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Un’Europa che divora i suoi figli
di Lavinia Marchetti
Cresciuti nell’austerità e nelle politiche panottiche e concentrazionarie, i ragazzi vogliono solo insegnanti e scuole e non morire nelle trincee, ma vengono repressi e mutilati
Abbiamo vissuto decenni, dal dopoguerra fino ai primi anni 2000, in cui i ragazzi entravano nelle piazze chiedendo troppo. L’eccedenza era sul futuro. I ragazzi erano affamati di futuro. Nel 1968 volevano rovesciare i rapporti d’autorità, mettere in discussione chi comandava nelle università e nelle fabbriche, contestavano la società dei consumi, parlavano di autogestione, dignità, eguaglianza. Nel 2001 una generazione ancora pensava abbastanza in grande da prendersela con l’ordine economico mondiale. C’erano errori di eccedenza, succede, i giovani sono vivi, hanno molto tempo davanti, così tanto da pretendere un futuro.
Quello che sta accadendo adesso in Europa ci offre un racconto molto più triste. La misura delle pretese si è abbassata fino quasi alle condizioni elementari dell’esistenza. Cosa chiedono i ragazzi nel 2026? Un professore presente in classe. Un edificio scolastico che non gli crolli addosso, magari un’aula senza topi. La possibilità di andare all’università senza essere eliminati da un algoritmo di selezione. Un affitto che uno stipendio possa pagare. A diciott’anni, magari, il desiderio di ricevere una lettera dall’università prima di un questionario dell’esercito.
Perché questi ragazzi non sognano in grande? Ma è ovvio! Il futuro sopravvive, ristretto alla manutenzione del presente. Mark Fisher aveva ripreso da Franco “Bifo” Berardi l’espressione: «la lenta cancellazione del futuro». Berardi collocava l’inizio di questa mutazione negli anni Settanta e Ottanta e parlava della scomparsa di una certa percezione psicologica del domani, quella fiducia moderna secondo cui ciò che sarebbe venuto avrebbe potuto essere radicalmente diverso da ciò che già esisteva. Fisher ne fece una delle intuizioni centrali di Ghosts of My Life. Oggi mi è venuto spontaneo pensarci davanti ai licei francesi. Mentre i ragazzi chiedono banchi e insegnanti lo Stato manda CRS, granate assordanti, LBD, taser ed energumeni anfetaminici pronti a spaccare teste. Migliaia di agenti.
Mark Fisher aggiunse all’espressione di Bifo un’altra formula altrettanto utile: la «deflazione delle aspettative». Questo funziona quando la trasformazione sociale perde credibilità. Che cosa resta dei sogni, di quell’eccedenza di futuro da vivere? Beh, l’amministrazione di ciò che esiste. Si può aspirare a un impiego meno precario, a un appartamento accessibile di periferia, a una vita su binari appena appena più stabili. Pensare un ordine completamente diverso appare quasi infantile, oppure estremista.
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Lo stupido servilismo della UE punito sul gasolio
di Alessandro Volpi*
La folle dipendenza dell’Unione europea dagli Stati Uniti presenta un altro incredibile capitolo.
La precarietà degli stoccaggi di gas in Europa sta rimettendo a nudo l’estrema vulnerabilità del modello energetico continentale, rivelando un quadro politico e commerciale in cui le scelte dell’Unione continuano a essere condizionate dalle decisioni di Washington.
Con l’avvicinarsi della stagione fredda e le riserve europee a livelli di guardia, il fabbisogno di metano rimane elevato, lasciando il sistema energetico privo dei margini di sicurezza necessari per assorbire eventuali choc sulle forniture.
In questo contesto si inserisce la recente Intesa raggiunta dal presidente statunitense Donald Trump con Vladimir Putin, che prevede l’avvio di ingenti forniture di gas russo e gasolio verso gli Stati Uniti. Tale accordo riflette una precisa strategia americana volta a mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti energetici e a mitigare la pressione inflazionistica interna sui carburanti, mantenendo una pragmatica flessibilità negoziale con Mosca.
Tuttavia, mentre Washington stringe intese bilaterali per soddisfare la propria domanda strategica, l’Europa rischia di subire le conseguenze indirette della politica sanzionatoria statunitense.
È infatti al vaglio l’ipotesi dell’inserimento formale del colosso russo Novatek nella lista nera delle sanzioni Usa. Un provvedimento di questo tipo determinerebbe il blocco operativo immediato dell’infrastruttura di export da cui dipendono i terminali che ancora inviano metano liquido al mercato europeo.
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La “formula magica” con cui l’Iran condiziona gli USA e i mercati
di Giacomo Gabellini
Nei giorni scorsi, Kpler ha quantificato in almeno 16,5 milioni di barili al giorno l’ammontare medio raggiunto nel mese di settembre dalle esportazioni di petrolio dalla regione del Golfo, nell’ambito di graduale ritorno dei flussi sui livelli prebellici. Una quota significativa dell’output è transitata attraverso lo Stretto di Hormuz, che la scorsa settimana ha registrato volumi medi di greggio in uscita superiori ai 14 milioni di barili al giorno segando un incremento di oltre il 210% rispetto al minimo di circa 4,5 milioni di barili giornalieri di media toccato nel mese di marzo.
Un risultato strabiliante, ascritto generalmente al danneggiamento e/o distruzione dei radar e dei sistemi di comunicazione iraniani situati nelle zone costiere ad opera delle forze statunitensi. Le operazioni di “bonifica” hanno posto le basi per l’instaurazione di un corridoio di navigazione a doppio senso a ridosso delle coste dell’Oman, di cui i mercantili si sono serviti per entrare nel Golfo Persico, imbarcare petrolio, riattraversare lo Stretto e trasferire il carico su navi in attesa al di fuori del passaggio marittimo, sotto la supervisione della US Navy.
