Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 3432

Reddito di base incondizionato come reddito primario
di Andrea Fumagalli e Carlo Vercellone
Negli ultimi mesi sia sul sito di Sbilanciamoci che su Il Manifesto sono apparsi alcuni articoli critici in materia di reddito di cittadinanza (vedi, tra gli altri, gli articoli di Pennacchi, Lunghini, Mazzetti). In questa sede, vorremmo chiarire alcuni principi di fondo per meglio far comprendere che cosa, a nostro avviso, si debba intendere quando in modo assai confuso e ambiguo si parla di “reddito di cittadinanza”. Noi preferiamo chiamarlo reddito di base incondizionato (RBI) ed è su questa concezione che vorremmo si sviluppasse un serio dibattito (con le eventuali critiche). Le note che seguono sono una parte di una più lunga riflessione che è apparsa sul n. 5 dei Quaderni di San Precario.
La proposta di un RBI di un livello sostanziale e indipendente dall’impiego poggia su due pilastri fondamentali.
Il primo pilastro riguarda il ruolo di un RBI in relazione alla condizione della forza lavoro in un’economia capitalista.
- Details
- Hits: 4226

Attualità e inattualità del pensiero di Marx
di Claudio Valerio Vettraino
Totalità, scienza e dialettica
E’ arduo analizzare ciò che “di vivo o di morto” c’è nell’opera di Marx. Un’opera complessa e monumentale che ha attraversato i secoli e le generazioni, rappresentando per il movimento operaio internazionale la bussola organizzativa e strategica. Un filo rosso che dura ancora oggi e che fa da movente a tentativi di ricostruzione di fantomatici partiti del lavoro o fronti sociali di liberazione dalla servitù salariata. Gruppi o gruppuscoli intellettuali si richiamano a lui; tentativi oggi in atto per renderlo un “classico”, l’icona stessa di un passato che non deve tornare (come se lo stesso Marx fosse responsabile diretto e non a sua volta vittima strumentale dei disastrosi esperimenti di socialismo reale) e allo stesso tempo di una probabile ricomposizione epistemologica di un presente che ci sfugge, di un caos che ci attanaglia, di una crisi che mostra lati più oscuri della globalizzazione neo-liberista.
Ed è curioso come il Marx ufficializzato dall’establishment sia in sé duplice e scisso. Il Marx “scienziato” dell’economia politica da rielaborare alle luce delle inedite trasformazioni epocali che stiamo vivendo e il Marx politico-rivoluzionario da gettare alle ortiche.
Un’operazione ideologica, quella di scindere Marx in due tronconi del tutto incomunicabili, che non tiene assolutamente conto della dialettica che segna ed opera in tutto il suo pensiero. Da buon hegeliano, per Marx era impensabile considerare la politica senza l’economia. L’universale senza l’individuale. La storia senza la natura.
- Details
- Hits: 7677

L'Euro preso sul serio
di Mimmo Porcaro
La questione dell’uscita dall’euro non può più essere esorcizzata. E così, opportunamente, Riccardo Bellofiore e Francesco Garibaldo (due studiosi delle cui analisi ci siamo sempre giovati) hanno discusso in un denso articolo le tesi di Alberto Bagnai, che della moneta unica è lucido e tenace avversario. L’hanno fatto senza esorcismi, appunto, e senza eccessive semplificazioni (anche se, per dirne una, né dal libro dal blog di Bagnai si può dedurre che questi creda che la svalutazione risolve tutto o quasi), ma anche senza convincere chi, come noi, vede nelle tesi di Bagnai un importante contributo alla definizione di una strategia che liberi i lavoratori ed il paese dal giogo che da tempo è stato loro imposto. Vediamo meglio.
Bellofiore e Garibaldo ritengono che Bagnai ben descriva gli squilibri tra le economie dell’Unione europea ed il ruolo in essi giocato dalle bilance dei pagamenti, ma non credono che siano questi squilibri ad aver generato la crisi europea – che è piuttosto una conseguenza della crisi del capitalismo anglosassone e quindi del modello neoliberista in quanto tale – né credono che il recupero della sovranità monetaria e dunque della possibilità di svalutare possano risolvere i problemi dell’innovazione produttiva e della redistribuzione del reddito. Anzi: come l’esperienza italiana dimostra la sovranità monetaria e la svalutazione possono ben essere compatibili con politiche economiche pro-business; ed in più le svalutazioni di oggi (in un ambiente mondiale assai turbolento, conflittuale e segnato dalle incognite derivanti dalla crisi di un intero modello economico) possono avere esiti del tutto imprevedibili.
- Details
- Hits: 3315

