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La Sinistra Negata 07
La Sinistra Negata e gli Anni ’90
A cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate)
Parte prima: quale sinistra rivoluzionaria?
1. UN’ESPRESSIONE SCOMODA
È difficile negare che l’uso dell’espressione “sinistra rivoluzionaria” susciti oggi un certo imbarazzo. Di solito, chi oggettivamente si colloca nella “sinistra rivoluzionaria” preferisce usare termini come “movimento”, “movimento antagonista”, “movimento comunista”, e cosi via.
Noi stessi lo preferiamo. Questa rivista si è però proposta, fin dal primo numero, di scrollarsi di dosso tabù e reticenze, verificando nell’intreccio fra passato e presente (che è il nostro modo di intendere la “storia”) la validità di concetti cui non intendiamo rinunciare solo perché il potere lo vorrebbe.
Uno di questi concetti è appunto quello di “sinistra rivoluzionaria”. Tentiamo, allora, di esaminarlo con franchezza, evitando soprattutto di rapportarlo a un grumo ideologico o a una sequela di dogmi.
Nei punti precedenti de La sinistra negata abbiamo già precisato, in riferimento al passato, quale sia l’unica “sinistra rivoluzionaria” che riteniamo abbia saputo autenticamente radicarsi nella società italiana, incidendo profondamente nel suo tessuto e conferendo al marxismo un volto inedito e “moderno”: quella che nasce dalla nuova composizione di classe degli anni Sessanta, trova un’espressione teorica d’alto livello nei Quaderni Rossi, cresce nelle lotte operaie e studentesche del 1968-71, si consolida nei gruppi extraparlamentari della prima metà degli anni ’70, intuisce e precorre l’emergenza di un nuovo proletariato precario, e giunge al proprio momento massimo di scontro e di rottura col movimento del ’77.
Altre “sinistre rivoluzionarie” sono esistite intorno a questo filone, oscillando però tra il grottesco (con la pletora dei vari partitini “marxisti-leninisti”, uno più caricaturale dell’altro), la tragedia (con l’epopea dapprima truce, poi solo vergognosa delle BR) e la più totale confusione (con la “lunga marcia dentro le istituzioni” di DP, finita in un punto più arretrato di quello da cui aveva preso le mosse).
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La resa della Cop a Belem
di Carmen Storino
Un disastro. La Cop30 non ha fissato la fine dei combustibili fossili mentre il rialzo delle temperature va velocemente verso un raddoppio, ha continuato a monetizzare le foreste senza arrestarne l’erosione, rimandando ogni sforzo ulteriore alla Cop 31, in uno dei Paesi campioni del business fossile: la Turchia
La COP30 di Belém è nata con aspettative enormi. Prima conferenza a tenersi alle porte dell’Amazzonia a dieci anni dall’Accordo di Parigi, avrebbe dovuto segnare un nuovo inizio per le politiche climatiche. È stata definita la COP della verità e del coraggio ma l’assenza degli USA prima, così come i passi indietro sulla transizione energetica e le iniziative decise come non vincolanti durante e dopo, hanno trasformato il negoziato in un gioco al ribasso pieno di contraddizioni e promesse disattese, in una condizione dove il limite di 1,5 °C è già stato raggiunto e superato. Evidentemente, gli ultra-ricchi del pianeta, sulla scia delle nuove affermazioni di scettiscismo climatico di Bill Gates, trovano opportuno allinearsi alle posizioni del re Trump, che platealmente afferma: “Drill baby, drill”. Forse ritengono che loro saranno in grado di salvarsi dal collasso sociale che potrà provocare il cambiamento climatico, nei loro residence di ultralusso o forse anche in nuovi rifugi su Marte da raggiungere sui razzi di Elon Musk, lasciando i poveri, colpevoli di esseri poveri, all’inferno sulla Terra.
Nel seguito, con uno sguardo critico proviamo a mettere in fila le cose sull’accaduto e sul perché le COP continuano a inciampare sull’unica cosa realmente rilevante: la certezza di un phase-out veloce dai combustibili fossili.
La COP alle porte dell’Amazzonia
“Portare la COP nel cuore dell’Amazzonia è stato un compito arduo, ma necessario”, ha affermato il Presidente brasiliano Lula nel discorso di apertura dei lavori della COP30. Non aveva tutti i torti. Ma i prezzi spropositati per una camera di hotel e la carenza di alloggi disponibili a prezzi accessibili hanno trasformato i negoziati sul clima in un evento d’élite sul quale si è alimentato il business degli alloggi. Così, mentre Lula parlava di investimenti strutturali che “potranno essere conservati dagli abitanti”, la scelta di svolgere la COP30 a Belem è risultata quantomeno contradditoria per i residenti e totalmente non inclusiva rispetto ai delegati provenienti dai Paesi più poveri.
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‘De Russophobia’
di Alba Vastano
““La russofobia, come dimostrato in modo convincente in quest’opera, non è un’emozione spontanea, ma uno strumento di pressione politica, di giustificazione dell’aggressione, di sostituzione di concetti e di deformazione della memoria. Diventa una comoda giustificazione, sia per i tentativi revisionisti di falsificare i risultati della seconda guerra mondiale, sia per la censura attiva della cultura russa contemporanea” (Marija Zakharova)
Stralci di alcuni punti della Risoluzione del 27 Novembre del Parlamento europeo testo sulla posizione dell’Ue, sul piano proposto e l’impegno dell’Ue a favore di una pace giusta e duratura per l’Ucraina
‘Il Parlamento europeo: Considerando che l’obiettivo dell’UE rimane una pace giusta e duratura/ che la Russia dimostra costantemente di non avere alcun interesse a conseguire la pace/ esorta l’Ue e i suoi Stati membri ad assumere maggiore responsabilità per la sicurezza nel continente europeo/ ribadisce che la pace non può essere raggiunta cedendo all’aggressore, bensì fornendo un sostegno risoluto e costante all’Ucraina e dissuadendo in maniera adeguata la Russia dal ripetere tale aggressione in futuro. Sottolinea che qualsiasi accordo di pace deve obbligare la Russia a risarcire appieno l’Ucraina per tutti i danni materiali e immateriali da essa causati …e che la Russia e i suoi alleati rispondano appieno, a norma del diritto internazionale, del reato di aggressione e dei crimini di guerra commessi contro l’Ucraina e il popolo ucraino/ribadisce, data l’attuale volatilità della sicurezza in Europa, l’importanza di mantenere la presenza militare della Nato e degli Stati Uniti lungo il fianco orientale come elemento cruciale per garantire la stabilità della regione….’.
