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Gramsci e il populismo*

di Salvatore Cingari

06073 300x3001. Introduzione

Il tema del populismo è ovviamente di grande attualità1. Indagare quale fosse l’effettivo utilizzo del termine da parte di Antonio Gramsci è utile al dibattito teorico-politico contemporaneo, se pensiamo alla riattivazione di questo lemma nel campo del radicalismo di sinistra ad opera di Ernst Laclau. È significativo osservare che l’attenzione di Laclau per Gramsci trae origine dal motivo opposto a quello che ha dettato, più di cinquant’anni fa, il rifiuto del giovane Asor Rosa in Scrittori e popolo. In questo libro veniva denunciata la visione non rigidamente economicistica del concetto di “classe”, che in Gramsci portava alla sua de-sostanzializzazione e dunque a una valorizzazione dell’idea di “popolo” (ma anch’esso non entificato), non strettamente legata alla sua connotazione operaia.

L’egemonia come trascendimento della dimensione corporativa, al di fuori di una prospettiva essenzialistico-classistica, è invece proprio ciò che a Laclau interessa. Non è qui il luogo per discutere dell’utilizzo delle categorie gramsciane da parte del filosofo argentino2. Quel che qui ci limitiamo a mettere in luce è che mentre per il Laclau3 di La ragione populista il termine “populismo” si sovrappone all’idea stessa del “politico”, a sua volta inteso come luogo in cui si costruisce un “popolo” contro un nemico “interno”, attivando un conflitto che si sottrae alle forme differenzianti della gestione istituzionale del potere, in Gramsci, invece, “populismo” significa tutt’altro. La parola ha, cioè, una connotazione, come vedremo, interna a quella di stampo marxista- leninista (che poi sarebbe stata assorbita, nel secondo dopoguerra, anche dal lessico liberal- democratico): una ideologia politica che esalta le doti del “popolo”, senza però fornire a esso strumenti per una sua reale emancipazione. L’esempio storico da cui trae origine la parola sono i populisti russi. Quel che è però interessante, come vedremo, è che il Gramsci dei Quaderni utilizza il termine anche in un’accezione più affine all’utilizzo contemporaneo: e cioè per riferirsi a emergenze di stampo borghese e persino conservatore rivolte al “popolo”.

Se infatti Gramsci negli scritti pre-carcerari4 sembra utilizzare il termine in linea con la semantica bolscevica e leniniana5, nei Quaderni, invece, rivolge attenzione alla sensibilità populistica anche in aree diverse da quelle dei movimenti di sinistra e ciò talvolta senza un atteggiamento di denuncia, ma, in genere, per estrarne il nucleo da sviluppare in una politica schiettamente “popolare”: e, in questo senso, la lezione autentica dei testi gramsciani sembra distaccarsi da un lato anche da un altro utilizzo contemporaneo del termine “populismo“, come stigma impresso alle posizioni critiche delle diseguaglianze e, dall’altro, alla stessa tendenza degli ambienti socio-culturali progressisti o liberal a liquidare il consenso popolare a leadership populistiche, anche di stampo reazionario, come fenomeni meramente “patologici”.

Prima, però, soffermiamoci un momento sul problema del “populismo” che in passato è stato attribuito a Gramsci (si citava prima Asor Rosa) e sulla categoria di nazionale-popolare.

 

2. Il problema del “populismo” in Gramsci e il “nazionale-popolare”

Mette conto di precisare, innanzitutto, che per Gramsci la ricomposizione organico- egemonica di una massa popolare differenziata, mira sempre a un trascendimento “politico” dello stadio, appunto, originario, in cui il “popolo“ è gettato. È noto come la stessa attenzione gramsciana al folklore non ha mai avuto alcun tipo di condiscendenza o compiacimento populistico verso il “piccolo mondo antico”, verso cui l’intellettuale comunista ebbe, semmai, sentimenti di pietas6: nessun culto per la naivité naturale del popolo insomma, come talvolta emergerà nel realismo socialista del secondo dopoguerra7. Spontaneità e direzione si declinavano insieme nel Gramsci dei Quaderni, per il quale l’antagonistica autonomia culturale andava indirizzata ad appropriarsi della cultura alta, rinnovandola, e non considerarsi ad essa estranea e alternativa8.

D’altra parte le tesi di Asor Rosa in Scrittori e popolo – testo nato sulla scia delle suggestioni fornite da Operai e capitale di Mario Tronti9 – perdono una parte del loro valore alla luce del tramonto sociologico del soggetto operaio, la cui centralità fondava tutta la sua analisi. Va ricordato che Asor Rosa stesso ha poi riconosciuto, a fine anni ottanta, come non sussistesse più la possibilità di una presa del potere da parte della classe operaia, sebbene poi difendesse l’impianto e il senso di Scrittori e popolo per la sua capacità di fornire strumenti per demistificare l’ideologia e guardare il mondo da un punto di osservazione altro da quello dominante10. Ma già alcuni anni prima lo stesso Asor Rosa in qualche modo rivalutava, del pensatore comunista, proprio l’avanzata attenzione ai più moderni processi economico-produttivi nel quaderno sull’americanismo; e ciò pur continuando a rilevare la matrice idealista della prospettiva di riforma intellettuale e morale a cui anche il cambiamento economico-strutturale mirava e inoltre il fatto che in Gramsci la “socializzazione“ del fordismo sembrasse un’enfatizzazione del capitalismo stesso11. Anche nel volume sulla cultura nella Storia d’Italia di Einaudi, del 1975, Asor Rosa non accennava neppure a riprendere la sua interpretazione di Scrittori e popolo12, attribuendo sostanzialmente alla lettura togliattiana del secondo dopoguerra la continuità di Gramsci con una certa tradizione umanistico- borghese13.