Lampedusa, lo schermo della vergogna
Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch
Lampedusa non è solo l’estremo lembo dell’Italia e dell’Europa, la cosiddetta porta della penisola e del continente sull’altra sponda del Mediterraneo. E’ anche, come sa chiunque ci abbia messo piede per poche ore, un microcosmo delle contraddizioni feroci della globalizzazione. E’ un posto dove la presenza spettrale dei migranti rinchiusi e stipati nel centro di accoglienza convive, per molti mesi dell’anno, con la presenza spensierata dei turisti in vacanza. Dove l’incombenza quotidiana della morte convive con l’eterno presente dell’industria dello svago. Dove accade - è accaduto, tante volte - che i corpi dei vivi che si immergono nel mare si imbattano con i cadaveri che il mare sospinge verso le spiagge o sbatte sugli scogli. E’ il posto dove i corpi che contano, e che si contano uno per uno perché equivalgono ad altrettanti consumatori di alberghi, bar, creme abbronzanti e spray antizanzara, si muovono contigui a quelli che non contano, e che si contano a grappolo, a decine o a centinaia quando arrivano dal mare vivi o morti, senza singolarità senza nome senza storia. E’ un posto dove noi europei arriviamo con un trolley carico di tutti i nostri (vacillanti) diritti, e loro, i migranti, arrivano senza neanche il diritto a essere sepolti e compianti.
Chiamata ’’frontiera d’Europa’’ dai nostri politici che non sanno di che parlano, Lampedusa è dunque precisamente il posto dove l’idea di frontiera e di confine si vanifica, dissolta dal mare. Obbedendo a un nome più antico della geopolitica, il Mediterraneo - mare di mezzo, e di mediazione – rimescola quello che i confini della politica e della legge pretendono di dividere.
- Details
- Hits: 3286

Il diritto alla città ribelle
Roberto Ciccarelli intervista David Harvey
«È come un grande terremoto preceduto da piccoli traumi quello che apre spazi come il teatro Valle, ma anche altrove, nelle fabbriche recuperate o nell'attivismo nei quartieri» afferma il geografo David Harvey, tra i più ascoltati intellettuali marxisti nel mondo. Parole che stridono con la campagna de Il Messaggero e Il Corriere della Sera contro il Valle.
Gli attacchi, anche personali, sono ricominciati il 18 settembre scorso quando il Valle occupato ha presentato la sua fondazione, finanziata con 250 mila euro da cittadini e artisti, risultato della scrittura collettiva di uno statuto che rende il teatro un «bene comune», in altre parole un'istituzione dell'auto-governo. Per i quotidiani, invece, il teatro sarebbe stato «privatizzato» da una «minoranza», un'accusa che viene formulata contro tutte le occupazioni, e non poteva mancare anche nel caso di un teatro che è diventato un simbolo. Il punto di vista di Harvey, frutto dell'assidua frequentazione delle città globali, è utile per smontare questa campagna politica. Per usare un'espressione cara al geografo americano, quello del Valle è uno dei sintomi della «lotta di classe» che si svolge nelle «città ribelli», titolo del suo ultimo libro pubblicato in Italia da Il Saggiatore.
La conversazione è avvenuta nel foyer del teatro affollato da centinaia di persone, durante una pausa del seminario sulle «lotte spaziali».
- Details
- Hits: 8695

I falsi dilemmi
di Bruno Amoroso
Il dibattito sull’euro, sul quale molto è stato detto e scritto, resta incollato ad alcune contrapposizioni che non hanno alcuna base reale, né nei fatti storici né nei dati empirici.
Euro o caos politico e istituzionale nel progetto europeo, quando è ormai un fatto acquisito che l’euro è la causa prima dell’attuale situazione di stallo e di crisi del progetto europeo. Questo per due ragioni. La prima è che la moneta unica introdotta in alcuni paesi per ragioni di compromesso e opportunità politica tra due stati europei, la Germania e la Francia, ha introdotto una divisione tra gli Stati membri dell’UE - tra i 17 dell’eurozona e i 10 che hanno conservato le monete nazionali - arrestando così quello che era e poteva essere il processo graduale di una ever closer union. La seconda è che l’auspicato processo di avanzamento verso forme più strette di cooperazione politica e istituzionale tra gli Stati membri è stato interrotto e compromesso proprio a causa dell’impopolarità, e quindi della delegittimazione di entrambi, prodotta dagli orientamenti neoliberisti delle politiche imposte dalla Troika, cioè dalla BCE, dal FMI e dalla CE come dimostrato dai referendum popolari in Francia, Danimarca, e dalla loro crescente impopolarità.
- Details
- Hits: 3760

La crisi perpetua come strumento di potere
Conversazione con Giorgio Agamben
Intervista uscita in tedesco il 24 maggio 2013 sul Frankfurter Allgemeine Zeitung e poi pubblicata in inglese dalla casa editrice Verso il 4 giugno 2013. La traduzione è di Nicola Perugini
Professor Agamben, quando lo scorso marzo ha proposto l’idea di un “impero latino” contro il dominio tedesco in Europa, s’immaginava che questa idea avrebbe avuto una tale risonanza? Nel frattempo il suo saggio è stato tradotto in molte lingue e discusso appassionatamente in mezzo continente…
Giorgio Agamben: No, non me lo aspettavo. Ma credo nella forza delle parole, quando sono pronunciate al momento giusto.
La frattura dentro l’Unione Europea è davvero una frattura tra economie e modi di vita “germanico” del nord e “latino” del sud?
G.A.: Vorrei chiarire il fatto che la mia tesi è stata esagerata dai giornalisti e quindi fraintesa. Il titolo del mio articolo, “L’impero latino al contrattacco!”[1], è stato scelto dalla redazione di Libération ed è stato ripreso dai media tedeschi. Non ho mai utilizzato quella frase. Come potrei contrapporre la cultura latina a quella tedesca, quando qualsiasi europeo dotato d’intelligenza sa che la cultura italiana del Rinascimento o della Grecia classica sono oggi parte integrante della cultura tedesca, la quale le ha riformulate e se n’è appropriata!
Dunque non è una questione di “impero latino” dominante o di tedeschi ignoranti?
G.A.: L’identità di ogni cultura europea è un’identità di frontiera.
- Details
- Hits: 2776

