismo’ di Paul Mason, e delle pubblicazioni di Jeremy Rifkin.

Di ogni autore vengono date le informazioni essenziali di biografia intellettuale, consentendo così una collocazione delle argomentazioni in un orizzonte non solo astratto e teorico ma anche storico e politico.

Il ragionamento di Giordano Sivini non si esaurisce comunque in questa dimensione, nel resoconto ragionato di un dibattito che assume a oggetto l’esaurimento della parabola storica del capitalismo. Vi aggiunge, sia pure per cenni, delle conclusioni e un taglio personale, che peraltro discendono dal modo con cui Sivini ha ordinato il materiale scandagliato con intelligenza. Del punto di vista che pare emergere dal volume, parleremo in conclusione di questa recensione: prima è bene riattraversare il paesaggio che viene tratteggiato nel testo, seguirne le connessioni logiche.

Nel discorso di Arrighi, il capitalismo è cadenzato da grandi fasi, prima di crescita materiale, poi di quella deriva finanziaria che segue al crollo dell’investimento e alla fuga dei capitali. L’evoluzione del capitalismo è inseparabile dalla dimensione statuale, dove Stati sempre più potenti esercitano la loro egemonia sullo spazio dell’accumulazione, centralizzando i flussi dei capitali mobili: una supremazia la cui crisi si esprime nelle fasi di finanziarizzazione dove l’economia mondo si sposta su nuove traiettorie. Così la storia del capitalismo è scandita da quattro cicli sistemici. Nel primo ciclo (la ‘diaspora cosmopolita dei detentori di capitali genovesi’) non vi è una potenza egemone, come negli altri tre cicli (a dominanza olandese, britannica, statunitense). Il quarto ciclo di Arrighi, segnala Sivini, deve sfociare in una ‘crisi terminale’: il monopolio statunitense della violenza dipenderebbe dal consenso di chi controlla la liquidità mondiale; in scritti più tardi Arrighi ha dovuto riconoscere il passaggio dal Giappone e gli Stati dell’Asia orientale alla Cina come nuovo soggetto egemone in potenza. L’egemone in decadenza conserva comunque la sua dominanza in forza del fatto che ‘tutti sono prigionieri’. Vista l’improbabilità del costituirsi di un multipolarismo imperiale, e come possibile alternativa al caos sistemico, Arrighi vede all’orizzonte una società di mercato mondiale. Al suo centro potrebbe collocarsi la Cina, contro le tendenze predatorie del capitalismo, e sviluppando una sostenibilità umana e ambientale. Il discorso si fonda sull’idea che, pur in presenza di capitalisti (a volontà), se lo Stato non è loro subordinato, l’economia è di mercato ma non capitalistica – una concezione che viene attribuita ad Adam Smith.

Nel caso di Wallerstein, il ragionamento è meno teorico e più storico. Il sistema capitalistico va oltre la produzione per il mercato, e si incentra sul reinvestimento dei profitti, ma ha bisogno di un ordine globale garantito dallo Stato egemone, egemonia che si logora nel tempo. Oltre a una maggiore efficienza, conta anche la mutevole divisione del lavoro tra centro e periferia. Gli squilibri ciclici per la sovrapproduzione e la caduta del saggio del profitto non segnano, per così dire, il destino del capitalismo, così come non lo fanno la crisi dell’occupazione o dell’ambiente: ma una crisi terminale potrebbe aver luogo. Sivini non è tenero con questo autore, preferendogli Arrighi, per rigore e coerenza, pur in un deciso scarto di quest’ultimo dal marxismo, in quanto l’accumulazione si scioglie dal legame con l’accrescimento della produzione materiale e può divenire sistemicamente espansione puramente monetaria. Il problema, per Sivini, non pare però tanto essere questo quanto che l’immagine di uno Smith ‘cinese’, secondo cui uno Stato forte crea e riproduce le condizioni del mercato e tiene a bada i capitalisti, rischia di essere falsificata dalla realtà di uno Smith ‘europeo’, più in sintonia con Hayek: lo Stato è garante della libertà dei capitali e il suo interventismo è di natura ordoliberale. Un capitalismo senza democrazia, insomma.