Ma non è solo al giovane Asor Rosa che si deve una connotazione “populista” del pensiero di Gramsci. Infatti dobbiamo pensare anche al Rosario Romeo di Risorgimento e capitalismo14. Nel confutare le tesi gramsciane sulla rivoluzione democratico-rurale non facilitata dal partito d’azione, Romeo scrive che la categoria di nazionale-popolare in Gramsci viene dal russo Narodnost, a sua volta un calco su Volkstum e che tale trasposizione attraverso Herzen e gli slavofili era stata rideclinata in senso democratico e sedimentata nel pensiero rivoluzionario russo. La derivazione tedesca del termine russo è da Romeo ripresa da Franco Venturi15, che per la verità, nella sua monumentale ricostruzione delle correnti rivoluzionarie della Russia dell’Ottocento, è ben lontano dal volerne denunciare componenti reazionarie e antimoderne; ma, anzi, talvolta sembra criticare le impostazioni leniniste o deterministe con una visione alla Walter Benjamin, per il quale per andare avanti alle volte bisogna guardare indietro. In realtà, è stato rilevato da Bianca Maria Luporini16 come il nesso Narodnost-Volkstum non sussista.

Il concetto di nazionale-popolare – questa è la forma utilizzata da Gramsci e non quella invalsa con l’elisione (apportata anche da studiosi come Norberto Bobbio, Omar Calabrese, Luigi Firpo) nel sostantivo (nazional-popolare), fino anche alla fusione dei due termini (nazionalpopolare) – rimanda non al populismo russo, ma al dibattito alto e colto fra classicismo e romanticismo, sviluppatosi fra AndreeviÇ Vjazemskij (ammiratore dei liberali francesi), Puskin, il decabrista Turgenev, Vissariòn Grigòr’evic Belinskij. Anzi Tolstoi, difendendosi proprio dai populisti dall’accusa di non aver rappresentato il popolo in Guerra e pace, spiegò di aver rappresentato il Narodnost: nazionale e popolare, cioè, anche se incarnato, in quel romanzo, nelle classi alte. Non a Volkstum bisogna pensare come fonte di Narodnost, bensì, semmai, al francese nationalité. Insomma, Gramsci ha tradotto Narodnost: che è, insieme, popolare e nazionale. Il passaggio a nazional-popolare, fino all’assimilazione del termine nel linguaggio pubblico di massa, parallelo al tentativo di acquisizione di Gramsci da parte di certo pensiero di “destra nazionale”, nasce appunto su questo equivoco di fondo. Il rimando del termine gramsciano – scriveva Maria Bianca Luporini – a un non meglio precisato “pensiero rivoluzionario russo”, ha determinato la sua erronea identificazione con il “populismo”. Ma per Puskin Narodnost c’è in Shakespeare, Lope de Vega, Ariosto, Racine, Calderon, come per Gramsci nazionale-popolare è l’opera dei tragici greci, di Shakespeare, di Tolstoi, Dostoevskij, Verdi17. Lo stesso Asor Rosa (che in Scrittori e popolo aveva ripreso l’idea, citando Romeo, di una ascendenza russo-populistica di nazionale-popolare) ha poi usato la categoria per differenziare Dante da Petrarca18.

Riportando l’attenzione su questo studio di Bianca Maria Luporini, Lea Durante19 ha pertanto riaffermato più di recente la natura “non populista” di “popolo-nazione” e di “nazionale popolare” in Gramsci. L’operazione di Asor Rosa aveva un carattere liberatorio, ma solo rispetto all’interpretazione che del suo nume tutelare aveva dato il PCI togliattiano20, troppo schiacciata sul paradigma storicistico-idealistico21. Che il nazionale-popolare non si identifichi col senso comune lo dimostra, peraltro, l’analisi critica che Gramsci sviluppa su questo concetto nel pensiero di Croce. La Durante ha fatto anche notare come in Gramsci “nazionale popolare” – che talvolta diventa “popolare-nazionale” – alluda anche alla dimensione dello Stato.

Alle analisi della Luporini e della Durante si è poi aggiunto un saggio di Giancarlo Schirru, in cui viene inserito un ulteriore tassello dell’autentico mosaico del nazionale-popolare gramsciano: e cioè il debito nei confronti del dibattito interno alla cultura bolscevica dei primi anni venti, in relazione alla necessità di valorizzare le nazionalità delle lingue non russe per realizzare un’egemonia che poteva essere messa in discussione proprio a partire dall’appartenenza identitaria. Si tratta dello stesso orientamento a cui si è ispirato poi Palmiro Togliatti nel secondo dopoguerra22. Il concetto di nazionale-popolare matura insomma in Gramsci dall’esigenza di comporre il momento romantico-storicistico del radicamento del pensiero e del progetto politico nella concretezza dei rapporti materiali e culturali, ma anche in stretta connessione con la necessità di emancipare i ceti popolari dagli elementi di subalternità, in un soggetto nazionale-popolare che in realtà aspirava a farsi internazionale, un po’ come la “classe non classe”23.

L’interesse di Gramsci per le venature nazionali popolari nell’opera di Alfredo Oriani24 derivavano dal suo interesse per il rapporto fra intellettuali e problema del “popolo-nazione” e dall’esigenza di rendere il movimento operaio all’altezza della sfida lanciata dal fascismo che – come rilevava George Mosse – non voleva “educare” e “affinare” i gusti dei lavoratori, ma accettava le “preferenze dell’uomo comune” per dirigerle ai propri fini25. Ma ciò non toglie che la maggior parte dei riferimenti al romagnolo, nei Quaderni, fossero piuttosto negativi e riduttivi, proprio per via della natura “provinciale” del suo esempio e del suo messaggio26.