La tempesta perfetta
di Sandro Moiso
La tempesta perfetta più famosa, dal punto di vista meteorologico, fu quella che si abbatté sull’Oceano Atlantico in prossimità dei banchi di Terranova nel 1991, descritta nell’omonimo libro di Sebastian Junger del 1997 e nel film di Wolfang Petersen, dallo stesso titolo, del 2000. Ma la tempesta perfetta di cui occorre qui parlare è quella che sta per abbattersi sull’intero sistema politico-economico occidentale a partire dal quello che un tempo si sarebbe chiamato l’anello debole: l’Italia.
L’attuale crisi politica italiana, con tutte le conseguenze sociali ed economiche che ne deriveranno, va inquadrata infatti in un orizzonte molto più ampio, in cui la sempre più evidente debolezza diplomatica e militare dell’impero americano incrocia il costante rischio di défaut economico dello stesso (rinviato sino ad ora soltanto dalla continua immissione sul mercato di nuovi dollari che valgono come carta straccia e sono garantiti unicamente dalle portaerei di Washington); la crisi del progetto europeo (misurabile nella distanza sempre più evidente tra la Germania e gli altri paesi del Sud e dell’Ovest, nei sempre più marcati dubbi Londra nei confronti del progetto e nell’inutile rigonfiamento di penne militari da parte del galletto francese); la presa di distanza che per la prima volta, dalla Seconda Guerra Mondiale, ha caratterizzato le scelte del parlamento inglese rispetto a quelle politico-militari americane e la gigantesca crisi economica (caratterizzata da una disoccupazione senza precedenti) che caratterizza l’assetto generale dell’economia occidentale.
- Details
- Hits: 2702

La via “maldestra”
di Elisabetta Teghil
La velocità con cui si è realizzata in Italia la trasformazione del PD in partito neoliberista che cerca qui di imporre i dettami di quella ideologia e gli interessi dei circoli atlantici, capofila dello smantellamento dello Stato sociale e sponsor delle guerre neocolonialiste, ha creato nuovi spazi per la sinistra riformista e socialdemocratica che spera di ritagliarsi un ambito, sia pure solo in termini elettorali gestendo in qualche modo il movimento.
E’ la miseria dei partitini, a sinistra del PD, che implementati nell’omologazione dentro il dettato di potere, hanno come unico scopo la propria riproduzione.
Questo è il senso della manifestazione del 12 ottobre prossimo “La via maestra”, trasformazione e appiattimento che si riduce tutto ad un problema di difesa della Costituzione, mentre non è altro che un tentativo presuntuoso e maldestro di dirigere il dibattito e di ritagliare il movimento a propria immagine e somiglianza.
Nella crisi del riformismo, nell’incapacità di rappresentare anche solo dal punto di vista dei numeri elettorali, interessi di classe o segmenti di essi, si strumentalizza tutto e tutti e volutamente si omette che il PD ha violato e viola la Costituzione là dove vota, partecipa e finanzia le guerre umanitarie e foraggia le scuole private.
- Details
- Hits: 3312

La ricostruzione della sinistra di alternativa
e le questioni teoriche che abbiamo davanti
Rino Malinconico*
1) Non c’è molto da questionare, perché in una situazione così pesante, e finanche drammatica per lavoratori, disoccupati, precari, e per le classi subalterne in genere, il primo imperativo è senz’altro quello di resistere: difendendo con i denti il lavoro che c’è, contrastando con le lotte le diffuse povertà cresciute nella crisi, rivendicando i diritti di piena cittadinanza umana per tutti e tutte, ponendo la salvaguardia e il risanamento dell’ambiente al centro di qualsiasi scelta politica ed economica. Si tratta di resistere in senso letterale, e di farlo in tutti i modi possibili, provando ad impedire, con tutte le (poche) forze di cui disponiamo, l’ulteriore peggioramento delle condizioni di vita delle persone.
Se si sono aziende che chiudono (e ce ne sono molte), occorre provarci con tutte le forme di mobilitazione della tradizione operaia a non farle chiudere; e se ci sono licenziamenti che vengono attivati (e ce ne sono tantissimi), occorre tentare di rispondere colpo su colpo per impedirli; e se ci sono fenomeni vistosi di inquinamento ambientale (e ce ne sono di gravissimi ad ogni latitudine), occorre attivarsi in modo molto pratico per costruire e rafforzare tutta la resistenza possibile delle comunità; e se ci sono situazioni di sofferenza esistenziale evidenti e incancrenite (e ce ne sono sempre di più, e ormai non riguardano solo gli immigrati), occorre lavorare con determinazione a congiungere denuncia, lotta e proposta, individuando nell’universo variegato delle istituzioni il punto specifico dove insistere per aprire un varco.
- Details
- Hits: 3276