Non sarà una pace giusta per due oggettive motivazioni: perché l’aggettivo giusta legata al sostantivo pace è una forzatura, un nonsense. Può avvenire una pace ingiusta? Che senso avrebbe? E, motivazione fondamentale, perché non è credibile nella sostanza, in quanto sarà solo un accordo travestito da finto pacifismo fra i leader dell’Ue e Usa per sanzionare economicamente la Russia e censurarne ogni aspetto della cultura.
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Contro il riarmo dell’Europa. Il tempo è ora!
di Guido Viale
«Il vecchio continente […] deve reagire, a cominciare da una vera Unione della Difesa, costruendo un’Unione federale e difendendo l’Ucraina». Così, in un’intervista di Repubblica a Daniel Cohn Bendit, che conclude: «Spero che gli storici futuri (ma ci saranno? ndr) potranno dire: “L’Europa ha vinto contro il mondo del male, ossia gli Usa, la Russia e la Cina”» (e tutto o quasi l’ex Terzo mondo, ndr). Cioè, “buoni”, l’Europa; e “malvagi”, tutti gli altri. È il punto di approdo di una deriva che ha portato molto lontane tra loro vite che più di mezzo secolo fa si erano trovate accomunate nelle lotte del ’68 e dei primi anni ’70. Una distanza cresciuta nel corso degli anni ma resa ancor più profonda con l’esplosione della guerra in Ucraina: un percorso analogo a quello di Adriano Sofri, di cui sono stato e sono amico ed estimatore della sua intelligenza e della sua onestà intellettuale; come lo ero e sono di Daniel Cohn Bendit. L’esito obbligato di quelle derive è la militarizzazione della società in vista della guerra: calda, fredda o ibrida, locale o globale, convenzionale o nucleare; chi può dirlo?
Ma affidare la ricostituzione di un’identità libealdemocratica europea alle armi, alla sua militarizzazione, là dove hanno fallito la politica istituzionale, il mercato, la finanza, l’euro, il vantato primato ambientale e quel simulacro di transizione che è stato il Green Deal significa consegnare il destino dei popoli europei agli Stati maggiori delle forze armate e all’industria delle armi.
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Chi garantisce per i “soldi russi” da girare all’Ucraina? Nessuno…
di Dante Barontini
L’impressione di essere guidati – come Unione Europea e governanti nazionali – da un branco di incompetenti per quanto riguarda le questioni strategiche era già fortissima. Appena temperata dalla insana fiducia instillata nelle opinioni pubbliche circa la loro capacità di controllare le questioni economiche e finanziarie, ben rappresentate dai vincoli inseriti nei trattati che definiscono il “pilota automatico” dell’austerità sui conti pubblici.
Ora anche questa deve crollare davanti all’evidenza.
Sentiamo tutti i giorni che i vertici europei stanno da tempo pensando di sequestrare i fondi russi depositati in banche europee, per una cifra sempre un po’ ballerina ma stabilmente sopra i 140 miliardi per quanto riguarda il solo Belgio, e forse 210 in totale, o di più. Soldi che verrebbero utilizzati per sostenere la guerra dell’Ucraina contro la Russia e, se poi ne avanzano, anche per la ricostruzione dei territori che resteranno a Kiev.
Dal punto di vista commerciale e legale, si tratta di un vero e proprio furto che – fra l’altro – mette in discussione la “difesa della proprietà privata” nell’area del pianeta che più ha fatto di quest’ultima l’unica “libertà” che conti. Per non parlare del rischio che altri paesi, resi edotti dal comportamento piratesco dei poteri europei, portino via i loro soldi verso porti più sicuri (in Europa sono depositati soldi e beni di circa 90 paesi).
Ma, si potrebbe dire, cosa volete che sia un furto davanti a una guerra e ai suoi orrori…
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Criticare Israele è antifascismo, di Stefano Bartolini
di Il Pungolo Rosso
La critica è sempre vitale, necessaria. L’ipercritica, la critica per partito preso, è quasi sempre, invece, stucchevole, vuota. Certi sfaccendati, ad esempio, ci criticano perché su questo sito diamo spazio all’anti-sionismo che proviene dalle fila degli ebrei. Questi stolti non ne comprendono l’impatto, che è particolarmente pericoloso per lo stato sionista perché ne contesta la pretesa – abusivissima – di essere il vero tutore e rappresentante degli ebrei.
Per questa ragione ospitiamo volentieri questo scritto, anche autobiografico, dello storico Stefano Bartolini, così come a suo tempo costruimmo la nostra critica della ideologia di stato del “giorno della memoria” affidandola in larga parte a intellettuali ebrei anti-sionisti.
Dossier “No alla memoria a senso unico”, 1. Introduzione
La soluzione che Bartolini ipotizza per la guerra infinita in Palestina tra la forza occupante e il popolo palestinese non è la nostra, ma questo non toglie valore alla sua testimonianza che suona interessante e autentica. In giorni in cui destra e PD fanno a gara nel tacitare tramite l’azione repressiva dello stato ogni critica allo stato genocida di Israele, è giusto rivendicare che la critica ad Israele è antifascismo, critica del fascismo democratico di Israele, o della sua democrazia fascista. Non è tutto, si capisce, ma è giusto. (Red.)