Stesso discorso va fatto per l’ascendenza anche giobertiana delle riflessioni gramsciane sul “popolare” e sul “nazionale” – correttamente enucleata da Asor Rosa27 – e che l’intellettuale comunista avrebbe poi rideclinato, attraverso il bagno nella cultura russa, nella sua diversa interpretazione della storia, così come aveva fatto per la cuochiana “rivoluzione passiva”28. Gli apprezzamenti gramsciani per l’autore del Primato29 come per il filone dei moderati italiani, caratterizzati da maggior realismo rispetto alla scuola democratica, non possono essere disgiunti dalla valutazione generale che del paradigma moderato e “innovativo-conservativo” fa Gramsci, collegando Gioberti a Croce o a Proudhon30.

Ma passiamo ora a vedere come Gramsci utilizza effettivamente il termine “populismo” nei Quaderni del carcere.

 

3. I Quaderni del carcere

Anche nei Quaderni (come negli scritti giovanili) Gramsci non utilizza spesso il termine, nella sua forma aggettivale o sostantiva, anche se lo fa più volte rispetto a quanto non risulti dall’indice dei temi dell’edizione Einaudi e anche dalla voce del Dizionario gramsciano della Carocci31. E ciò anche perché bisogna vedere i brani in cui egli utilizza direttamente il termine russo narodniki. La pur utile voce di Domenico Mezzina nel Dizionario, infatti, che ha il merito di aver iniziato a tematizzare la questione, tende a focalizzare soltanto il giudizio negativo del concetto di populismo in Gramsci, senza rilevare una maggiore articolazione semantica dello stesso. A mio avviso, l’effettiva trattazione del tema da parte dell’autore dei Quaderni fa emergere una valutazione negativa, ma non totalmente negativa. Cioè da un lato Gramsci fa riferimento al populismo in termini che appaiono molto lontani dall’utilizzo del termine da parte di Laclau: per Gramsci, cioè, il populismo è un atteggiamento culturale-politico inadeguato all’emancipazione delle masse popolari. Ma, dall’altro, egli vede nel “populismo“ elementi di interesse nella misura in cui si tratta pur sempre di una forma di avvicinamento degli intellettuali al popolo, in un panorama socio-culturale italiano storicamente deficitario in questo senso. Quest’ultima sfumatura è, per l’appunto, ciò che il giovane Asor Rosa denunciava nell’autore dei Quaderni dal carcere: l’avere, cioè, effettuato una torsione moderata rispetto all’ “autonomia operaia” dell’epoca dei consigli ed essere passato ad un interesse per il “popolo“ nella sua genericità, che rendeva il suo messaggio sussumibile al paradigma moderato-trasformistico dell’Italia post-unitaria, modernizzatore- conservatore.

Ora, non sfuggirà che l’arricchimento semantico che l’utilizzo del termine “populismo” segna nei Quaderni del carcere rispetto agli scritti giovanili (come si è accennato, in linea con l’utilizzo leniniano), è da attribuirsi al diverso quadro di motivazioni politiche ed interiori che muovevano il pensiero gramsciano: era necessario, negli anni del carcere, spiegare il perché della sconfitta del movimento operaio ed elaborare una visione alta della politica, capace non solo di sviluppare antagonismo, ma anche di comprendere il nucleo di verità affermato da avversari e nemici.

Ma vediamo ora da vicino le pagine gramsciane in cui compare il lemma, iniziando dai luoghi in cui ancora il significato è quello canonico. Nel Quaderno 8, del resto, Gramsci, nel criticare l’astrattezza del programma di riforma agraria di Giuseppe Ferrari, stabilisce un parallelo con «Bakunin e in generale i narodniki russi»: «i nullatenenti della campagna – continuava – sono mitizzati per la “pandistruzione”», sebbene nel Ferrari (peraltro, nota Gramsci, favorevole all’istituto dell’eredità nella forma capitalistica), rispetto a Bakunin, vi fosse «viva la coscienza che si tratta di una riforma liberalesca»32. Allo stesso modo, in una nota del Quaderno 1533, Gramsci, a proposito del libro di Nello Rosselli su Pisacane34, non concorda sul pre-sorelismo di Pisacane. La sua «iniziativa popolare» si colora piuttosto delle «tendenze “populiste” estreme», e cioè il nichilismo russo, la «teoria della “pandistruzione creatrice“ (anche con la malavita)» e anche a ciò sembrano potersi rimandare i difetti dei democratici come classe dirigente, a differenza dei giacobini russi: problema che Rosselli non enuclea. Inutile dire che il riferimento al populismo russo, in questo brano (come nelle pagine pre-carcerarie), rende ancora più problematica la tesi di Romeo su un “populismo“ gramsciano alimentato da un’idea di nazionale-popolare di origine russa. Ma vediamo ora come l’utilizzo del termine populismo da parte di Gramsci sia in realtà più complesso.

 

4. Lo slittamento semantico

Nel Quaderno 3, Gramsci assimila ai narodniki (o ai socialrivoluzionari o socialismi nazionali slavi) il movimento socialista italiano, per la presenza di interi gruppi di soggetti di estrazione borghese che sposano la causa del proletariato per poi, trasformisticamente, “tornare all’ovile”, nei momenti di crisi (nel caso italiano con il sindacalismo nazionalista e il fascismo stesso). Il populismo, perciò, come frutto del distacco fra “governati” e “governanti”, anziché segno di un corto circuito35.