Scivoliamo qui, evidentemente, nel mondo di Streeck. Per il sociologo tedesco il capitalismo sta davvero per finire, e non è sensato voler accoppiare a questa constatazione la responsabilità di definire l’alternativa (un pregiudizio ‘marxista’ o meglio ‘modernista’). Nel capitalismo di oggi la separazione tra coloro che dipendono dal profitto e coloro che dipendono dal lavoro si tramuta nella dipendenza dei governi non più dalla cittadinanza ma dalla finanza e dai creditori. È questo l’esito di un lungo processo che ha visto il capitale reagire al conflitto col lavoro ‘comprando tempo’, prima con l’inflazione stampando moneta, poi coll’espansione del debito pubblico nei mercati finanziari, infine con l’esplosione del debito privato. Con l’abbandono degli obiettivi di giustizia sociale il capitalismo si è ‘depoliticizzato’, e ha di fatto preso congedo dalla democrazia. Dominio della tecnocrazia e sottomissione alla globalizzazione raggiungono il loro azimut nell’Europa del mercato comune e dell’euro, con una Banca centrale europea indipendente e un Consiglio europeo di Giustizia che impone una costituzione neoliberista. Dittatura della finanza e svuotamento della democrazia fanno del capitalismo un sistema sociale in rovina cronica.

Qui si misura lo scarto di Harvey da Streeck: per il primo, e non per il secondo, la fine del capitalismo dipende da un intervento soggettivo, e il vero problema è dunque l’assenza del ‘soggetto’. La classe si costituisce come esito di un processo innestato sulle contraddizioni del capitale, la cui comprensione richiede di articolare riproduzione allargata e ‘accumulazione per spoliazione’. Harvey porta la geografia dentro Marx, e al tempo stesso mostra come grazie all’uso capitalistico dello spazio e del tempo il capitale possa costruirsi le condizioni per funzionare indefinitamente, pur producendo povertà di massa e distruzione della natura. L’accumulazione via espropriazione – che non si limita alla fase dell’accumulazione ‘originaria’ o ‘primitiva’, e che si concreta in pratiche predatorie favorite dai governi e privilegiate dalla finanza internazionale – fornisce al capitale risorse a costo ridotto o nullo, e così può aiutare a risolvere la sovraccumulazione. Ciò crea una situazione inedita, dove il capitale si rende sempre più indipendente dal lavoro e si incarna nella circolazione di forme fittizie del valore. In questa situazione, l’innovazione politica per cui Harvey si impegna è quella che vuole mettere in relazione possibilità politiche che definisce esistenti ma isolate e separate, per produrre spazi di speranza che sono, si sarebbe detto una volta, ‘dentro e contro’ il capitalismo.

È quanto, a ben vedere, appare impossibile nell’ottica della critica del valore e di Postone. Qui l’accento è unilateralmente sul capitale come feticcio, che si fa soggetto automatico, e non (anche) sul capitale come rapporto sociale, da cui quel feticcio emerge. Alla luce del primo aspetto, sostengono Kurz e Postone, il punto di vista del lavoro organizzato va contestato, perché il lavoro è integralmente plasmato dal valore e dal capitale. Il lavoro astratto non esprime soltanto una socializzazione ex post delle attività produttive separate, ma anche e di conseguenza una dominazione impersonale, che spinge a un aumento incessante della forza produttiva delle prestazioni lavorative concrete. Da questa dinamica a spirale della valorizzazione non è possibile uscire in maniera quasi automatica (e dunque non è valida una teoria del crollo), né è possibile scommettere su ‘un’ soggetto rivoluzionario: e però il capitale produce la possibilità di uscirne via una drastica riduzione dell’orario di lavoro e forme di attività fuori dal lavoro come lo conosciamo. Kurz innesta il discorso sulla fine del lavoro e sull’uscita dal lavoro sulla tesi che il capitale è già crollato: prosegue la sua vita in forma virtuale, nella forma di capitale monetario sprovvisto di sostanza, perché il lavoro è stato sempre più sostituito dalle macchine e la razionalizzazione della produzione sopravanza l’espansione dei mercati. Lo sganciamento dell’emancipazione dal lavoro si accompagna in Kurz a una (condivisibile) critica delle forme reticolari di resistenza come ‘ideologia dei buoni sentimenti’, e però anche a un appello del tutto astratto a una ‘nuova prassi sociale’ e a una coscienza critica di cui (comprensibilmente) lamenta però l’insufficienza.

