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Il nuovo attacco alla CASTA nasconde il progetto di governo tecnico direttamente gestito dai mercati
di Rodolfo Ricci
Come già accaduto in altre situazioni critiche nel recente passato, in Italia si è di nuovo scatenata la grande campagna contro la casta politica: la pagina su facebook, creata tre giorni fa e gestita, sembra, da un ex dipendente di Montecitorio nel frattempo licenziato (che si presenta con lo pseudonimo di Spider Truman) ha acquisito in 60 ora di presenza sul web, oltre 200 mila contatti.
Nella pagina sono state pubblicate una serie di indiscrezioni e di documenti che danno un quadro impressionante e desolante dei privilegi dei parlamentari e che diventano, in occasione del varo della ennesima manovra lacrime e sangue di 80 miliardi di Euro per placare il grande Minotauro -“i mercati”- e la grande finanza speculativa mondiale, un vero e proprio giustificato incitamento alla protesta.
L’operazione, è parte di una campagna molto ben supportata da diversi importanti media e organi di stampa (vedi La Repubblica, e il TG3, fra gli altri), che cerca di orientare il malcontento contro la classe politica e in particolare contro la maggioranza berlusconiana che, ponendo la fiducia, ha rifiutato di approvare, tra gli altri, un emendamento del PD che mirava alla riduzione dei costi della politica.
Questo emendamento, riduceva i costi della politica di 80 milioni di Euro circa, a fronte di un costo complessivo della politica in Italia stimato tra i 4 e i 5 miliardi all’anno. Quindi, ben poca cosa, anche se ovviamente superiore ai 7 milioni di Euro che la maggioranza si è autoridotta con la manovra, essenzialmente attraverso una norma che riduce l’uso delle auto-blu.
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Pubblichiamo qui di seguito la risposta di Loris Campetti (Bocciate un irregolare) e di Guido Viale (Non solo lotta di classe) all'intervento di Bellofiore, Halevi, Tomba e Vertova "La classe non è acqua", seguita dalla replica (Questioni accademiche) di questi ultimi.
BOCCIATE UN IRREGOLARE
Loris Campetti
Non so se sarei in grado di superare un esame di marxismo al cospetto di una commissione giudicante preparata e severa composta da Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Massimiliano Tomba e Giovanna Vertova (il manifesto, 13 luglio).
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La crescita malata che crea infelicità
di Piergiuseppe Mulas
Le esternalità hanno rivestito, e tuttora rivestono, un ruolo cruciale all'interno della valutazione del paradigma neoclassico del mercato. Infatti, dalla loro presenza e rilevanza dipende criticamente la validità dell'assunto secondo il quale il mercato conduce ad un'allocazione efficiente delle risorse, così come dimostrato da Vilfredo Pareto. Ricordiamo infatti che l'economista italiano aveva provato come, partendo da dotazioni di risorse date, un sistema perfettamente concorrenziale conduca ad una situazione di ottimo allocativo, vale a dire ad una situazione nella quale non può essere migliorata la condizione di un individuo senza peggiorare quella di un altro. Le condizioni che permettono che una configurazione di mercato perfettamente concorrenziale sussista sono però molto stringenti e difficilmente riscontrabili nella realtà. In particolare l'esistenza di un tale sistema richiede che si verifichino determinate circostanze: l'assenza di monopoli e beni pubblici, nessuna asimmetria informativa tra i contraenti e nessuna esternalità positiva o negativa.
Diamo ora una definizione più precisa di quale fenomeno gli economisti intendano designare quando parlano di esternalità:
«un effetto che esiste nel consumo o nella produzione ogniqualvolta l'utilità del consumatore o la funzione di produzione di un'impresa dipendono dal consumo di un altro individuo o dagli input e output di un'altra impresa».
In altre parole l'esternalità è presente quando l'utilità delle persone o delle imprese viene ad essere influenzata da fattori che non sono sotto il loro diretto controllo, ma che dipendono dall'attività di terzi.
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La linea di Confindustria sul debito pubblico: privatizzazioni
di Domenico Moro
Il fondo del Sole24ore di sabato 9 luglio, all’indomani dell’attacco dei mercati finanziari contro l’Italia, delinea la linea di politica economica di Confindustria che, anziché salvare il “malato”, può definitivamente ucciderlo. Pur ammettendo l’importanza della crescita nella soluzione del problema del debito pubblico, secondo i due editorialisti, Perotti e Zingales, “non c’è più tempo per operare su di essa”. Bisogna agire in fretta per dare una risposta rassicurante ai mercati finanziari. La risposta consisterebbe nel “raggiungere il pareggio di bilancio in un anno. (…) Si tratta di lacrime e sangue. Ma le lacrime e sangue saranno ben maggiori se non abbiamo il coraggio di agire subito”. Non basta aumentare le entrate, bisogna tagliare le spese, a cominciare da quelle previdenziali. Ma anche questo non sarebbe sufficiente. Per risolvere la situazione “bisogna riprendere le privatizzazioni (per esempio Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Rai)”. Eccoci, quindi, al punto. La questione del debito pubblico diventa il grimaldello per attuare la definitiva privatizzazione di quello che rimane dell’intervento statale in economia. Si direbbe che dall’esperienza si sia imparato poco. Un decennio di stagnazione, seguito alle grandi privatizzazioni, ha dimostrato che il problema del debito pubblico non solo non viene risolto, bensì viene aggravato dalle privatizzazioni. Vediamo per quali ragioni.
