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Invito a ragionare

di Pierluigi Fagan

fossileDopo il festival di Sanremo ma prima del festival di Cannes, si terrà a Roma, nel secondo week end di maggio, l’inaugurazione della decima edizione del Festival della complessità. Gli amici del comitato promotore a cui quest’anno do una mano, mi hanno chiesto di tenere per un mesetto il blog collegato all’iniziativa che durerà poi tutta l’estate con molti incontri organizzati in tutta Italia.

Apriamo quindi il percorso di avvicinamento a quel primo incontro con questo post che verte su una cruciale questione relativa non a questo o quel pensiero o sistema di pensiero, ma su come componiamo i pensieri in genere. Pensare è sempre pensare a qualcosa ed è attività talmente istintiva che pensiamo tutti di poterlo e saperlo fare, siamo tutti esperti nel pensare ricevendo in eredità la funzione dalla lunga storia del nostro genere Homo, viepiù se sapiens.

Pensare a come pensiamo è una di quelle situazioni riflessive (la cosa applicata a se stessa che comincia dalla coscienza di avere coscienza) che apre un mondo diverso, non quello che vede noi alle prese con le cose del mondo, ma noi alle prese con noi stessi. E’ attività poco divertente o meno divertente che non pensare a questo o quello e poi buttarsi a capofitto nella polemica con chi la pensa diversamente, un po’ come la scuola guida rispetto al viaggiare verso una meta.

Alle volte però è necessario perché non sempre come facciamo le cose produce di per sé la miglior soluzione. Apriamo dunque con l’invito a pensare le cose “nel loro complesso”. Ma cosa significa pensar la cosa nel suo complesso?

Eccovi l’articolo sul sito del festival: qui.

nelsuocomplesso

Stavo leggendo in questi giorni un vecchio e molto citato saggio addirittura del 1917, forse più citato che letto, di fisica-biologica: “Crescita e forma” di D’Arcy W.Thompson[1]. D’Arcy è, a volte, citato in letteratura della complessità poiché tende a leggere cose biologiche in senso morfologico evidenziando i vincoli di quella struttura che poi è l’organizzazione di un sistema. Egli stesso è il fondatore della morfogenesi poi molto influente per il successivo sviluppo della biologia dello sviluppo e quindi degli sviluppi “evo-devo” (Evolutionary Developmental Biology) dell’evoluzionismo. Vi sono gradi di parentela tra morfogeni, teoria dello sviluppo e teoria delle catastrofi di René Thom, una delle teorie ausiliarie del programma di ricerca del pensiero complesso. L’opera di D’Arcy, ha sollecitato dai biologi J.Huxley e C.H.Waddington (epigenetica) ad Alan Turing, dallo strutturalista C. Levy-Strauss a molti architetti ma anche il paleontologo S. Jay Gould e la sua idea degli equilibri punteggiati. Da ultimo l’ho trovato ampiamente citato in “Scala”, Il libro di Geoffrey West  a lungo direttore del Santa Fe Institute[2], fucina del pensiero complesso di taglio scientifico, che tenta il varo di una nuova scienza “della crescita, dell’innovazione, della sostenibilità” degli “organismi, delle città, dell’economia e delle aziende”, programma tipicamente inter-disciplinare, quindi complesso.

Per certi versi, D’Arcy, potrebbe esser scambiato per un riduzionista poiché sembra disinteressato a gli specifici della chimica e di buona parte della successiva biologia o degli apporti altrettanto limitanti della stessa termodinamica, riducendo molto del biologico alla fisica con corredo di geometria e matematica. Per questa sua tendenziale riduzione, D’Arcy è anche andato in parziale conflitto con molti darwinisti poiché nei suoi casi di studio sembra dire che molto delle forme e dei loro cambiamenti, nel vivente, sottostanno in primis a semplici leggi fisiche, sono cioè vincolati. Ci sarà poi pure adattamento, eredità ed evoluzione, ma dentro confini di possibilità ben definiti. Evidenziando vincoli di struttura, in effetti non nega un ruolo successivo delle dinamiche classiche dell’evoluzionismo, sottrae però a queste l’onnipotenza descrittiva ed esplicativa. Non è quindi esattamente un riduzionista, semmai svolge dialetticamente un ruolo di ampliamento del riduzionismo genetico che tutt’oggi ha una certa diffusione.