Di questa “rotta sicura” si è avvalsa anche l’Arabia Saudita, specialmente in seguito al danneggiamento in più punti dell’oleodotto East-West ad opera delle milizie irachene. La conduttura aveva assicurato a Riyadh la possibilità di convogliare parte rilevante (4-5 milioni di barili al giorno) della produzione petrolifera verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, così da aggirare lo Stretto di Hormuz.
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Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere
di Alessandro Bartoloni
Le sconfitte incombono su Washington. Alcuni avvertono e temono ciò che sta per arrivare, ma i media mainstream per lo più tacciono. Le prossime sconfitte degli Stati Uniti in Ucraina e in Medio Oriente saranno terremoti geopolitici destinati a produrre ripercussioni per decenni, nonostante gli sforzi per minimizzarne la portata e limitarne le conseguenze politiche.
A peggiorare le cose, una crisi combinata del debito, dei titoli obbligazionari e dell’energia, provocata dagli stessi Stati Uniti, è già iniziata, anche all’interno degli Stati Uniti stessi. A questo punto sembra inarrestabile: l’unica questione è fino a che punto il Tesoro statunitense e Wall Street riusciranno a ritardarla o a scaricarne la maggior parte sui Paesi vassalli.
Il declino geopolitico ed economico degli Stati Uniti, previsto da molti da oltre un decennio, rischia ora di procedere molto più rapidamente e in modo molto più accentuato di quanto si potesse immaginare anche solo un paio di anni fa. Nel lungo periodo, a vacillare sarà la stessa preminenza internazionale del dollaro statunitense, che costituisce il pilastro dell’intero sistema finanziario costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.
Ciò che sorprende è che Washington abbia aggravato una posizione strategica ed economica già delicata attraverso anni di spesa finanziata a debito e di guerre all’estero. Le crisi menzionate sono imminenti o sono già iniziate, anche se, come al solito, è difficile valutare l’esatta sequenza e la durata degli eventi.
L’oligarchia al potere negli Stati Uniti ha già subito battute d’arresto in passato, non da ultimo durante la guerra del Vietnam. Ma questa volta è diverso, per le tre ragioni principali che esamineremo di seguito.
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Democrazia liberale e nuova destra
di Patrizio Paolinelli
Nel panorama politico statunitense le correnti di destra abbondano e, in prima istanza, possono essere divise tra conservatrici e reazionarie. Oggi la corrente reazionaria più aggressiva è rappresentata da figure come Elon Musk, Peter Thiel e Curtis Yarvin. Nel saggio Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Donzelli, 2025, pp. 208, 16,00 euro), Alessandro Mulieri offre una documentata ricostruzione di un fenomeno al contempo politico, economico e tecnologico. L'autore, Direttore di ricerca del Cnrs e docente a Sciences Po di Parigi, osserva criticamente le origini e le idee di un movimento che minaccia le fondamenta della democrazia liberale. La sua prospettiva si mantiene all’interno della stessa democrazia liberale e muove dalla preoccupazione per il radicalismo di alcuni ideologi reazionari legati alla Silicon Valley e vicini al trumpismo.
La tesi di Mulieri è che non stiamo semplicemente assistendo all’assalto contro le istituzioni democratiche da parte dell’attuale amministrazione statunitense, ma a una vera e propria “rivoluzione reazionaria” organizzata da una rete di imprenditori, ideologi e politici etichettati dallo studioso come tecnomonarchi. Gli esponenti della nuova destra presi in esame non costituiscono un blocco perfettamente omogeneo. Condividono però una radicale sfiducia nei confronti della democrazia egualitaria e immaginano forme di governo nelle quali lo Stato è amministrato secondo logiche aziendali. Nel libro compare anche la nozione di “tecnofascismo”. La quale non si riferisce al fascismo storico, ma a un potere assolutistico, fondato sull’incontro tra dominio politico, ricchezza privata e controllo tecnologico.
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Discorsi a New Delhi. Questioni di dipendenza e scontro di Piattaforma - Parte prima e seconda
di Alessandro Visalli

Questo articolo è diviso in due parti. Nella prima, parleremo del contesto emerso nei dialoghi tenuti alla riunione Brics di New Delhi. Di seguito presenteremo due casi utili a comprendere il contesto del confronto e scontro tra sistemi diversi che si sta affacciando sulla scena mondiale. Nella seconda ne approfondiremo ragioni e conseguenze.
La prima pubblicazione è avvenuta sul sito on line de La Fionda (https://www.lafionda.org/2026/10/06/discorsi-a-new-delhi-questioni-di-dipendenza-e-scontro-di-piattaforma/)
Parte Prima
Sommario
La trasformazione in corso della struttura dell'economia mondiale può essere descritta attraverso la chiave della transizione tra il modello neoliberale[1] e il potere unipolare occidentale ed un modello che si fa strada dentro gli spazi creato dalla sua estenuazione[2]. Tutto questo incarna la lotta per controllare, ancora una volta, il mutamento della “Piattaforma tecnologica”[3]. Piattaforma mutata nel tempo da quella fordista (dei cosiddetti ‘trent’anni gloriosi’) a quella dell’accumulazione flessibile (neoliberale), verso una nuova dimensione della produzione dell’umano stesso che si affaccia con le recenti e potentissime tecnologie dell’informazione. Provvisoriamente, consideriamo “Piattaforma tecnologica” il complesso delle condizioni e regolazioni, ma anche delle relazioni che integrano e rendono efficaci i diversi “Sistemi tecnici” intorno ai quali si attiva la competizione tra sistemi.
