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sinistra

Appunti per un rinnovato assalto al cielo. I

Riportando tutto a casa

di Paolo Selmi

appunti1“L'intelligence, c'est de chercher dans quelle
mesure on peut mettre un petit peu de raison
dans cette absurdité.”
(Jean-Luc Godard, “Monologue”,
Une femme mariée, 1964)

Premessa

Si narra che, qualche millennio fa, un pensatore cinese di nome Kong(fu)zi ((), o Confucio per gli amici), in un periodo di crisi abbastanza simile all’attuale, se non peggio, inaugurasse la sua proposta politica (non ancora divenuta ideologia e pensiero dominante di un continente) “rettificando i nomi” (zheng ming 正名): “Se i nomi non sono corretti, le parole non corrispondono alla realtà; se le parole non corrispondono alla realtà, gli affari non giungono a compimento”1 … insomma, secondo il pizzetto più famoso e osannato del Paese di Mezzo, nulla si sarebbe mai potuto veramente cambiare se non si eliminano prima le ambiguità di fondo esistenti. Era un atto di grande coraggio allora, quando denunciare un’usurpazione di trono poteva equivalere alla perdita della propria testa; è un atto di grande coraggio oggi, quando palesi atti di arroganza che fanno straccio del diritto internazionale sono auto-legittimati da caratteri di “eccezionalità”2 che valgono solo per uno Stato (e per i lacché di turno), così come quando “fare chiarezza” su una proposta politica di trasformazione socio-economica e possibile transizione al socialismo equivale, sicuramente, a inimicarsi tanti soggetti, alcuni tradizionalmente noti (i primi di cui sopra) e altri, molto probabilmente, ancora considerati “amici”, “alleati”, se non addirittura lao dage (老大哥), “grande fratello maggiore”, al posto del defunto riferimento sovietico.

La storia degli ultimi trent’anni ci mostra, infatti, chiaramente come, ciò che è stato definito “globalizzazione”, altro non sia stato che un’occupazione, un’espansione globale del modo capitalistico di produzione che, nel tempo, si è assestato trasformando e uniformando ai propri standard spazi e territori gestiti, sino ad allora, secondo modi di produzione completamente diversi, se non alternativi: dal comunismo di guerra della “ciotola di ferro” (tiefanwan 铁饭碗) cinese, al “socialismo realizzato” del blocco dei “Paesi dell’Est”, con tutte le loro differenze e sfumature. Le rivoluzioni industriali e tecnologiche seguite a tale processo di consolidamento globale del grande capitale, di omologazione economica, sociale e culturale che ha fatto pensare a qualcuno a un’ipotetica “fine della Storia”, nate dalla necessità di ridurre gli enormi spazi che il ciclo della merce si trovava via via a gestire, hanno rafforzato questa illusione: illusione che l’attuale crisi interimperialistica fra potenze globali, regionali e i blocchi di alleanze ivi annessi e connessi, ha contribuito definitivamente a far saltare; una crisi in cui non esistono “buoni” e “cattivi”, ovvero logiche, tattiche, strategie di potere mosse dai nobili ideali di un’etica comune o di una morale soggettiva: ciascuna delle parti in campo ragiona secondo il proprio utile che, come i fatti recenti insegnano, in un caso coincide col seminare morte e distruzione – pardon, creative chaos – perché se non si riesce proprio a compiere il regime change con il our-son-of-a-bitch di turno, è meglio la terra bruciata, impestata dal se-dicente “stato islamico”, da Jaysh al-Islam, da Jabhat Al-Nusram da Ha'aty Tahrir al-Sham, e dal resto dell’allegra compagnia di formazioni terroristiche che foraggia, visto che nel deserto non si riesce a far crescere l’oppio; nell’altro caso, coincide con chi ha interesse a costruire e ricostruire tessuti socio-economici in grado di meglio rispondere alle proprie esigenze di politica estera e di difesa, così come a quelle economiche delle variegate vie “del gas”, “del petrolio”, o “della seta” che di lì passano. In questo senso, chi non ha la coscienza completamente obnubilata dalla realpolitik, o da una costante, consolidata nei secoli, servilistica attitudine al servo encomio e codardo oltraggio, scambiata con “responsabilità” e “buon senso” (anche qui, le parole dovrebbero tornare al loro senso originario!), pur non condividendo entrambe le posizioni, una scelta di campo la dovrebbe fare. Diverso ancora è il discorso di chi “tifa”, di chi “è rimasto orfano”, e utilizza i (pochi) elementi di informazione in suo possesso per costruirsi mondi immaginari dove il (suo) Bene, prima o poi, trionferà inevitabilmente sul (suo) Male. È un pericolo anche questo, specialmente fra quei pochi rimasti che agiscono in buona fede, che hanno alle spalle decenni di lotte, la maggior parte perse e che tuttavia, colti impreparati da un mondo che cambia vorticosamente, hanno tirato i remi in barca e si accontentano di veder vincere – a prescindere, direbbe Totò – quello che loro identificano come “rosso”, da un lato che loro considerano “rivoluzionario” o, dall’altro, più “riformistico”, di quella vulgata falsamente “di opposizione” ma, come nel primo caso, altrettanto funzionale al mantenimento dell’attuale modo di produzione, che qualcuno ha definito, a torto o a ragione, “savianesimo”.