Nel penultimo capitolo dove s’avvia ad andare più vicino alla polemica con i “darwinisti ortodossi”, il penultimo paragrafo ha il semplice titolo: “L’animale nel suo complesso”. Sarà che stavo proprio scrivendo di complessità per un nuovo libro, ma questa semplice espressione “nel suo complesso” mi è sembrata illuminante, espressione che è tutt’altro che strana usandola noi tutti nel linguaggio comune. Eppure, quante volte davvero pensiamo l’oggetto, il fatto, la relazione tra testo e contesto, nel “loro complesso”?

D’Arcy ha gioco facile a ricordare a gli evoluzionisti che “Quando analizziamo una cosa inparti separate, tendiamo a dare a queste una eccessiva importanza, esagerandone l’apparente indipendenza, nascondendo a noi stessi (almeno per il momento) l’integrità essenziale dell’insieme composto[3]. Si noti il linguaggio molto razionale e tutt’altro che mistico, non si tratta di un appello di principio all’olismo, si tratta di nudo realismo. Quel “Esagerare l’indipendenza”, ad esempio, è isolare singoli fatti o singoli temi letti da singole discipline e poi imbastire quelle tanto assurde quanto voluminose polemiche da dibattito pubblico o specialistico in cui non stiamo discutendo le cose ma solo il come ragiona il nostro avversario.  Dargli “troppa importanza” e non mediarli nelle relazioni ontologiche che hanno, è descrivere cose senza le relazioni, nascondere a noi stessi la complessità intrinseca delle cose anche se solo “per il momento”. Ma questa riduzione momentanea, purtroppo poi diventa definitiva. In fondo lo sappiamo che stiamo ritagliando un batuffolo da una nuvola, ma poi ci dimentichiamo colpevolmente di questo atto di ritaglio e pensiamo davvero esistano i batuffoli.

Aggiunge D’Arcy: “Dividiamo il corpo in organi, lo scheletro nelle ossa …” e tra l’altro l’autore aveva da poco dato una efficace descrizione scientifica di come le singole ossa non possono comprendersi per forma e generazione se non collegate nel sistema scheletrico, ma precedentemente aveva anche dato una efficace immagine di straniamento che lui provava quando, nei musei di storia naturale, vedeva gli scheletri degli antichi animali ricostruiti tutti assieme ma senza i muscoli. Nessuno scheletro si terrebbe in piedi o si muoverebbe o mai sarebbe neanche esistito se non in accoppiamento ai suoi muscoli. La stessa logica della lunghezza delle ossa, il loro connettersi a tondeggiarsi, il loro frazionarsi in segmenti minuti, non può esser compresa come fossero pezzi di puzzle creati prima del puzzle stesso.

Ed ancora ed a proposito della, allora da non molto nata, psicologia “… sappiamo benissimo che giudizio e conoscenza, coraggio o gentilezza, amore o paura non hanno esistenza separata ma sono in qualche modo manifestazioni o coefficienti  immaginari di una totalità estremamente complessa[4]. Vengono in mente certe assurde trattazioni della prima sociobiologia o di certi autori best-seller di psicobiologia. Allora perché lo facciamo, se “… il ponte viene smontato non è più un ponte e tutta la sua forza è finita”, quindi perdiamo la sua stessa ragion d’essere? Perché lo facciamo se la sua stessa “utilità” derivata dalla forma nel suo complesso, ci diventa incomprensibile?

Secondo D’Arcy Thompson i singoli aspetti, le parti, “Possiamo studiarli separatamente, ma è una concessione alla nostra debolezza e ristrettezza di visione delle nostre menti” ed ancora “sono entità separate soltanto nel senso che sono parti di un tutto che quando perde la sua integrità composita cessa di esistere”. Lo scozzese poi cita Aristotele[5] che molti ignorano essere l’origine di quel pensiero attribuito poi a Christian von Ehrenfels, padre della psicologia della Gestalt, che recita: “Il tutto è maggiore della somma delle parti” (1890), per molti versi il manifesto di sviluppo dell’intera cultura della complessità.

Ecco il punto, sapere di non sapere è sapere che l’oggetto travalica di molti gradi le nostre capacità mentali, è una lezione di modestia (o quantomeno contenimento della hybris) ma anche di realismo conoscitivo che tanto più accettiamo tanto più ci apre ad un futuro sviluppo del pensiero complesso. A volte questo problema del tanto da conoscere in rapporto problematico al poco delle nostre facoltà conoscitive,  prende la stereotipata forma del realismo delle cose che ci sono pragmaticamente da fare. Conflitto tra un presunto realismo che si accontenta di una qualsiasi riduzione pur di portar risultati concreti ed un vago idealismo della conoscenza perfetta che preme per aumentare a dismisura i livelli di conoscenza inseguendo l’indomabile complessità. Ma non è così, “adeguare intelletto e cose”, per molti casi che non quelli relativamente più semplici che abbiamo selezionato nei primi quattrocento anni della nostra avventura scientifica, tecnica e più in generale conoscitiva moderna, è capire la cosa nella sua realtà e la sua realtà è la sua completezza.