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Dibattito sulla Cina
La pratica demolisce la tesi putrescente della Cina imperialista
di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni, Roberto Sidoli
La politica internazionale cinese va giudicata attraverso rapporti economici, strumenti coercitivi e proiezione militare, non mediante analogie astratte. I fatti del 2026 confermano una distanza strutturale dall’imperialismo statunitense, pur imponendo di analizzare con rigore le nuove forme della presenza cinese all’estero
È passato circa un mese dalla pubblicazione del nostro articolo intitolato Perché la Cina non è una potenza imperialista[1], testo finalizzato a confutare un articolo apparso sul sito Pungolo Rosso: La Cina ha raggiunto la maturità imperialista? La nostra risposta, sulla traccia di un certo V. I. Lenin.[2]
Ora, anche durante questo breve periodo la praxis globale su scala internazionale ha demolito la teoria sulla presunta equazione tra Cina contemporanea e imperialismo.
Aiuti, sanzioni e cooperazione
Partiamo dai Caraibi: venerdì 7 agosto, protagonisti Cuba e la Cina.
“Il governo cinese ha consegnato a Cuba altri 5.000 sistemi fotovoltaici destinati ai 169 municipi del paese, per elettrificare abitazioni rurali isolate e garantire energia di riserva a strutture sanitarie, servizi per l’infanzia e altre infrastrutture essenziali.
Il Governo cinese ha consegnato ufficialmente a Cuba, questo venerdì, una seconda donazione di 5.000 sistemi fotovoltaici, che interesserà tutti i 169 municipi del paese. Le apparecchiature saranno destinate all’elettrificazione di abitazioni isolate nelle zone rurali e a garantire, attraverso l’energia solare, una fonte di alimentazione di riserva per strutture sanitarie e servizi di emergenza medica, asili nido, case di accoglienza per minori privi di tutela familiare, filiali bancarie e altre strutture, così da assicurare la continuità di questi servizi essenziali alla popolazione cubana.
La cerimonia di consegna si è svolta presso la sede del Ministero del Commercio Estero e dell’Investimento Straniero, dove le autorità dei due paesi hanno sottolineato l’importante impatto sociale della donazione.
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Accordo con Putin: la mossa del cavallo di Trump
di Davide Malacaria
La distanza tra Kiev, i suoi sponsor e Trump è ormai palese. Il presidente americano, a fronte all'irriducibilità dei suoi interlocutori, ha deciso di forzare la mano, nulla importando della loro resistenza. Meglio, di aggirarla con una mossa del cavallo. Ed è interessante anche la reazione di Trump alle furibonde critiche di Zelensky: interpellato sul tema, si è limitato a rispondere: "Okey"
L’accordo tra Trump e Putin sul gasolio russo, che ne consente l’esportazione, non riguarda le Midterm, di cui a Trump non importa nulla (lo ha pure detto…), quanto la geopolitica globale. Infatti, Trump sa perfettamente che non abbasserà di molto il prezzo del gasolio in America, fattore che dovrebbe condannare il suo partito alla sconfitta, e che l’impatto vero di tale misura, comunque sempre insufficiente a riequilibrare il mercato, inizierà a novembre, quando il voto si sarà consumato.
Per un’analisi dettagliata sul tema rimandiamo al Washington Post, quel che interessa evidenziare, invece, è che la mossa di Trump è Politica, con la P maiuscola (cioè non elettorale) più che economica, e avrà effetti sia nel ristretto ambito del conflitto ucraino sia a livello globale.
Sull’Ucraina è palese che è una mossa contro Zelensky e i suoi sponsor internazionali, che infatti sono furibondi, e per dimostrarlo Kiev ha colpito una infrastruttura petrolifera russa subito dopo l’annuncio dell’intesa.
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Le rivelazioni sul 7 ottobre al centro dello scontro elettorale in Israele
di Roberto Iannuzzi
Le rivelazioni sugli avvertimenti di Emirati ed Egitto al governo Netanyahu prima dell’attacco di Hamas infiammano una campagna elettorale decisiva per il futuro di Israele e della regione
A tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, mentre la regione mediorientale è avvolta da conflitti che rischiano di estendersi ulteriormente, Israele si avvia verso elezioni cruciali in un clima estremamente teso.
La crisi economica aggravata da una mobilitazione militare permanente, la collera diffusa per l’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare, le violenze dei coloni in Cisgiordania, lo scontro fra governo e magistratura, compongono una miscela esplosiva potenzialmente in grado di affossare il paese.
Gran parte della campagna elettorale ruota attorno alla polemica su cosa accadde realmente il 7 ottobre. Accuse reciproche vengono scambiate fra gli apparati di sicurezza e il governo riguardo alle responsabilità per la reazione tardiva e scomposta all’attacco di Hamas e delle altre fazioni palestinesi.
In questo quadro, hanno avuto un impatto dirompente le rivelazioni apparse su giornali israeliani ed americani, secondo cui Emirati Arabi Uniti (EAU) ed Egitto avrebbero preavvertito il premier Benjamin Netanyahu su una possibile minaccia proveniente da Gaza nei giorni precedenti l’attacco.
Tali avvertimenti si sommano a un insieme già cospicuo di indizi che erano in possesso dei vertici israeliani nelle settimane e nei mesi che precedettero il 7 ottobre, mettendo così in discussione la narrazione dell’attacco “inaspettato”.
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Anne Carson Nobel unanime
di Alberto Comparini
Ogni anno, quando a Stoccolma viene annunciato il premio Nobel per la letteratura, ho l’impressione di assistere a una messa in scena sorprendentemente fedele dell’Antigone di Sofocle. Ma più che un nome – Eteocle o Polinice, Philip Roth o Bob Dylan – gli attori in scena sembrano essere disposti a sacrificarsi per difendere un principio: un’ideologia, ora più ora meno conservatrice, di che cosa il Nobel dovrebbe essere e rappresentare. E come Antigone e Creonte, ciò che si contende non è tanto il corpo esamine (del fratello e del nipote) quanto la legge che dovrebbe stabilirne il valore reale, di ciò che è e rappresenta la letteratura, oggi.