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Israele e la guida al genocidio tecnologico
di Davide Malacaria
“È ormai chiaro che le atrocità orribili non appartengono al passato; i crimini di guerra possono essere commessi dagli eserciti moderni utilizzando l’intelligenza artificiale e altre tecnologie più avanzate”. Così Hossam Shaker su Middle East Eye, e il riferimento è a Gaza, “dove Israele sta consumando un genocidio, una pulizia etnica, una distruzione di massa e una campagna di carestia, senza che ciò abbia ripercussioni sulle proficua cooperazione con le democrazie occidentali e i ‘paladini dei diritti umani’”.
“L’esperienza accumulata da Israele è ora a disposizione del mondo: una guida pratica per commettere un genocidio nel XXI secolo, la cui sfida essenziale è come far sì che il mondo conviva con un genocidio trasmesso in diretta sui nostri dispositivi mobili”.
“Gli sforzi dei media e della propaganda devono essere al servizio della strategia di aggressione adottata […] L’obiettivo non è quello di ‘conquistare i cuori e le menti’, ma di distrarre l’opinione pubblica dall’orrore in corso e di scoraggiare la compassione verso le vittime palestinesi”.
“Questa strategia di offuscamento richiede che Israele si faccia promotore di iniziative specifiche”. Anzitutto attraverso campagne diffamatorie contro gli organismi internazionali che ne denunciano i crimini, nel tentativo di delegittimarli e ridurli al silenzio, com’è avvenuto per la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Penale Internazionale o, con più successo, con l’Unrwa. In tal modo, Israele “ha ottenuto i vantaggi strategici e tattici auspicati, minando al contempo le basi della vita del popolo palestinese e il diritto al ritorno dei rifugiati”.
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Gaza: perché malgrado il “cessate il fuoco” il genocidio continua
di Roberto Iannuzzi
L’enclave palestinese sembra tragicamente destinata a rimanere un distopico laboratorio di sperimentazione israelo-americana, in un labirinto di macerie e disperazione apparentemente senza uscita
“Il cessate il fuoco rischia di creare la pericolosa illusione che la vita a Gaza stia tornando alla normalità. Ma […] il mondo non deve lasciarsi ingannare. Il genocidio israeliano non è finito”.
A pronunciare queste parole è stata Agnès Callamard, già relatrice speciale dell’ONU, attualmente alla guida di Amnesty International.
Un parere analogo lo ha espresso lo storico israeliano Raz Segal, professore di studi sull’Olocausto e sui genocidi presso la Stockton University, nel New Jersey.
Segal ha affermato che i leader israeliani continuano a proferire dichiarazioni dall’intento chiaramente genocidario.
Un rapporto dell’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) ha rilevato che Israele ha causato nella Striscia “il peggior collasso economico mai registrato”.
Il PIL pro capite nell’enclave palestinese è crollato a 161 dollari l’anno, meno di 50 centesimi al giorno. Uno dei più bassi al mondo. Oltre il 92% degli edifici residenziali è stato distrutto e danneggiato.
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Dall'Occidente in crisi al modello cinese: la via socialista nel XXI secolo
di Giambattista Cadoppi
Paolo Botta: Cos’è lo stato. Capitalismo, socialismo e democrazia nel XXI secolo. Rogas, 2025, Prefazione di Thomas Fazi. € 19.70
Il poliziotto del mondo potrebbe essere occidentale, ma il maestro del mondo, come è stato per millenni, risiede ancora in Oriente.
Andrew Hughes (2008)
Il saggio di Paolo Botta “Che cos’è lo stato” analizza con grande lucidità la crisi strutturale del capitalismo contemporaneo e la ridefinizione dello Stato come attore centrale nella regolazione dei processi economici, sociali e tecnologici del XXI secolo. L’autore sviluppa una prospettiva originale che intreccia critica marxiana, analisi geopolitica e riflessione sulle nuove forme di socialismo, ponendo particolare attenzione all’esperienza cinese come paradigma alternativo alla crisi occidentale.
Questo saggio si configura come un'opera di fondamentale importanza per la comprensione delle dinamiche socio - politiche contemporanee. L'autore non si limita a commentare l'attuale crisi dello Stato - nazione, ma procede a una ricognizione teorica radicale dei concetti di Potere, Politica e Stato. Il risultato è una tesi audace e ben argomentata: lo Stato non è affatto in declino, ma ha semplicemente rimodulato la sua sovranità e il suo protagonismo, spesso nascondendoli dietro le narrazioni ideologiche della globalizzazione e del neoliberismo. L'intero impianto logico, che culmina nell'analisi della strategia statale, compresa quella sulle diverse forme di socialismo, è di un rigore ammirevole e di una pertinenza ineguagliabile.
I. Il decostruzionismo metodologico: superamento dei falsi miti. Il fraintendimento dello Stato e il Mito antistatalista
Il punto di partenza è la critica al mito anti - statalista che ha dominato il dibattito occidentale dal Trattato di Maastricht in poi.
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Voti di sfiducia. Sul malessere contemporaneo della scuola
di Andrea Cengia, Mino Conte, Massimiliano Tomba
Ogni tanto scuola e università lanciano alcuni segnali di malessere. Il più recente riguarda alcuni studenti che si sono rifiutati di sostenere l’orale della maturità. Ripensando con la giusta distanza temporale quell’accadimento è possibile ricollocarlo in un discorso più ampio di questioni che riguardano il mondo della scuola, la sua storia, la sua funzione e i sempreverdi propositi di riformare la riforma precedente. Le fonti giornalistiche hanno riportato le motivazioni addotte da alcuni di questi studenti in merito al loro rifiuto di sostenere l’intero arco della prova di maturità, in particolare il colloquio orale pluridisciplinare. Alcuni di loro hanno affermato di non essersi trovati a proprio agio «a seguire le regole e ad affrontare la scuola come gli altri». Altri hanno sostenuto che «un’intera carriera scolastica rischia di essere oscurata da tre prove svolte in pochi giorni», per poi aggiungere «i voti non definiscono il valore di una persona». Poche settimane dopo è seguita una pronta contromossa del Ministero volta a scongiurare nuovi casi del genere. Questione chiusa dunque?