Dialogo tra due papi
di Diego Fusaro
Si è recentemente svolto, sulle pagine di “La Repubblica”, un dialogo epistolare tra Papa Francesco ed Eugenio Scalfari. Si tratta di un avvenimento importante, su cui occorre soffermare l’attenzione, sia pure da una prospettiva differente rispetto a quella che si è imposta come egemonica negli scorsi giorni.
Ho già affrontato la questione in una lunga intervista apparsa – a cura di Moreno Pasquinelli – sul blog “Sollevazione” e, pertanto, in questa sede non farò altro che riprendere cursoriamente alcuni punti che reputo particolarmente degni d’attenzione e che, in quell’intervista, ho sviluppato più estesamente. In primo luogo, merita di essere analizzata la tragicomica inversione delle parti a cui si è assistito: dialogico, aperto, denso di dubbi e di incertezze, il Papa; dogmatico, pontificante e senza la minima incertezza, Scalfari.
Prescindendo dalle tesi esposte e dalla notorietà dei due personaggi, a leggerli si sarebbe potuti plausibilmente essere indotti a ritenere che, tra i due, il pontefice non fosse Bergoglio. Il fondatore di “Repubblica” si pone oggi come pontefice di una religione atea e scientista, intollerante verso ogni forma di sapere che non sia quello piegato ai moduli della ratio strumentale, sotto i cui raggi risplende l’odierna barbarie della finanza e dell’austerity, dell’eurocrazia e della religione neoliberale.
- Details
- Hits: 2774

Il nesso che lega Telecom, difesa della Costituzione e ricostruzione della sinistra
Domenico Moro
La questione Telecom chiama in causa tre altre questioni fondamentali: le trasformazioni economiche strutturali degli ultimi quindici anni, la difesa della Costituzione e la ricostruzione della sinistra in Italia.Il problema nel caso Telecom non è soltanto la perdita dell’italianità, ma soprattutto la sistematica distruzione operata ai danni di uno dei fiori all’occhiello dell’industria italiana. Il lascito più importante dello Stato-imprenditore, che condusse l’Italia a posizioni di leadership mondiale nel settore strategico delle telecomunicazioni.
Il vero responsabile del disastro attuale si chiama privatizzazione, eseguita dal governo di centro-sinistra Prodi I (1997) e successivamente avallata anche dal governo D’Alema (Opa di Colaninno 1999). I nomi più prestigiosi del capitalismo italiano si sono passati il bastone del comando in Telecom: Agnelli, Colaninno (oggi ancora “capitano coraggioso” in Alitalia), Tronchetti-Provera.
I privati che acquistarono, però, lo fecero con una forte leva di debito (leverage buyout) e controllando la società con investimenti minimi, attraverso il sistema delle scatole cinesi. In questo modo, i privati hanno finito per saccheggiare risorse, anziché investirne per innovare.
- Details
- Hits: 3491

Le multinazionali del bene e il welfare caritatevole
Domenico Chirico
Venti anni fa, quando in Italia prese piede l’idea che il welfare poteva essere delegato al terzo settore, secondo i principi della sussidiarietà e della prossimità ai bisogni, solo alcuni degli osservatori più attenti notarono che in un paese come il nostro questo percorso non sarebbe andato lontano. Si pensava, infatti, che lo Stato potesse rispondere meglio ai bisogni affidando i suoi servizi a enti no-profit, attraverso bandi pubblici. Poi sono finiti i soldi degli enti locali e stanno progressivamente scomparendo i servizi: quelli pubblici smantellati, quelli affidati al terzo settore non più finanziati. La destrutturazione del welfare è compiuta. Certo ci sono sempre stati molti sprechi nel pubblico in Italia, ma il privato, anche quello sociale, è sempre stato debole, compromesso con la politica, incapace spesso di immaginare e lavorare per la trasformazione sociale.
Alcuni episodi chiariscono meglio il quadro. Una cooperativa sociale in provincia di Caserta ha lavorato per anni con un comune dell’agro aversano, accumulando crediti per 300mila euro. Crediti coperti con esposizioni bancarie, in modo da continuare ad assicurare la fornitura di servizi a disabili, anziani, finché il comune non è andato in dissesto per la mala amministrazione ampiamente diffusa in tutta Italia. I commissari prefettizi propongono dunque una transazione alla cooperativa, offrendo la metà della cifra. La cooperativa, strozzata dai debiti, accetta. E chiude.
- Details
- Hits: 3572