Da questo punto di vista, il 2016 è forse l’anno che più di ogni altro ha acceso gli animi e le tastiere di critici, aspiranti tali e lettori – attenti, curiosi, ma anche occasionali. Tutti si sentirono coinvolti e chiamati in causa per difendere o contestare la legittimità letteraria delle canzoni – o poesie? – di Dylan, un po’ come era accaduto nel 1997 con Dario Fo e il teatro. Un caso tebano forse ancora più calzante è quello del 2019, quando fu premiata la straordinaria opera di Peter Handke, mentre al centro della discussione finirono le sue posizioni extra-letterarie (politiche), in un dibattito – a mio avviso particolarmente sterile – che ancora oggi non sembra essersi esaurito.
Del resto, come scriveva Giorgio Caproni a proposito di un poeta genovese trapiantato a Milano e insignito del Nobel nel 1975, “ciascuno ha il suo Montale, ritagliato a misura. / Vale quello che vale, / secondo natura e misura”.
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Anwar Shaikh, alla ricerca delle «tendenze» del capitalismo
di Emiliano Brancaccio
La morte dell’economista britannico di origini pakistane. Pochi hanno contribuito altrettanto alla modernizzazione del marxismo, soprattutto attraverso il confronto sistematico con l’evidenza empirica
«Non si vedeva un libro simile da 150 anni»: James Galbraith salutò così Capitalism: Competition, Conflict, Crises, il monumentale trattato di Anwar Shaikh. Un’opera che tenta di costruire una teoria generale del capitalismo, contro le micragnose parzialità del pensiero economico contemporaneo. Di origine pakistana, nato a Karachi nel 1945, scomparso in questi giorni, Shaikh ha insegnato per mezzo secolo alla New School for Social Research di New York. Un eterodosso capace di mettere all’angolo i più eminenti custodi della dottrina neoclassica dominante. Nel 1974 pubblicò sulla Review of Economics and Statistics un esperimento provocatorio, con cui mostrava alcuni limiti della celebre teoria neoclassica della crescita, elaborata dal futuro premio Nobel Robert Solow.
QUESTI REPLICÒ in modo frettoloso e sprezzante. E la rivista negò a Shaikh il diritto di controreplica. Due icone del pensiero critico, Joan Robinson e Geoffrey Harcourt, denunciarono la censura: «Un trattamento insolitamente scorretto di un giovane studioso da parte di uno affermato». Shaikh raccontò che quell’articolo lo aveva praticamente «espulso dalla professione» per lungo tempo. Non bastò a fermarlo.
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Il miraggio della fine del lavoro
di Fabio D’Alessandro*
La tecnologia, in ecosistema capitalistico, non è mai stata uno strumento di liberazione. È sempre stata uno strumento per riorganizzare un più efficace dominio
Nel 1930, John Maynard Keynes scrisse che i nipoti dei suoi contemporanei avrebbero lavorato quindici ore alla settimana. La tecnologia — prevedeva — avrebbe liberato l’umanità dalla fatica, regalando tempo per la cultura, le relazioni, la vita. Siamo nel 2026, a quattro anni dalla scadenza di quella profezia, e la realtà è un capovolgimento grottesco: non lavoriamo meno, lavoriamo peggio. L’automazione e l’intelligenza artificiale non hanno liberato nessuno. Hanno semplicemente spostato lo sfruttamento, rendendolo più efficiente e meno visibile.
Mentre Sam Altman e i CEO della Silicon Valley promettono un futuro di abbondanza alimentato dall’AI, a Nairobi un lavoratore di Sama etichetta contenuti traumatici per 1,32 dollari l’ora — il prezzo per rendere ChatGPT presentabile al mercato. A Stoccolma, Klarna licenzia 700 dipendenti sostituendoli con un chatbot, salvo poi riassumere esseri umani quando i clienti iniziano a lamentarsi in massa. La gig economy globale vale 582 miliardi di dollari nel 2025 e cresce al ritmo del 15% annuo, trascinando milioni di persone in un limbo contrattuale dove i diritti sono un optional e la precarietà è la norma. Il nocciolo della questione è semplice: la tecnologia non ha mai avuto l’obiettivo di liberarti dal lavoro. Ha sempre avuto l’obiettivo di rendere il tuo lavoro più redditizio — per qualcun altro.
Per capire come siamo arrivati qui, a un mondo in cui l’automazione crea più precarietà invece che meno, bisogna guardare chi ha preso le decisioni e chi ne ha pagato il prezzo. E bisogna partire da una profezia mancata.
Da Keynes ai bullshit jobs: come ci hanno rubato il tempo
La previsione di Keynes non era un delirio utopico. Poggiava su un ragionamento solido: se la produttività cresce al ritmo del 2% annuo — e nel 1930 stava effettivamente accelerando, con la produzione industriale americana aumentata del 40% in soli sei anni — entro un secolo il problema economico fondamentale sarebbe stato risolto. L’umanità avrebbe prodotto abbastanza beni per tutti con una frazione del lavoro necessario ai suoi tempi. E in un certo senso aveva ragione: la produttività è esplosa.
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Che c’entra Gaza con i «problemi degli italiani»?
di Lavinia Marchetti
Da Gaza alle nostre piazze, la sicurezza giustifica tutto. Chi ci difende da chi dice di proteggerci?
Trovo molto esemplificativo del declino cognitivo di questa epoca il fatto che si fatichi a comprendere, nell’opinione pubblica, il legame tra Gaza, un genocidio, e le lotte per la scuola, la dignità, il welfare e contro il riarmo. Non volerci vedere un collegamento può essere un effetto di apoptosi neurale derivato dallo scrolling? Un effetto del successo della propaganda di guerra? Non saprei. Basta guardare. Siamo una società che assorbe quotidianamente violenza e autoritarismo, insieme alla paura, all’erosione dei diritti e alla macelleria sociale. «Eh, ma che c’entra Gaza?». «Invece di protestare per la Palestina protestassero per i problemi dell’Italia». E bla bla bla. Veramente non capite o fate solo finta?