La cultura della complessità, classicamente, denuncia questa riduzione che nasce provvisoria e diciamo con limitati intenti “operativi”, ma che poi -per necessità cognitive, ma anche per precise scelte culturali- scambia l’oggetto irrelato per l’oggetto in sé, e lo fa proprio in tradizione con queste idee che D’Arcy sottolineava del 1917, un secolo fa.  Prima lo aveva fatto von Ehrenfels nel 1890, poco prima anche l’ontologo Alexius Meinong a cui si deve il termini “complessione”, allievo come von Ehrenfels , Husserl, i primi logici polacchi[6] e lo stesso Freud, del filosofo e psicologo Franz Brentano, strenuo aristotelico ontologico. Ma si potrebbe anche retrocedere al Goethe di “E’ possibile scomporre il vivente nei suoi elementi, ma non ricomporlo da questi e ricreare la vita” e forse ancor prima, poiché questa era obiezione già posta da G. B. Vico a Cartesio.

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Passando dall’archeologia dei concetti all’attualità, chi come noi opera dentro e per losviluppo di una cultura della complessità che unisca gli apporti scientifici a quelli umanistici ripristinando una teoria della conoscenza[7] generale che non sia solo epistemologia e che parta da una ontologia sistemica, dovrebbe farsi carico di questi problematici aspetti della riduzione. Lo sviluppo delle scienze cognitive, ci dice che quella riduzione ha ragioni oggettive per tentar di far entrare il vasto mondo o gli oggetti e i fenomeni nel “loro complesso” nella nostra singola, ristretta mente. I tavoli inter-multi-intra disciplinari, già tradizione di questa cultura ai tempi della Conferenze Macy (anni ’50) o dei tentativi di von Bertallanfy di istituire cattedre inter-disciplinari nelle università canadesi, possono espandere questa ristretta riduzione ma rimane il problema che un gruppo umano non è dotato di un singolo “Io penso” in grado di produrre un sintetico pensiero intenzionale. Come dicono gli inglesi, “un cammello è un cavallo disegnato da un comitato”, va bene il sistema pensante auto-organizzato ma dovremmo anche evolvere quel sistema nelle singole menti, pur nei limiti delle nostre limitate facoltà pensanti. La riduzione nonn va solo denunciata, è un problema oggettivo da risolvere.

Per far questo, occorrerebbe quindi inoltrarci più a fondo sulla strada delle sintesi, delle sintesi di sintesi, della produzione funzionale e non esibizionistica di nuovi concetti (evitando i “post” e l’ultra-aggettivazione), di metodi plurali che tuttavia -alla fine- pervengono ad una forma di pensiero singolare, una per ogni pensante e quindi di nuovo plurale da sintetizzare ancora in un processo ricorsivo che non ha limite finale. La “sfida della complessità” è la sfida alle nostre facoltà e modalità conoscitive, a volte un po’ troppo sazie e celebrate a seguito dei primi successi di questi ultimi quattro secoli. All’inizio le cose sono sempre più semplici, e quando ci si inoltra nella “selva oscura” dell’intessuto assieme, che si smarrisce la diritta via e noi -oggi- siamo proprio alla soglia di quell’inferno.

Proprio di questi confusi tempi in cui sembra che il nostro mondo stia affogando in un inquieto oceano mosso di complessità crescente, dovremmo farci carico di tornare a pensare a come pensiamo, più che partecipare alla rissa quotidiana delle opinioni estreme che agita il dibattito pubblico, a volte anche quello specialistico, più per nevrosi che per costrutto. Cosa ci serve per sviluppare modi di pensare che trattino cose e fenomeni “nel loro complesso”?  Apriamo il dibattito in vista della decima edizione del nostro Festival di maggio.