Il nostro discorso vorrebbe spostare l’attenzione su altri aspetti, scivolati in secondo piano rispetto all’impatto mediatico generato dal gesto di queste studentesse e studenti. Troppa attenzione è stata posta sui voti. Si è detto: certo i voti non sono cosa piacevole, né per gli studenti né per i docenti che li devono dare; sarebbe meglio fare senza voti. E ancora: i voti, ad un certo punto, devono essere dati, ci siamo passati tutti, basta lamentarsi. Ai tempi del Sessantotto, ricorderete, le pressioni studentesche per il “voto politico” o meglio per il “18 politico”, finirono con l’introdurre una distorsione del diritto allo studio, sacrosanto, mutandolo in diritto tout court alla laurea. La contestazione del voto “di profitto” ha una sua storia, che tocca parimenti il sistema scolastico, e che passa anche dal j’accuse donmilaniano. L’Eldorado di un mondo dell’istruzione senza voti e mai giudicante è ben presente ancora oggi nell’immaginario pseudo emancipativo di chi vede in queste consuetudini la condensazione di ogni male, il sadismo divenuto istituzione, l’arbitrio del potere.
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Attualità della pianificazione
di Roberto Lampa, Matteo Gaddi, Nadia Garbellini
Produttività e competitività non sono parametri naturali, indicano modelli che hanno mostrato di essere ingiusti e inefficaci. Bisogna invece sceglire collettivamente cosa e come produrre
Produttività e competitività vengono spesso presentate come categorie neutrali, semplici strumenti tecnici per interpretare le prestazioni dell’economia. Questa presunta neutralità è però una costruzione ideologica: serve a trasformare scelte politiche in vincoli oggettivi e a spostare sulle lavoratrici e sui lavoratori il peso degli squilibri macroeconomici.
Per ripensare un’alternativa occorre quindi innanzitutto smontare questi concetti che, sotto una veste tecnico-contabile, reggono l’architettura del capitalismo contemporaneo. In particolare va preso atto che quest’ultimo, dallo shock seguito alla scelta di Richard Nixon, nel 1971, di far saltare il sistema di cambi fissi basati sul dollaro americano in vigore dalla fine della Seconda guerra mondiale, si è caratterizzato per la fortissima apertura commerciale e finanziaria. Solo questa mutazione profonda delle economie di mercato ha posto al centro della scena i concetti di produttività e competitività, dato che in una simile configurazione del capitalismo la crescita economica è stata indissolubilmente legata ai surplus commerciali (neomercantilismo) e finanziari (differenziali dei tassi d’interesse).
Tuttavia, l’ennesima riconfigurazione dei mercati cui stiamo assistendo suggerisce che non si trattava certo di caratteristiche naturali delle economie capitaliste. In questo senso, assumere invece quelle specifiche caratteristiche istituzionali come date una volta e per tutte (e, quindi, insistere aprioristicamente su produttività e competitività) diviene un errore grave per un buon economista, e diventa imperdonabile per un economista «eterodosso» o «progressista».
L’ideologia della produttività
L’indicatore canonico della produttività – il valore aggiunto reale per ora lavorata – viene utilizzato come se misurasse l’efficienza fisica del lavoro. Quest’equivalenza, tuttavia, è un artificio teorico derivato da un impianto concettuale costruito esplicitamente per servire una visione dell’economia centrata sulla massimizzazione del profitto.
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Lenin tra Negri e Quadrelli
di Compagno Alceste
Introduzione
Per molti autori e filosofi contemporanei che si definiscono “hegelomarxisti” ed esaltano questa tradizione contro le “degenerazioni del postmoderno” pongono i pensatori del “Marxismo classico” (Marx, Engels, Lenin e Mao) come inconciliabili rispetto alla teoresi del “pensiero postmoderno” e della sua filosofia: un percorso che parte dalla disputa tra Badiou e D&G1 e continua con le critiche di Preve e Fusaro come anche con scritti polemici come quello di “organi senza corpi” di Žižek2). Rispetto ai poststrutturalisti, la rottura sembra inevitabile, inconciliabile. La differenza, secondo questi pensatori, resta uno specifico riferimento concettuale e teorico nonché dialettico che viene rifiutato nella teoresi anti-hegeliana:
“decostruzione della realtà“ e del concetto di “negativo” contro invece la tangibile e reale “realtà dialettica marxista.”
Eppure, in questa “teoresi postmoderna” sempre si è cercati di riavvicinarsi alle idee marxiane e ai suoi esponenti più illustri. Emblematici sono la pagina e il giudizio che si dà di Lenin nell’Antiedipo:
“Ma appunto, come definire la vera alternativa senza presupporre risolti tutti i problemi? L’opera immensa di Lenin e della rivoluzione russa fu di forgiare una coscienza di classe conforme all’essere o all’interesse oggettivo, e conseguentemente di imporre ai paesi capitalistici un riconoscimento della bipolarità di classe.”
Eppure avvertono esattamente nella frase dopo:
“Ma questo grande taglio leninista non impedì la resurrezione di un capitalismo di Stato nel socialismo stesso, cosi come non impedì al capitalismo classico di aggirarla continuando il suo vero e proprio lavoro sotterraneo, sempre tagli di tagli che gli consentivano di integrare nella sua assiomatica sezioni della classe riconosciuta, rigettando più lontano, alla periferia o in enclavi, gli elementi rivoluzionari non controllati (non maggiormente controllati dal socialismo ufficiale che dal capitalismo)”3.
