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Il ‘vincolo esterno’ e l’adesione dell’Italia all’Unione Economica e Monetaria
di Sandro Arcais
In questi giorni di offensiva per ottenere la richiesta del MES da parte dell’Italia e di trattative in cui le nazioni della disUnione europea si confrontano su come affrontare la crisi economica conseguente al covid-19 potenziato da più di 10 anni di austerità, è bene tenere a mente la posizione strutturalmente debole dell’Italia. Tale debolezza nasce dalla scelta di parte della classe politica e praticamente della totalità del capitalismo italiano di non prendersi la responsabilità diretta di governare questo paese, ma di governarlo attraverso il ‘vincolo esterno’. Più loro diventano minoritari nel paese, più forte deve essere tale vincolo. Per loro è una questione di sopravvivenza. Ecco perché sono così pericolosi per il Paese.
L’articolo che segue presenta, commenta e integra uno studio sulla teorizzazione del ‘vincolo esterno’ e sul suo uso da parte di una ristretta tecnocrazia italiana per legare l’Italia all’Unione economica e monetaria europea, disfarsi del ceto politico della Prima Repubblica e sottomettere il ceto politico della seconda alle regole dell’Ue e dei mercati (il ‘pilota automatico’).
Se non indicato altrimenti, tutte le citazioni sono tratte dallo studio stesso.
Buona lettura
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Kenneth Dyson e Kevin Featherstone sono due studiosi inglesi. Il primo lavora presso l’Università di Cardiff. I suoi interessi si situano «nel punto di intersezione tra integrazione europea, economia politica comparata e storica e studi tedeschi». Il secondo opera attualmente presso la London School of Economics and Social Science. Il suo campo di ricerca ruota attorno «la politica comparata, la politica pubblica e l’economia politica.
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«Le Brigate rosse furono le prime a parlare di globalizzazione»
Paolo Persichetti intervista Matteo Antonio Albanese
Anteprima – E’ in uscita nelle librerie Tondini di ferro e bossoli di piombo. Una storia sociale delle Brigate rosse, di Matteo Antonio Albanese, Pacini editore. Il volume, che si ferma al 1974, propone alcune importanti scoperte documentali e delle nuove proposte interpretative che faranno discutere. Ne ho parlato con l’autore.
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Alcuni anni fa il sociologo Pio Marconi scrisse che le Brigate rosse, attraverso la categoria di Stato imperialista delle multinazionali, avevano individuato con largo anticipo la fase di internazionalizzazione del modo di produzione e del mercato capitalistico, successivamente definito “globalizzazione”. Nel tuo lavoro aggiungi un fatto nuovo: sostieni che le Brigate rosse furono in assoluto le prime ad introdurre e descrivere il fenomeno della globalizzazione del sistema capitalistico. Puoi spiegare come sei giunto a questa scoperta?
Lessi alcuni dei lavori di Pio Marconi mentre preparavo il mio progetto di ricerca per l’ammissione al dottorato. Mi ricordo che in quei mesi avevo cominciato a leggere con un poco di attenzione le varie pubblicazioni, scientifiche e non, sul fenomeno brigatista. Vivendo, allora, a Milano mi sembrò naturale cominciare un giro dei vari luoghi della città in cui quella memoria era stata in qualche modo conservata.
La libreria Calusca e l’archivio Primo Moroni sono stati passaggi importanti per cominciare ad inquadrare il fenomeno. Nello specifico, però, fu una bancarella di libri alla festa de l’Unità il luogo dove trovai, ed acquistai, un paio di numeri di Sinistra Proletaria.
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Il personale non è il politico
di Giulio Sapori
Note a Quanto lucente la tua inesistenza. L’Ottobre, il Sessantotto e il socialismo che viene
Nel suo ultimo libro Quanto lucente la tua inesistenza. L’Ottobre, il Sessantotto e il socialismo che viene (Jaca Book, 2018), Marco Maurizi compie una serie di riflessioni che - aiutandosi con le analisi di Marx, Rosa Luxemburg, Marcuse, Adorno e altri - cercano di ripensare criticamente l’esperienza ideale e storica del marxismo e del socialismo, per provare a ridefinirne, nel presente, la sagoma. Il socialismo non è infatti qualcosa che è stato realizzato nel passato, quanto piuttosto una “lucente inesistenza”, possibilità di una società altra dal dominio capitalistico.
In questo scritto cercherò di evidenziare, in modo schematico, una serie di punti che ritengo importanti per la riflessione politica presente:
1) Il presente. Il panorama sociale e politico che ci troviamo di fronte è segnato da un lato dal prevalere globale del liberismo, come progetto politico e filosofico che lega insieme il determinismo del mercato alle libertà individuali; dall’altro da un sostanziale “arretramento della lotta al capitale” (p.19). Questo panorama politico prende una forma definita nel corso dagli anni Ottanta, momento in cui si afferma in modo netto la controrivoluzione liberale, a detrimento delle classi subalterne. La nuova fase, caratterizzata da un modello tecnocratico, quindi a-democratico, di governo non è semplicemente un “balzo indietro” che elimina le conquiste sociali della fase fordista, poiché è animata da un “nuovo spirito” che incide sulla composizione delle lotte sociali. Il capitalismo si fa più consumista, libertario, antiautoritario, ‘ribelle’ mentre il blocco antagonista è investito da due processi: di conversione (da antagonisti a neoliberali) e di frammentazione.