Note
[1] D’Arcy W. Thompson, Crescita e forma, Bollati Boringhieri, 1969-2016 su edizione rivista di Tyler Bonner del 1961, Cambridge University Press
[2] G. West, Scala, Mondadori, 2018
[3] Op. cit. p.284
[4] A tale riguardo, utile la lettura di Jaak Panksepp, Lucy Biven, Archeologia della mente, Cortina Editore, 2014
[5] Aristotele, Metafisica, H 5/6, 1045 a9-10. L’esatta  formulazione aristotelica è “… l’intero è qualcosa di più delle parti”.
[6] Tradizione poi di lungo sviluppo in cui incontriamo quel Jan Łukasiewicz che è tra i pochi ad essersi avventurato nella discussione “Del principio di non contraddizione in Aristotele” (Quodlibet, 2003). Ma da cui deriva anche quel Stanisław Leśniewski che, negli anni ’30, inaugura una nuovo campo di studi di logica, la mereologia, che A. Varzi definisce “delle relazioni della parte al tutto e da parte a parte con un tutto”.
[7] Si veda il terzo volume del Metodo di E. Morin, La conoscenza della conoscenza, Feltrinelli 1993
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Comments   

#4 pierluigi fagan 2019-02-25 10:25
Alcune precisazione relative al primo intervento del sig. Barone, con premessa. Chi scrive non è un seguace del pensiero di E. Morin a cui comunque riconosce molti meriti nel tentativo di portare in filosofia il problema delle forme semplici/complesse della nostra conoscenza. Morin è citato in un articolo scritto per il blog del Festival della Complessità giunto quest’anno alla decima edizione, dato che mi rivolgevo a quell’area di pensiero. Personalmente coltivo forme aperte di ricerca sul pensiero, penso che il principale problema del pensiero contemporaneo sia l’attardarsi scolastico su tradizioni di “tempo appreso nel pensiero” che, cambiando radicalmente i tempi, meriterebbero di essere viste come le spalle dei giganti su cui issarsi, stante che la finalità è quella di guardare più ampio e lontano. Del resto, se avessero conseguito il fine di farci capire davvero i loro oggetti, ci avrebbero aiutato nell’azione di cambiamento dello stato di cose (Seconda tesi su Feuerbach), il che, visto l’evidenza del contrario sembrerebbe indicarci di smetterla con i giudizi tombali su tutto ciò che non è previsto dai vari Corani che con atteggiamento scolastico, molti eleggono a scrittura sacra, vera ed eterna. Atteggiamento che mortifica quelle stesse tradizioni di pensiero, dal momento che queste avevano nel loro codice genetico forti considerazioni sul fluire del tempo che chiamiamo Storia. Ciò detto: 1) Non c’è, almeno tra i principali, libro di Morin che non inizi con una violenta critica di due pensatori: Descartes e Newton, accusati di aver imposto criteri riduzionisti-deterministi alla nascente forma del pensiero moderno. Tant’è che l’opus magnum del francese è composto di sei volumi che s’intitolano “La Méthode”, in chiara opposizione al Discorso sul metodo del 1637 a cui riconosce ruolo tanto fondativo quanto nefasto, di impostazione delle moderne forme di conoscenza. In un libricino intitolato “I miei filosofi” (Erickson, 2013) in cui Morin ci vuole raccontare i vari gradi di simpatia o il suo contrario, che nel tempo ha nutrito verso questo o quel filosofo (ben 12 pagine e mezzo su Marx e due su Cartesio), il pezzo su Descartes termina con “Questa tragica dissociazione è quella che caratterizza ciò che ho definito il “paradigma cardinale dell’Occidente o “paradigma cartesiano”. Si tratta ora di uscirne. (p.53)”. Come l’impegno di Morin a combattere strenuamente contro le nefaste influenze di Cartesio l’abbia trasformato in un “pensatore cartesiano”, rimane per me un mistero. 2) Non esiste una Teoria della Complessità formalizzata. Il pensiero complesso ha circa settanta anni ed origina da almeno due canali (Teoria dei Sistemi, Cibernetica) e si presenta come nuvola di concetti, metodi ed orientamenti presenti nel pensiero di diversi autori di praticamente tutte le discipline nel senso proprio di “fisica, chimica, biologia, ecologia, scienze cognitive, psicologia e financo psicoanalisi, antropologia, sociologia, economia pur con molti limiti, storia, linguistica, archeologia e filosofia sebbene, come giustamente notato da Barone, col solo Morin che per altro in origine era un sociologo. Il fatto che proprio economia e filosofia mostrino la minor sensibilità al tema, ci porterebbe a sviluppare un altro discorso che non possiamo qui approfondire, ne indichiamo solo la problematicità piuttosto che invocarla come testimonianza probante l’inconsistenza del “pseudo-concetto”. 3) Propriamente, una possibile Teoria della Complessità, andrebbe nella categoria dell’onto-gnoseologia, della teoria della conoscenza o filosofia prima. Sul versante ontologico, si pensa che osservare tutti gli enti oggetto di conoscenza (enti materiali quanto immateriali) come sistemi aiuti ad approcciarne con migliori risultati l’essenza (o come altrimenti la si vuole chiamare). Del resto fu proprio Marx ad inventare la lettura sistemica della società (rivelandone la forma in gerarchia di classi) ed accoppiare questo “sistema” all’altro “sistema” dell’economia politica, facendo fluire nel discorso il tempo (Storia), con presupposti di antropologia (al cui studio dedicò gli ultimi anni di vita rincorso inutilmente da Engels che gli voleva far terminare la revisione degli altri due libri de Il Capitale – i Quaderni antropologici ovvero le note allo studio di Morgan e Maine raccolgono le ultime scritture del tedesco che stava esplorando con indomita curiosità onnivora libri sul’evoluzionismo, le antiche civiltà, i quaderni di viaggio) e la critica alle forme sistemiche del pensiero (ideologia e religioni) nonché un poco