La nostra distopia culturale
L’immaginario italiano come spazio concentrazionario
Christian Caliandro
Nel 1961 Kurt Vonnegut pubblicò quello che è ancora oggi uno dei migliori racconti distopici di sempre. Harrison Bergeron tratteggia in poche, dense pagine una società paralizzata (in un’America «senza tempo»), in cui viene tecnicamente impedito a tutti di pensare: la gente guarda orribili e inutili programmi in tv, e per quelli un pochino più intelligenti l’Handicapper General – che tutto vigila e controlla attraverso i suoi agenti – ha predisposto un dispositivo radiofonico nelle orecchie che a intervalli regolari trasmette allarmi, campane, esplosioni che impediscono a persone come George, il padre di Harrison, di «trarre un indebito vantaggi dal proprio cervello». Il presupposto è che la cultura sia intrinsecamente pericolosa dal momento che esaspera le contraddizioni invece di comporle e impedisce il conseguimento di un’agghiacciante «uguaglianza», basata sullo spegnimento delle funzioni intellettuali e critiche. Sulla stupidità programmata.
Ecco, l’Italia degli ultimi trent’anni ha funzionato più o meno così. Nel 1982 – agli albori cioè di questa dinamica – Antonio Porta consegnò a «Nuovi Argomenti» alcune riflessioni illuminanti, chiamando esplicitamente «schizofrenia» l’incipiente e costante dissociazione italiana dalla realtà: «Italiani significa essere esposti a continue e improvvise lacerazioni, essere quasi inermi di fronte al pericolo di una schizofrenia costante. L’essere dell’italiano è fatto di sostanza schizoide. Ciò accade senza alcun sovraccarico di patetismo; nulla di meno straziante o intimo di questa schizofrenia: essa accade come a “un altro”, e di fatto molti italiani vivono esattamente come se accadesse sempre a “un altro”. Il metafisico “altro” di lacaniana memoria è utilizzato dall’essere italiano per scaricare “fuori” ogni possibile disturbo privato, conseguenza dello stato di schizofrenia costante» (Schizofrenia italiana, in «Nuovi Argomenti», n. 4, terza serie, ottobre-dicembre 1982, anche in: http://www.alfabeta2.it/2011/02/10/schizofrenia-italiana/).
- Details
- Hits: 16522

Euro al capolinea?
Riccardo Bellofiore, Francesco Garibaldo
Sfortunatamente per vederla si deve essere dei visionari”
(Sheldon Cooper, The Big Bang Theory)
Il libro di Alberto Bagnai (Il tramonto dell’euro. Come e perchè la fine della moneta unica salverebbe salverebbe democrazia e benessere in Europa, Imprimatur , Roma 2012) è un libro utile sia lo si condivida nelle sue tesi di fondo sia, come nel nostro caso, pur apprezzandone i meriti, si abbiano su punti chiave opinioni diverse.
Il libro è utile in primo luogo perché rappresenta uno sforzo divulgativo di alto livello; ciò consente a molti di potere comprendere il merito di complesse questioni economiche e di potere quindi partecipare a una discussione, sulle sorti dell’Italia, che si vuole ristretta a minoranze tecnocratiche.
In secondo luogo perché è tra i primi, e altrettanto sicuramente lo fa con massima radicalità, che da noi pone la questione della dissoluzione dell’unione monetaria, e propone seccamente l’uscita dall’euro: una posizione che in varia forma ha preso il largo, e oggi molti, in un modo o nell’altro, vi aderiscono, senza avere forse il coraggio dell’estremismo della tesi di Bagnai. Tesi discussa, da almeno due – tre anni, da altri economisti non ortodossi italiani (tra gli altri, Bellofiore, 2010), e comunque ben presente nel dibattito tra gli economisti a livello internazionale. I dubbi sulla sostenibilità dell’euro risalgono per altro alla sua stessa nascita. (Gaffard, 1992; Grahl, 1997; in tempi più recenti Vianello, 2013, e per un inquadramento generale Toporowski 2010 e Wray 2012)
Non era difficile, in verità, predirlo. Durante la fase del cosiddetto SME credibile (dal 1987 agli inizi del 1992), con cambi fissi fra le valute aderenti, situazione allora vista come una sorta di antipasto della moneta unica, le contraddizioni si andarono accumulando sino all’esplosione.
- Details
- Hits: 3371

La modernità è inceppata
di Rino Genovese
Bisogna partire dalla constatazione che ciò cui abbiamo assistito negli ultimi decenni è un mutamento paragonabile soltanto a quella che, a suo tempo, fu la rivoluzione industriale, che cambiò radicalmente le forme di vita in Occidente. Il neoliberismo è molto più di una dottrina economica: è una cultura in senso antropologico, i cui momenti plasmanti sono l’iperconsumo come mitologia estetizzata e la finanziarizzazione dell’economia. L’estetizzazione delle merci, il loro potere di fascinazione, la loro fantasmagoria “sensibilmente sovrasensibile”, sono tutti fenomeni ampiamente noti, e non da ieri. A introdurre una differenza qualitativa, è stata la diffusione massiccia dei media elettrici ed elettronici. Risultato: l’intera comunicazione sociale è oggi sottoposta, in particolare dalla parte dei riceventi o dei fruitori, alla prevalenza di un codice estetico elementare, sintetizzabile nella secca alternativa mi piace / non mi piace, che esclude tendenzialmente ogni argomento di ragionevole giustificazione delle scelte in qualsiasi campo, aprendo un vasto spazio politico alle semplificazioni leaderistiche e populistiche basate sull’immediato sì/no di un plebiscitarismo tradotto in sondaggi di opinione.
L’ulteriore aspetto quasi del tutto inedito offerto dalla combinazione della finanza con il computer, è quello del gioco d’azzardo. Certo, nelle operazioni finanziarie c’è sempre stato un rischio, accompagnato da un sommario e fantastico calcolo delle probabilità che conferiva loro una tensione da tavolo verde.
- Details
- Hits: 4296