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2 + 2 = 5. L’emulazione socialista in URSS. Parte I
di Paolo Selmi
Cari compagni,
questo lavoro è nato come paragrafo alla parte introduttiva del manuale sulla pianificazione che sto traducendo. Poi, le questioni sollevate man mano che la ricerca proseguiva erano tante e tali... che in questi mesi è diventata una piccola monografia: 150 pagine delle mie, un libro vero e proprio usando un'impaginazione editoriale. Per motivi di dimensione, difficile da gestire anche per software potenti come l'editor di sinistrainrete.info, è stata decisa una suddivisione (del tutto strumentale) in quattro puntate. Lo scopo primario di questo lavoro è stato riproporre e sviluppare alcune questioni su cui e, peggio ancora, di cui oggi nessuno parla quando si parla di socialismo e di storia sovietica. Lo scopo ultimo e, infine, l'auspicio con cui chiudo queste poche righe è che ciascuno di voi, sia singolarmente che come gruppo di lavoro e collettivo di ricerca, tragga da questi materiali, la cui traduzione è inedita nella stragrande maggioranza dei casi, spunto per ulteriori analisi, riflessioni, collegamenti, approfondimenti. Di carne al fuoco ce n'è davvero molta, per cui grazie per l'attenzione, per le osservazioni, per gli spunti che vorrete condividere, ma soprattutto...
Buona lettura!
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Alcune domande
2+2=5: nonostante al di qua della cortina di ferro il termine “emulazione socialista” (социалистическое соревнование)fu spesso accompagnato da scherno e pernacchie di sottofondo, insieme ad accuse affatto velate di cottimismo e crumiraggio, si tratta, di una delle manifestazioni storiche, almeno nelle intenzioni di chi le promosse, ma a ben vedere non solo in “pensieri e parole”, di quanto più prossimo a quel “movimento verso l’alto” oggetto di analisi preliminare in questo capitolo. Guardiamola, pertanto, un po’ più da vicino. Il manifesto riprodotto qui sotto, risalente agli anni Trenta del secolo scorso intitolato L’aritmetica del contropiano produttivo e finanziario (Арифметика встерчного промфинплана) ci fornisce una buona base di partenza.
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Marx revival
di Antonino Morreale
Pubblicato a fine 2019 da Donzelli, Marx Revival, raccolta di “Concetti essenziali e nuove letture” a cura di Marcello Musto, è già uscito in inglese a giugno 2020; e per il 2021 sono previste le pubblicazioni in cinese, tedesco, giapponese, coreano e portoghese. Con le sue 469 pagine può incutere qualche preoccupazione; e si rivela invece, scorrendo l’indice, ventaglio amplissimo e godibile di temi e di punti di vista.
I titoli dei saggi – li cito tutti per dare un’idea compiuta – rivelano l’ottica non banale secondo cui la raccolta è costruita: Capitalismo, Comunismo, Democrazia, Proletariato, Lotta di classe, Organizzazione politica, Rivoluzione, Lavoro, Capitale e temporalità, Ecologia, Eguaglianza di genere, Nazionalismo e questione etnica, Migrazioni, Colonialismo, Stato, Globalizzazione, Guerra e relazioni internazionali, Religione, Educazione, Arte, Tecnologia e scienze, Marxismi.
È evidente che in questo volume non è Marx a interrogare il presente, ma sono piuttosto i temi dell’attualità a interrogare Marx, ottenendo risposte più o meno convincenti, più o meno strutturate, ma sempre stimolanti; senza forzature per trovare in Marx quel che non c’è.
Per il lettore italiano, che viene da una tradizione di studi e di elaborazioni teoriche di alto livello, ma anche molto diversa da questa, è un’occasione importante, che speriamo voglia cogliere.
Cominciamo dagli autori dei 22 saggi. Pochi gli studiosi già da noi conosciuti. Infatti dei 19 non italiani, solo cinque hanno opere già tradotte (Achkar, Antunes, Löwy, van der Linden, Wallerstein. Quest’ultimo, appena scomparso, già molto noto fin dagli anni Settanta, però solo come storico, per opere fondamentali).
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Recovery Fund: un sommario di tutti i veri dati
di Guido Da Landriano
Vi presentiamo una serie di immagini e tabelle nelle quali sono spiegati tutti i veri dati, quelli basati sui documenti ufficiali e su stime super partes, non sulle voci messe in giro da Casalino o su numeri di provenienza, diciamo così, spuria.
Se volete potete salvarvi questi dati o salvare la URL della pagina, e divertirvi a confrontarli con le gentili e soavi amenità che sentite in TV.
Buona Lettura.
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La direzione dello sguardo
di Alessandro Visalli
Viviamo tempi davvero confusi. Potrei caratterizzarli come il tempo della estenuazione di una estenuazione. Il senso della critica ha perso da lunghi decenni il solido ancoraggio nelle dure condizioni materiali che il socialismo aveva inteso dargli, per tradursi in una postura che cresce nel vuoto di progetto. Questo slittamento non era avvenuto tanto per effetto di un superamento effettivo, totale, della durezza del vivere, quanto per un estenuarsi della fiducia sotto i colpi delle sconfitte.
Sconfitte, non fallimenti.
La durezza del vivere è sempre rimasta con noi. Ma è stata nascosta sotto il velo della nebbiolina sottile che la cultura cosiddetta “postmoderna” ha lentamente alzato da terra. La perdita di riferimento ha spostato tutta l’attenzione sul medium e del significato sul significante.
Da qualche anno, però, anche questa estenuazione sta giungendo al suo, proprio, esaurirsi. Questa singolare condizione nasce dal tornare in primo piano della durezza in forme non aggirabili. Un urlo che, alla fine, finisce per essere più forte delle nebbie.
Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti (da qui a volte M&C) hanno fatto l’importante sforzo di rispondere con un densissimo e a tratti molto chiaro testo[i] al dibattito che era scaturito dal loro primo articolo[ii]. Per la verità la replica è molto più larga, e si riferisce contemporaneamente alle obiezioni di Fabrizio Marchi[iii], su L’interferenza, e di Alessandro Visalli (ovvero di chi scrive)[iv], e quelle di Moreno Pasquinelli[v], su Sollevazione. Seguiranno sia la seconda parte del pezzo di Pasquinelli[vi] e la replica di Alessandro Visalli[vii].
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Stati Uniti: a che punto è il movimento contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico?
Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo queste note sul momento attuale del grande movimento di lotta nato negli Stati Uniti dopo l’uccisione di George Floyd per mano della polizia di Minneapolis. Non sono, però, un semplice aggiornamento. Sono un primo, provvisorio bilancio di esso (provvisorio perché il movimento è tuttora vivo). E hanno il merito di cogliere la sua straordinaria importanza nella vicenda della lotta di classe statunitense e mondiale.
Gli Stati Uniti sono da quasi un secolo il paese-guida del capitalismo mondiale, la mostruosa idrovora che ha aspirato oceani di plusvalore, di rendita e di diritti dai quattro angoli della terra, e hanno potuto a lungo nutrire buona parte della loro popolazione di sfruttati con qualcosa in più di semplici ‘briciole’ materiali e ideologiche (l’ideologia della unicità e superiorità yankee). Ma questa Amerika ora finalmente traballa per effetto di continue scosse sismiche e si avvicina inesorabilmente al suo crack.
Altro che fine della storia! La storia, e cioè la storia della rivoluzione sociale anti-capitalista, si sta riaprendo alla grande, nel cuore stesso della “Bestia”. E si vedrà chiaro domani che il primo squillo di riscossa è partito dai “negri” supersfruttati dall’imperialismo europeo e italiano: i rivoltosi arabi e “islamici” del 2011-2012 e del 2018-2020, i nostri fratelli di classe medio-orientali brown…
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Nelle giornate di luglio il movimento generalizzato contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico ha perso di intensità. È trascorso più di un mese e mezzo da quando questo movimento di massa è esploso spontaneamente in seguito all’assassinio di George Floyd il 25 maggio 2020.
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Hong Kong,"due sistemi", una guerra incombente?
di Claudia Pozzana, Alessandro Russo

Del movimento di Hong Kong del 2019 sembrano svanite le tracce. Oggi sono molto più in primo piano alcuni isolotti sabbiosi del Mar cinese meridionale, oggetto di contese territoriali che suonano come sinistri segnali di intenzioni belliche. Un movimento così imponente, però, non va lasciato nell’oblio, perché quando le masse entrano sulla scena politica c’è sempre da trarne qualche lezione.
Abbiamo fatto tre viaggi di inchiesta in Cina tra il 2017 e 2019, incontrando vecchi e nuovi amici, con i quali abbiamo condiviso ragionamenti e interrogativi. Le note che seguono sono una prima sintesi di alcuni dei temi che ci hanno fatto più riflettere.
I “due sistemi”
Il governo cinese si ostina a dichiarare che la nuova legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong è la massima realizzazione della formula “un paese, due sistemi”. Non ci sono forse tutte le evidenze che, al contrario, come dicevano alcuni slogan polemici del movimento nei mesi scorsi, essa equivalga a “un paese, un sistema”, vale a dire ad applicare a Hong Kong il sistema della RPC?
Le dichiarazioni del governo cinese non vanno però trattate solo come vuota retorica. In effetti, la Cina è già un paese con “due sistemi di autorità”, nel senso elementare del potere di conseguire obbedienza al comando. Da quattro decenni, dalle “riforme” di Deng in poi, la Cina è governata dal peculiare equilibrio tra due sistemi generali di comando: quello del capitalismo e quello del PCC. Essi si intrecciano e si alimentano reciprocamente, ma svolgono altresì due funzioni distinte. Uno prescrive, l’altro proibisce, uno impone cosa fare, l’altro cosa non fare.
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Critica, totalità, mediazione
Note sulla lezione di Fortini
di Cristina Corradi
«L’ospite ingrato» ha promosso una riflessione sui concetti di critica e totalità e sul nesso fra la critica della cultura e un’idea non specialistica di sapere. In questo contributo vorrei discutere le tesi espresse da Andrea Cavazzini, dialogare con gli interventi di Roberto Fineschi, Luca Mozzachiodi e Marco Gatto, e trarre infine qualche indicazione dalla lezione di Fortini.