Abbiamo imparato a pensare la politica per cassettini, compartimenti stagni. Gaza va negli esteri. La scuola va nella scuola e la pensione di nostra madre sta nel welfare. I carri armati hanno il loro cassettino chiamato «difesa». Poi ci sono gli stipendi bassi, il caro affitti, poi il declino della sanità. Questa separazione fa un favore enorme al potere, impedendoci, ad esempio, di vedere dove finiscono i soldi o peggio quali comportamenti diventano leciti a colpi di DDL incostituzionali e anche quanto spazio viene concesso alla forza e allo stato d’eccezione permanente.
Quando parliamo di «Laboratorio Gaza» parliamo soprattutto di questo. Gaza ha mostrato fino a quale punto uno Stato alleato (e foraggiato, difeso e perché no? Anche giustificato) dell’Occidente possa spingersi oltre, oserei dire oltre l’umano, continuando a ricevere protezione diplomatica e sostegno politico.
Fino a tre anni fa qualcuno poteva ancora rifugiarsi nell’argomento dell’ignoranza. In effetti pochissimi seguivano il conflitto israelo-palestinese. Era quasi impensabile, se non per gli addetti ai lavori, parlare di Apartheid, colonialismo, terrorismo israeliano e così via. Adesso è diventato difficile non vedere. Abbiamo visto di tutto. Abbiamo anche letto. I documenti sono arrivati uno dietro l’altro, spesso quando i morti erano già molti di più di quelli descritti nel documento precedente. E nel frattempo cosa abbiamo imparato? Anzi, cosa ci è stato conficcato a forza nelle coscienze? Che un principio giuridico come il diritto internazionale può senza dubbio continuare a esistere sulla carta, ma che è scritto su carta straccia. La faccio semplice per una volta. Il laboratorio “Gaza” è esattamente questa forma di apprendimento.
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Prima di me? Il diluvio!
di Fulvio Grimaldi
Avant moi, le deluge
L'espressione francese "après moi, le déluge" si traduce "Dopo di me, il diluvio". Tradizionalmente attribuito a Luigi XV, indica un totale disinteresse per le conseguenze future e per i problemi che colpiranno gli altri dopo la propria fine, o il proprio allontanamento. Insomma dopo di me, il nulla.
C’è chi, e sono soprattutto coloro che la storia la scrivono da posizioni di potere corrente, parafrasa Luigi XV all’incontrario: prima di me il diluvio, cioè il nulla. E fa partire lo stato delle cose dal punto che più gli conviene. Per darne una rappresentazione concreta, mi soccorre un ricordo.
Eravamo, io e Pierluigi Bersani da Floris, a “di Martedì”. Tema, l’invasione-aggressione della Russia all’Ucraina, tema immortale, imprescindibile, roccia su cui erigere la verità nei secoli dei secoli. Una delle vicende più complesse del nostro tempo veniva codificata, pietrificata, nella formula ineluttabile “un aggressore e un aggredito”. Da lì non si scappa, ne va della riuscita di ciò che il destino, la giustizia, la morale e, soprattutto il mercato, ci impone: Russia delenda est.
Fidando nell’immagine che veniva data di un Bersani virtuoso delle metafore bovine, prospettiva un tantino più radicale della comitiva portata a passeggio dalla Schlein e, soprattutto, insignito di una laurea in Storia e Filosofia, al già segretario del Grande Partito mi rivolsi per un aiutino contro il deluge dell’”aggressore e aggredito” che alluvionava pubblico presente e audience.
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Geronto-fascismo
di Franco Berardi Bifo
Pubblichiamo un estratto dell’illuminante saggio introduttivo di Franco Bifo Berardi a Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere di Yago Franco, appena uscito per DeriveApprodi. Bifo interroga la specificità delle nuove destre: dall’aggressività giovanile del fascismo storico alla depressione senile del presente, dalla repressione sessuale alla paralisi del desiderio. Una riflessione sulla dimensione psichica dell’autoritarismo contemporaneo e sulla retorica libertaria che trasforma la libertà di una minoranza nel diritto di sottomettere gli altri.
* * * *
Innegabile è il carattere fascista del regime che si è instaurato negli Stati Uniti d’America, faro della civiltà occidentale, durante l’ultimo decennio, cioè da quando negli Stati Uniti ha vinto le elezioni presidenziali un individuo che incarna in maniera esemplare l’ignoranza, la tracotanza e il razzismo, motore della storia di quel popolo. La prova è sotto gli occhi di tutti: violenza contro le minoranze, negazione della divisione tra i potere dello Stato, razzismo dichiarato e ostentato, deportazioni di massa, aggressività militare.
Eppure la parola «fascismo» deve essere contestualizzata, perché in quella parola non è sufficiente a definire la novità di quello che sta accadendo, non solo negli Stati Uniti ma in tutto l'Occidente.
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A proposito del burqa nelle scuole (e altre ipocrisie)
di Fabrizio Marchi
Ho insegnato per tanti anni nei licei di Roma, sia del centro che, soprattutto, delle periferie. Ho avuto o comunque conosciuto migliaia di studenti e di studentesse e ne ho incontrata solo una che indossava non proprio il burqa ma una sorta di soprabito, presumo il “niqab”, che le copriva il viso con l’esclusione degli occhi. Una su migliaia di studenti e studentesse straniere.
Sorvolo sulla strumentalità della posizione assunta da Giorgia Meloni nel merito, così come le altre sugli studenti italiani che sarebbero isolati e ghettizzati nelle classi, che hanno il solo obiettivo di recuperare a destra i voti che le sta sottraendo Vannacci. Gli studenti stranieri sono circa l’11% del totale, difficile pensare che il restante 89% possa sentirsi straniero in patria. La gran parte di questi ragazzi provenienti da altri paesi sono peraltro nati in Italia e molto spesso parlano un italiano migliore degli autoctoni i quali, specie a Roma nelle scuole di periferia, si esprimono normalmente in forma dialettale. Mi sono spesso chiesto le ragioni di ciò, probabilmente è dovuto proprio al desiderio di integrarsi e dimostrare di non essere da meno degli altri (semmai il contrario) per il fatto di essere stranieri. Soltanto una parte di questi provengono da paesi musulmani, quelli più numerosi sono sicuramente i rumeni, molti sudamericani, filippini, cinesi e poi naturalmente molti bangladesi e maghrebini, per lo più marocchini ed egiziani.