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L’ignoranza nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
Paolo Vignola
Di fronte alla questione relativa al compito della filosofia, Gilles Deleuze ha dato una risposta che potremmo definire “fuori dal tempo” per la sua validità, e “fuori dalla filosofia contemporanea” per via della sua semplicità espressiva. Eppure, affermare, sulla scia di Nietzsche, che l’attività della filosofia «è la critica della stupidità e della bassezza»1 significa indicare un assioma fondamentale per la filosofia di questo nuovo secolo e, al tempo stesso, suggerire uno dei compiti politici più urgenti per il nostro presente. La critica della stupidità ha infatti acquisito la sua efficacia più puntuale nel momento in cui «l’informatica, il marketing, il design, la pubblicità, tutte le discipline della comunicazione si impadronivano della parola stessa “concetto”»2 e sembravano così sottrarre alla filosofia il suo lavoro di creazione dei concetti. Ecco allora che Deleuze, mostrando come queste discipline rientrano nel concetto di «controllo», ha voluto prendersi la rivincita del filosofo. Per Deleuze, di fronte all’avvento inesorabile delle società di controllo, il cui strumento principale è il marketing e l’obiettivo è la modulazione delle soggettività nella transizione economico-politica, «non è il caso di avere paura, né di sperare, ma bisogna cercare nuove armi»3 .
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Come uscire dalla crisi
Intervista a Emiliano Brancaccio
In più occasioni ci è capitato di leggere dell’Europa come di un continente destinato al declino. C’è ancora spazio per il “vecchio mondo” o siamo destinati a essere “periferia dell’economia mondiale”?
L’Unione europea è il più grande esportatore mondiale di manufatti e servizi. Definirla una “periferia” mondiale è un errore. Seguendo una chiave interpretativa ancora attuale, fondata sulla categoria di imperialismo, l’Unione europea si situa tuttora al “centro” degli assetti del capitale mondiale, e mantiene un rapporto di controllo sulle periferie che orbitano attorno ad essa. Si tratta di un controllo economico ma anche politico e militare, come la guerra in Libia sta dimostrando in questi mesi.
Il grande limite dell’Europa, rispetto agli USA, risiede principalmente nella moneta. Gli Stati Uniti, forti della posizione di dominio monetario internazionale garantita dal dollaro, hanno per lungo tempo governato endogenamente lo sviluppo nazionale e mondiale. L’Europa invece si è mossa al traino, in una posizione che sul piano macroeconomico è stata quasi sempre subordinata agli USA. La stessa moneta unica non è nata con il proposito di diventare una moneta internazionale realmente alternativa al dollaro, ma sembra piuttosto essersi proposta quale baluardo della stabilità monetaria, una sorta di rifugio per il capitale ogni volta che il dollaro fosse stato soggetto a crisi e fluttuazioni eccessive. Fino ad oggi, dunque, le autorità europee non hanno quasi mai messo seriamente in discussione il primato macroeconomico e monetario americano.
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Minacce di fallimento, disciplinamento sociale e indipendenza di classe
di Maurizio Donato*
Che cosa possiamo imparare dagli attacchi speculativi al debito sovrano
La fase attuale del versante economico della guerra di classe si concretizza in una serie di attacchi speculativi al debito sovrano di diversi paesi dell’Europa mediterranea. Stavolta tocca all’Italia, boccone appetitoso, ma notoriamente ostico. In questo breve saggio vengono dapprima sintetizzati alcuni elementi di giudizio che possiamo ricavare dagli attacchi speculativi scatenati dall’area valutaria dollaro contro gli anelli più deboli dell’area euro, in seguito discussi alcuni temi che stanno alla base della crisi del debito sovrano, per concludere con alcune note sulla situazione italiana.
Nonostante tutte le rassicurazioni di facciata, la crisi economico-finanziaria del capitalismo manifestatasi nell’estate del 2008 sotto forma di crisi da debito privato non solo non è finita, ma è entrata nella sua fase più pericolosa e acuta, dopo che salvataggi per migliaia di miliardi di dollari l’hanno trasformata in crisi da debito pubblico, particolarmente evidente nell’area valutaria euro in cui diversi paesi di media importanza rischiano di entrare o sono già entrati in una inedita fase di fallimento non dichiarato.
La forma della crisi è finanziaria perché finanziaria è la forma prevalente del capitalismo contemporaneo, ma la sua sostanza e dunque le sue radici risiedono all’interno dei meccanismi di produzione, e più specificamente nella crisi di profittabilità che si esprime nella caduta tendenziale del saggio di profitto.
La crisi economica si manifesta contemporaneamente come crisi delle teorie e dell’ideologia che le accompagna, e questo vale sia per le sue varianti cosiddette “neo-liberiste” che per quelle “interventiste/keynesiane”. Semplicemente le stanno provando tutte, in democratica alternanza, e non ne funziona nessuna, dall’aumento della spesa pubblica alla sua riduzione, dai tassi di interesse portati a zero all’espansione monetaria senza limiti (quantitative easing).
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Le virtù dello straniero
di Giuseppe G.