Gli ultimi autori considerati riducono il fuoco teorico e si muovono in un orizzonte più propositivo. Gorz è selezionato per le sue affinità con la critica del valore, anche se ha avuto in realtà un percorso lungo e non so quanto lineare. L’accento è sul diritto alla vita rivendicato contro la sacralizzazione del lavoro. All’attenzione iniziale al tema dell’alienazione in Marx, seguono gli studi su lavoro, scuola e politica economica, fino, dal 1980, all’‘addio al proletariato’ e al superamento del socialismo. Gorz punta sulla redistribuzione del lavoro, in un’ottica di liberazione dal lavoro, per approdare anche lui all’idea di un reddito universale di esistenza, anche se sensatamente si distanzia dalla riflessione post-operaista che vi vede la remunerazione di una produttività di valore della vita in quanto tale. Gorz è affascinato come Mason dalle pagine dei Grundrisse dedicate al general intellect. Secondo il giornalista inglese non solo è ormai possibile ma è sempre più dominante una realtà in cui si produce e coopera, per così dire, ‘fuori mercato’. L’informatica riduce il contenuto di lavoro, i beni di informazione rendono i prezzi arbitrari, la produzione è sempre più collaborativa. L’individuo connesso in rete è il soggetto che consente di andare oltre il capitalismo. Nel caso di Rifkin il capitalismo invece sopravvive ma viene ‘dominato’ dalla società del Commons collaborativo.

Sivini tende a dissociare il capitale come feticcio dal capitale come rapporto sociale, distinti a loro volta dal capitalismo come configurazione storicamente specifica dei rapporti sociali determinati dalla proprietà privata e dall’accumulazione illimitata. Senza quest’ultima il capitalismo è impossibile: ma ora, commenta Sivini prendendo spunto da Harvey, la dispossession espande la finanza ma annichilisce proprio l’accumulazione, sicché l’abbondanza di liquidità si accompagna sistematicamente alla crisi produttiva. La privatizzazione e la mercatizzazione dei beni pubblici, così come il passaggio dal welfare al workfare, bloccano la riproduzione allargata causa insufficienza di sbocchi. Mentre un tempo la spoliazione rilanciava l’accumulazione, oggi è l’opposto: eppure, anche se l’accumulazione di denaro attraverso la produzione è bloccata, il trasferimento della ricchezza alla finanza che è tipico del neoliberismo mantiene la produzione di denaro per mezzo di denaro, per così dire, ‘disincarnata’, come un’espansione meramente finanziaria. Il sociale viene compresso dall’economico, dopo una parentesi dove sembrava che lo Stato, regolando le imprese e sostenendo la domanda, facesse emergere il sociale dall’economico. Par di capire che per l’autore il punto sia, anche se non si sa come, di rompere la subordinazione del sociale dall’economico.

Non posso che consigliare la lettura di questo libro denso e affascinante. Al tempo stesso non posso che rimarcare la distanza da un punto di vista in cui lo ‘sguardo verso il futuro’ passa attraverso quella che è, ancora una volta, la griglia teorica del ‘collasso’ del capitalismo, e da quella che a me pare una dubbia separazione tra sociale ed economico. La teoria del crollo e la scissione tra economia e società hanno sempre fatto da preludio o a una riduzione dell’economia a tecnica disgiunta dalla politica, o a una sorta di romantica regressione all’umanesimo o all’utopismo. Sui temi di questo testo ho anch’io ragionato – tra l’altro in due volumi pubblicati dallo stesso editore, l’uno dedicato a un ragionamento logico e storico sulla teoria della crisi (R. Bellofiore, La crisi capitalistica, la barbarie che avanza, Asterios, Trieste, 2012) , l’altro a una disanima della crisi attuale (R. Bellofiore, La crisi globale: l’Europa, l’Euro, la Sinistra, Asterios, Trieste, 2012). Non posso che rimandare a quei testi per un ragionamento che non può essere sintetizzato in poche righe.

Il punto essenziale mi pare comprendere il senso della ‘crisi’ secondo Marx: essa è certo l’esplosione delle contraddizioni da cui nasce e da cui è attraversato il capitale, ma ne è al tempo stesso la soluzione – temporanea e instabile, ma effettiva. Per questo la crisi ha il carattere della ricorrenza. Al tempo stesso, il muoversi per cicli, talmente lunghi da configurare degli stadi del capitalismo, segnala un’evoluzione del rapporto di capitale e dei rapporti sociali, e presenta una crescente necessità di quell’intervento politico e statuale che è comunque sempre connaturato al capitale. Così, nei miei libri ho provato a leggere la caduta tendenziale del saggio di profitto in un’ottica dove il sistematico prevalere delle controtendenze sulla tendenza aveva luogo dentro diverse fasi, e in ognuna di esse le forze che determinano l’ascesa sono le medesime che inducono il collasso.