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L'urlo, la carne e l'algoritmo
di Tiziana Miano
Cosa accade alla dimensione dell’umano? Se proviamo a interrogare gli scenari ricorrenti certe figure della letteratura distopica contemporanea, la risposta è disarmante: ci troviamo di fronte a sistemi chiusi, organismi ormai quasi del tutti esausti nella propria energia vitale. Un panorama, in cui libero arbitrio, empatia e l'originalità biologica appaiono degradati in una sorta di "morte termica" della coscienza. Per comprendere appieno i meccanismi di questo declino energetico, basta osservare il presente asettico e geometrico palesato da Kazuo Ishiguro in Klara e il Sole (Einaudi, 2021). Un’opera di straordinaria bellezza che, se da un lato genera nel lettore un senso di sgomento e impotenza, dall'altro offre un approdo fondamentale: quando un sistema perfetto e calcolatore cerca di cancellare l'essenziale, allora ribadire l’ovvio smette di essere un mero esercizio retorico. Esso diventa un necessario atto di resistenza. Queste riflessioni vogliono essere esattamente ciò: un atto di doverosa resistenza intellettuale.
Nel microcosmo del romanzo, guidato dalla voce narrante di un'IA, in una scrittura volutamente essenziale ma di assoluta eleganza, si muovono personaggi che sono, in realtà, frammenti di un’umanità in pezzi. C'è Klara, l'androide alimentato dal Sole che impara a decodificare un mondo in cui le disuguaglianze sono scritte nel DNA; c'è Josie, quattordicenne malata a causa del "lifting ", il potenziamento genetico richiesto dal mercato sociale; e c'è il suo opposto, il vicino Rick, l'antitesi non potenziata in un mondo iper-selezionato.
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Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura
di Michele Blanco
Il saggio di Italo Di Sabato, dal titolo La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo Edizioni), scardina radicalmente la narrazione dominante che interpreta l'inasprimento delle misure di polizia e il rigore carcerario come risposte neutre o emergenziali alle insicurezze del nostro tempo. Attraverso una densa e rigorosa analisi sociopolitica, l'autore dimostra che il sistema penale si è tramutato nella tecnologia ordinaria di governo delle società contemporanee. Come viene esplicitamente denunciato nelle pagine del saggio, «la democrazia punitiva dentro cui siamo invischiati anche in Italia non rappresenta una semplice deriva autoritaria, ma una nuova forma di governo in cui paura, controllo e penalità prendono il posto della giustizia sociale, della rappresentanza e del conflitto». Questa architettura del potere si regge sulla grave e ingiustificata transizione traumatica dallo Stato sociale allo Stato penale: un processo trentennale in cui le istituzioni, avendo rinunciato alla redistribuzione della ricchezza (come previsto dalla Costituzione Italiana) e alla garanzia dei diritti materiali come il lavoro o la casa, hanno sostituito i servizi sociali con le manette e i decreti repressivi.
Il passaggio strutturale dal welfare al cosiddetto "workfare" repressivo costituisce il motore economico dell'intera trattazione di Di Sabato. L'autore seziona il declino dello Stato sociale evidenziando come i tagli lineari alla sanità, all'istruzione, all'assistenza territoriale e alle tutele del lavoro non abbiano semplicemente impoverito ampissimi strati della popolazione, ma abbiano prodotto una massa di esistenze precarie e prive di garanzie che il mercato neoliberale non è in grado di assorbire. Di fronte alla deliberata rinuncia a governare l'economia in senso inclusivo, lo Stato sperimenta un gravissimo vuoto di legittimità democratica. La risposta istituzionale a questo declino non risiede nel ripristino dei diritti civili o sociali, ma in una vera e propria torsione autoritaria: la "mano sinistra" dello Stato, quella che un tempo proteggeva, istruiva e curava i cittadini, viene progressivamente amputata per ipertrofizzare la "mano destra", quella della polizia, dei tribunali e del sistema sanzionatorio.
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Il data center di Caselle Torinese consumerebbe tanta energia quanta l'intera città di Torino
di Francesco Cappello
Dietro la facciata della transizione digitale, il vero impatto ambientale del colosso da 250 Megawatt, le ombre del “dual-use” militare e la difficile battaglia democratica per difendere il territorio e fermarne l’esproprio
A Caselle Torinese si sta consumando una trasformazione urbanistica con pesanti ricadute territoriali. Dietro la narrazione patinata della trasformazione digitale, della “smart city” e del progresso tecnologico, sul comune di Caselle sta per abbattersi una delle più imponenti operazioni di servitù industriale, energetica e ambientale della storia del Canavese e dell’intera provincia di Torino.
Con l’adozione del Progetto Preliminare del Piano Particolareggiato (PP, uno strumento urbanistico di dettaglio che attua le previsioni generali) di iniziativa pubblica e della contestuale ai sensi dell’art. 40 della L.R. 56/77 e della Variante Strutturale n. 3 al P.R.G.C. (Piano Regolatore Generale Comunale, il documento che disciplina l’uso del territorio e cosa si può costruire in un comune), approvata con la delibera n. 66 del 16 dicembre 2024, il futuro delle cosiddette aree “ATA” (Ambito Terziario Aeroportuale) è stato radicalmente stravolto.