"I virtuosi tedeschi non hanno colpe”; così l’incipit di Alberto Alesina sul Corriere della Sera del 6 luglio. In sostanza il giornalista stigmatizza la crescente diffidenza ed ostilità degli altri paesi europei verso la Germania, colpevole, secondo i detrattori, di alimentare il proprio surplus commerciale, di approfittare del ribasso, si fa per dire, del valore dell’euro, di non alimentare la domanda incrementando il proprio deficit pubblico, di intransigenza verso la Grecia ed il Portogallo. In realtà, secondo Alesina, la Germania sarebbe un esempio di virtù in quanto, a parità di condizioni iniziali, dagli anni ’90 sino ai primissimi anni dell’euro, avrebbe riqualificato e ridimensionato la spesa pubblica, alleggerito il peso fiscale sulle imprese (appesantendolo però sulle persone fisiche), sviluppato la ricerca e soprattutto la formazione. “I veri colpevoli sono i paesi a rischio”, in pratica quelli dell’Europa mediterranea, sentenzia alla fine, per aver approfittato delle condizioni iniziali favorevoli, cioè i bassi tassi di interesse, solo per alimentare ulteriormente il debito pubblico, anche in maniera fraudolenta come apparso evidente in Grecia, con la manipolazione dei dati contabili. Una posizione di grande buon senso, la quale fonda sulla responsabilità operativa dei governi nazionali la stessa possibilità di superamento della crisi finanziaria. Una posizione apparentemente distante anni luce da quelle forze benpensanti le quali si sono fatte scudo dei vincoli e delle costrizioni europeiste per imporre le scelte scellerate degli anni ’90 così come hanno fatto dell’opinione pubblica internazionale, in pratica l’opinione costruita da giornali come l’Economist, Time ed altri, il parametro con cui giudicare e l’autorevolezza morale da cui trarre la linfa necessaria a combattere il berlusconismo.
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Verso il day after
di Augusto Illuminati
Come nella geniale invenzione di Ariadne auf Naxos di Hugo von Hofmannstahl e Richard Strauss due compagnie concorrenti recitano in simultanea, per venire incontro al pubblico, la tragedia di Arianna abbandonata e la farsa libertina di Zerbinetta, così sulla scena italiana attuale si esibisce una compagnia di guitti e allo stesso tempo si svolge il dramma della crisi globale e dei suoi effetti devastanti sulle politiche e le economie nazionali. Con tutti gli equivoci e le dissonanze che ne seguono. Prendiamo l’intervista di Pisanu al Corsera del 7 luglio, che si propone, niente meno, che di delineare il futuro dell’Italia e lo fa in modo non banale, definendo curiosamente il combinato delle recenti elezioni e dei referendum «un piccolo Sessantotto». Il suo problema è quello di «garantire la governabilità e afferrare il nuovo che avanza», senza di che «il Pdl è finito e ad Alfano non resterà che calare il sipario». Per tale obbiettivo, anzi per governare tout court l’Italia con o senza Pdl, occorre –sentite, sentite– «cogliere il "piccolo Sessantotto" delle urne e governare il cambiamento con un patto di fine legislatura per il bene del Paese». Cioè, fare insieme all’opposizione la manovra quadriennale da 50 miliardi, completare le riforme, tracciare le linee fondamentali del futuro d’Italia, dopo di che «tornare a essere avversari su posizioni alternative, secondo le naturali vocazioni».
Insomma, governo tecnico subito e poi di unità nazionale, associando la sinistra alla gestione di una crisi lunga e dolorosa, anzi offrendo così ad essa la possibilità di legittimarsi definitivamente sulla linea della responsabilità nazionale, in stile Togliatti e Berlinguer e non Scilipoti e Romano.
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Violenza o Giustizia?
di Luca De Crescenzo
Brevi note a partire dalla giornata del 3 luglio in Val di Susa
Lunedì 4, all'indomani delle manifestazioni in Val di Susa, a proposito della Tav un articolo in prima pagina su La Stampa sosteneva che non bisogna andare troppo per il sottile riguardo le distinzioni tra manifestanti buoni e cattivi, violenti e non, quando questi in comune rivendicano un linguaggio ed un'impostazione da guerra civile. Perchè la democrazia, ci ricorda l'autore riprendendo un intervento di Chiamparino, è fatta di regole, per cui decisioni prese con i meccanismi legittimi di deliberazione non possono essere ostaggio di una “minoranza localistica condannata a diventare l’alibi dei professionisti della guerriglia”. E questi meccanismi sono gli unici in grado di integrare esigenze internazionali (le richieste di un Unione Europea che rappresenta tutti i cittadini europei), interessi nazionali (rappresentato dalle legittime istituzioni che agiscono per il bene del sistema-paese), e richieste locali (che si esprimono nei tavoli tecnici e osservatori). E che lasciano spazio pure per i non contenti, liberi di esprimere il proprio dissenso.
Queste le legittime mediazioni assegnate al rappresentato per far valere la propria posizione.
Come mai allora in così tanti e determinati, talmente tanti da inondare una valle, talmente determinati da far saltare le solite dicotomie violenti/non violenti, non si è accettato questo destino di sostanziale passività politica?
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La politica e il controllo dei processi economici
Silvano Andriani*
Abstract:
Nella globalizzazione guidata dai mercati vi sono vincenti e perdenti e la loro dialettica, al livello degli Stati, si traduce nella formazione di squilibri strutturali dell’economia mondiale con paesi in attivo e paesi in passivo strutturale delle bilance dei pagamenti.Secondo l'approccio proposto da Keynes a Bretton Woods il coordinamento sovranazionale delle politiche economiche non significava che tutti i paesi debbano avere gli stessi comportamenti: se si tratta di ridurre gli squilibri anzi i comportamenti dovrebbero essere opposti e complementari. Successivamente, si è affermata una filosofia dello sviluppo che, ripudiando le tesi di Bretton Woods, pone al centro l’assunto dell’efficienza e razionalità dei mercati con una drastica riduzione del controllo sull’economia da parte degli Stati nazionali. Questa, tuttavia, non avviene per una devoluzione di poteri verso organismi sovranazionali, dei quali anzi si è cercato negli anni 2000 di ridimensionare il ruolo, ma di un trasferimento di poteri e funzioni dalla politica ai mercati. Il trasferimento di funzioni verso i mercati si risolve, soprattutto, in un trasferimento di poteri da istituzioni politicamente controllabili a tecnostrutture meno controllabili ed in un formidabile centralizzazione delle scelte economiche. In questo contesto il caso europeo appare, in qualche modo, un paradosso. L’UE viene generalmente riconosciuta come l’esempio più importante, forse l’unico negli ultimi trenta anni, di trasferimenti di poteri versi un livello di cooperazione sovranazionale, ma l’Europa, ed in essa in particolare l’area dell’euro, appare oggi l’ area di maggiore instabilità e fra le più rischiose per l’economia mondiale.