In un altro luogo dei Quaderni Gramsci sembra quasi ricordare lo stesso Asor Rosa di Scrittori e popolo. Nel Quaderno 6 (1930-1932) discute infatti un articolo di Arrigo Cajumi36 su Giovanni Cena37, nell’Italia letteraria del 24 novembre del 1929. Si tratta di un brano piuttosto interessante perché il termine “populismo” è riferito ad una sensibilità letteraria, con riferimento però al topos storico-politico dell’“andata al popolo”. Scriveva Cajumi di Cena (le parentesi sono i commenti di Gramsci):

Cena entrò inconsciamente nella corrente che in Francia […] fu definita come l’andata al popolo

E Gramsci commentava:

Il Cajumi trasporta nel passato una parola d’ordine odierna, dei populisti; nel passato fra popolo e scrittori in Francia non ci fu mai scissione dopo la Rivoluzione francese e fino a Zola; la reazione simbolista scavò un fosso tra popolo e scrittori, fra scrittori e vita e Anatole France è il tipo più compiuto di scrittore libresco e di casta.

L’utilizzo della parola “populismo” è, quindi, qui riferito da un lato ad una corrente che vorrebbe essere popolare ma che, a differenza della fase fino a Zola, non riesce ad esserlo, mantenendo una scissione elitaria con il “popolo” stesso; e, dall’altro, ad uno scrittore che – nota Gramsci – nel suo miscelare orientamenti socialisti ad aperture al nazionalismo, anticipava il fascismo:

Nello scritto Che fare? Il Cena voleva fondere i nazionalisti con i filosocialisti come lui; ma in fondo tutto questo socialismo piccolo-borghese alla De Amicis non era un embrione di socialismo nazionale, o nazionalsocialismo, che ha cercato di farsi strada in tanti modi in Italia e che ha trovato nel dopoguerra un terreno propizio?

Si tratta insomma di un utilizzo del termine populismo che pur muovendo dalla sua sfera semantica originaria, mira a definire una fenomenologia politica sia “borghese-elitaria” (per quanto rivolta a sintonizzarsi con le caratteristiche popolari e a rappresentarle) che di destra, anticipando quindi gli sviluppi futuri del lessico politico38. Sarà quindi particolarmente interessante vedere i brani in cui il discorso di Gramsci si fa più articolato e teso a enucleare i motivi di verità degli orientamenti definiti come “populisti”. In un altro frammento del Quaderno 639, Gramsci prende infatti le mosse da un articolo di Alberto Consiglio sulla Nuova Antologia (1 aprile 1931), Populismo e nuove tendenze della letteratura francese40. Con “populisti” Consiglio classifica gli scrittori che sembrano «ricercare dei lettori popolari o che, almeno, compongono le loro opere di materia popolare»41. Ci troviamo di fronte a una letteratura di sinistra, influenzata dalla cultura comunista, che intende rappresentare la vita del proletariato con «estrema obiettività e gelido resocontismo» e mira a farsi leggere dai proletari stessi. Oltre a Gide e Mouriac, Consiglio pensava ad autori come Romains, Duhamel, Chamson, Prevost, Thérive, Carco, Guehénno. E tuttavia, secondo l’autore, alla fine si tratta di operazioni intellettualistiche che riscuotono l’attenzione soltanto degli intellettuali. Del resto, a suo avviso, «il popolo era ed è assente dall’arte vera e propria»42. Netta la differenza con la letteratura d’appendice dei Du Terrail e dei Dumas che puntavano a essere letti dall’élites e invece venivano letti dal popolo.

“Populismo”, dunque, è qui la tendenza a parlare del popolo e a voler farsi leggere dal popolo. Non si esce comunque dai confini del significato politico consolidato, dato che si resta in un’ottica di sinistra comunista, sebbene senza risultati effettivamente emancipativi.

Molto significativo il parallelo con l’Italia: Consiglio citava anche gli “atteggiamenti polemici” di Strapaese e Stracittà che – scriveva – «miravano l’uno alla letteratura provinciale e l’altro al romanzo d’appendice» sviluppando «una ricerca di maggiori contatti col popolo»43. Quindi non si tratta solo di un populismo “rurale” o tradizionale, ma anche urbano e moderno (stracittadino).

Gramsci esplicitamente forza un po’ l’interpretazione di Consiglio (che sembra piuttosto mirare alla critica di un filone letterario egemonizzato da ideologie di sinistra), riformulandola nei seguenti termini:

di fronte al crescere della potenza politica e sociale del proletariato e della sua ideologia, alcune sezioni dell’intellettualismo francese reagiscono con questi movimenti «verso il popolo». L’avvicinamento al popolo significherebbe quindi una ripresa del pensiero borghese che non vuole perdere la sua egemonia sulle classi popolari e che, per esercitare meglio questa egemonia, accoglie una parte dell’ideologia proletaria.

Ciò che però per Consiglio è velleitario intellettualismo, per Gramsci è una tendenza da prendere sul serio anche dal punto di vista politico: infatti

sarebbe un ritorno a forme «democratiche» più sostanziali del corrente «democratismo» formale. È da vedere se anche un fenomeno di questo genere non sia molto significativo e importante storicamente e non rappresenti una fase necessaria di transizione e un episodio dell’«educazione popolare» indiretta. Una lista delle tendenze «populiste» e una analisi di ciascuna di esse sarebbe interessante: si potrebbe «scoprire» una di quelle che Vico chiama «astuzie della natura», cioè come un impulso sociale, tendente a un fine, realizzi il suo contrario.

Qui va sicuramente ricordata l’interessante analisi di Fabio Frosini, che ha rilevato come le interpretazioni gramsciane di fenomeni che lui non definisce “populisti“ ma che diventeranno, del populismo, degli esempi paradigmatici, come il bonapartismo e il boulangismo, enucleano una modalità specifica della classe dirigente di reagire alla crescente debolezza della “guerra di posizione” con cui il liberalismo cerca di mantenere assoggettate le masse popolari. Viene cioè portata avanti una guerra di movimento, che è, appunto, quella populista: una rivoluzione passiva che promette per il popolo inclusione e cambiamenti radicali, mantenendo però, in ultima analisi, la scissione di classe e l’esclusione44. Aggiungiamo qui però che nel suddetto brano Gramsci sembra anche pensare che il populismo, sebbene inteso come atteggiamento culturale-politico di tipo “borghese“, proteso al popolo da un’altra posizione sociale a fini egemonici, in realtà, può anche in ultima analisi risultare un momento di transizione verso il superamento della società borghese stessa: un oltrepassamento della democrazia meramente formale.