Nell’intervento che ha dato avvio alla discussione, il 9 marzo scorso, Cavazzini afferma che i limiti attuali dell’opposizione ai rapporti capitalistici non dipendono dall’abbandono della dialettica, che è piuttosto il riflesso della dissoluzione dell’ultimo tentativo storico di fuoriuscita dal capitalismo e della crisi di una soggettività potenzialmente totalizzatrice. Ricorda che, negli anni ’70, il passaggio di egemonia dalla dialettica marxista al pensiero della differenza e dell’immanenza non avvenne solo nella sfera della produzione intellettuale, ma trovò corrispondenza nella coscienza spontanea di militanti dell’estrema sinistra. Conclude, con un accenno a Fortini, invitando a fare riferimento a saperi storici, non specialistici, sedimentati nella società e a considerare strategica la ricerca di figure del non-identico, capaci di anticipare qualche forma di totalità.1
Io credo, invece, che nel contesto attuale di iperculturalismo, complessità passivizzante, pluralismo linguistico privo di scelte e di conseguenze, descritto da Luca Mozzachiodi, l’uso di categorie dialettiche e il riferimento alla tradizione marxista siano necessari per arginare la deriva dissipante dei mille piani critici, per ristabilire un ordine logico e storico con il quale filtrare e ricomporre frammenti, e per recuperare un centro da cui stringere nessi e articolare mediazioni tra critica della cultura e critica del capitalismo finanziario.2
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Usa, Cina, Europa: il grande scontro. Ue e cronache del crollo
di Alessandro Visalli
Ad oggi quattordici milioni di casi conclamati e ufficialmente comunicati di infezione da Coronavirus e seicentomila morti, cinque milioni di casi ancora attivi, di cui sessantamila in condizioni critiche o serie. Di questi circa due milioni sono nei soli Stati Uniti, e con essi sedicimila casi critici. Gli Stati Uniti procedono a record continui, nell’ordine di oltre settantamila nuovi casi al giorno, e hanno subito ad oggi centoquarantamila morti. Per rapporto alla popolazione abbiamo undicimila casi per milione di abitanti, meno del tragico Cile, che ne conta diciassettemila, ma più di tutti gli altri paesi con almeno dieci milioni di abitanti. Segue il Perù ed il Brasile, con circa diecimila, e, distante, la Svezia (settemilaseicento), Arabia Saudita, Spagna (seimilacinquecento), Sud Africa, Belgio (cinquemila), Russia, Bolivia, Portogallo ed, infine, l’Italia, che ne ha quattromila.
Insomma, gli Stati Uniti hanno il triplo dei casi per milione di abitanti rispetto a noi, anche se hanno meno morti (quattrocentotrenta contro cinquecentottanta). Una tragica statistica, questa, nella quale siamo superati solo dal Belgio e da Inghilterra e Spagna.
Ma la tragedia sanitaria porta con sé anche devastanti conseguenze economiche. Ed in particolare negli Usa. Un recente rapporto[1] del Fondo Monetario Internazionale certifica che il Covid-19 ha provocato la perdita del lavoro per quindici milioni di americani, ha posto sotto stress finanziario tantissime imprese piccole e medie (mentre le grandi, evidentemente, sono state efficacemente soccorse dalle straordinarie misure della Fed e del governo federale), e impattato in particolare sui tanti poveri che affollano le periferie americane.
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Laclau e il concetto di ideologia
di Bollettino Culturale
L'intervento di Laclau nel dibattito sul concetto di ideologia è stato caratterizzato dal suo contributo alla nuova definizione che ha dato all'ideologia nazional-populista di sinistra.Il suo contributo a questo tema fece di Laclau uno degli intellettuali più creativi della corrente althusseriana marxista.
Il lavoro di Laclau può essere diviso in quattro periodi:
1. Un primo approccio profondamente segnato dall'influenza althusseriana e, soprattutto, dai concetti di sovradeterminazione e interpellanza presentati nel libro “Politica e ideologia nella teoria marxista” del 1977.
2. L'enfasi sulla logica del significante e le posizioni del soggetto in “Egemonia e strategia socialista” del 1985.
3. L'importanza del reale e il legame tra la categoria del soggetto e lo spazio politico negli articoli scritti negli anni '90 e raccolti in libri come “Emancipazione e differenza” del 1996 e “Misticismo, retórica y política” del 2002.
4. La preoccupazione per gli investimenti affettivi nella costituzione di soggetti politici e il suo rapporto sia con la nozione di identificazione che con la logica dell'oggetto in “La ragione populista” del 2005.
L'esempio che Laclau ci dà è l'ideologia nazionalista. Per alcuni settori della sinistra, e in questo caso pensiamo al trotskismo, il nazionalismo è sempre stato etichettato come ideologia borghese in cui ha impedito la formazione della coscienza della classe proletaria. La stessa interpretazione fu evocata dai "liberali di sinistra" come Weffort, che peraltro sosteneva che il nazionalismo era espressione di una ideologia piccolo borghese che consacrava lo Stato.
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Recovery Fund, un MES all’ennesima potenza
di Thomas Fazi
Su una cosa praticamente tutti – giornalisti, commentatori, esponenti del governo (e persino alcuni dell’opposizione!), comuni cittadini – sembrano essere d’accordo: l’accordo raggiunto in sede europea sul cosiddetto Recovery Fund rappresenta una «grande vittoria» per l’Italia e un «evento storico» per l’Europa.
Per capire se è veramente così, vediamo di cosa si tratta. Partiamo innanzitutto dall’aspetto strettamente finanziario. L’accordo si compone di due pezzi: il “Next Generation EU” (NGEU), ovvero i famigerati 750 miliardi che la Commissione potrà prendere a prestito sui mercati e il quadro finanziario pluriennale (QFP), ovvero il bilancio europeo classico, che andrà dal 2021 al 2027. Per quanto riguarda il NGEU, il totale (750 miliardi) rimane invariato rispetto alla proposta originale della Commissione, ma cambia di molto la sua ripartizione. Sono stati ridotti i “trasferimenti a fondo perduto” – da 500 a 390 miliardi – e sono stati aumentati i “prestiti bilaterali”, da 250 a 360 miliardi. Per quanto riguarda il bilancio europeo, invece, esso avrà in dotazione poco più di mille miliardi di euro, un po’ meno rispetto a quanto proposto inizialmente dalla Commissione.