sviluppato entusiasmo che provò per Darwin come ci rivela la corrispondenza tra Marx ed Engels. Il tutto ovviamente compreso in un approccio generale in quella filosofia che unica potrebbe ospitare più che i totali, gli interi. L’eclettismo, se si ritiene di usare questa categoria propria dell’impostazione accademica dominante, ha in Marx (per altro proveniente da studi giuridici) un luminoso precursore forse poco compreso dai suoi epigoni più scolastici. Quanto alla conoscenza, ridurre questa all’epistemologia è tratto tipico del dominio ideologico liberale che ha origine anglosassone, cultura che pensa che la doxa sia fuorviante e l’unico episteme (pensiero certo) sia la scienza. Suggerirei anche maggior attenzione critica all’utilizzo del termine “scienza” sul quale, dai tempi del positivismo ottocentesco, c’è un corposo ed inconcluso dibattito. Sarebbe forse il caso che chi per primo contesta l’impostazione dominante recuperi il termine gnoseologia di cui l’epistemologia è solo una parte. 4) Tant’è che delle decine e decine di vari pensatori della tante discipline in cui aleggia questa ancora poco impostata forma di pensiero, si trova tutto ed il suo contrario. La teoria della conoscenza pur certo non essendo neutrale (nulla lo è, ovviamente), non dice cosa pensare ma solo come. Ad esempio, la scuola sistemica di storia economica braudeliana-polanyiana ed in buona parte marxista di Wallerstein, Arrighi, Gunder Frank, Samin (co-autori di Dynamics of Global Crisis. London: Macmillan Publishers 1982)., convive nella condivisione dell’approccio sistemico con H.Simon che è (in parte) economista Nobel ’78 mainstream, il quale convive con economisti come Boulding o Georgescu-Roegen padre della bio-economia, a loro volta basi del pensiero decrescista ed ecologista. Segnalo altresì la tectologia A. A. Bogdanov co-fondatore del bolscevismo russo con Lenin e primo traduttore in quella lingua del Capitale, un forma di pensiero dei sistemi molto precoce. Bogdanov come è norma per tutti i pensatori sistemici, ha una lunga sfilza di interessi disciplinari ed ogni Bogdanov ha il suo petulante -autonominato “ortodosso”- Plechanov. Ciò detto, personalmente ritengo che la divisione dei saperi sia da forzare se vogliamo trovare una teoria che ci aiuti concretamente alla trasformazione di un mondo nel quale soffriamo a vario titolo e per varie ragioni, pratiche ed ideali. Facendolo, magari si scoprirà che certe forme del concetto “divisione del lavoro” non le ha inventate il “capitalismo” ma fanno da genetica delle società complesse che originano nella piana Mesopotamica ben seimila anni fa. Altresì, centotrentacinque anni fa, quando Engels scrisse “Origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato” ovviamente molte prove concrete dei tempi antichi (l’Origine) non erano note e sarebbe forse il caso di assumere le evidenze del fatto che l’origine di quelle gerarchie sociali ebbero chiari tratti di “servitù volontaria” espressasi originariamente in favore delle nuove caste sacerdotali che non possedevano né la terra, né i mezzi di produzione. Forse il rapporto tra sistema ideologico e forme concrete è ricorsivo-circolare e così come Marx provò a fornire pensiero liberante partendo da situazione di fatto concreto opposta, dovremmo ampliare le nostre concezioni su ciò che il pensiero può o non può fare. Ritenere strettamente il pensiero solo un riflesso delle condizioni materiali porterebbe ad arguire che Marx pensava quello che pensava perché prevalentemente mantenuto da Engels. Per altro, frequentando gli aggiornamenti di paleoantropologia ed archeologia conseguiti negli ultimi centocinquanta anni, si scoprirà che forse esisteva divisione del lavoro in certe forme già nel paleolitico superiore (molto è cambiato dalle convinzioni ancora anni ’20 -cioè di esattamente un secolo fa- del marxista autraliano V.Gordon Childe sul ruolo del modo di produzione agricolo. L’agricoltura pare origini anche diecimila anni prima del prima ritenuto secondo le ultime evidenze “scientifiche” di più di un secolo di scavi archeologici e progresso nelle conoscenze e sistemi di datazione), dandoci l’indicazione del fatto che la sua origine è legata alle dimensioni delle società umane, un problema che dovremmo affrontare daccapo se vogliamo davvero rendere “… possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosí come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.”. I tempi cambiano il mondo ed il come lo pensiamo. Estrarre frasi decontestualizzate dai testi sacri litigando sul primato dell’interpretazione sono rimasti solo i wahhabiti e purtroppo, molti marxisti. Cordialmente.
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#3 Eros Barone 2019-02-23 22:36
Due postille sul materialismo marx-engelsiano: una relativa alla centralità della storia come "scienza nuova", tema giustamente richiamato e ben esemplificato da Paolo Selmi, e l'altra relativa all'importanza della categoria di totalità. Orbene, il materialismo dialettico è una scienza nuova perché pone al centro la produzione, ma porre al centro la produzione significa porre al centro il modo con cui gli uomini producono e riproducono la loro vita, il che implica una diversa concezione della storia, volta non più solo al passato, ma anche al futuro: significa quindi, prima di tutto, cambiare il punto di vista della storia. A questo proposito, c'è un passo cruciale, tratto da quel capolavoro giovanile di Engels che è "La situazione della classe operaia in Inghilterra" (1845), in cui Engels afferma tale punto di vista, che ha rappresentato la matrice dell'incontro e della collaborazione con Marx: "La storia è per