Questo brano può essere infatti proficuamente letto assieme ad un altro relativo a Francesco De Sanctis, nel Quaderno 23 (1934)45 sulla “critica letteraria“, in cui Gramsci si spinge oltre nell’utilizzare più positivamente il termine di “populismo“. De Sanctis, infatti, nell’ultima fase della sua attività intellettuale, pose attenzione al naturalismo e al verismo che, nell’Europa occidentale, furono, per Gramsci,

l’espressione «intellettualistica» del movimento più generale di «andare al popolo», di un populismo di alcuni gruppi intellettuali sullo scorcio del secolo scorso, dopo il tramonto della democrazia quarantottesca e l’avvento di grandi masse operaie per lo sviluppo della grande industria urbana.

Il deficit di “fede“ e di “cultura“ che De Sanctis denunciava in La scienza e la vita richiedeva una “coerente, unitaria e di diffusione nazionale ’concezione della vita e dell’uomo’“, che implicava un’unificazione del ceto intellettuale ma anche

un nuovo atteggiamento verso le classi popolari, un nuovo concetto di ciò che è «nazionale», diverso da quello della destra storica, più ampio, meno esclusivista, meno «poliziesco» per così dire.

In queste ultima note, insomma, ritroviamo quella riflessione sul nazionale-popolare che poi il giovane Asor Rosa avrebbe rimproverato in Gramsci, colpevole, a suo parere, di essersi fatto assorbire nel moderatismo della tradizione italiana. Asor Rosa46, però, citava soltanto un luogo in cui Gramsci utilizza la parola “populismo“ e cioè un brano del Quaderno 1547 (1933) in cui si parla di un articolo polemico di Argo (probabilmente Luigi Chiarini) in “Educazione fascista“48, che effettua a sua volta una disamina critica di un pezzo di Paul Nizan in La revue des Vivants49. Argo rimprovera a Nizan l’idea che un’arte rivoluzionaria possa essere solo quella caratterizzata dalla “rivoluzione proletaria“. Per Argo rivoluzionario è anche il fascismo e la vita del proletariato non è riducibile alla lotta di classe. Senza intervenire su questo punto, concedendo a Nizan (ancora allineato sulle posizioni staliniane50) una ragione che sembra quasi di circostanza, Gramsci si sofferma sull’«unica obbiezione fondata» dell’autore fascista, che però dà lo spunto a tutta la riflessione e cioè: «l’impossibilità di saltare uno stadio nazionale, autoctono della nuova letteratura e i pericoli ’cosmopolitici’ della concezione del Nizan». Da questo punto di vista, prosegue Gramsci, molte critiche di Nizan a gruppi di intellettuali francesi sono da rivedere e fra questi anche quelle rivolte al “populismo”.

Per “populismo” Argo intendeva il “popolare pittoresco“ delle pagine dei Thérive, Pallu, Prevost e Bost51 (anche qui dunque Gramsci chiama in causa il termine “populismo” in una sfera semantica di tipo letterario), che però, come abbiamo visto, assume tutta una sua pregnanza politica. Non si può liquidare la letteratura di questo tipo senza valorizzare ciò che la radica nella realtà popolare storicamente determinata, a prescindere poi dall’obiettivo politico rivoluzionario e internazionalista: che è cosa distinta. Ma il borghese, scrive Nizan, «vede il proletario estraneo e al tempo stesso così debole, così rozzo»52. E continuava: «non di verità umana abbiamo bisogno, ma innanzitutto di verità rivoluzionaria»53. Posizione, questa, che per Gramsci risultava inaccettabile.

È impossibile – scrive infatti Gramsci – che «la nuova letteratura non si manifesti “nazionalmente“ in combinazioni e leghe diverse, più o meno ibride». Da notare che qui Gramsci utilizza il termine “cosmopolitico” in senso negativo, allo stesso modo con cui denunciava il distacco dalla vita degli intellettuali italiani dopo il Rinascimento: ma ciò non per denunciarne l’universalismo, bensì il mancato radicamento storico-sociale che finiva per pregiudicare la sostanza stessa di quell’universalismo. Per l’intellettuale comunista non si poteva peraltro pensare ad una linea progressiva unica, ma a diverse stratificazioni temporali nella società (ecco la rottura della linearità dello sviluppo, nella tradizione marxista, enucleata ed enfatizzata da Laclau e che invece per Asor Rosa era il segno del deficit rivoluzionario di Gramsci). L’artista deve vedere la società così come è e non come deve essere, come invece fa l’uomo politico. Anche questa notazione mostra come Gramsci avesse un’idea della politica come trascendimento della realtà, anche popolare. In modo quasi spiazzante, egli contrappone la politica come dimensione del dover essere all’arte, che (nella linea De Sanctis-Croce) rappresenta il mondo com’è. Ma anche nell’arte c’è trascendimento. Infatti Gramsci non parla di rispecchiamento (come sembrava ritenere Asor Rosa) ma di elaborazione: «La premessa della nuova letteratura – aggiungeva infatti – non può non essere storico-politica, popolare: deve tendere a elaborare ciò che già esiste, polemicamente o in altro modo non importa; ciò che importa è che essa affondi le sue radici nell’humus della cultura popolare così come è, coi suoi gusti, le sue tendenze ecc., col suo mondo morale e intellettuale sia pure arretrato e convenzionale».

