
Hackmeeting e il lato oscuro dell’innovazione
Silvia Casagrande
Software, libertà e censura sono stati i temi al centro dell’Hackmeeting 2011, il raduno dell’underground digitale italiano ospitato dal 24 al 26 giugno al centro sociale Next Emerson di Firenze. Tre giorni in cui, in tre sale intitolate ai padri dell’informatica Turing, Babbage e Ada Lovelace, le persone in carne ed ossa che stanno dietro ai più fantasiosi nickname (dal più immediato “white rabbit” a “vecna”, il mago necromante di Dungeons & Dragons) hanno presentato alla comunità hacker i loro software fatti in casa, sviluppati nel tempo libero concesso dai loro lavori, spesso precari, nell’Information Technology.
I seminari sono stati introdotti dalla conferenza dell’ospite più atteso, l’americano fondatore della Free Software Foundation Richard Stallman che ha lanciato l’allarme contro il rischio censura in Rete: “Credevamo che Internet potesse sconfiggere la censura, ma questo era prima che i governi investissero tante energie nel suo controllo. La censura non riguarda più solo l’Iran e la Cina. Pensate alla Turchia oppure alla Danimarca che ha fatto una blacklist dei siti web per controllare il dissenso, una lista che poi è comparsa su Wikileaks“. L’Italia naturalmente non è esclusa: “La delibera dell’Agcom sul copyright dovrebbe essere cancellata subito. É contro i diritti umani”, ha commentato Stallman, che si è poi scagliato contro il cloud computing (“Il software come servizio significa che qualcun altro sta gestendo il tuo computer e i tuoi dati. Rifiutalo. Possono perdere i tuoi dati, modificarli, cederli ad altri senza che lo sappiate. Pensateci“) e Facebook, che “non è tuo amico”, avvertimento che a dire il vero suona superfluo davanti a una comunità, quella hacker, che conosce perfettamente il valore della propria identità digitale e la difende accuratamente.
Come dimostra anche il seminario “Schegge di Kriptonite”, dedicato all’omonimo libro culto del ’98. Sottotitolo: “Fuga dal controllo globale” (http://isole.ecn.org/kriptonite/).
Un libro nato ai tempi del primo Hackit che, dietro le avventure di Joe Lametta, collaboratore del cattivo di Superman Lex Luthor che minaccia di far saltare in aria Metropolis alla faccia di Superman, cela in realtà un manuale su “crittografia, anonimato e privacy nelle reti telematiche”, ovvero su tutti i sistemi, a partire dalla crittografia asimmetrica di Pgp, sviluppati per fuggire alla sorveglianza in Rete. Ma a tredici anni di distanza il bilancio è desolante: la fuga dal controllo globale è fallita e per trovare il colpevole, ci ricorda citando V per Vendetta Marco Calamari del progetto Winston Smith, basta guardarsi allo specchio: “Il seminario è un tentativo di mettere insieme il passato per trarne innanzitutto una lezione su cosa abbiamo sbagliato”.
Il dato di fatto è che i rischi di violazione della privacy in Internet sono altamente sottovalutati dalla maggior parte dei naviganti: “Se chiedi alle persone perché non usano la crittografia, tutti rispondono che non hanno nulla da nascondere – spiega uno degli autori di Kriptonite – c’è una falsa impressione di riservatezza”. Il discorso non è avere qualcosa da nascondere, ma essere cosciente dei rischi che si corrono: furti di identità o anche veri e propri dalla carta di credito, controllo poliziesco, oltre al fatto di essere diventato il prodotto che ha reso miliardari i giovani e rampanti ceo di Facebook e Google (a tal proposito, per chi se la fosse persa, c’è l’inchiesta di Report andata in onda il 10 aprile scorso “Il prodotto sei tu”). “Google e Facebook non sono gratuiti – proseguono i relatori – sono carissimi perché li paghiamo con i nostri dati personali e anche chi pensa di essere più furbo di loro, perché magari si iscrive sotto falso nome, è destinato a fallire: voi siete quello che potete comprare, gli interessa quello, non il vostro nome”. Ogni “mi piace” cliccato, ogni link condiviso con “gli amici”, serve al sistema per costruire ritratti sempre più accurati di chi siete, cosa comprereste, cosa votereste…
Facebook poi diventa sempre più invasivo: “Stanno cercando di imporre l’iscrizione per commentare un articolo o comprare un biglietto on line: si tenta di far identificare Facebook con Internet, far passare l’idea che mandare in messaggio attraverso Fb equivale a mandare un’email, tendenza che è già presente nei navigatori più giovani”. Citando Calamari, dimenticare la differenza che passa tra l’essere “cittadini digitali” e “consumatori digitali”. Insomma, se nel ’98 si pensava di poter diffondere l’uso di un sistema di crittografia come pgp, a tredici anni di distanza gli autori di Kriptonite osservano increduli sempre più persone che si autoschedano su Facebook.