Massimo Recalcati e la psicopatologia della politica italiana
Massimo Recalcati nel libro-intervista, a cura di Christian Raimo, Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana ci spiega perché «siamo in un tempo di precarietà». Oggi Recalcati è stato ospite di Concita De Gregorio a Pane quotidiano, la nuova trasmissione di Rai Tre. Questa sera alle 20.15 andrà in onda la replica della puntata. (Immagine: Pietro Manzoni.)
Precarietà è un termine plastico, che negli ultimi anni ha significato o ha alluso alle cose più disparate. Partendo dal lessico lavorativo sembra aver dato nome a una condizione contemporanea di indeterminatezza e insieme di fragilità, di mancanza: ma una mancanza, una fragilità senza apertura, mentre il significato latino della parola pre-carius era «disposto in preghiera». In qualche modo una condizione di speranza, se non altro trasformativa. Precarietà ti sembra una parola diversa da disagio?
La parola precarietà non esiste nel lessico freudiano mentre credo sia centrale nell’interpretazione del nostro tempo. Siamo in un tempo di precarietà. Precarietà non è sinonimo di Disagio della civiltà perché quest’ultimo è, in ultima istanza, l’espressione instabile di un conflitto strutturale tra l’istanza del desiderio e l’istanza del principio di realtà. Non è l’inferno, ma è la condizione umana; dove c’è una comunità umana c’è istanza del desiderio e c’è programma della civiltà che tende a disciplinare quest’istanza sovversiva e questi due movimenti non sono conciliabili armonicamente; generano sempre delle dissonanze, delle conflittualità inevitabili.
Ai tempi di Freud, l’elemento che aggravava il Disagio della civiltà era la guerra ed era il totalitarismo, cioè il fatto che gli esseri umani evitavano la dissonanza tra questi due programmi – il programma del desiderio e quello della civiltà – rifugiandosi nel grande corpo della massa totalitaria, nel grande corpo del totalitarismo.
- Details
- Hits: 3176

Non c'è solidarietà senza verità
di Quarantotto
1. Ieri sono andato al convegno sulla presentazione del "Manifesto di solidarietà europea- una proposta alternativa per superare la crisi", organizzato da a/simmetrie, ed ospitato presso la "Link University".
Sugli interventi dei vari Henkel, Kawalec, Granville e Nordvig, lascio a voi farvi un'idea, dato che, probabilmente molto presto, i loro speeches saranno disponibili in filmato.
La mia impressione è che siano persone tecnicamente preparate (il che è già una rarità) e realistiche, cioè dotate della ovvia trasparenza che consente un dialogo in piena correttezza e reciproco ascolto (Henkel ha detto, senza giri di parole, che quando si è visto che l'Italia sarebbe entrata nell'euro, gli industriali tedeschi erano contentissimi, proprio perchè noi eravamo i loro più abili competitori). Insomma, è un enorme piacere constatare che in Europa esistano ancora esponenti, segnatamente del Nord Europa, che non siano affetti dalla spocchia e dalla insensata chiusura mentale dei nostri normali interlocutori "europei" (e parlo per esperienza personale: in linea di massima, all'interno di questa esperienza, posso solo eccettuare gli inglesi. Think about it).
2. Le perplessità nascono quando si è passati al "dibattito" in cui sono intervenuti navigati protagonisti italiani della "costruzione europea".
Non starò qui a sottolineare questo o quel passaggio di singoli partecipanti, ma cercherò di darvi una sintesi complessiva delle mie impressioni.
- Details
- Hits: 3302

I giochi sono finiti
Perché la svalutazione generale del denaro è solo questione di tempo
di Claus Peter Ortlieb
«E' proprio il ripetersi delle crisi, ad intervalli regolari, nonostante tutti gli avvertimenti del passato, che esclude l'idea che la causa ultima delle crisi stesse si possa essere ricercata nella disonestà di pochi individui. Se, alla fine di un dato periodo di commercio, la speculazione appare come il precursore immediato della crisi, non bisogna dimenticare che tale speculazione è nata, essa stessa, nel corso delle fasi precedenti del periodo di cui parliamo e che essa ne rappresenta perciò un risultato, una manifestazione, e niente affatto la causa ultima o l'essenza. Gli economisti che pretendono di spiegare con la speculazione le convulsioni periodiche dell'industria e del commercio, assomigliano a quella scuola, oramai scomparsa, di filosofi della natura che consideravano la febbre come la causa di tutte le malattie». Karl Marx, « The Trade Crisis in England », New York Daily Tribune, 15 dicembre 1857
A quanto pare, anche 130 anni dopo Marx, la grande maggioranza degli economisti continua a considerare « la febbre come la vera causa di tutte le malattie ». A sentir loro, la crisi nella quale ci troviamo ancora immersi avrebbe avuto inizio nel 2008 con il crack finanziario conseguente al fallimento della Lehman Brothers. La causa sarebbe stata quindi una crisi del sistema bancario, per cui i titoli finanziari si sarebbe ritrovati, dal giorno alla notte, praticamente senza valore. Per evitare il collasso completo del sistema finanziario, gli stati sono andati in soccorso delle banche utilizzando il denaro dei contribuenti. Lo scoppio delle bolle speculative avrebbe dato luogo inoltre ad una grave recessione nell'economia reale. Per farvi fronte, nel solo 2009, sono stati messi a punto in tutto il mondo dei piani di rilancio governativi, per un totale di circa 3 miliardi di dollari, che avrebbero permesso - con l'eccezione, purtroppo, dei soli paesi sud-europei - di evitare una depressione comparabile a quella degli anni '30 del novecento.
Da allora, ci confrontiamo con una « crisi del debito » in un contesto di rallentamento costante dell'economia, e fra "neoliberisti" e "Keynesiani" infuria una disputa su cosa fare in una simile situazione.
- Details
- Hits: 2321