Per far quadrare i conti, sono stati ridotte alcune voci di spesa del bilancio comunitario. Sono state introdotte anche delle importanti modifiche ai cosiddetti “rebates”, ovvero gli sconti che vengono storicamente fatti ad alcuni Stati che sono contribuenti netti al bilancio comunitario: Danimarca, Olanda, Germania, Austria, Svezia. L’Olanda, per esempio, riceverà ogni anno circa 500 milioni in più rispetto a quanto era inizialmente previsto.
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Recovery Fund, riduzione delle sovvenzioni e aumento delle condizionalità
di Domenico Moro
La riunione del Consiglio europeo sul piano finanziario Next Generation Europe, altrimenti conosciuto come Recovery fund, doveva durare due giorni. In realtà, si è protratta per ben cinque giorni, a testimonianza della profondità delle divergenze che si sono manifestate all’interno del Consiglio tra, da una parte, i Paesi cosiddetti frugali, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e, dall’altra parte, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Francia. L’oggetto del contendere ha riguardato sia le modalità di suddivisione in sussidi e prestiti del Recovery fund sia le condizionalità imposte agli Stati per usufruirne.
Ma vediamo cosa dice il documento ufficiale stilato alla conclusione dell’incontro. Il documento riconosce, a causa della crisi, la necessità di un piano di ricostruzione europeo che permetta massicci investimenti pubblici e privati. A questo scopo la Commissione viene autorizzata a prendere a prestito, a nome della Ue, le somme necessarie sul mercato dei capitali.
Il documento enfatizza l’aspetto dell’eccezionalità del Recovery fund. Infatti, specifica che il provvedimento è dovuto alla natura eccezionale della crisi, e che, di conseguenza, i poteri della Commissione di prendere a prestito fondi sono limitati nella misura, nella durata e nello scopo.
La Commissione viene autorizzata a prendere a prestito fino al 2026 la cifra di 750 miliardi di euro. I 750 miliardi sono composti da 672 miliardi della Recovery and Resilience Facility e da 78 miliardi previsti per altri 6 programmi di minore entità (sviluppo rurale, Horizon Europe sulla ricerca scientifica, ecc.). La Recovery and Resilience Facility, a sua volta, è composta da 360 miliardi in prestiti e da 321,5 miliardi in sovvenzioni.
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Ecco a voi il Super-MES
di Leonardo Mazzei
Il super-Mes
Bruxelles, ore 5:32 del 21 luglio, per l’Italia il disastro è compiuto. Non si chiama Mes, anche se ci sarà spazio pure per questo, ma Recovery Fund, il super-Mes pensato dall’asse carolingio, ripreso dalla Commissione, ed infine modificato (in peggio, ovviamente) dal Consiglio europeo con la firma di stamattina.
Lo abbiamo sostenuto per mesi. Non è mai esistito un Mes cattivo, opposto ad un Recovery Fund buono. Esiste invece il sistema dell’euro, che di questi meccanismi abbisogna come il pane. E’ da quel sistema che bisogna liberarsi. Il resto è solo chiacchiera per l’interminabile teatrino della politica. Quel teatrino tenuto in piedi affinché ogni ragionamento serio sia bandito dal discorso pubblico.
Oggi gli euroinomani festeggiano. Lo fanno per l’accordo raggiunto, per la novità di un pacchetto economico a loro dire eccezionale, perfino per l’idea che si sia aperta la strada alla condivisione del debito, aprendo così pure quella della mitica Europa federale. Hanno torto su tutto, ed i fatti lo dimostreranno.
L’accordo è stato uno dei più pasticciati dell’intera storia dell’Unione, che in quanto a pasticci proprio non ha rivali. Non il frutto di un’intesa di fondo, ma di un’estenuante mediazione sul più piccolo dettaglio degli interessi di ognuno.
Lo dimostra il consistente aumento degli sconti dei contributi al bilancio comunitario, ottenuto dai 4 “frugali” (Olanda, Svezia, Danimarca, Austria) più la Germania, per il periodo 2021-2027. Molti segnalano come i quattro portino a casa 26 miliardi, “dimenticandosi” però di dire che altri 25,6 verranno incamerati dalla Germania.
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Neoliberismo, tecnoscienza e democrazia nell’era Covid
di Riccardo Emilio Chesta
Al contrario di quanto fa intendere il senso comune neoliberista, scienza e tecnologia non sono autonome dai rapporti di potere che informano la società. Per evitare derive tecnocratiche o populiste nella gestione della crisi Covid, occorre democratizzare entrambe
“La fede nel valore della verità scientifica è il prodotto di determinate civiltà, non già qualcosa di dato per natura”[1]. Questa frase di Max Weber, pensatore di cui ricorre quest’anno il centenario dalla morte, offre spunti di riflessione che dovrebbero aiutare il dibattito pubblico italiano a superare concezioni monolitiche del modo di operare della scienza. Negli sconvolgimenti che attraversano società, politica ed economia investite dal Covid-19, queste parole di Weber possono aiutare a superare i cortocircuiti cognitivi che caratterizzano scienza e politica così come vengono concepite in un senso comune definito dall’egemonia neoliberista e da forme di populismo che a quest’ultima dicono di opporsi.