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Russofobia, guerra e democrazia illiberale
di Angelo d’Orsi
Gli storici di domani faticheranno a darsi una spiegazione e a dare una interpretazione convincente degli avvenimenti degli ultimi anni, nello spazio europeo centro-occidentale, con qualche integrazione d’Oltreatlantico. Tutto appare così assurdo, ingiustificato e ingiustificabile, e la narrazione che ne viene fatta è talmente lontana da tutta la documentazione disponibile, e sovente persino rovesciata rispetto alla realtà accertata dei fatti, che soltanto una lettura in termini di psicologia di massa, e di psichiatria relativamente alle élites potrebbe, forse, fornire qualche chiave di lettura.
In particolare della questione – perché ormai tale è, una questione psicopolitica – russofobia, e al suo persistere e dilagare a dispetto della verità accertata, siamo in difficoltà per darne conto. Secondo i russofobi la russofobia non esiste (o è una invenzione dei russofili indicati come agenti del nemico); ma noi caparbiamente dobbiamo ricordare invece che il sentimento antirusso è antico quasi quanto la Russia stessa e che si manifesta almeno dal momento in cui il Principato di Moscovia cominciò ad affermarsi ingrandirsi e rafforzarsi, tra il Cinquecento e il Seicento (basti citare l’ottimo libro di Guy Mettan, Russofobia. Mille anni di diffidenza, Roma, Sandro Teti Editore). E già prima, fin dal Basso Medioevo, verso i popoli dell’Est europeo, si poteva constatare diffidenza, che a volte sfiorava il razzismo “bianco” come se “quelli di là” bianchi non fossero. In fondo la “civiltà” si concentrava nei territori conquistati da Roma; oltre erano le tenebre, l’oscurità, l’ignoto che fa paura e che non si ha desiderio di conoscere. L’oltre a ben vedere includeva Bisanzio, l’erede di Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente.
In ogni caso era il motto romano «Hic sunt leones», riferito all’Africa, a predominare la coscienza euroccidentale verso l’universo eurorientale; il motto valeva anche per le terre dell’Est, ma a differenza del “Continente nero”, in questo caso era la paura a prevalere.
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Ucraina: le prove cancellate
di Manlio Dinucci
Di fronte alla dominante narrazione politico-mediatica che fa apparire la Russia bellicista e aggressiva - mentre USA, NATO, UE e Ucraina vogliono porre fine alla guerra - riproponiamo la visione di alcuni brani tratti da puntate di Grandangolo degli ultimi anni. Essi contengono le prove inoppugnabili, cancellate dai “grandi media”, che la realtà è esattamente l’opposto di quella da loro rappresentata. Qui di seguito un filo conduttore della fase preparatoria della guerra, tratto dal libro L’Altra Faccia della Storia edito da Byoblu.
* * * *
Dal 1991, l’anno in cui l’Ucraina diviene repubblica indipendente dopo lo scioglimento dell’URSS, la NATO tesse una rete di legami all’interno delle forze armate ucraine. Contemporaneamente, attraverso la CIA e altri servizi segreti, vengono reclutati, finanziati, addestrati e armati militanti neonazisti. Una documentazione fotografica mostra giovani militanti neonazisti ucraini di UNO-UNSO addestrati nel 2006 in Estonia da istruttori NATO, che insegnano loro tecniche di combattimento urbano e uso di esplosivi per sabotaggi e attentati. È la struttura paramilitare neonazista che entra in azione il 20 febbraio 2014 in piazza Maidan a Kiev, nel corso di una manifestazione politica in cui si confrontano fautori e oppositori dell’adesione dell’Ucraina alla UE.
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L'epoca del Virtue Signalling
di Andrea Zhok
Oggi il Teatro Grande Valdocco di Torino ha negato la sala, preventivamente noleggiata, al prof. Angelo D'Orsi che insieme al prof. Alessandro Barbero e a una pluralità di altri intellettuali avrebbero dovuto dar vita all'evento "Democrazia in tempo di guerra. Disciplinare la cultura e la scienza, censurare l'informazione".
Simultaneamente si è infiammata ulteriormente la polemica per la presenza della casa editrice "Passaggio al Bosco" alla kermesse libraria "Più libri, più liberi" di Roma. Dopo Zerocalcare oggi è la volta di Corrado Augias ad annunciare la propria assenza dalla manifestazione per protesta contro il fatto di aver dato ospitalità a una casa editrice di estrema destra.
Questi due eventi hanno qualcosa di profondo in comune, qualcosa, vorrei dire, di epocale. Per metterlo in evidenza bisogna fare due osservazioni, la prima intorno alla temperie ideologica e la seconda intorno allo stile.
Sul piano ideologico, osserviamo innanzitutto come i posizionamenti di autori come D'Orsi e Barbero da un lato e dell'editore "Passaggio al bosco" dall'altro non potrebbero essere più diversi. Essi hanno una sola cosa in comune: testimoniano di narrazioni divergenti rispetto al conformismo perbenista sedicente "liberaldemocratico" che domina i centri di potere e di informazione in tutta Europa.
Questo conformismo, originariamente nato come frutto del trionfo neoliberale, oggi è ideologicamente immensamente flessibile, annacquato, ma è tenuto assieme, più che da qualche idea definita, dall'identificazione "virtuosa" con le preferenze dei "ceti erogatori di prebende".
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La diplomazia americana tra la Russia e la Cina e la vendetta inglese contro la Germania
di Guido Salerno Aletta*
L’importanza di una ottima capacità di analisi si vede a distanza di tempo, non nella rissa da talk show, dove tutti cercano di prevalere in quell’ora e il giorno dopo dicono il contrario con altrettanta sicumera. Questo articolo, comparso ormai quasi nove mesi fa, su un giornale da noi distante ma obbligato a dare “notizie sicure” agli investitori, altrimenti chiude, conferma questa regola aurea.