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Da tempo è andata affermandosi la tesi di una doppia devoluzione di poteri dagli Stati nazionali verso istituzioni sovranazionali e verso istituzioni locali.
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La classe non è acqua*
Riccardo Bellofiore & Giovanna Vertova
Compriamo (o 'scarichiamo' on-line) il manifesto tutti i giorni, alcuni di noi ormai da 40 anni. Lo leggiamo però sempre di meno, senza sapere bene il perché. C'è di peggio, però. Ogni tanto lo leggiamo. Come oggi, 8 luglio, attirati da due firme che stimiamo: Guido Viale e Loris Campetti.
Il primo dice, molto spesso, cose giuste. Tuttavia nel suo articolo dell'8 luglio deraglia, quando infila, quasi fosse una ovvietà, una frase secondo cui l'intervento dello stato sarebbe impedito dal fatto che "mancano i soldi e si ha paura di rompere il tabù dei bilanci, che sono fatti di debiti e quindi in mano alle società di rating." Il secondo parla della necessità di superare una "vecchia certezza", quella secondo cui sarebbe "imprescindibile" il legame reddito-lavoro.
Sarebbe interessante sapere che teoria economica ha in mente Viale, e su cosa Campetti basi la sua affermazione. Vero é che una tesi come la sua è stata attribuita tempo fa dalla stampa a Maurizio Landini. E' anche stato riportato con sussiego che Landini non avrebbe letto Marx. Certo, viene da pensare, leggersi il Capitale non è un obbligo. Pure in qualche caso aiuterebbe, come qui: basti il riferimento al salario di sussistenza per la classe dei lavoratori, dunque per il proletariato nella sua interezza, del tutto indipendentemente dalla produttività.
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Le giornate nere del debito italiano
di Sergio Cesaratto
I lettori sono sicuramente attoniti di fronte a ciò che accade. Antonella Stirati ha spiegato benissimo come sia un gioco sin troppo facile prendersela con la speculazione internazionale guidata dalle agenzie di rating. E’ invece l’Europa che con politiche sbagliate si espone a questi attacchi. Se la prenda con se stessa.
Che fare dunque? Per capirlo, muoviamo da cosa è accaduto nella giornata di martedì 12 luglio, dopo il venerdì e lunedì neri che l’han preceduta. La scarsa credibilità delle politiche europee, basate sulla mera austerity dei paesi periferici, ha contagiato la valutazione del nostro debito pubblico accrescendo il differenziale (il famoso spread) fra i tassi sui BTP decennali e quelli sui corrispondenti Bund tedeschi. Martedì è andata meglio, a sentire i TG. Ho personalmente ascoltato RAI News dove un eccitatissimo Corradino Mineo ha raccontato di una giornata in cui il Presidente Napolitano ha guidato le sbandate compagini politiche italiane verso una vittoria campale, mentre il generale Tremonti lasciava il quartier generale europeo per raggiungere la prima linea e il suo Presidente. La borsa riprendeva, in particolare i titoli bancari italiani. Fatto è che le banche hanno la pancia piena di titoli del Tesoro, e che questi aveva oggi un’asta di oltre 6 miliardi di titoli in scadenza.[1] A quale tasso avrebbe il Tesoro collocato tali titoli? Poiché il mercato aveva segnalato i giorni precedenti che i titoli italiani valevano poco, si rischiava un tasso così alto che, così continuando, la solvibilità dello stato italiano sarebbe stata seriamente in forse, e così quella delle banche (non solo italiane) che hanno il ventre pieno di titoli del Tesoro. Non so precisamente come siano andate le cose. Ma suppongo circa così. Il differenziale coi Bund tedeschi aveva raggiunto il massimo di 353 punti (3,53%), ancor più di lunedì. Interviene a quel punto la BCE che acquista titoli italiani sul mercato secondario.[2] Essa da 15 settimane non interveniva più a sostegno del debito sovrano dei paesi periferici, in maniera del tutto irresponsabile (anzi, ha ulteriormente aumentato il tasso di interesse gettando benzina sul fuoco). I mercati lo vengono a sapere e questo li rassicura un po’. Come risultato, scende il differenziale a 290 punti (una enormità comunque insostenibile per i nostri conti). Si svolge l’asta. Il Tesoro colloca i titoli a un tasso del 3,67% contro il 2,14% a cui questa tranche era stata collocata in precedenza: 1,5% in più! (150 punti di differenza coi tedeschi, ma si trattava di titoli a più breve scadenza). Poteva andar peggio, ma ciò è bastato perché i titoli bancari riprendessero. C’é tuttavia veramente poco da essere eccitati. E di chi è il merito della mancata Caporetto? Di Napolitano, di Tremonti? Più probabilmente della BCE. Rai News neppure l’ha menzionata, mi dicono che TG3 e LA7 sì, di passaggio. Può naturalmente darsi che Tremonti abbia svolto uno scambio politico: noi approviamo la manovra, la BCE interviene. Se è così, tanto di cappello Mr. Tremonti, finalmente qualcuno tratta in Europa, e non china sempre il capo. I guai sono finiti? Sono appena cominciati. Quando i differenziali salgono così tanto, ed erano già alti, è difficile che ridiscendano. Con questi tassi – che ripetiamo sono il segnale della scarsa credibilità non del nostro paese, che per l’amor del cielo ci mette del suo, ma dell’Europa – porterà in uno spazio temporale brevissimo l’Italia sull’orlo del default. Siamo quasi al 6% sui BTP, al 7% si dice che l’Italia non potrebbe più finanziarsi sul mercato, come l’Irlanda lo scorso settembre. Le manovre sono solo una mortificazione inutile, una medicina che crea solo sofferenza al paziente. E infatti martedì sera anche il debito Irlandese è stato degradato da S&P a spazzatura.