Dalla padella alla brace. Quello che ci viene presentato come un passo indietro rispetto al vecchio e giustamente contestato progetto di un gigantesco polo commerciale, si rivela in realtà l’apertura delle porte a un hub tecnologico dalle proporzioni e dagli impatti altrettanto allarmanti. La destinazione d’uso dell’ex area commerciale è stata infatti modificata in zona produttiva “IN ATA” per far posto a un enorme “centro conservazione ed elaborazione dati”, ovvero un Data Center, affiancato da un polo produttivo ad alta tecnologia.
Il progetto promosso da Hines sui terreni di SATAC
SATAC è l’acronimo di Sviluppo Area Terziaria Aeroporto di Caselle S.p.A.. Si tratta della società proprietaria di un vasto appezzamento di circa 450.000 metri quadrati (le cosiddette “Aree ATA”) situato attorno all’aeroporto “Sandro Pertini” di Caselle Torinese.
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Smemoriale
di Lavinia Marchetti
Anche per il nostro Presidente Della Repubblica, la Storia sembra cominciare dal 7 ottobre
Premetto che non ho nessun interesse nel criticare le parole del PDR, figura in cui non mi riconosco, gli psicologi direbbero che ho un problema con l’autorità. Ed in effetti ce l’ho, soprattutto quando l’autorità dovrebbe comportare responsabilità e sapere, nonché saggezza e nessuna lettura storica fuorviante. Non è il caso di Mattarella e lo ha ripetutamente dimostrato. Quindi non ho nessuna devozione preventiva, al contrario di buona parte della sinistra, nei confronti del PDR. Come scriviamo da ormai 3 anni, io e migliaia di altre persone tra cui storici israeliani, intellettuali, giornalisti non complici, il 7 ottobre è un episodio tra centinaia di episodi di violenza che continuano almeno dal 1936.
Ora leggiamo le parole di Mattarella:
«La data odierna segna la tragica ricorrenza dell’ignobile attacco perpetrato da Hamas contro numerosi civili israeliani. Molti giovani, anche di altre nazionalità, vilmente colpiti, tratti in ostaggio o privati della vita mentre si trovavano riuniti per un’occasione di festa. Altri brutalmente uccisi o rapiti nelle loro case, senza nessuna pietà per bambini e anziani. Gli atti di terrorismo non potranno mai essere giustificati né archiviati. Resteranno, per tutti i popoli, un doloroso monito affinché siano per sempre condannate e respinte con fermezza, in Medio Oriente e nel mondo intero, le piaghe barbare e incivili del terrorismo, dell’antisemitismo e di ogni forma di odio su base etnica e religiosa.
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Non è censura, è cleptocrazia
di comidad
Il DDL antisemitismo sembra procedere inesorabilmente verso l’approvazione definitiva e c’è chi, come il costituzionalista Zagrebelsky, fa notare che l’introduzione di questa legge sortirà l’effetto contrario, dato che prospetta uno status speciale per gli ebrei e quindi li espone a diffidenze e rancori. L’osservazione di Zagrebelsky in sé è valida, ma rimane nell’ambito della questione dell’antisemitismo, che è un diversivo rispetto all’effettiva funzione del DDL, che non è censoria, bensì emergenzialista, cioè rientra negli schemi ricorrenti e negli automatismi comportamentali della cleptocrazia. La criminalizzazione della critica e del dissenso non è funzionale alla loro totale eliminazione, bensì alla loro trasformazione in emergenze e minacce, per “riciclarli” nella produzione di gerarchie e privilegi.
Il DDL in via di approvazione adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che è una organizzazione intergovernativa fondata nel 1998. L’IHRA è direttamente finanziata dagli oltre trenta Stati che ne fanno parte, tra cui c’è anche l’Italia. L’IHRA a sua volta distribuisce una parte di questi soldi pubblici agli amici degli amici, allo scopo di finanziare progetti “educativi”. Oltre trenta governi hanno creato e finanziato una organizzazione internazionale allo specifico scopo di definire l’antisemitismo ed i mezzi per combatterlo; quindi se il nostro parlamento non approvasse il DDL, ciò significherebbe dar torto non soltanto ai soldi spesi per quasi trenta anni, ma soprattutto a quelli ancora da spendere, cioè al flusso di denaro pubblico ora in corso ed a quello che si prospetta per il futuro.
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Il futuro della civiltà occidentale
di Pierluigi Fagan*
La società occidentale, da qualche decennio, è entrata in una transizione di fase che modifica nel profondo tutto quello che ha animato il ciclo storico della modernità. A livello di tendenze di medio periodo (decenni), la società occidentale mostra i seguenti caratteri:
Come società che hanno raggiunto alti livelli di benessere, si fanno meno figli, sotto l’indice di sostituzione, per cui nel tempo, i morti superano i vivi e il totale di massa demografica si contrae e invecchia. Da quando è apparso questo fenomeno inedito nella storia umana – Scandinavia anni ’70 – si è diffuso e rinforzato in tutto l’Occidente ed oggi coglie la Cina e molti altri stati di diversa civiltà.
Sempre a partire dalle società occidentali, è aumentato l’invecchiamento medio della popolazione.
Ciò porta almeno tre conseguenze: a) aumento dei bisogni di cura generale (sanità, assistenza generale, case geriatriche, pensioni) che chiama spesa pubblica; b) diminuzione della produttività e della forza lavoro, specie per i lavori materiali a basso valore aggiunto; c) perdita a livello di energia sociale e intellettuale dell’apporto dei giovani, storicamente i soggetti ancora non conformati in grado di indignarsi per il presente e richiedere con forza un altro futuro.
Per via della geostoria, ovvero dell’insieme combinato di geografia e storia, l’occidente europeo funge da magnete per la giovane civiltà africana che, al contrario, è in pieno boom anagrafico.
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Il DDL antisemitismo e la repressione del dissenso
di Elena Basile
Nel momento in cui lo Stato di Israele rivela in streaming il genocidio del popolo palestinese compiuto a Gaza e i crimini di apartheid e tortura in Cisgiordania (dove non è mai stato presente il terrorismo di Hamas), la politica europea e italiana si preoccupa di rafforzare la condanna dell’antisemitismo.