Nell’odierno dibattito pubblico italiano, professionisti della politica e del giornalismo sembrano rivolgersi agli esperti con quell’approccio tipico che in psicologia cognitiva si definisce come “realismo ingenuo”. Si può dire che questo senso comune con cui si guarda agli esperti poggi sinteticamente su due presupposti fondamentali. Il primo è che esista una modalità immediata di vedere la realtà – sia essa riferita alla natura o alla società – ovvero che ci siano modelli e metodi di conoscenza scientifica che prescindono dalle scelte cognitive dell’attore scientifico o politico. Questo aspetto fa del realismo ingenuo nel senso comune la vera epistemologia sui cui poggia il celeberrimo motto neoliberale del “There is no alternative” nella vita politica ed economica.
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Osservazioni sulla rifondazione teorica del socialismo
di Pasquale Noschese
Nel 2012, in una breve intervista[i] tanto utile quanto tristemente passata inosservata, il filosofo sloveno Slavoj Žižek invitava la sinistra anti-capitalista a smettere di agire ed iniziare a pensare. Provocatorio come sempre, Žižek ha però messo a nudo una debolezza fondamentale, che previene ogni possibilità di costruzione di un “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”: l’assenza di un solido apparato teorico.
Osservazioni su difetti di origine storica
Vista con gli occhi di chi è nato molto dopo l’89 e il ’91, la confusione che le sinistre hanno attraversato in quel periodo è comprensibile ma non giustificabile. Il crollo dell’URSS ha mostrato come ad un certo punto il pensiero socialista fosse stato completamente assorbito dalla legittimazione teorico-storica del modello sovietico. Se le sinistre fossero state saldamente legate ad un’idea più che ad un’esperienza politica, è verosimile che al crollo dell’URSS non sarebbe seguito il tracollo delle sinistre. È probabilmente legittimo pensare che in larga parte il pensiero socialista, già quasi dal ’17, è stato, in larga parte, deformato da un certo “sovietismo”. Questa affermazione potrebbe sembrare in contrasto con le varie tensioni che hanno attraversato i rapporti tra PCUS e gli altri partiti comunisti, e tuttavia pare essere confermata dal collasso a catena di cui sopra. L’impostazione da “partito padre” tenuta dal PCUS, la postura figlia dell’articolo 14 del Komintern[ii] mai realmente corretta, l’eventuale lotta all’eretico ingaggiata da molti militanti, intellettuali e politici di spicco: queste ed altre cose hanno soffocato la libera elaborazione del pensiero socialista, facendone perdere i concetti chiave in un oceano di contingenze storiche elevate a dogmi.
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Da oggi in poi ci governa Berlino
di Dante Barontini
Come sarebbe andata a finire lo si poteva capire già nella notte di domenica, quando Giusppe Conte, rivolgendosi all’olandese Mark Rutte, ha detto: “Il mio Paese ha una sua dignità. C’è un limite che non va superato”, aggiungendo il dubbio che “si voglia piegare il braccio a un Paese perché non possa usare i fondi”.
In quel momento è stato inevitabile ripensare ad Alexis Tsipras, in un’altra notte di luglio, quella del 2015, che nella stessa sede (solo qualche faccia diversa) si era alzato togliendosi la giacca per porgerla alla Merkel sbottando: «A questo punto, prendetevi anche questa…»
Poi, com’è noto, la Troika si precipitò rapace su Atene, assumendone il pieno controllo e dando il via al saccheggio di tutto quel che di pubblico poteva essere svenduto (porti, aeroporti, centrali, ecc), tagliato (salari, sanità e pensioni), impegnato.
All’Italia di Conte è andata leggerissimamente meglio, in apparenza, visto il diverso peso economico in Europa – terza economia dell’Unione – che renderebbe il tracollo senza freni di questo Paese un detonatore devastante per tutti, più della pandemia.
Ma per separare con chiarezza la realtà di quanto “concordato” dalla “narrazione” che ne viene fatta già a botta calda, sarà bene vedere i singoli punto del compromesso finale, firmato alle 5.32 del mattino, al quinto giorno di un vertice che doveva durarne due.
Il “successo” della UE sta solo nel fatto che ne sia stato firmato uno, cosa che ad un certo punto sembrava persino improbabile. Ma nessuno dei 27 leaderini spaventati e feroci poteva tornare a casa senza questo risultato. Avrebbe significato la fine di un sistema di trattati e istituzioni, sanzionato pesantemente dai “mercati” e quindi un moltiplicatore degli effetti negativi della pandemia che avrebbe alla fine travolto anche chi si sente meno esposto.
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Gramsci e la rivoluzione contro il Capitale
Riflessione su un famoso articolo
di Antiper
Antonio Gramsci è pressoché unanimemente considerato il più importante marxista italiano e gli “studi gramsciani” si sono sviluppati in modo vastissimo, soprattutto a livello internazionale.
Gramsci è stato anche una vittima del fascismo, un uomo che ha pagato con 10 anni di carcere e con la morte la sua lotta contro la dittatura mussoliniana; è dunque comprensibile che gli siano stati tributati tanti meritati omaggi, soprattutto nel passato.
Il testo che ha dato maggior fama a Gramsci è senza dubbio la raccolta dei Quaderni del carcere pubblicati dalla casa editrice Einaudi dopo la fine della guerra. Ma come ha giustamente osservato Alberto Burgio per capire davvero quest’opera è necessario collocarla nel quadro dell’intera vita di Gramsci che comprende anche gli anni prima del carcere [1]. Senza tenere conto di questi anni di impegno politico la lettura dei Quaderni può condurre a numerosi fraintendimenti.
Negli anni precedenti al carcere Gramsci scrisse molti articoli e tra i tanti ce n’è uno che merita particolare attenzione, sia per la grande risonanza che ha avuto nel tempo, sia perché mostra come anche le migliori intenzioni possano dare origine a esiti problematici. Questo articolo si intitola La rivoluzione contro il Capitale ed è stato pubblicato sul quotidiano del Partito Socialista Italiano Avanti! il 24 novembre 1917 e sul settimanale di area socialista Il Grido del Popolo il 5 gennaio 1918.