Cosa abbiamo imparato? L’intervento della BCE è un pezzo della soluzione. Torneremo presto su questo. Per ora notiamo la schizofrenia della BCE che da un lato aumenta i tassi, aggravando la crisi debitora, e dall'altro deve intervenire seppure in maniera timida e insufficiente. Fassina, intervistato da Mineo, pur contrapponendo un volto tetro al raggiante Corradino, non ha neppure accennato alla BCE e alle gravi responsabilità europee. Criticare l’Europa è nel nostro paese, a sinistra in particolare, tabù. Mineo era eccitatissimo persino della palese interferenza tedesca colla telefonata della Merkel a Berlusconi di domenica scorsa. Quando impareremo a tenere la schiena dritta?
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“Maelstrom”, di Salvatore Ricciardi
Marco Clementi
Maelstrom di Salvatore Ricciardi, è un salto nella storia sociale e politica del nostro paese vista con gli occhi di chi, per un quindicennio, ha tentato di mutarne gli assetti istituzionali ed economici. Il sottotitolo è esplicativo: si tratta di «scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980» (DeriveApprodi, pp. 369, euro 22).
Ricciardi è stato un militante delle Brigate rosse, ma il suo non è l’ennesimo libro di ricordi sull’organizzazione armata, «versione del militante» che racconta in soggettiva il proprio cammino. L’autore prova a ricostruire, intrecciando ricerca storica e sociologica, il percorso di almeno due generazioni, trovando negli anni Sessanta i prodromi di quello che poi sarebbe accaduto nel decennio successivo, cosa fino ad ora troppo spesso evitata da quanti si sono occupati dei cosiddetti «anni di piombo».
In molte ricerche la complessità dei rapporti sociali e di classe è stata infatti sacrificata in nome di ricostruzioni che passavano da un fatto di sangue all’altro limitandosi all’analisi della spinta personale e usando una categoria, quella di violenza politica, che nulla ha di storico e poco di sociologico. Maelstrom invece corre su un doppio binario, quello dell’esperienza carceraria, che si lega al rapimento del giudice d’Urso operato dalle Br nel 1980 e alla conseguente rivolta nello «speciale» di Trani, e quello delle lotte sociali che toccarono l’Italia a partire dalla crisi del cosiddetto boom economico. Crisi alla quale la classe dirigente non seppe reagire e che innescò una serie di fenomeni inediti che mutarono il volto del paese, dal sindacalismo di base alle rivolte studentesche, fino al periodo delle stragi, segnate dal tragico dicembre 1969. Fu la perdita dell’innocenza, si chiede Ricciardi? La risposta è diretta: «nel paese e in Europa non c’era traccia d’innocenza. Dopo il massacro della guerra ci presentarono l’altra scena, quella della ricostruzione. L’arrivismo egoistico, l’accaparramento senza timore, il profitto sui morti, la borsa nera, l’affamamento e il supersfruttamento, l’arricchimento sulla pelle altrui (…). Era questo ciò che le generazioni precedenti ci avevano lasciato in dote. Dove stava l’innocenza?».
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Le agenzie di rating e la politica europea
Antonella Stirati
La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.
Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella di coordinare e indirizzare l’attività speculativa verso obiettivi profittevoli. La domanda che ci si deve allora porre è un’altra: un attacco speculativo coordinato e ripetuto nel tempo è in grado di portare Portogallo e poi Spagna e Italia nella stessa situazione di insostenibilità del debito pubblico in cui versa oggi la Grecia? La risposta, su cui concordano tutti gli osservatori autorevoli, che si tratti dei commentatori del Financial Times Martin Wolf e del Wall Street Journal Simon Nixon (ma si veda anche sul Sole 24 Ore del 9/7 l’intervista a Alessandro Guzzini), del ‘guru’ della finanza George Soros, o di noti economisti di diverso orientamento (ad esempio A. Sen e Brad De Long) è: CERTAMENTE SI, a meno che, e questa è l’unica possibilità di salvezza, la BCE non compia una svolta radicale nella propria politica e intervenga in modo tale da garantire bassi tassi di interesse sui titoli del debito sovrano di tutti i paesi europei, non diversamente di quanto ha sinora fatto la Federal Reserve nei confronti del debito pubblico americano. Gli strumenti tecnici e le proposte in tal senso non mancano, non ultima quella circa la creazione di eurobonds recentemente sottoscritta da firme molto autorevoli, tra cui quella di Giuliano Amato.