Del resto Gramsci non si riferiva ad una cultura popolare esclusivamente in senso rurale o tradizionale, ma si riferiva anche a soggetti inurbati e vulnerabili rispetto a quella industria culturale enucleata quindici anni dopo da Horkheimer e Adorno e che Nizan sembrava non prendere seriamente:

il Nizan non sa porre la quistione della così detta «letteratura popolare», cioè della fortuna che ha in mezzo alle masse nazionali la letteratura da appendice (avventurosa, poliziesca, gialla ecc.), fortuna che è aiutata dal cinematografo e dal giornale. Eppure è questa quistione che rappresenta la parte maggiore del problema di una nuova letteratura in quanto espressione di un rinnovamento intellettuale e morale: perché solo dai lettori della letteratura d’appendice si può selezionare il pubblico sufficiente e necessario per creare la base culturale della nuova letteratura. Mi pare che il problema sia questo: come creare un corpo di letterati che artisticamente stia alla letteratura d’appendice come Dostojevskij stava a Sue e a Soulié o come Chesterton, nel romanzo poliziesco, sta a Conan Doyle e a Wallace ecc. Bisogna a questo scopo abbandonare molti pregiudizi, ma specialmente occorre pensare che non si può avere il monopolio, non solo, ma che si ha di contro una formidabile organizzazione d’interessi editoriali. Il pregiudizio più comune è questo: che la nuova letteratura debba identificarsi con una scuola artistica di origine intellettuale, come fu per il futurismo.

Alle forme dell’industrializzazione della cultura bisogna insomma guardare senza pregiudizi e con attenzione. Rispetto a Nizan, la posizione di Gramsci è più vicina a quella di una linea che va da Walter Benjamin a Fredric Jameson, proiettata al capovolgimento politico della serializzazione dell’arte, come via verso una nuova civiltà. Ma sembra anche anticipare alcune linee di ricerca di Umberto Eco. Su questo tema è intervenuto in modo convincente Fabio Dei, che ha sottolineato come la demologia italiana ha dimenticato le indicazioni gramsciane sulla cultura popolare. Il folklore veniva visto come separato dalla cultura urbana di massa, che divorava la tradizione in un ineluttabile dispositivo omologante. La disciplina si confinava così in una concezione «patrimonialistico-identitaria»54 della cultura popolare che non avrebbe poi saputo offrire gli strumenti per andare oltre lo stigma di matrice adorniano-pasoliniana di fronte ai fenomeni del neo- populismo di “mercato”.

Il tema di una possibile valorizzazione del “populismo” lo possiamo trovare, infatti, anche a proposito di un immaginario non legato alla dimensione concreta del folklore italiano. Un’ulteriore specificazione l’abbiamo infatti in un’altra pagina del Quaderno 6, che raccoglie, lo ricordiamo, appunti del periodo 1930-193255. Qui Gramsci rimanda l’«esaltazione del “contadino”, idealizzato, da parte dei movimenti populisti» anche ad una fonte particolare: la letteratura utopistica, dati i riferimenti alle epoche primitive e selvagge. Quindi come al solito Gramsci pone tale atteggiamento come inadeguato ad una matura coscienza politica. E, tuttavia, ritiene di dover aggiungere che quella letteratura utopistica, a cui una certa sensibilità letteraria populistica si ispira, «ha avuto non piccola importanza nella storia della diffusione delle opinioni politico-sociali fra determinate masse e quindi nella storia della cultura».

Ecco perciò che, in conclusione, possiamo dire che Gramsci non utilizzasse il termine “populismo“ come uno stigma, e fosse anzi attento a cogliere in esso, come prassi o come rappresentazione culturale, gli elementi da sviluppare in una politica di emancipazione. Questo atteggiamento di apertura analitica è alla base anche del suo giudizio sui fenomeni che – come già abbiamo sopra accennato - al tempo di Gramsci ancora non venivano definiti come “populisti” dal lessico politico, e che oggi ne costituiscono invece paradigmi considerati classici, come ad esempio il boulangismo56, per non dire delle note pagine sul cesarismo e bonapartismo57. Ancora Fabio Dei ha sottolineato come analizzando quel fenomeno Gramsci fosse lungi dal focalizzarne il carattere irrazionalistico, suscitato dalle capacità illusionistiche del potere, ma anzi cercasse di comprendere la sua razionalità interna, che riusciva a comporre gli interessi della classe dominante con alcune esigenze dei subalterni58. Capire ciò, gramscianamente, sarebbe utile anche per ricostituire le basi di una politica che sia appunto “popolare” e non “populistica” (secondo il significato che il termine ha assunto nel secondo Novecento).


* Relazione al convegno "Gramsci e il populismo", Dipartimento di Filosofia, comunicazione e spettacolo Aula Matassi (piano terra) (Via Ostiense 236 - fermata Marconi Metro B) - 
Seminario della Igs Italia