Questa premessa è necessaria per definire un possibile campo d’azione: compito dei comunisti oggi è, infatti, ripartire dalle proprie macerie, mettere insieme i frammenti di un discorso interrotto decenni fa con la caduta di un muro. Qualcuno, più di uno in realtà, obbietta che da allora qualcosa, molto secondo lui, è stato fatto. La Repubblica Popolare Cinese, ai suoi occhi, rappresenta un modello vincente di socialismo. Non entro nel merito di argomentazioni che sarebbero, in questa fase, inutili o, meglio, utili solo a riattizzare polemiche, personalismi, vecchi rancori fra compagni (quelli rimasti). Mi permetto però di sottolineare come, occuparsi di Cina oggi, e nella seconda parte di questo lavoro ce ne occuperemo, sia fondamentale per chi crede ancora nel socialismo come modo di produzione alternativo a quello capitalistico – a prescindere dalla propria, attuale, posizione sull’argomento - proprio perché pone in discussione le sue certezze e lo porta, di sua spontanea iniziativa o suo malgrado, su un percorso impervio di critica, serrata, rigorosa e sistematica allo stato di cose esistenti. Questa è stata, quantomeno, la mia esperienza personale di studente, di ricercatore, di lavoratore. Il percorso che sono a proporvi con questo lavoro ne ripercorre alcune tappe fondamentali, alla fine delle quali c’è chi resterà totalmente della sua, chi invece utilizzerà – in parte o in toto – i materiali raccolti come spunto per ulteriori, più approfondite analisi, suggerimenti, critiche costruttive nella costruzione, a livelli ancora più avanzati, di una teoria in grado di farsi prassi. In questo caso il mio sforzo sarà servito a qualcosa, ed è con questo auspicio che intraprendo questo viaggio nel passato, nel presente, e nel possibile.

Infine, un’ulteriore premessa, doverosa per rispetto al lettore. Quanto segue, suddiviso per comodità in capitoletti, è parte di un lavoro in itinere non solo per quanto concerne la composizione, la struttura di questo quaderno di appunti, ma anche per quanto riguarda la stesura di ciascun capitoletto. I dati sono il più possibile aggiornati, ma potrebbero anche non essere i più aggiornati. Quello che mi appresto a sottoporre alla vostra attenzione è un semilavorato grezzo, anche se è stato tradotto da fonti autorevoli e sottoposto a verifiche incrociate con altre fonti prima di essere messo nero su bianco, cercando di applicare lo stesso rigore analitico che è stato parte della mia formazione e attività di dottore in ricerca ed è – tutt’ora – parte del mio lavoro quotidiano di lavoratore nei trasporti internazionali (se non altro per non avere merce persa per strada, o bloccata in dogana, o con pendenze per danni senza le dovute pezze giustificative, o con addebiti non dovuti, ecc.). Ma resta sempre un semilavorato grezzo. Mi scuso in anticipo di eventuali imprecisioni, errori e omissioni, di cui sono ovviamente l’unico responsabile.

 

Partiamo dalla fine

L’assassino, si sa, è sempre il maggiordomo; in questo caso, la fotografia risultante da questo grafico recentemente pubblicato e che riporto come primo spunto di riflessione:

appunti2rid

In altre parole, una critica a questo modo di produzione non può che partire, come oltre un secolo e mezzo fa, dalla forma merce. Come è cambiata da allora, in particolar modo dal secondo dopoguerra a oggi, in particolare dal presunto, incontrastato, dominio di un “pensiero unico”, è una questione che offre ampia materia di riflessione. E partire dal caro vecchio Zio Sam è molto interessante. In vent’anni, infatti, osserviamo come le spese ospedaliere aumentino di oltre il 200% e calino, invece, giocattoli e televisori: panem et circenses, verrebbe da dire. Interessante notare come questi dati sull’andamento dei prezzi3 , elaborati da fonti ufficiali4 , siano poi citati dall’estensore degli stessi, peraltro professore di economia, come caso esemplare di danni del controllo statale sul libero mercato (sic!): mantra duri a morire nella patria del neoliberismo coi deboli e del protezionismo coi forti (seguita in questo a ruota dall’altro gigante di oltrepacifico, quello che promette mirabolanti profitti a chi segue la sua via della seta, ma a senso unico)... All’obiezione di un commentatore che chiedeva come mai nei Paesi scandinavi il grafico non fosse lo stesso il professore, ovviamente, non rispondeva (per non parlare del nostro Belpaese nella sua fase poi definita “statalista”, con le cedole librarie, la scuola gratuita, i farmaci gratuiti su ricetta e analisi e cure ospedaliere altrettanto gratuite); non poteva rispondere, così come non avrebbe potuto obbiettare nulla di fronte a chi avesse messo sul piatto l’immenso giro d’affari – privato – derivato dalle spese sanitarie derubricate dal bilancio pubblico come spending review e recentemente oggetto di commento da parte di fonti non sospette5 , e non avrebbe avuto nulla da replicare anche a una domanda ancora più elementare: come mai, in piena guerra fredda, questo grafico negli USA fosse pressoché identico6 e in URSS fosse esattamente l’opposto.