Possiamo quindi già fissare un primo punto cronologico: mentre in Russia i bolscevichi stanno conquistando il potere politico in Italia i rivoluzionari stanno dibattendo nel PSI su cosa fare (come si sa, si dovrà attendere il 21 gennaio 1921 per avere la nascita del Partito Comunista d’Italia).
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Alle radici della teoria marginalista. Una nota teorica
di Andrea Galeotti
Parte I
Il recente attacco della Corte Costituzionale Tedesca alla BCE può far “cadere dal pero” solo i più o meno consapevoli sostenitori della neutralità della politica monetaria. Sarebbe precisamente questa neutralità che le recenti misure (PEPP – Pandemic Emergency Purchase Programme) metterebbero, secondo l’accusa, fortemente a rischio. Come recentemente osservato da Brancaccio, il vero problema è che questa neutralità non esiste.
Tale neutralità è esclusivamente e rigorosamente difendibile se – e solo se – si è pronti ad accettare le fondamenta teoriche della macroeconomia neoclassica. Ovvero, la teoria marginalista del valore e della distribuzione.
Lo scopo di questa prima nota è quello di mettere a scrutinio le premesse teoriche necessarie per poter sostenere che esista una naturale tendenza a un equilibrio di piena occupazione. In una seconda nota, mostreremo come queste premesse siano necessarie anche per poter sostenere la stessa neutralità della politica monetaria. Come vedremo, in entrambi i casi, una condizione necessaria è la specificazione del capitale come un fattore di produzione omogeneo espresso in termini di valore. Ovvero, precisamente quella concezione del capitale che le controversie degli anni ’60 e ’70 hanno dimostrato essere teoricamente indifendibile.
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Filosofia e postmarxismo nella ricognizione critica di Giorgio Cesarale
di Mario Reale*
Da Etica & Politica / Ethics & Politics, XXII, 2020, 2, pp. 611-621, ISSN: 1825-5167
I
Il lettore che si trovi in mano il libro di Giorgio Cesarale (=GC) A Sinistra. Il pensiero critico dopo il 1989 (=AS), Laterza Bari-Roma 2019 ha più che mai, per le ragioni che dirò, il diritto di chiedersi: ma val la pena di leggere e anzi studiare un simile testo? La mia risposta a un tal quesito, cui sono giunto in realtà per gradi, è senz’altro positiva, quand’anche la lettura riuscisse contesta di riserve riguardo ad alcuni o molti degli autori interpretati o allo stesso interpretante, che, non al modo di un’estrinseca rassegna ma in forma piuttosto unitaria, presenta i suoi diversi «pensatori critici». La lettura del testo è infatti compensata, risarcita, da molte acquisizioni capaci di avvicinarci, in varie guise, a modi di pensare che si rivelano importanti e utili, se non indispensabili, al bagaglio di chi voglia oggi capire le punte «avanzate» degli studi filosofico-sociali. Già una ricognizione dei pensatori critico-radicali degli ultimi trent’anni non può che essere vista in ogni caso con interesse. In un mondo così lacerato e scisso a parte obiecti e a parte subiecti, privo di una sicura egemonia e anzi di un’egemonia tout court, di stabili connessioni qual è quello in cui oggi viviamo, è di grande importanza, credo, sapere se vi sia un pensiero più profondo e radicale, quasi una guida sicura nella lettura delle carte del nostro tempo, capace di spingersi lontano, di ritrovare nuovi legami e una qualche forma di «unità». Un pensiero in grado, nell’atto stesso, di guardare oltre i significati e le forze dati per intravedere almeno qualche segno del futuro – sebbene senza residui di filosofia della storia, senza forzature identitarie né esiti di irrelato atomismo: con un procedere «dialettico» sì, ma non risolto subito in una grande sintesi conciliativa, calata dall’esterno e passepartout.
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ASPI, niente nazionalizzazione ma salvataggio statale del capitale transnazionale
di Domenico Moro
La decisione del Consiglio dei ministri di non procedere alla revoca della concessione ad autostrade per l’Italia (Aspi) non è soltanto un salvataggio in extremis dei Benetton, ma rappresenta, nel nuovo modello di azienda che si configura, una modalità di salvataggio del capitale transnazionale e di interessi europei da parte dello Stato italiano.
La revoca della concessione avrebbe portato al fallimento di Aspi, che avrebbe coinvolto non solo la Atlantia dei Benetton, che la controlla all’88%, ma anche multinazionali straniere, che sono presenti nel capitale di Aspi, e alcune istituzioni europee. Un eventuale default avrebbe reso insolventi 9 bond di Aspi comprati dalla Bce e sarebbe finito in crisi il finanziamento da 1,3 miliardi erogato dalla Bei. Soprattutto avrebbe comportato grosse perdite per gli altri azionisti di peso di Aspi. Si tratta di Appia, che detiene il 6,94% di Aspi, e del fondo governativo cinese Silk Road, che ne detiene il 5%. Non è un caso che la Merkel, nell’incontro con Conte prima del vertice dei capi di governo della Ue sul Recovery Fund, si fosse detta curiosa di sapere come sarebbe andato il Consiglio dei ministri che doveva decidere in merito alla sorte di Aspi. Infatti, in Appia è presente la tedesca Allianz, che è il primo gruppo assicurativo mondiale, Edf, che è la maggiore società produttrice e distributrice di energia della Francia, e Dif, che è un fondo olandese di investimento. Tutte aziende di Paesi importanti, che, guarda caso, giocano un ruolo decisivo anche nelle trattative in corso sul fondo di ricostruzione europeo. Ma il capitale multinazionale è presente anche in Atlantia, dove le minoranze contano il 40% dell’azionariato e vedono la presenza di colossi come la statunitense Blackrock e il fondo di investimento di Singapore. In Edizione, la holding dei Benetton, che controlla a sua volta Atlantia, è presente anche la statunitense Goldman Sachs, una delle più grandi banche d’affari del mondo.