La comunità ebraica si sente associata ai crimini commessi da Israele e certificati dal principale tribunale internazionale delle Nazioni Unite? In effetti, i tedeschi sono stati associati ai crimini nazisti e hanno chiesto perdono per la Shoah, ripulendo l’immagine della Germania e prendendo le distanze dalla loro storia. Come mai gli ebrei non sentono l’urgenza di fare altrettanto? Essi, che hanno patito un genocidio, dovrebbero, ancora più di altri popoli, sentire solidarietà per le vittime palestinesi.
Vi sono tante personalità ebraiche che stigmatizzano le politiche neonaziste israeliane. Hannah Arendt denunciò negli anni Settanta la destra israeliana di Begin e Shamir, prefigurando il destino storico di sopraffazione e violenza contenuto nell’interpretazione di destra del sionismo, il cui referente è Vladimir Žabotinskij.
Attualmente Ilan Pappé, Gideon Levy, Moni Ovadia e Norman Finkelstein paragonano la disumanizzazione subita dagli ebrei a opera dei nazisti a quella sopportata dai palestinesi a opera degli israeliani.
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"L'imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia"
Geraldina Colotti intervista Danny Shaw
Danny Shaw, statunitense, con un passato da pugile professionista, è accademico, professore alla New York University (dove è stato sanzionato per il suo sostegno alla causa palestinese), analista di Relazioni Internazionali per Telesur, RT, Hispan TV. A New York partecipa ai movimenti per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores e, sempre l'8 ottobre, in occasione dell'udienza per la concessione degli arresti domiciliari a Flores per gravi motivi di salute, si recherà davanti al tribunale che dovrà decidere se concedere la misura alternativa alla detenzione. Lo abbiamo intervistato su questo tema e sulla situazione internazionale vista dal Nord America.
* * * *
Professore Shaw, dal suo osservatorio a New York e dal suo costante attivismo, come analizza l'attuale clima politico negli Stati Uniti di fronte all'avanzata delle destre estreme, alle politiche di persecuzione, deportazione di massa e alla propaganda sulla "remigrazione" che colpiscono milioni di lavoratori migranti?
Qui la repressione contro gli immigrati è fortissima. Fin dall'inizio della campagna di Donald Trump, gli immigrati sono stati usati come capro espiatorio per addossare loro tutta la colpa di un'economia che non risponde ai bisogni della popolazione. Ci sono più di 40 milioni di americani che vivono sotto la soglia di povertà, e questo in un Paese con un'economia, un Prodotto Interno Lordo, superiore a 30 trilioni di dollari.
Diversi miei studenti, mentre andavano a lezione nel Bronx, sono stati fermati e discriminati dall'ICE e, se non riescono a presentare il loro atto di nascita e il passaporto, rischiano persino di essere deportati e separati dalle loro famiglie. Sono già più di 25 mila gli immigrati deportati in Paesi terzi che non hanno nulla a che fare né con loro né con i luoghi in cui sono nati e cresciuti.
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La narrativa della “guerra ibrida russa”: una nuova strategia di tensione della NATO?
di Thomas Fazi
Le prove confermano questa narrativa? Oppure indicano piuttosto che una “guerra ibrida” — una campagna di guerra psicologica — sia condotta proprio dall’establishment UE-NATO contro la propria popolazione?
Questo è un articolo che avevo intenzione di scrivere da molto tempo, sin dall’isteria sui «droni russi» della fine del 2025, ma gli impegni della vita mi hanno impedito di farlo. L’ultima ondata di affermazioni sulla «guerra ibrida russa» mi ha finalmente spinto a mettermi all’opera. Per quanto ne so, si tratta dell’analisi critica più dettagliata della narrativa della «guerra ibrida russa» pubblicata finora — ed è anche per questo che è piuttosto lunga. Come sempre, commenti, correzioni e integrazioni sono benvenuti.
* * * *
Ultimamente, in Europa non passa giorno senza che qualche allarme droni, incendio o blackout venga attribuito alla Russia. Ci viene detto che questi incidenti fanno tutti parte di una implacabile “guerra ibrida” che la Russia sta conducendo contro l’Europa — una guerra che comprende incursioni di droni, violazioni dello spazio aereo, sabotaggi, incendi dolosi, attacchi informatici e altro ancora. Ci viene detto che ciò «comprende complotti per collocare ordigni incendiari a bordo di aerei cargo della DHL, far saltare in aria binari ferroviari in Polonia e incendiare magazzini e centri commerciali in tutta Europa», oltre ad «atti di sabotaggio contro le aziende e l’industria della difesa in Europa», e «attacchi alle infrastrutture critiche europee» — ma anche, a quanto pare, l’invio di agenti segreti incaricati di defecare nei bagni dei parlamentari finlandesi. Ci viene inoltre detto che «tali attacchi hanno avuto inizio poco dopo che la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022» e si sono intensificati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Secondo Kaja Kallas, «l’Europa sta affrontando una rapida proliferazione di attacchi di sabotaggio e violazioni dello spazio aereo».
Le tensioni si sono intensificate drasticamente il mese scorso dopo che la Germania ha formalmente attribuito alla Russia un tentativo di attacco con un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia/Halle; secondo quanto riferito, le successive indagini hanno ricondotto l’operazione ai servizi segreti militari russi.
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Cristina Quintavalla: La lenzuolata

Qui una presentazione del libro
Giuseppe Muraca: Goffredo Fofi

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Mario Sommella: Cyberfascismo

Qui una presentazione del libro
Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

Qui una recensione di Antonio Martone
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mondo
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto















