Come sempre, ricordiamo che lo spazio “Interventi” è dedicato a quei contributi che risultano utili per la comprensione del mondo a prescidere dalle opinioni degli autori da noi selezionati oppure che si sono proposti. “La verità è rivoluzionaria“, sempre. E’ un criterio epistemologico, oltre che un’affermazione materialista…
Va dato atto a Guido Salerno Aletta, fra le altre cose ex Vice Segretario Generale della Presidenza del Consiglio, di essere uomo libero e di grande esperienza, “una risorsa di questo paese” a prescindere dal governo in carica e dal regime in vigore.
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Nietzsche e il transumanesimo
di Massimiliano Cannata*
Nel ponderoso e impegnativo saggio Nietzsche l’iperboreo (ed. il melangolo), Paolo Ercolani, filosofo dell’Università “Carlo Bo” di Urbino, ricercatore presso il “Dipartimento di scienze dell’uomo” traccia un percorso molto preciso mettendo in guardia il lettore dalla pericolosa prospettiva, alimentata da una significativa schiera di cantori acritici della potenza tecnologica, che vede come attuabile il sogno dell’uomo di ogni tempo: essere immortale. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: Ercolani non è certo un “apocalittico”, conosce bene il digitale, lo adopera nelle sue lezioni quotidiane, se ne serve per rendere più capillare ed efficace il suo insegnamento, frequenta i Social dove instaura un vivace dialogo con colleghi, studenti, fruitori dei suoi scritti. Dove sta allora il problema, verrebbe da dire? Il problema esiste perché viviamo in un tempo ricco di opportunità, come dimostrano le straordinarie applicazioni dell’IT e delle reti neurali: promettono un allungamento della vita, un potenziamento delle capacità diagnostiche, persino la possibilità di regolare il traffico liberandoci da questa “prigione” della modernità, ma non tutto converge verso un reale progresso della condizione umana. Qualcosa non funziona se si guarda all’innalzamento dei rischi fisici e informatici, al generale male di vivere che coglie le generazioni trasversalmente, al solipsismo tecnologico nuova malattia del nostro tempo, all’emersione dell’homo stupidus stupidus, contraltare di quella specie sapiens che sembrava inattaccabile, come ben tratteggiato da un celebre saggio di Vittorino Andreoli (ed. Rizzoli).
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Eurosuicidio: lo spengleriano tramonto dell'Europa
di Giuseppe Masala
Gabriele Guzzi, Eurosuicidio, Fazi Editore (2025)
È di questi giorni l'uscita di un'opera di importante respiro culturale scritta dal giovane economista Gabriele Guzzi. Si tratta del libro Eurosuicidio che tenta di fare luce sull'integrazione europea, vista da un'ottica non consolatoria, non retorica, ma improntata sulla realtà dei fatti.
L'integrazione europea, la nascita della moneta unica, è stata lo snodo storico più importante del continente degli ultimi cinquanta anni e sta comportato il completo sgretolamento – quasi una dissoluzione secondo l'autore – dei paesi europei, delle loro democrazie, delle loro economie e delle loro società. Appunto, per dirla con le parole dello stesso Guzzi, si è trattato di un vero e proprio suicidio, anzi di un eurosuicidio, come viene definito in maniera emblematica e quasi riecheggiando (forse inconsciamente) Oswald Spengler.
La tesi di fondo dell'opera è che l'attuale crisi dell'Unione Europea non sia figlia di un accidente della storia, ma sia dovuta a cause strutturali – intrinseche – al progetto stesso nato sulle macerie della seconda guerra mondiale.
Non saprei come dare torto all'autore. L'Europa è solo un trattato (come autorevolmente sostiene la stessa Corte Costituzionale tedesca) dunque non ha costituzione, e conseguentemente è priva di democrazia. Ma allo stesso tempo, vorrebbe ergersi a faro mondiale delle democrazie del mondo.
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I sedicenti patrioti che non difendono l’acciaio italiano
di Emiliano Brancaccio
Affrontare le crisi senza uno straccio di coordinamento internazionale affidandosi ai soli capitalisti privati. Potremmo chiamarlo “sovranismo padronale” e sintetizza bene le compulsioni del governo italiano in tema di ristrutturazioni
Affrontare le crisi senza uno straccio di coordinamento internazionale affidandosi ai soli capitalisti privati. Potremmo chiamarlo “sovranismo padronale” e sintetizza bene le compulsioni del governo italiano in tema di ristrutturazioni industriali. Il caso dell’acciaio è emblematico.
Quando si dice che di necessità si può fare virtù: l’eredità storica di paese carente di materie prime ci ha resi virtuosi nella produzione di acciaio. La siderurgia italiana è tra le più efficienti dal punto di vista del riciclo: circa l’85 percento del prodotto deriva da rottame ferroso, a fronte di una media europea del 60 e una media mondiale di appena il 30 percento. Per questa ragione, l’industria italiana è complessivamente anche la più pulita in assoluto: rispetto alla media mondiale, emettiamo meno della metà di tonnellate di anidride carbonica per ogni tonnellata di acciaio realizzata. Inoltre, a riprova del fatto che il problema principale non riguarda la quantità di occupati, l’acciaio italiano viene realizzato con livelli di produttività senza pari in larga parte del mondo: dal 25 al 35 percento di valore aggiunto in più per addetto rispetto ai principali concorrenti Ue.
Certo, la crisi in corso riguarda principalmente gli impianti ex-Ilva, che sono produttori della quota residua di acciaio primario, ossia non riciclato, di poco superiore al 10 percento nazionale.