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Manovre più eque? Prima cambi la politica europea
Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci
Su Il Riformista di qualche giorno fa Roberto Gualtieri aveva criticato Enrico Morando per la sua difesa dell’entità della manovra del governo. Le motivazioni più pregnanti di difesa della manovra Morando le trovava nella necessità di rendere credibile ai mercati la sostenibilità del nostro debito pubblico, sì da non essere ulteriormente penalizzati sui tassi di interesse. L’abbarbicamento al governo di una compagine ormai allo sbando, persino col suo timoniere economico indebolito, ha fatto balzare all’insù gli spread dei BPT rispetto ai Bund tedeschi, e questo ha ieri rinvigorito Morando nella sua richiesta di una manovra ancora più rigorosa per entità e contenuti. Ma gli spread, a ben vedere, erano già saliti nelle scorse settimane, e indipendentemente dal rigore o meno della manovra in discussione. Gualtieri aveva infatti perfettamente ragione: è la poca credibilità delle politiche economiche europee per gli stessi mercati a causare quegli aumenti, come il declassamento del debito portoghese da parte di Moody ha ulteriormente dimostrato. L’aumento degli spread sui nostri tassi è frutto di questa scarsa credibilità, dovuta alla natura di “fatica di Sisifo” dei piani nazionali di rientro dal debito (una vera “mission impossible” in queste condizioni). L’Europa sta applicando infatti le catastrofiche ricette seguite dopo la grande crisi del 1929, i mercati lo sanno e fiutano sangue. Noi siamo molto preoccupati. A nostro avviso:
(a) non è vero che rigore e crescita vadano assieme, come sostiene Morando. La sostenibilità di lungo periodo dei debiti pubblici (e privati) è solo ottenibile se l’Unione, nel suo insieme, persegue un cammino di crescita e di riequilibrio della competitività fra i paesi membri. Questo implica sostegno alla domanda aggregata soprattutto nei paesi forti, attraverso l’abbandono delle loro politiche neomercantiliste di moderazione salariale. Implica inoltre una politica di investimenti industriali, infrastrutturali e ambientali su base comunitaria.
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La crisi greca, ovvero il biopotere dei mercati finanziari
di Andrea Fumagalli
Circa un anno fa, il ministro Tremonti era impegnato in una frenetica attività per garantire la solidità dei conti pubblici italiani e tranquillizzare i mercati finanziari. Due erano le ragioni che venivano adottate dal commercialista per dichiarare che mai l’Italia avrebbe potuto fare la fine della Grecia e dell’Irlanda: la solidità delle nostro sistema bancario, che solo tangenzialmente era stato toccato dalla crisi finanziaria, e il fatto che i conti pubblici erano sotto totale controllo grazie alle manovre di contenimento promulgate dal governo (?).
Oggi la situazione si presenta alquanto diversa.
Moody’s in questi giorni ha declassato a spazzatura (junk) i titoli di stato portoghesi. Si sta ripetendo la ”farsa” della Grecia. Nell’ultimo anno, come è noto, la Grecia ha adottato obtorto collo, dietro imposizione della troika: FMI, BCE, ECOFIN, misure draconiane di riduzione del deficit pubblico, già a partire dalla seconda metà del 2010: riduzione del 15% degli stipendi pubblici, blocco delle assunzioni, aumento dell’imposizione fiscale, in particolare dell’Iva, programma di privatizzazioni senza precedenti per un valore di circa 50 miliardi di euro. Il risultato è al momento il seguente: secondo i dati Eurostat, resi noti nell’aprile scorso, a fine 2010, il rapporto deficit pubblico/Pil è aumentato sino al 10,5%, rispetto al valore di 9,4% previsto dal governo greco sulla base della manovra effettuata (contro il 32% dell’Irlanda, il 10,4 del Regno Unito, il 9,2% della Spagna e del Portogallo, il 7% della Francia).
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La crisi economica: realtà e finzione
Intervista a Paul Mattick
L’ultimo libro di Paul Mattick jr “Business as Usual: The Economic Crisis and the Future of Capitalism” (Affari come al solito: la crisi economica e il futuro del capitalismo), è stato pubblicato dalla Reaktion Books. L’autore si è incontrato con John Clegg e Aaron Benanav del periodico “Endnotes”
RAIL: Notizie recenti lasciano intendere che l’economia è nuovamente in crescita. Il tasso di disoccupazione si sta stabilizzando e perfino riducendo e l’indice Dow Jones tende verso l’alto. Allora la crisi è stata davvero così grave ? Cosa ti fa pensare che non siamo ancora in vista della sua fine ?
PAUL MATTICK: Solo alcune osservazioni. La prima concerne le attuali difficoltà che il mondo nella sua totalità incontra riguardo la finanza pubblica e la disoccupazione. E’ un errore concentrare l’attenzione solo sugli Stati Uniti. Il problema è globale. In Europa si sono verificate una serie di crisi fiscali: in Portogallo e in una certa misura in Spagna. Il tentativo di padroneggiare la crisi ha prodotto in Gran Bretagna e in Grecia un peggioramento delle cause della depressione. Essa ha coinvolto anche la Cina, dove evidentemente alti tassi di crescita determinano analoga mente tassi di inflazione preoccupanti, esattamente come accadde nella falsa crescita degli anni 70, che produsse in occidente alti tassi di inflazione. Anche riguardo gli Stati Uniti non sarei così impressionato da provvedimenti che determinano oscillazioni nell’occupazione. In una certa misura ciò riflette il fatto che vi sono persone che escono dal mercato del lavoro. Ovviamente di mese in mese vi sono minime variazioni nel numero di persone che trovano lavoro. Ma nel complesso la situazione rimane estremamente precaria.