Note
1 Per l’attuale dibattito sul tema del populismo vedi ad es. i riferimenti in D. Palano, In nome del popolo sovrano? Il populismo nelle postdemocrazie contemporanee, S. Cingari - A. Simoncini (a cura di), Lessico postdemocratico, Perugia, Perugia Stranieri University Press, 2016, pp.157-186.
2 E. Laclau, La ragione populista (2005), Roma-Bari, Laterza, 2008. Mi limito solo a ricordare quanto ha rilevato Geminello Preterossi a proposito del fatto che nel concetto di “egemonia“ di Gramsci vi fosse molta più “sostanza“, in termini (non essenzialistici) economico-sociali e culturali, di quanta non ve ne sia nell’accezione più linguistico- libidinale di Laclau. «Ed infatti – concludeva Preterossi – l’egemonia gramsciana non è ‘populista’». Cfr. G. Preterossi, Ciò che resta della democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2015, pp.136-137.
3 In Egemonia e strategia socialista si parlava diversamente di “democrazia radicale“ e di politica “popolare“. E. Laclau - C. Mouffe, Egemonia e strategia socialista [1985], Genova, Il Melangolo, 2011 (ad es. pp.66-67, 87, 119-120, 127, 133, 210-213, 217). I due autori del resto, in quell’opera, distinguevano il “populismo di destra“ dalla “democrazia radicale“ e sposavano le tesi di Stuart Hall sul populismo “thatcheriano“, che fonde i valori tradizionali con quelli d’impresa, in una nuova egemonia liberal-conservatrice (pp. 252 e 254-255). Su quest’ultimo utilizzo delle categorie gramsciane cfr. D. Boothman, Introduzione a D. Boothman, F. Giasi, G.V acca (a cura di), Gramsci in Gran Bretagna, pp.22-26 e S. Hall, La politica del thatcherismo: il populismo autoritario, ivi, pp.107-137.
4 Poche le ricorrenze del termine nel giovane Gramsci: A. Gramsci, Fuori del dilemma, in L’ “Avanti!“; 29 novembre 1919; id. Operai e contadini, in Avanti!, 20 febbraio 1920; id. Nel paese di Pulcinella, in Avanti!, 20 ottobre 1920; Id., Vladimiro Ilic Ulianov, in L'Ordine nuovo, marzo 1924, pp. 2-4; id., Il partito repubblicano. II, in l’Unità, 22 ottobre 1926.
5 Sulle critiche di Lenin al populismo, considerato come un movimento venato di utopismo e soggettivismo, animato da tendenze piccolo-borghesi, incapace di una realistica analisi del capitalismo e portato, da un lato, a idealizzare l’obščina e altre forme di proprietà agricola tradizionali, senza vederne le caratteristiche pre-capitalistiche e disegualizzanti e, dall’altro, a non comprendere il carattere progressivo del capitalismo stesso rispetto alle forme pre- moderne di dipendenza, cfr. Lenin, Nuovi spostamenti economici nella vita contadina [1893]; Che cosa sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici (1894) e Il contenuto economico del populismo e la sua critica nel libro del signor Struve (1894), in id., Opere, vol. I, Roma, Edizioni Rinascita, 1954, pp. 1-68, 125-339 e 341-523. E poi Lo sviluppo del capitalismo in Russia. Processo di formazione del mercato interno [1899], ivi, pp.19-47, 198-203, 314- 319.
6 A. M. Cirese, Concezioni del mondo, filosofia spontanea, folclore, in P. Rossi (a cura di), Gramsci e la cultura contemporanea, vol. II, Roma, Editori riuniti, 1970, pp.297-328. Cfr. anche Id., Intellettuali, folklore, istinto di classe (1975), Torino, Einaudi, 1976, pp.108 e 117; C. Tullio Altan, Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane, Milano, Feltrinelli,1989, pp.293-294; G.M. Boninelli, Frammenti indigesti. Temi folclorici negli scritti di Antonio Gramsci, Roma, Carocci, 2007, pp.18 e 179; F. Dei, Dal popolare al populismo: ascesa e declino degli studi demologici in Italia, in Meridiana, n.77, 2013, pp.83-100; id., Gramsci, Cirese e la tradizione demologica italiana, in “Lares“, n.3, 2011, pp.501-518; id., Popolo, popolare, populismo, in International Gramsci journal, 2017, n. 3. Cfr. tutti i riferimenti bibliografici in questi saggi, relativi al tema di Gramsci, il folklore e l’antropologia italiana.
7 Cfr. R. Mordenti, I Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, in Letteratura italiana, diretta da A. Asor Rosa, vol.16, Torino, Einaudi, 2007, p. 302.
8 Cfr. R. Mordenti, op.cit., pp. 302-304.
9 Cfr.ad es. M. Tronti, Operai e capitale, Torino, Einaudi, 1966, pp.79 («la classe operaia rifiuta politicamente di farsi popolo»), 84 («il popolo ha da difendere i suoi diritti, la classe operaia deve richiedere il potere»), 102, 108, 110-111, 196, 217, 233, 242, 245.
10 Cfr. A. Asor Rosa, Scrittori e popolo. Il populismo nella letteratura italiana contemporanea, Torino, Einaudi, 1988, VII-XVIII.
11 A. Asor Rosa, Intellettuali e classe operaia. Saggi sulle forme possibili di uno storico conflitto e di una possibile alleanza, Firenze, La Nuova Italia, 1973, pp.545-588.
12 Cfr. A. Asor Rosa, La cultura, in Storia d’Italia, Vol. IV, Tomo II, 1975, pp.1439-1448, 1456-1464, 1548-1567.
13 Ivi, pp.1593-1595.
14 R. Romeo, Risorgimento e capitalismo (1959), Bari, 1963, p. 25n.
15 F. Venturi, Il populismo russo, Torino, Einaudi, 1952.
16 Cfr. B. M. Luporini, Alle origini del “nazionale-popolare“, in G. Baratta e A. Catone (a cura di), Antonio Gramsci e il “progresso intellettuale di massa“, cit., pp.43-51.
17 Su ciò cfr. anche L. Paggi, Antonio Gramsci e il moderno principe, Vol.I, Nella crisi del socialismo italiano, Roma, Editori riuniti, 1970, pp. 184-185.
18 M. B. Luporini, op.cit., p.47.
19 Cfr. L. Durante, Nazionale-popolare, in F. Frosini, G. Liguori (a cura di), Le parole di Gramsci. Per un lessico dei Quaderni del carcere, Roma, Carocci, 2004, pp.150-169.