noi l'uno e il tutto e la consideriamo più in alto di qualunque precedente corrente filosofica, più in alto dello stesso Hegel, al quale in definitiva essa doveva servire unicamente come una prova per il suo esempio logico di calcolo". La seconda postilla riguarda l'importanza della categoria di totalità, cui va sussunto, come articolazione specifica ma non esaustiva, lo stesso concetto di complessità. In questo senso è esemplare l'indagine di Marx sulle connessioni organiche fra le quattro branche fondamentali di ogni totalità economica: produzione, distribuzione, scambio e consumo. Quando tale organicità non viene colta, si hanno disarticolazioni illusorie della totalità economica, ad esempio quella, tipica del pregiudizio eternitario dell'economia politica classica e neoclassica, di elevare la produzione a fattore costante e di derubricare la distribuzione a fattore contingente. Argomenta Marx, riferendosi a quelle classificazioni empiriche in cui il capitale figura nella produzione e il suo reddito (profitto e/o interesse) nella distribuzione (cfr. "Il Capitale", Einaudi, Torino 1975, libro I, appendice, p. 1154): "il capitale appare 1) come agente della produzione; 2) come fondo di reddito, pur essendo sempre il medesimo. Interesse e profitto figurano anche come tali nella produzione, in quanto sono forme in cui il capiatle aumenta e s'accresce, e sono quindi momenti della sua produzione stessa. Interesse e profitto come forme di distribuzione presuppongono il capitale come agente di produzione. Sono modi di distribuzione il cui presupposto è il capiatle come agente di produzione". In effetti, produzione e distribuzione a prima vista sembrano del tutto diverse, ma sono strettamente connesse nella totalità e condividono la stessa caratterizzazione storica. Così, se per un verso la produzione non è una costante metastorica, per un altro verso la struttura della totalità è data dalla priorità della produzione, che proprio perché storicamente determinata costituisce la causa determinante di distribuzione, scambio e consumo. La totalità viene quindi pensata come un organismo nel quale, se tutte le parti sono vitali, non tutte sono altrettanto decisive: "Il risultato al quale perveniamo" - prosegue Marx - "non è che produzione, distribuzione, scambio e consumo siano identici, ma che essi rappresentano tutti dei membri di una totalità, differenze nell'ambito di un'unità. La produzione abbraccia e supera tanto se stessa, nella determinazione antitetica della produzione, quanto gli altri momenti. Da essa il processo ricomincia sempre di nuovo... Una produzione determinata determina quindi un consumo, una distribuzione, uno scambio determinati, nonché i 'determinati rapporti tra questi diversi momenti'" (p. 1160). Nella totalità la funzione svolta dalla produzione è dunque sia non lineare (in quanto coinvolge anche se stessa) sia determinante: "E' una luce generale che si effonde su tutti gli altri colori modificandoli nella loro particolarità" (p. 1168), e ciò è dovuto proprio al fatto che "tra i diversi momenti si esercita un'azione reciproca. E questo avviene in ogni insieme organico" (p. 1160). L'asimmetria, dovuta alla struttura gerarchica della totalità economica, costituisce quindi il suo intrinseco principio d'ordine.
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#2 Paolo Selmi 2019-02-22 22:58
"Wir kennen nur eine einzige Wissenschaft, die Wissenschaft der Geschichte. " (Noi conosciamo una sola scienza, la scienza della storia, MEW, Bd. 3, 18). In questo passo cancellato nel manoscritto dell'Ideologia Tedesca, Marx ed Engels riassumono con un'intuizione decisamente felice quello che ho cercato e cerco di mantenere come linea di ricerca. Da ciò in cui la suddividono, "Scienza della natura" (die Geschichte der Natur) e "Scienza degli uomini" (die Geschichte der Menschen) e che "sono mutualmente dipendenti" (sich bedingen gegenseitig), discendono tutte le discipline afferenti allo scibile umano. In questo senso, siamo all'esatto opposto dell'eclettismo individuato da Eros e a cui, peraltro, contribuisce la parcellizzazione dell'istruzione superiore in mille rivoli disgregati di compartimenti stagni. Un caso concreto: nel 1993, presi parte come matricola all'ultima leva fortunata di nipponisti, ovvero coloro i quali potevano, in virtù del profondo legame che lega il Giappone alla Cina, studiare magisteri di entrambe le lingue (4 magisteri + 2 magisteri per un totale di 6 magisteri), studiare su manuali come il "Paolo Beonio-Brocchieri, La filosofia cinese e dell'Asia orientale, Milano, Vallardi, 1977", il cui tutt'ora insuperato merito era quello di considerare l'Asia Orientale nel suo insieme, non nel chiuso dello specifico di ciascuna materia di ciascun Dipartimento, e mettere nel proprio piano di studi anche esami come Religioni e Filosofie dell'India, vedendo finalmente completarsi quel "Viaggio verso Occidente 西游" che era stata, millenni prima, una costante estremo-orientale (I giapponesi in Cina, i cinesi in India), buddhistica e non solo.
Ebbene, il considerare questo continuo affluire di segni, espressioni artistico-letterarie, strutture logico-formali embrionali che si evolvevano fino a visioni del mondo compiute e a loro volta in continua trasformazione e interscambio, eventi storici, scoperte e tappe parallele di un progresso scientifico-tecnologico e di cultura materiale parallelo al nostro, all'interno dell'unica scienza, la scienza della storia, mi è servito ENORMEMENTE. Così come mi è servito enormemente il tirocinio pluriennale presso gli immigrati cinesi, indiani, pachistani, bengalesi: imparavo più io da loro che loro da me.