Crisi governo: crolla il capolavoro del Peggiorista
di Pino Cabras
Crisi di Governo. A Napolitano servirebbe un progetto, ma non ha altro progetto che conservare la poltiglia. Solo che ormai questa poltiglia è polvere pronta a esplodere
La crisi di governo si incrocia da subito con una profonda crisi istituzionale. Beppe Grillo sta già chiedendo perfino le dimissioni di Giorgio Napolitano. Quando il PD e il PDL rielessero il Peggiorista del Quirinale, parlammo di «Vilipendio al Popolo Italiano ». Ci risultava ben chiaro che Napolitano Due avrebbe dato vita a un governo peggiore di quello - già disastroso - di Rigor Montis (il minor economista della nostra epoca, che Napolitano Uno aveva fatto senatore a vita per poi indirizzarlo a Palazzo Chigi). Peccavamo però di ottimismo. Nemmeno certi governi balneari di Giovanni Leone o di Amintore Fanfani al suo crepuscolo avevano congelato in modo tanto miserabile la funzione di governo quanto il governo di Enrico Letta, ora al capolinea.
Perciò la crisi rivela bene quanto siano cadute in basso le cupole delle "larghe intese". Al minimo di azione di governo (un minimo sotto zero), è corrisposto il massimo di fuga in avanti per stravolgere l'assetto della Repubblica. Nonostante la paralisi lettiana, gli "strateghi" del PD e del PDL, rifugiati sotto le vecchie ali del Peggiorista, pensavano infatti di cambiare metà della Costituzione, cioè distruggerla, proprio come piace a JP Morgan .
- Details
- Hits: 2643

Tanto tuonò che piovve
Leonardo Mazzei
«Se ne vadano tutti!» e un bel «vaffa!» all'Europa. Una formula semplice e probabilmente vincente.
Dunque il cerino si è consumato del tutto. Con le dimissioni dei berluscones il classico giochetto del teatrino bipolare italiano, durato addirittura due mesi interi, è giunto al termine. Chi si è scottato le dita? Secondo i più, il solo Silvio Berlusconi. Non siamo d'accordo: se le sono scottate tutti, tutte le forze della maggioranza che hanno fin qui sostenuto il governicchio presieduto da Letta. Ma c'è uno sconfitto che è più sconfitto degli altri. Ed è il sant'uomo che siede al Quirinale.
Egli, con una pervicacia senza limiti, ma certamente sostenuta in sede europea, ha preteso di veder volare gli asini, pensando di poter trasformare il più raccogliticcio dei governi in un esecutivo capace di reggere, di affrontare la crisi, di approvare le (contro)riforme costituzionali.
Il bluff, dietro il quale si manifestava tutta questa presunzione quirinalesca, lo si è visto nell'afoso pomeriggio del 1° agosto. Quel giorno la Cassazione, anziché cassare la condanna al secondo azionista del governo in carica, ha cassato le speranze del presidente della repubblica, che certamente non aveva mancato di esercitare le sue pressioni sui giudici di Piazza Cavour.
Come annotammo a caldo, la vera notizia di quel giorno, più che la stessa sentenza, fu la sconfitta del bis-presidente. E' da quel momento che il conto alla rovescia è iniziato.
- Details
- Hits: 4411

Le città ribelli*
Vince Emanuele intervista David Harvey
Una intervista a David Harvey, geografo e antropologo, il cui ultimo libro si intitola “Rebel cities” (in italiano “Città ribelli. I movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street”, Il Saggiatore, settembre 2013). David Harvey è professore di antropologia e geografia alla City University of New York. Harvey sarà a Roma il 27 settembre, dove interverrà (alle 17) nell’ambito della settimana di seminari e workshop intitolata “Lotte spaziali”, che si tiene al Teatro Valle occupato (http://www.teatrovalleoccupato.it/lotte-spaziali-una-settimana-seminari-workshop-performance-dal-22-al-28-settembre-2013) e di nuovo il giorno successivo al Nuovo Cinema Palazzo (dalle 18,30)
“Nella prefazione a Rebel cities” inizi descrivendo la tua esperienza a Parigi negli anni settanta: “Edifici giganteschi, strade, edilizia pubblica priva di anima e mercificazione monopolizzata delle strade che minacciava di cancellare la vecchia Parigi… Parigi dagli anni sessanta in poi era semplicemente nel bel mezzo di una crisi esistenziale. Ciò che era vecchio non poteva durare. Inoltre, è anche accaduto nel 1967 che Henry Lefebvre scrivesse il suo saggio fondamentale “Il diritto alla città” (pubblicato in italiano da Marsilio, ndt). Puoi parlarci di questo periodo degli anni sessanta e settanta? Come ti sei interessato al paesaggio urbano? E qual è stato l’impulso a scrivere “Rebel Cities”?
In tutto il mondo si guarda agli anni sessanta, storicamente, come a un periodo di crisi urbana. Negli Stati Uniti, per esempio, fu un periodo in cui molte città importanti si incendiarono. Ci furono rivolte e quasi rivoluzioni in città come Los Angeles, Detroit e naturalmente, dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968, circa 120 città degli Stati Uniti vissero una inquietudine sociale e azioni ribelli più o meno di massa.
- Details
- Hits: 2833