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Diario politico di un martirio – Palestina, 2023-2025
di Andrea Zhok
Il professore di Filosofia morale ricostruisce la tragedia che negli ultimi due anni ha sconvolto il Medio Oriente
Nel suo ultimo libro, Andrea Zhok rilegge gli eventi compresi fra l’attacco del 7 ottobre 2023 e il cessate il fuoco del 9 ottobre 2025. Un diario che, senza negare i crimini di guerra compiuti da Hamas, svela la falsa coscienza di Israele e di tutto l’Occidente. Dagli allarmi ignorati al ritardo nella risposta israeliana, dal quadro geopolitico precedente alle narrazioni mediatiche non comprovate, Zhok mette in evidenza le ambivalenze che hanno segnato questi due tragici anni. Krisis presenta l’introduzione del volume, pubblicato da Il Cerchio.
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Il 7 ottobre 2023 mi trovavo a Modena per un incontro pubblico, quando arrivò la notizia dell’attacco dei miliziani di Hamas sul territorio israeliano. Parlandone, nell’immediatezza dell’evento, con un amico, saggista ed esperto geopolitico, notammo subito il carattere sorprendente dell’attacco, su quello che è probabilmente il confine più sorvegliato del mondo, e soprattutto l’incomprensibile lentezza della risposta israeliana. Tant’è vero che in prima istanza ipotizzammo che qualche Stato estero, come l’Iran, avesse interferito con le telecomunicazioni israeliane.
Oggi, a più di due anni di distanza da quell’evento che ha aperto la strada a una crisi di gravità inedita, e ben lungi dall’essere risolta, molti dettagli si sono chiariti 1. Alle 6.30, ora locale, del 7 ottobre 2023 miliziani di Hamas, dopo aver neutralizzato i sistemi di sicurezza israeliani nei pressi della barriera ad alta tecnologia che separa Gaza da Israele, riuscirono a sfondarla.
Ci fu un concomitante lancio di razzi oltre la barriera, alcuni dei quali arrivarono fino a Be’er Sheva, e dalle brecce le truppe di Hamas, ma anche gruppi improvvisati di palestinesi non organizzati, si riversarono in territorio israeliano, invadendo i kibbutzim limitrofi, incluso quello di Re’im, nei cui pressi si stava svolgendo un festival musicale, il Nova festival.
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Con l’incontro Trump-Mamdani i socialisti e i trumpiani paiono (quasi) sulla stessa lunghezza d’onda
di Fabio Ashtar Telarico
L'immagine è sembra pensata per risultare assurda. Nello Studio Ovale, il presidente repubblicano in carica, che per mesi ha definito il sindaco eletto di New York un "comunista" e una minaccia per la repubblica, è ora al suo fianco e loda le sue idee "d’impatto" sull'edilizia abitativa e sui prezzi sotto un ritratto da poco riscoperto del presidente Franklin D. Roosevelt. Dall'altro lato del podio, un sedicente socialista, eletto con la promessa di rendere la più grande città americana "a prova di Trump", ringrazia lo stesso Trump per il tempo concessogli e parla con sincerità di come possano lavorare insieme per rendere New York accessibile.
Il sistema politico ha fatto del suo meglio per insistere sul fatto che questi due uomini appartengono a due estremi inconciliabili di una scena politica polarizzata. Nei mesi precedenti le elezioni municipali di New York, Trump ha messo in discussione la cittadinanza di Zohran Mamdani, definendolo "comunista" e "antisemita", e ha apertamente suggerito che avrebbe potuto essere arrestato se avesse mantenuto la sua promessa di sfidare le leggi federali sull'immigrazione. Il presidente ha anche minacciato di tagliare miliardi di dollari di finanziamenti federali a New York se gli elettori lo avessero comunque scelto. Inoltre, la mattina dell'incontro tra Trump e Mamdani, la Camera dei Rappresentanti ha persino approvato una risoluzione che denunciava "gli orrori del socialismo" in un attacco simbolico contro l'ideologia che Mamdani rivendica apertamente come propria. Da parte sua, Mamdani si è candidato e ha vinto come nemico di Trump, promettendo di opporsi ai raid dell’agenzia per l’immigrazione, di difendere gli immigrati e di usare il municipio per proteggere i newyorkesi dalle politiche del presidente.
Eppure, quando finalmente appaiono fianco a fianco, gran parte di quella tensione passa in secondo piano. Trump non apre con discorsi roboanti sulla legge e l'ordine o sulle guerre culturali, ma con un programma economico condiviso.
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Il Soggettivismo, Spauracchio Dei Filosofi
di Norberto Fragiacomo
Un inquietante fantasma dicono si aggiri per i corridoi dei dipartimenti di filosofia: cattedratici e studenti sbiancano dinanzi alla prospettiva di imbattersi in esso, poiché un incontro fortuito potrebbe comprometterne reputazione, credibilità e carriera.
Mi riferisco al solipsismo (noto anche come idealismo soggettivo, soggettivismo o egoismo), figlio illegittimo e mai riconosciuto della filosofia europea moderna. A questo “ismo” negletto dedicai una decina di anni fa uno scrittarello (scherzosamente) apologetico1, cercando di restituirgli un po’ di dignità; oggi vorrei occuparmi brevemente della sua genesi e dei motivi per cui è reputato una bizzarria sconveniente, se non addirittura blasfema.
Nel pensiero antico – ce lo insegna Emanuele Severino – i concetti di certezza e verità sono sovrapponibili, nel senso che la mente umana è idonea perlomeno in astratto a cogliere la realtà ultima delle cose, a “conoscere il vero”. Soggetto e oggetto-mondo esistono a priori e parallelamente, compito del primo è investigare il secondo e comprenderne il significato.