Anche in questo caso, studiato e vissuto, teoria e prassi, mi aiutavano a mettere sempre più a punto caselle piene e a riempire caselle vuote, piuttosto che a mettere in discussione concetti che davo per assodati, anche in modo radicale, oltre che a individuare fra componenti vicini e lontani utili nessi, passaggi sincronici e diacronici, scorciatoie logiche, ipotesi di lavoro e primi abbozzi di tesi da vagliare con lo stesso rigore metodologico con cui avevo fino a quel momento costruito un bagaglio sempre più solido e coerente. Aggiungere capitoli sempre nuovi e avvincenti, come quello degli studi slavistici e dell'Asia Centrale, con puntate in Turchia e Persia, è stato per me null'altro che un proseguire, meglio, un seguire tracce, triangolare elementi già in mio possesso con altri assolutamente estranei fino ad allora; usando sempre l'analogia a me cara della Montagna, attaccando nuove pareti di roccia, picchettando, arrampicandomi ulteriormente, e guardando la visione d'insieme da una prospettiva sempre più ampia.
Certo, un nipponista vero mi dà la paga, così come uno slavista, e via discorrendo. Il mio è un sapere tutt'altro che enciclopedico, anzi, con innumerevoli lacune. Tuttavia, un metodo di studio fondato su una solida mappa mentale, frutto di un'applicazione rigorosa del principio sopra elencato, che poi altro non è che quello del materialismo storico, nel tempo e nello spazio, lungo tutti i flussi e le direttrici parallele socialmente e storicamente date, mi consente presto di trovare le coordinate per approfondire ciò che mi interessa, agganciarlo a quanto già consolidato (o correggendolo, in toto o in parte), e continuare a triangolare, puntellare, ampliare la vista d'insieme, e via discorrendo, ampliando sempre più quell'edificio della conoscenza e del sapere che è il primo segno di liberazione.