Questo grafico parla direttamente non solo agli USA, ma a tutto l’Occidente capitalistico, Italia compresa: mutatis mutandis non occorrono, infatti, particolari doti investigative per trovare riscontri analoghi nella nostra attuale situazione7 . Figli di un’economia globalizzata, dove i ricchi sono sempre più ricchi e viceversa, dove il lavoro è sempre più dequalificato, delocalizzato, precarizzato, sottoposto a sfruttamento, dove i beni necessari aumentano di prezzo mentre diminuiscono quelli voluttuari prodotti dall’altra parte del mondo con salari da fame e condizioni lavorative che ci riportano a un capitalismo grondante “dalla testa ai piedi, da tutti i pori, sangue e sporcizia” (von Kopf bis Zeh, aus allen Poren, blut und schmutztriefend)8 , fatichiamo a trovare un’alternativa o, peggio, crediamo di trovarla puntando su un diverso cavallo, senza renderci conto che tutti con-corrono secondo la stessa, medesima logica, sia quando giocano pulito che quando la fanno sporca e secondo lo stesso, medesimo, modo di produzione.

(Continua...)


Note
名不正,则言不顺;言不顺,则事不成; Kongzi (孔子), Lunyu (论语), in Fausto Tomassini (trad. e a cura di), I quattro libri di Confucio, Torino, Utet, 1974, p. 201.
2 Il 13/04/2018, poche ore prima che 103 missili fossero lanciati in territorio siriano (peraltro con esito disastroso, visto che 73 furono abbattuti da una contraerea perlopiù risalente ad Assad padre) un segretario di stato USA ed ex direttore CIA, tale Mike Pompeo, interpellato dal senatore democratico Tim Kaine, rispose in modo esemplare e inequivocabile sull’argomento. Vale la pena riprendere l’intero scambio di battute:
Tim Kaine: "If we embrace the regime change in other nations, we can hardly say 'but this is something only the US gets to do.' If we say it is an acceptable foreign policy goal for us, other nations conclude it is an acceptable foreign policy goal for them." (se noi abbracciamo l’idea di cambiare regime in altre nazioni, non possiamo affermare che “solo gli USA possono farlo”. Se diciamo che per noi è un obbiettivo di politica estera accettabile, altre nazioni potrebbero fare altrettanto).
Mike Pompeo: “This [US] is a unique, exceptional country. Russia is unique, but not exceptional. ” (Questo (gli USA) è un Paese unico ed eccezionale. La Russia è unica, ma non eccezionale)
3http://www.aei.org/publication/chart-of-the-day-century-price-changes-1997-to-2017/
4https://ourworldindata.org/grapher/price-changes-in-consumer-goods-and-services-in-the-usa-1997-2017
5 “Outlook Deloitte: spesa sanitaria mondiale in crescita del 4% l’anno fino al 2021”, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-02-09/outlook-deloitte-spesa-sanitaria-mondiale-crescita-4percento-l-anno-fino-2021-143036.shtml
6 Vedasi nella tabella 1975-1982 (e successive) l’indice dei prezzi delle spese sanitarie: “Also, medical care inflation ran high from 1975 to 1982, usually exceeding overall inflation; this trend has continued in recent decades.” Aa. Vv., “One hundred years of price change: the Consumer Price Index and the American inflation experience”, https://www.bls.gov/opub/mlr/2014/article/one-hundred-years-of-price-change-the-consumer-price-index-and-the-american-inflation-experience.htm
7 Vedansi, a puro titolo esemplificativo:
Sanità, “negli ultimi sei anni boom dei costi per i cittadini, ma qualità e quantità delle prestazioni sono diminuite”.
Sanità, stipendi bloccati e boom di spesa per i farmaci”.
8 Karl Marx, Das Kapital, Bd. I, in Karl Marx, Friedrich Engels, Werke, 43 voll., Berlin(DDR), Karl Dietz Verlag, 1956-1990, Band 23, p. 788.
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Comments   