È appena nel XVII secolo che, con Cartesio, si determina una frattura: per il filosofo francese l’indagine non può partire da un’ipotetica sostanza esterna, che potrebbe avere natura illusoria, ma deve prendere avvio da quel dato indiscutibile che è il nostro pensiero. Anziché ricorrere al modo infinito egli coniuga il verbo alla prima persona singolare: cogito ergo sum, penso dunque sono. È quindi il signor Descartes che, pensandolo, crea l’universo? Niente affatto, perché il transalpino non è certo un eretico, bensì un buon cristiano, e la sua è soltanto una premessa metodologica: è grazie alla mediazione del Dio creatore – un autentico deus ex machina! – che la materia riacquista la concretezza e la tangibilità di cui dapprincipio si dubitava. Può sembrare singolare allo studente di oggi che per dimostrare la sussistenza di qualcosa che tocchiamo quotidianamente con mano si ricorra a un’astrazione o – per dirla con Pascal – a una scommessa, ma dobbiamo tener conto che la secolarizzazione postmoderna ha inciso in profondità sul comune sentire degli esseri umani e sulla loro propensione a credere in determinati fenomeni soprannaturali.
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Bye bye Europa. La strategia Usa punta all’America Latina e alla competizione con la Cina
di Sergio Cararo
Il documento sulla Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump pubblicato venerdì si propone di “ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale”, rilanciando esplicitamente la dottrina Monroe, nata per contrastare qualsiasi ingerenza europea nell’emisfero occidentale e in seguito utilizzata per giustificare gli interventi militari statunitensi in America Latina. Contestualmente indica un esplicito bye bye ai vecchi partner europei, anzi li indica quasi esplicitamente come dei competitori.
La frammentazione del mercato mondiale e la riorganizzazione imperialista fondata su blocchi regionali, economici e geopolitici, va prendendo forma piuttosto nitidamente.
Ma se sull’America Latina si torna ad ambizioni egemoniche e linguaggi ottocenteschi, è proprio sull’Europa che il documento di 33 pagine utilizza un linguaggio nuovo definendola a rischio di “cancellazione della civiltà” dovuta al declino economico, alla crisi demografica, alle politiche migratorie permissive e all’erosione della libertà di espressione.
In un paragrafo, appena più rassicurante per i governi europei già andati nel panico, è scritto che “l’Europa resta tuttavia strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti”, ma il rapporto manifesta una visione piuttosto diversa rispetto al passato, sottoposta a giudizi non certo lusinghieri per i partner storici europei finora giudicati affidabili, dal dopoguerra in poi, da ogni amministrazione Usa.
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Ridotto a “insopportabile leggerezza delquotidiano”?
Il comunismo nel buio (15)
di Ennio Abate
Ho ritrovato questa mia nota polemica del 1995. Riguarda uno scritto di Luciano Amodio, letto quando frequentavo la redazione milanese di Manocomete. Conferma – oggi cosa evidente e amara – che lo “spostamento”, teorizzato da un’area della intellettualità di sinistra nella Milano degli anni ’90, era un abbandono definitivo della questione del comunismo.
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1. Meglio morto che ridotto a Quotidiano. Meglio bandire la parola comunismo dal vocabolario piuttosto che triturare “la Cosa”, “la Causa”, “la Possibilità”, facendo così del comunismo – da secoli (da sempre, forse) questione di profondità – una questione “di superficie”.1 (E col massimo rispetto per il Quotidiano – s’intende – che “puro” appare mostruoso quanto il “puro” comunismo!). Così vorrei sintetizzare la mia prima, sconsolata e polemica, impressione dopo la lettura di «Il comunismo o “l’insopportabile leggerezza” del quotidiano» di Luciano Amodio (Manocomete, 1, giugno 1994).
2. Col rischio di apparire custode di ortodossie o amministratore, da nessuno delegato, di lasciti storici, pongo un problema: il comunismo è innegabilmente ridiventato un’incognita, una questione sprofondata. Ma – fossimo nell’epoca della morte del comunismo o – come altri sostengono – del suo massimo occultamento – come di esso si deve parlare? Lo consideriamo ancora tra le questioni “di profondità”?
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L’incerta strada per “la pace” in Ucraina
di Dante Barontini
Seguire l’andamento delle trattative tra Stati Uniti e Russia per porre fine alla guerra in Ucraina è difficile per tutti. Ma non è impossibile capire il senso in cui vanno. L’importante è fare una “tara” drastica sui media occidentali – divisi da tra reazionari trumpiani speranzosi e “dem” guerrafondai – e badare al sodo anziché alla propaganda.
Una prova della difficoltà? Eccola. La ex prestigiosa Cnn, di stretta osservanza “bideniana”, sa quanto noi cosa si siano detti gli inviati di Trump (Witkoff e Kushner) nelle cinque ore di colloquio con Putin e Ushakov. Che è poi quanto riferito dai rispettivi portavoce: “la delegazione statunitense ha illustrato le proposte di correzione al piano avanzate dall’Ucraina in Florida e la Russia ha spiegato cosa gli sembrava accettabile e cosa no”.
La sintesi sta in una bozza di piano in 27 punti, ora, e quattro documenti di accompagnamento dal contenuto sconosciuto. La delegazione è poi ripartita da Mosca direttamente per Washington, senza fermarsi a Bruxelles dove Zelenskij stava attendendo insieme agli europei. Dettaglio che chiarisce quanto sia “potente” il peso politico della UE e della stessa Kiev in questa trattativa.
Un po’ poco per imbastire un pezzo interessante… E dunque cosa fa l’ex prestigiosa Cnn? Si sbizzarrisce in dettagli psicologici su Putin – come se disponesse di referti medici o di “confessioni inconfessabili” – che vanno da “Putin non vuole la pace”, ma “ama essere supplicato”, fino al definitivo “È utile fare un passo indietro e guardare il mondo e l’invasione russa attraverso i suoi occhi”. Segue analogo trattamento psicoanalitico per spiegare la “condiscendenza” di Trump verso il “dittatore russo”.
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