L'autonomia perduta della sinistra
di Marco Bascetta
Nell'ultimo libro di Mario Tronti «La critica del presente» il lessico politico del Novecento è messo alla prova per definire una sinistra non subalterna. Da qui la critica dell'autore ai movimenti sociali, ritenuti «un'istanza simbolica». Ma così facendo l'obiettivo di una «potenza politica organizzata» rimane una visione
Voci e visioni. È da questa partizione che converrà partire per intendere lo spirito che anima il breve scritto (breve solo quanto al numero di pagine che lo compongono, non certo ai temi che tocca) che Mario Tronti dedica alla Critica del presente (Ediesse, pp. 152, euro 12). Voci, dunque. Non quelle di un dizionario, di un glossario, di un lessico aggiornato della politica. Che dizionari e lessici definiscono, non problematizzano le definizioni. Qui è invece la dimensione della ricerca a prevalere. Non a partire da un vuoto, o dalla pretesa di assoluto del «nuovo», che ha smesso di avanzare e si è prepotentemente accomodato. Ma muovendo dal lato ignoto, irrisolto, divenuto tale o forse mai del tutto compreso, delle «voci» che hanno segnato la storia e la politica del Novecento: Autonomia, Popolo, Stato, Partito, Lavoro, Crisi. È una tonalità, una Stimmung, quasi nietzschiana a pervadere questo scritto, a conferirgli la forza evocativa e, al tempo stesso, frammentariamente perentoria dell'aforisma. La consapevolezza, più lucidamente severa che rabbiosa, di una sorta di indebolimento patologico dell'epoca in cui viviamo, di una soddisfatta apatia su cui prospera il potere di pochi. Deriva, decadimento. E la necessità di tornare a «filosofare con il martello», senza timore di schiacciarsi le dita. Rompendo il senso comune, l'idea, vuoi compiaciuta, vuoi rassegnata, che non si diano alternative allo stato di cose presente, se non nei termini di modesti aggiustamenti o di un evoluzionismo beatamente e sconsideratamente ottimista. Un pensiero, insomma, che orienti il cambiamento senza subire l'egemonia di ciò che è dato, che compenetri l'agire collettivo conferendogli potenza creativa, solidità e durata.
- Details
- Hits: 6742

Fusaro vs De Monticelli
Uno scambio di riflessioni
Di seguito la risposta di Diego Fusaro ad una severa critica nei suoi confronti pubblicata da Roberta De Monticelli sul sito Phenomenology Lab e riportata in calce
"Cara Roberta,
chiamato in causa dalla tua appassionata e appassionante riflessione, ti rispondo. Lo faccio in privato, per correttezza. Se poi tu riterrai opportuno, renderò pubblica la risposta. Mi sembra corretto fare così con una collega, per di più decano, che stimo e con cui sono seriamente felice e onorato – al di là di ogni retorica – di potermi confrontare su questi temi decisivi. Nel rispetto dell’interlocutore, credo sia più giusto fare così. Spero, naturalmente, in un’analoga amicizia e in un’analoga stima da parte tua, nonostante la differenza delle visioni (o proprio in forza di essa, se, come credo, è sempre bene valorizzare le differenze!).
Credo che, in fondo, combattiamo contro la stessa cosa, se – come tu dici – è contro la “mente prigioniera” che lotti. È ciò contro cui lotto anch’io. Certo, bisogna capire di che cosa è prigioniera oggi la mente: converrai con me che le ideologie cambiano e che di volta in volta è l’ideologia dominante a imprigionare le menti.
- Details
- Hits: 4075
Il moscone e la sinistra
Un'analisi sulla crisi della politica
di Mauro Casadio
Il presente scritto è un tentativo di fornire un contributo per approfondire l’analisi di una condizione politica che sembra sfuggire alla comprensione della sinistra e dei comunisti; questi, senza molte distinzioni tra di loro, tendono a ripetere in modo meccanico concezioni e scelte politiche che, invece, hanno portato esattamente al punto in cui siamo. L’abitudine a volare basso, il tatticismo estremo e l’incapacità di alzare lo sguardo ha impedito di fare astrazione sul mondo e su se stessi e ci ha portato ad essere come quei mosconi che continuano a sbattere pervicacemente su una lastra di vetro che essi non possono vedere a causa dei loro limiti fisiologici.
Questo contributo ovviamente non ha la presunzione di dare risposte certe o lezioni a qualcuno, ognuno deve essere cosciente dei propri limiti, ma si prende la responsabilità di entrare nel merito con più chiarezza possibile, anche rischiando di sbagliare, per tentare di riconnettere la teoria con la pratica ed uscire da quel vicolo cieco in cui si è incappati. La riflessione proposta intende essere una sollecitazione generale ma vuole anche aprire una discussione dentro la nuova realtà di Ross@ che, per quanto appena nata, si colloca dentro la giusta traiettoria nella ricomposizione politica e sociale necessaria in questo paese.
Dentro una ormai lunga fase di crisi, quel che si impone alla percezione e reazione di massa è la “crisi della politica”, sia “la politica in generale” (che riguarda i partiti), sia la rappresentanza, che riguarda l’assetto dello Stato.
Page 539 of 656







