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Il primato dei rapporti di produzione e la lotta di classe nella fase di transizione
di Bollettino Culturale
Il problema della transizione è stato mal sviluppato da Marx e da Engels a causa della limitazione di un fenomeno di cui avevano poca conoscenza, dato che l'unica esperienza che videro in vita fu la Comune di Parigi del 1871.
Anche in queste condizioni, Marx ha dato un notevole contributo nei suoi scritti sulla Comune, concentrandosi sulla questione della rottura degli apparati statali come scuole e forze armate, oltre a ridefinire il ruolo della burocrazia, della rappresentanza politica e della giustizia in questa fase di transizione.
La dittatura del proletariato nella sua descrizione dell'esperienza della Comune di Parigi è quella del non-Stato, dato il grado di decentralizzazione, partecipazione e controllo delle masse sull'apparato statale.
Il problema teorico (e con effetti politici) in Marx si trova nella prefazione del 1859, in cui l'enfasi data alle forze produttive è strettamente delimitata in questo passaggio: “A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene.”
Questo passaggio dal lavoro di Marx ha consentito un'interpretazione con un forte contenuto meccanicistico ed economicista della sua teoria. Non è un caso che questo testo sia diventato il riferimento centrale nella concezione stalinista, fortemente segnata dal suo riduzionismo. Come afferma lo stesso Stalin: “le forze produttive non sono solo l'elemento più mobile e rivoluzionario della produzione. Sono anche il fattore determinante nello sviluppo della produzione.”
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Forse non la stiamo prendendo per il verso giusto
di Pierluigi Fagan
L’altro ieri, la missione di analisti dell’IMF, di ritorno dal suo soggiorno americano, ha pubblicato questo rapporto su stato e prospettive dell’economia americana che da sola vale un quarto di quella planetaria.
Nel secondo trimestre (A-M-G), il Pil USA ha fatto -37% (lo ripeto per i distratti e coloro che saltano i dati di quantità a priori perché preferiscono le parole: “meno trentasette per cento”). Si prevede che l’economia USA tornerà ai livelli di Pil fine 2019, solo a metà 2022, forse. IMF segnala che gli USA erano già un sistema con una forte componente di povertà interna, la crisi è destinata ad allargare e sprofondare questa parte addensata nelle etnie afro-americana ed ispanica. Al momento sono 15 milioni i disoccupati ed è appena iniziata la catena di fallimenti di esercizi commerciali ed imprese che accompagnerà la lenta ma costante caduta. Ed aggiunge: “il rischio che ci attende è che una grande parte della popolazione americana dovrà affrontare un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire.”.
“Molti anni a venire” , come riportato in post precedenti, viene da Nouriel Roubini e dai "miliardari invocanti tasse", quotato sulla prospettiva del decennio, magari non saranno proprio dieci anni, ma al momento le prospettive sono di crisi profonda e lunga. “Larga parte della popolazione” significa più che la maggioranza.
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Il contributo di Nancy Fraser al dibattito su un nuovo socialismo democratico
Per un inquadramento critico
di Giorgio Fazio
Nancy Fraser: Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo, Castelvecchi. 2020
Non sembra esserci tempo più propizio di quello che stiamo vivendo in questo passaggio storico eccezionale, per tornare a riflettere – con serietà, realismo e alla luce di prospettive teoriche e politiche rinnovate – sul tema che dà il titolo all’intervento di Nancy Fraser: che cosa può significare socialismo nel XXI secolo.
Più volte è stato osservato in questi ultimi mesi: come tutte le emergenze che interrompono bruscamente lo svolgimento delle nostre routine sociali, economiche e politiche, la pandemia da Covid-19, investendo inesorabilmente per ondate successive i quattro angoli del pianeta, ha avuto il potente effetto rivelatorio di riportare alla luce, senza più diaframmi, le soglie critiche su cui è sospesa la nostra contemporaneità globalizzata. Soglie critiche di varia natura – sanitaria, ecologica, economica, democratica, sociale, razziale, etc. – eppure tra loro strettamente intrecciate, poichè tutte in qualche modo riconducibili al modello di capitalismo finanziarizzato e deregolamentato che si è imposto su scala globale negli ultimi decenni. Crisi che, tuttavia, la normalità sospesa nei mesi di emergenza epidemica tendeva a rimuovere dal centro dell’agenda politica, mentre ora, dopo e dentro questa emergenza, si ha l’impressione che quel rimosso ripresenti il conto e non possa essere più facilmente relegato sullo sfondo.
L’approccio di Fraser alla questione del socialismo si presenta come una pista di riflessione particolarmente idonea ad aiutarci a leggere “contropelo” questo passaggio storico e ad offrirci strumenti di orientamento politico. E questo per due ragioni fondamentali.
La prima di queste ragioni è che la sua riflessione su una rinnovata idea di socialismo democratico ruota fin dall’inizio attorno al tema della crisi.
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