Inoltre è importante ricordare che il tasso di crescita dal PIL è un parametro artificiale.
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NoTav e la questione del debito: la 'Piazza Statuto' dei beni comuni
di Raffaele Sciortino
La giornata del tre luglio alla Maddalena ha tra le altre cose messo in campo una capacità straordinaria di controcomunicazione. L’assedio portato avanti con determinazione da gente comune non pacificata ha permesso di rovesciare la strategia fin qui seguita dai poteri di oscurare la protesta e la sua vera posta in gioco riducendola a notizia di second’ordine del tg regionale e delle pagine torinesi dei quotidiani nazionali. Di colpo alta velocità e movimento Notav sono rimbalzati sul proscenio nazionale.
Di colpo le persone fuori valle hanno saputo che si vogliono ancora spendere decine di miliardi in un’opera nella migliore delle ipotesi controversa e che decine di migliaia di indignados, persone “normali” come loro, sono disposte ad opporvisi con quella determinazione. Scoperta o riscoperta che sia e, attenzione, al di là del giudizio di merito sulle “responsabilità” della giornata, fuori valle ci si ritrova costretti a chiedersi cosa è veramente l’opera progettata, chi paga, a beneficio di chi, per che cosa… Non male come controinformazione agita!
Contemporaneamente si è attivata una rete di mass self-communication che si è contrapposta alla (scontata) criminalizzazione mediatica. Sono due risultati non da poco che agiscono su piani sì differenti ma che insieme rendono effettivamente possibile costruire consenso intorno ad una lotta radicale per i beni comuni che si sta interrogando sui passaggi che si trova davanti.
In questo la brezza di cambiamento che ha contribuito al successo referendario può giocare il suo ruolo insieme ai crescenti disastri procurati dal centrodestra.
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L’atto di fede dei seguaci dell’austerity
di Guglielmo Forges Davanzati
I principali governi dei Paesi Ocse stanno cercando di uscire dalla crisi riducendo la tutela dei diritti dei lavoratori e le garanzie offerte dallo Stato sociale. Si stratta di soluzioni illusorie: la fiducia nella loro efficacia non è molto lontana da un atto di fede.
Nessun Istituto di ricerca internazionale dispone, al momento, di una previsione ragionevolmente accettabile in ordine ai tempi di fuoriuscita dalla crisi, e le prescrizioni di politica economica sono estremamente discordanti. La linea attualmente prevalente si sostanzia nella riduzione dell’intervento pubblico in economia, e, in particolare, nella riduzione del debito pubblico.
La motivazione ufficiale a sostegno di questa opzione è la seguente. Livelli ‘eccessivi’ di indebitamento in rapporto al PIL possono generare ‘attacchi speculativi’, che, a loro volta, possono determinare il fallimento dei Paesi più esposti alla speculazione perché più indebitati. Questa interpretazione è suscettibile di un duplice rilievo critico.
Primo: la riduzione della spesa pubblica, in quanto riduce l’occupazione, contribuisce a frenare la crescita economica. In tal senso, e soprattutto quando gli investimenti privati non aumentano (come, di norma, accade in periodi di crisi), un minore intervento pubblico in economia si associa a una minore crescita economica. In più, se queste misure sono pensate per ridurre l’indebitamento pubblico in rapporto al PIL, si rivelano controproducenti, dal momento che – riducendosi l’occupazione – si riduce la base imponibile, dunque il gettito fiscale, accrescendo quel rapporto.
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L'ossimoro del capitalismo ecologista
di Carla Ravaioli
«Simone Weil diceva che nel socialismo gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologica. Si tratta di capire perché è un'illusione» Emanuele Severino: «Tecnologia e ideologie all'ultimo round di uno sviluppo insostenibile»
Con il professor Emanuele Severino affrontiamo l'analisi sulla crescita produttiva, l'obiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti invocato anche nel discorrere più feriale.
Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all'ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l'equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt'altro che condivisibile l'auspicio di una crescita indefinita.
Professore, sta dicendo che l'economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?
Ha incominciato a diventarne consapevole: l'auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell'intrapresa capitalistica - la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza - ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent'anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell'ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent'anni.
Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.
In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.
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Come vedete nell'introduzione la provocazione è che dei cittadini
occidentali si devono rivolgere a paesi terzi (del resto abbiamo visto nelle guerre precedenti come non sia servito l'appello delle masse ai nostri governi...). Una campagna massiccia di email servirebbe adare a uesti paesi una giustificazione in più (della serie: vedete, paesi Nato, i vostri cittadini non vogliono questa guerra).
www.interculture.it/libia
indicando l'oggetto e nome e indirizzo
a
Marinella This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
E U.S. CITIZENS FOR PEACE & JUSTICE- Rome
resta che rivolgerci ai membri non
belligeranti del Consiglio di Sicurezza Onu”
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Vietato pubblicare notizie
di Pino Cabras, Simone Santini e Naman Tarcha
Il titolo del «Corriere della Sera» del 6 luglio 2011 a pagina 14 (il pezzo si trova anche nella versione on-line) è perentorio e non lascia margine ai dubbi: “Siria, ordine di sparare su chi filma”. Il sottotitolo conferma: “Ragazzo riprende un cecchino: la sua morte trasmessa su Youtube”. La versione on-line, grazie alle multimedialità, consente di riprendere il video e caricarlo sul canale del CorriereTv, con titolazioni altrettanto forti: “La morte in diretta – Video choc”. Peccato che il video puzzi di tarocco lontano un miglio. L’articolista del «Corriere della Sera», corrispondente da Gerusalemme, ammette, bontà sua, che «nessuno può dire che il video sia autentico». E, tuttavia, aldilà di questo, dismette ogni traccia di senso critico che un qualunque giornalista dovrebbe mantenere, ammesso che desideri pubblicare notizie.