Questo se mi fossi dedicato, per esempio, anima e corpo allo studio del teatro No, ovvero avendo ciò come unico orizzonte di ricerca e specializzazione, chiudendo i passaggi verso tutti gli altri compartimenti, in quanto "perdita inutile di tempo e di risorse", con tutto rispetto per chi pratica, ad altissimi livelli, lo studio questa disciplina, non sarebbe stato possibile.

Allo stesso modo, e peggio ancora, non sarebbe stato possibile se avessi iniziato a vagare da una disciplina all'altra, un po' di qui, un po' di la, costruendomi una specie di baracca traballante entro cui rifugiarmi e da cui, peggio ancora, cominciare a diffondere eventuali "scoperte", affermando tutto e il contrario di tutto, magari secondo la mia convenienza opportunistica di turno (molti "guru" di ogni tempo e "stelle", di fatto, hanno fatto e fanno così).

La complessità non è una sfida: è un traguardo da raggiungere, passo dopo passo, mattone su mattone, giorno dopo giorno, lungo una vita intera. E, quando si pensa di averlo raggiunto, ci si rende conto che si è solo all'inizio, come nello studio delle arti marziali, dove dopo la cintura nera c'è ancora la cintura bianca, ovvero quella con cui lo studente entra per la prima volta nel dōjō (道場).

Paolo Selmi
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#1 Eros Barone 2019-02-21 22:37
Il contrassegno della complessità attribuito alle teorie scientifiche sembra configurarsi come un altro frutto di quel «compromesso bellarminiano» che ha consentito, da un lato, all’idealismo, al soggettivismo e all’oscurantismo religioso di stabilire un quasi-monopolio sulle discipline umanistiche ed ha introdotto, dall’altro, il germe velenoso di questi orientamenti retrivi non solo nelle concezioni teoriche, ma anche negli stessi procedimenti metodologici delle scienze naturali. In questo senso, è palese, di là dai camuffamenti epistemologici in termini di teoria della complessità (con la relativa "sfida"...), la funzione epistemologica, antidialettica e antimaterialistica, dell’eclettismo, la quale consiste, per un verso, nel produrre l’illusione della sintesi all’interno di un sapere che la divisione tecnica e sociale del lavoro, così come si configura entro l’attuale regime capitalistico, ha frantumato sia in senso orizzontale, moltiplicando il numero delle discipline, sia in senso verticale, elevando il grado di specializzazione all’interno delle singole discipline (illusione della sintesi, un aspetto della quale è il binomio, tipicamente borghese, 'complessità/interdisciplinarità'), e, per un altro verso, nel realizzare una forma di falsa unificazione del sapere, ottenuta mediante una semplice somma aritmetica di entità disomogenee. In realtà, è una negazione della dialettica materialistica fondata su una concezione "erasmiana" della categoria di mediazione, laddove questa è chiamata a svolgere il ruolo di depotenziamento dell'antitesi a favore di una falsa sintesi (= pluralismo arlecchinesco della cultura tardoborghese e postmoderna). Classico esponente di questo indirizzo politico-culturale riformista è il filosofo neo-cartesiano Edgar Morin, esplicitamente citato in questo articolo, il quale ha recuperato la metafisica cartesiana spostando l’asse di interesse dall’ontologia della conoscenza alla sua pedagogia. Sennonché il recupero cartesiano è praticamente fallito in campo filosofico, dove il pensiero di Morin non ha trovato accoglienze particolarmente favorevoli, mentre in campo pedagogico, dove si è sposato al personalismo cristiano e all'ambientalismo interclassista, quel recupero ha avuto molta fortuna, assumendo negli anni Novanta e nel primo decennio del duemila il carattere di asse culturale ed educativo delle riforme scolastiche, tutte, in varia misura, caratterizzate in senso neoliberista ed esemplate sul modello della riforma di Luigi Berlinguer (legge 10 febbraio 2000, n. 30). Ancora una volta, lo pseudo-concetto della complessità rivela, insieme con la sua falsa base epistemologica, che le citazioni di Aristotele non valgono a riscattare, la sua natura essenziale di strategia politica e intellettuale antimarxista e, in ultima analisi, antiproletaria.
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