#2 Paolo Selmi 2018-07-02 22:26
Caro Michele!
Che piacere sentirti dopo così tanti anni! E anche leggerti (avessi io la tua penna)! Complimenti anzitutto per il tuo libro. A seguire, concordo con la tua impostazione di fondo: non penso infatti che il tuo ragionamento abbia come sbocco finale l'attendismo, in attesa, per l'appunto, del "lieto evento". Io sviluppo ulteriormente questo concetto: per farlo ritengo valida l' idea che tra teoria e prassi ci sia un rapporto dialettico (perdona il mio punto di vista "eretico" rispetto al puro materialismo). Ho imparato negli anno come la stessa prassi sia letta, interpretata, codificata tramite categorie logico-formali che cambiano, per esempio, fra un cinese, un indiano e un italiano. Addirittura il linguaggio (alfabetico o ideografico) tende a incanalare percezioni e collegamenti logici lungo strutture complesse, molecole di pensiero consolidato nel tempo, piuttosto che altre. C'è chi si lava più volte nello stesso fiume e c'è chi non si lava neppure una sola volta. La cosa sconvolgente è che, nonostante questa apparente babele, l'uomo resta uomo ovunque egli sia. Ama, soffre, si pone domande che vanno aldilà della propria percezione e capacità di comprensione, guarda a quell' "oltre" che può essere un alto monte o la linea d'orizzonte del mare. Persino la lotta di classe resta tale, pur con le sue specificità storicamente e socialmente date. E qui c'è la prassi. In questo senso, mi sento materialistico dialettico. In questo senso, sento impellente oggi la necessità di comprendere, da un lato, ed elaborare, organizzare, determinare, dall'altro, per poi tornare ad assimilare, comprendere, elaborare, ecc., a livello globale. Determinismo, positivismo, meccanicismo da un lato, e volontarismo, idealismo, eclettismo dall'altro, sono i pericoli da scongiurare. Ho pensato tante volte a quale immagine potesse corrispondere meglio a tale modo di impostare i problemi. Per esempio, contesto fermamente l'idea di circolarità. Dialetticamente la sintesi non ci porterà mai alla tesi iniziale, ma anche nel peggiore dei casi sarà qualcosa di diverso, di "superiore", perché incorpora e "supera" sia la tesi che l'antitesi. La spirale, allora, mi dà la tridimensionalità, il respiro di questo movimento circolare fra teoria e prassi che si sviluppa. Dove si sviluppi, "fino a un certo punto" sta anche a noi deciderlo, intuendo le risultanti possibili dalle varie forze in campo, immaginando scenari possibili, vagliandone le possibilità di attuazione e usando al meglio le nostre capacità per sfruttare andamenti e moti contrastanti a nostro vantaggio. Hai pienamente ragione sugli "agenti chimici": non si può costruire nulla sul nulla, non si può "drogare" un risultato senza che ci siano i presupposti materiali per lo stesso. Morto un re, se ne farà sempre un altro, prima o poi. Il fatto però anche solo di "vedere da lontano" la cima di un monte, spesso, ti dà la forza di fare gli ultimi chilometri di salita anche se sei stanco morto. E magari, nel mezzo, qualche re ci lascia le penne e ti si apre la possibilità di saltare qualche passaggio che, da cartina, pensavi di dovere assolutamente fare: un tronco sopra un fiume, un nevaio su cui correre... o un compagno che tira fuori una barretta di cioccolato (o un grappino!) quando meno te lo aspetti! (ho una crisi di astinenza da montagna ormai irrecuperabile...)
Scappo, ti ringrazio tantissimo della tua lettura e del tuo commento. Ci sentiamo alla prossima puntata, dedicata al valore d'uso, al valore di scambio... e alle macchine fotografiche a pellicola!
Un abbraccio!
Paolo
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#1 michele castaldo 2018-07-02 19:25
Caro Paolo,
tu scrivi
>, io credo invece che sia la prassi a produrre la teoria. Lo dico non per scoraggiare chi si occupa di teoria ma perché il mio punto di vista è di natura squisitamente materialista, pertanto è dal movimento della materia sociale che si produce teoria dell'accaduto, cioè si capiscono le cause che hanno generato il fenomeno. In termini previsionali noi possiamo stabilire solo che ... "venendo meno i fattori che diedero vita al moto-modo di produzione capitalistico verranno meno le ragioni della sua permanenza in vita" (Marx). Pertanto si tratta di capire a che punto sono quei fenomeni per stabilire di quali scenari la fase è gravida. Tutto ciò che va in questa direzione sia di benvenuto.
Detto a chiare lettere: non servono agenti chimici per produrre una esplosione sociale perché essa si presenterà solo col maturare dei fattori della crisi.
Michele Castaldo
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