E, infatti, così il video viene raccontato: «Diversi indizi fanno pensare sia stato girato da un tetto di Homs». Quali indizi specifici? il giornalista se ne sta sul generico. «Si vedono case, balconi, antenne paraboliche. Di colpo, un soldato proprio nel palazzo di fronte. Il cameraman se ne accorge, scappa. Si sentono degli spari. Poi si rivede il soldato. Che mira sull'obiettivo e lo centra. Il cellulare che cade per terra. Urla, pianti, richieste d'aiuto. Una morte in diretta».
Ora guardate voi stessi il video direttamente su YouTube, e dite se vedete le stesse immagini raccontate da Francesco Battistini:
http://www.youtube.com/verify_age?next_url=http%3A//www.youtube.com/watch%3Fv%3Dcp_ajN7Kqvc%26feature%3Dplayer_embedded
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Prime riflessioni sull'accordo interconfederale del 28.6.2011
di Carlo Guglielmi
Queste note dell'avvocato giuslavorista Carlo Guglielmi focalizzano l'attenzione sui putni rilevanti dell'accordo su "contratti e rappresentanza sindacale" firmato da CGil, Cisl e Uil il 28 giugno con Confindustria. Per chi voglia ragionare sul merito anche giuridico, e quindi sui margini che vengono lasciato - o no - all'agire sindacale sui osti di lavoro, si tratta certamente di un testo importante
Come afferma la storiografia più avvertita “la storia è sempre storia del presente”. Il tratto più straordinario dell’oggi sono le analogie davvero impressionanti con il triennio 1991 – 1994. L’esplosione delle inchieste giudiziarie, il franare di un blocco di potere ventennale (allora il Caf oggi Berlusconi), l’invito a disertare il referendum per recarsi “al mare” rinviato al mittente ieri come oggi, la primavera elettorale dei comuni (ieri Bassolino oggi De Magistris), l’attacco speculativo al sistema economico paese e la finanziaria monstre (ieri 90.000 miliardi oggi 50 o più miliardi di euro), il Governatore di Bankitalia prestato alla salvezza della patria (ieri con Ciampi alla presidenza del Consiglio, oggi con Draghi alla presidenza della BCE), e sopra ogni cosa il ruolo del Presidente della Repubblica che – Napolitano come Scalfaro – utilizza tutta la propria credibilità e “moral suasion” per condurre il paese fuori dalle secche delle contrapposizioni invocando responsabilità nazionale e rigore. E, ovviamente, c’è l’architrave della nuova geografia sociale responsabile ovverosia un accordo interconfederale con cui lavoratori e aziende mettono al bando ogni conflitto e rivendicazione nel superiore interesse della produzione. La differenze dell’oggi è che tutto ciò è accaduto non in tre anni - come allora - ma in tre mesi. A quei tempi si dovette attendere il marzo 1994 (con la vittoria di B.) per scoprire con sgomento come la caduta di un sistema non producesse per germinazione naturale lo spazio per il cambiamento. Oggi il fatto è del tutto chiaro appena 15 giorni dopo il risultato dei referendum con l’adesione bipartisan alla finanziaria, l’avvio militarizzato dei lavori per la Tav in val di Susa, la prosecuzione dell’azione in Libia ed il generalizzato plauso per la ritrovata unità sindacale; il tutto sotto l’attento e attivo sguardo del Presidente della Repubblica.
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La doppia impostura della «ripresa»
Serge Latouche*
Introduzione
Che cosa è la «ripresa»? E’ in sostanza quel che è stato proposto al vertice (G8 / G20) di Toronto, un programma che contiene allo stesso tempo sia la ripresa che l’austerità. La cancelliera tedesca Angela Merkel chiedeva una politica vigorosa di rigore e di austerità. Il presidente degli Usa Barak Obama, temendo di colpire la timida ripresa dell’economia mondiale e di quella statunitense con una politica deflazionista, chiedeva un rilancio ragionevole. L’accordo finale è stato raggiunto su una sintesi zoppicante: la ripresa controllata nel rigore e l’austerità moderata dal rilancio. Il ministro dell’economia francese Christine Lagarde, che non era ancora presidente del Fondo monetario internazionale, ha allora azzardato il neologismo «rilance» (contrazione di «rigueur e «rilance»). Con ciò sincronizzando il passo con il consigliere del presidente Sarkozy, Alain Minc, che, interrogato su quel che bisognava fare nella situazione critica provocata dalla destabilizzazione degli Stati da parte di mercati finanziari che i medesimi Stati avevano appena salvato dalla rovina, si è prodotto in questa ammirevole formula: bisogna schiacciare allo stesso tempo il freno e l’acceleratore.
In ogni modo, denunciare la doppia impostura di questo programma costituisce per me una tripla sfida.
Prima di tutto, si tratta parlare in questo luogo, nell’ambito del parlamento europeo a Bruxelles – tempio della religione della crescita – a partire da una posizione iconoclasta, la decrescita, per di più a proposito di una materia di cui non sono uno specialista, la Grecia e la crisi del debito sovrano.
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Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto





