Ma dal pubblico parte il dibattito: non sarà perchè pgp è un sistema specialistico, troppo difficile da utilizzare? Magari l’errore della comunità hacker è proprio quello di non lavorare sull’usabilità dei programmi. E questo è un altro grande tema molto discusso durante i tre giorni, affrontato anche da suicidebunni in un seminario che ha ripercorso la storia delle interfacce uomo-macchina “dalla address bar del browser all’indicatore della valvola PORV di Three Mile Island, dalla teiera del masochista a rm -rf . /”. “Quello che manca a noi nerd è l’approccio umanistico, il lavoro sull’interazione uomo-macchina”: una conferma che ha quasi l’aria di un appello agli scienziati della comunicazione, quelli che la “psicopatologia degli oggetti quotidiani” la studiano all’Università, che arriva da vecna, relatore di uno seminari più seguiti del meeting. Lui lavora da anni a Snifjoke, un sistema anti-intercettazioni in Rete che più in generale vuole dimostrare che il controllo su internet è intrinsecamente impossibile (info su www.delirandum.net/snifjoke), invalidando così le teorie di chi propugna il controllo come un male necessario per garantire la sicurezza: “Da quando l’Unione Europea ha imposto la conservazione dei dati relativi alle telecomunicazioni nel 2006, non c’è stata nessuna diminuzione dei crimini: non c’è correlazione tra i due fattori”.
Censura e controllo, quindi, ma non solo. Nei pressi del bar, dove tutti i partecipanti all’incontro fanno a turno alla macchina del caffè e alla spina, così come per le pulizie dei bagni, visto che l’incontro è totalmente autogestito e autofinanziato, si raccolgono anche adesioni al workshop sul formaggio fatto in casa. Poco distante si parla di progetti di cooperazione dal basso per colmare il digital divide, come quello di www.bugslab.net in Palestina e quello dei Nomads in Marocco. Poco dopo si riuniranno gli attivisti di San Precario, con un seminario per rompere l’individualismo prodotto dalla precarietà, dove “i disoccupati diventano nemici degli atipici, che competono con i garantiti e tutti insieme se la prendono con i migranti”. Per scardinare questo modello, arriva la proposta di uno sciopero: “Pensa a cosa succederebbe – si legge sul piccolo glossario per un nuovo welfare Wikistrike – se un giorno non funzionassero i trasporti, se non arrivassero le merci nella grande distribuzione, se si intasassero i call center e i server informatici, se non rispondessimo al telefono. Cosa accadrebbe se migranti, lavoratori atipici, tempi determinati, disoccupati, false partite iva si riprendessero il diritto allo sciopero?”.
E di precariato si occupa anche il creatore di Marta, “Meta Agenzia a Redazione Totalmente Autonoma (o Tenacemente Autarchica)”. Giornalista a ritenuta d’acconto per dieci anni, yattaman ha sviluppato una piattaforma per ridare dignità, salariale e professionale, ai colleghi precari, mettendo fine a “marchette, servilismo, paura”. Una piattaforma in cui il controllo sulle notizie verrebbe svolto peer to peer, senza gerarchia, dove la notizia assumerebbe la forma di un’elaborazione collettiva, una sorta di Wikipedia ma che sappia essere “sul pezzo”, visto che l’ambizione è quella di “dare le notizia prima e meglio dell’Ansa”.
Sono tanti e diversi insomma gli stimoli che sono girati nelle sale e nel giardino del Next Emerson durante l’incontro, consigli e idee scambiati fino alla fine anche nella penombra delle “letture musicate dei racconti di mezzanotte” tratti dalla rivista autoprodotta Ruggine. E quando domenica te ne torni verso casa, se ancora non l’hai fatto, pensi che è arrivato il momento di passare a Linux, chiudere il tuo account email di Google e, se sei davvero coraggioso, dire addio ai tuoi amici di Facebook.










































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