20 All’interpretazione “populistica“ di Gramsci elaborata da Togliatti ha accennato di recente anche F.Frosini, Prefazione a G. Savant, Bordiga, Gramsci e la Grande Guerra (1914-1920), Napoli, 2016, p.14.
21 Su ciò cfr. anche R. Mordenti, op.cit., pp.325-330.
22 Cfr. G. Schirru, Nazionalpopolare, in F. Giasi, R. Gualtieri, S. Pons (a cura di), Pensare la politica. Scritti per Giuseppe Vacca, Roma, Carocci, pp.239-253.
23 Cfr. G. Baratta, Le rose e i Quaderni, Roma, Carocci, 2003, pp.47, 158. In questo senso nessuna appropriazione di Gramsci da parte delle culture di destra, sulla base di un’idea di “territorialità” della verità, sembra avere legittimità (e in questo senso appare equivocante anche l’idea di Gramsci “pensatore italiano” agitata da Diego Fusaro: Antonio Gramsci, Milano, Feltrinelli, 2015). Lo stesso Marcello Veneziani sottolineava l’inassimilabilità di Gramsci al conservatorismo italiano, rilevando la radice “illuministica” del suo concetto di “nazionale popolare”. M. Veneziani, La rivoluzione conservatrice in Italia, Milano, SugarCo, 1994, pp. 89-93 e 254.
24 Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, pp.1121 e 1040 e p.2196.
25 G. L. Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Roma-Bari, Laterza, 1982, p. 178.
26 A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 95, 512, 735-736; pp.1130 e 1172-1173; p. 1977. Questo aspetto non viene considerato ad esempio da S. Valitutti (Origini e presupposti culturali del nazionalismo in Italia, in R. Lill, Il nazionalismo in Italia e in Germania fino alla prima guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 1983, pp.100-101) che sottolinea l’“apprezzamento“ di Gramsci per Oriani come rappresentante della “grandezza nazional-popolare italiana“, senza contestualizzarlo in una più ampia e ben diversa trama di giudizio ricostruibile dai Quaderni.
27 Cfr. A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, 1965, cit., 264-270. Questo spunto di Asor Rosa è ripreso da Norberto Bobbio nel celebre saggio Gramsci e la concezione della società civile, in P. Rossi (a cura di), Gramsci e la cultura contemporanea, cit., p. 97n.
28 Cfr. L. Durante, op.cit., pp.163-164.
29 Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 55 e vol. III, pp. 1914-1915.
30 Cfr. ivi, pp.912, 959, 966, 1220, 1326 e pp. 1592, 1740, 1766.
31 Cfr. D. Mezzina, Populismo in G. Liguori e P. Voza (a cura di), Dizionario gramsciano 1927-1936, Roma, Carocci, 2009, pp. 654-656.
32 Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 961-962.
33Ivi, pp.1815-1816.
34 Cfr. N. Rosselli, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano (1932), Torino, Einaudi, 1977, pp.219-224.
35 Su ciò anche G. Schirru, op. cit., p.252. Al saggio di Schirru devo l’indicazione dei brani in cui Gramsci utilizza il termine narodniki.
36 A. Cajumi (1899-1955), giornalista, iniziò la sua attività con La stampa. In dissenso col regime, si attestava su posizioni liberali di sinistra (nel secondo dopoguerra avrebbe collaborato al “Mondo“ di Pannunzio), ma critiche dell’idealismo crociano.
37 A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 716-719.
38 Del resto da un riscontro – sebbene non sistematico e da approfondire - fra alcuni vocabolari di italiano degli anni dieci, venti, trenta e quaranta, il termine “populismo“ non risulta, e neppure nell’Enciclopedia Treccani. In quest’ultima non compare neppure, ancora, nel 1958; mentre nel Dizionario enciclopedico italiano, sempre della Treccani, dello stesso anno, il lemma è presente solo con riferimento al movimento russo e a quello nordamericano.
39 A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp.820-821.
40 A. Consiglio, Populismo e nuove tendenze della letteratura francese, in Nuova antologia, 1 aprile 1931, pp. 380-389.
41 Nuova Antologia, 1 aprile 1931, p.381.
42 Ivi, p.388.
43 Ivi, p. 382.
44 F. Frosini, “Pueblo“ y “guerra de position“ como clave del populismo. Una lectura de los “quadernos de la carcel“, in Cuadernos de ética y filosofía política de Antonio Gramsci, n.3, 2014, pp.63-82.
45 A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 2185-2186. Cfr. anche ivi, p. 1941.
46 A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, Roma, Samonà e Savelli, 1965, pp. 271-272.
47 A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 1820-1822.
48 Cfr. Argo, Idee d’oltre confine, in Educazione fascista, marzo 1933, pp. 264-268.
49 P. Nizan, Letteratura rivoluzionaria in Francia, in La revue des vivants, settembre-ottobre 1932, ora in P. Nizan, Letteratura e politica. Saggi per una nuova cultura (a cura di S. Suleiman), Verona, Bertani editore, 1973, pp. 34-42.
50 Gramsci sottolinea come da rivedere siano anche le critiche di Nizan al gruppo del Monde, considerato (scrive Argo: ivi, p.268) «socialdemocratico» e «radico-socialista» e presto riabilitato da Stalin stesso nella nuova ottica frontista. Su ciò cfr. ad es. F. Fè,Paul Nizan. Un intellettuale comunista, Roma, Savelli, 1973, pp.34-37.
51 Cfr. Argo, op. cit., pp. 267-268.
52 P. Nizan, op.cit., p. 37.
53 Ivi, p. 39.
54 Cfr. F. Dei, Gramsci, Cirese e la tradizione demologica italiana, cit., p.517; Popolo, popolare, populismo, cit.
55 A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p.811-812.
56 Ivi, p.464 e , pp. 1596-2597.
57 Ivi, pp. 464 e 511, pp. 772, 1197-1198, 1608, 1619-1622, 1680-1681.
58 F. Dei, Popolo, popolare, populismo, cit.
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