La Lunga Depressione di fine Ottocento è riconducibile alla classica caduta del saggio di profitto, dominata dalla crescente composizione di valore del capitale, e viene superata (tra l’altro) grazie alla spinta verso l’alto del saggio di plusvalore nel contesto di un capitalismo sempre più trustificato, e dunque grazie all’organizzazione scientifica del lavoro di Frederick Taylor e alla catena di montaggio in movimento di Henry Ford. Si determinano così le condizioni per cui dalla crisi dovuta a scarsa profittabilità lorda rispetto al capitale si trapassa alla crisi per eccesso di profitti potenziali (una crisi da realizzazione, che però ha la sua origine nelle dinamiche della produzione): il Grande Crollo degli anni Trenta del Novecento. L’uscita dalla crisi avviene davvero solo con il secondo conflitto mondiale, mentre l’età dell’oro keynesiana dipende da quelle kaleckiane ‘esportazioni domestiche’ (i disavanzi di bilancio finanziati direttamente o indirettamente con nuova moneta) che però in larga misura gonfiano, come ben vide Mattick, una produzione che non è produzione di capitale, e di conseguenza preludono a un restringimento relativo dell’area produttiva di plusvalore. Ciò rende il sistema ancora più dipendente dal concretizzarsi di una crescita ‘adeguata’ del saggio di sfruttamento, crescita che fu messa in questione dalla metà/fine degli anni Sessanta dalle lotte del lavoro dentro la produzione, dando luogo a una nuova compressione dei profitti lordi. Questa volta però il fattore determinante della crisi di profittabilità non fu tanto l’incremento nella composizione di capitale ma la crisi sociale dentro il rapporto ‘immediato’ di produzione. La via d’uscita fu il cosiddetto neoliberismo, nella sua duplice realtà di sussunzione reale del lavoro al capitale finanziario e alle banche (da cui il consumo a debito) e di frammentazione e destrutturazione del lavoro.

Tutto ciò discendeva da una nuova forma di capitalismo che, al contrario di quello che pensano gli autori passati in rassegna in questo volume, tutto era meno che un capitalismo più liberista (era anzi retto da una sorta di keynesismo privatizzato, dove la finanza produce al suo interno le condizioni per un maggiore sfruttamento e per la realizzazione del plusvalore), e dunque in fondo un capitalismo nient’affatto stagnazionistico. Un capitalismo che però, tra inflazione dei prezzi delle attività finanziarie e centralizzazione senza concentrazione, includeva in modo subalterno le ‘famiglie’ e tagliava le gambe al conflitto sociale. In questa forma del capitalismo più che in altre l’esplodere delle contraddizioni finanziarie si è tramutato direttamente prima in una drammatica crisi reale, e poi in una ripresa più lenta che nel passato. La dinamica storica descritta con le categorie marxiane potrebbe essere utilmente messa a confronto e integrata con la visione del capitalismo per stadi ‘finanziari’ tipica di Hyman P. Minsky.

La catastrofe ambientale e la fine del lavoro sono previsioni ricorrenti, così come la lamentela (o l’esultanza) sulla fine dello Stato: il degrado della natura è drammaticamente reale, mentre l’ideologia della fine del lavoro e della fine dello Stato nascondono la loro radicale metamorfosi, e inducono a prendere per irreversibili processi che sono contraddittori. Nulla lascia presagire che questa volta sia diverso. Ogni passaggio di fase ha richiesto un intervento in qualche misura politico (e in verità tanto più politico quanto più il capitalismo diventava ‘maturo’). Ciò è finora mancato, se non nelle forme utili a garantire la sopravvivenza del sistema, e a evitare la ricaduta negli aspetti più drammatici del Grande Crollo. La fine di ogni crisi del capitalismo ha dato vita, sinora, a una nuova forma di capitalismo. La ‘fine’ del capitalismo non sarà il frutto di dinamiche meramente oggettive, né di un qualche esodo dal capitale. Come scriveva nel 1970 Claudio Napoleoni al termine della sua introduzione al volume con Lucio Colletti, Il futuro del capitalismo: crollo o sviluppo? (L. Colletti e C. Napoleoni (a cura di), Il futuro del capitalismo: crollo o sviluppo?, Laterza, Roma-Bari, 1970), il capitalismo non crolla né esce fuori di sé in modo evoluzionistico: il suo superamento è concepibile soltanto sulla base di un intervento sociale e politico. Sivini mostra bene come, con la parziale eccezione di Harvey, tutti gli autori finiscano con l’aggirare la questione. Ma il nodo è questo, e chi voglia ragionare di fine del capitalismo non può che sporcarsi le mani nell’individuazione e nella costruzione di forme di antagonismo e progettualità sociali che partano dalla doppia constatazione che né il capitale lavora ‘per noi’, autodistruggendosi, né la politica economica salverà da sola il capitalismo in forza di misure ‘tecniche’.

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