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L'impossibile svolta del PD
di Paolo Favilli
Nelle ultime settimane, nell'ambito di un intelligente forum del Corriere della Sera, mi hanno colpito queste righe pubblicate in un post:
Il nesso tra la prevalenza ideologica e pratica del non ci sono alternative allo stato di cose presente e la «disperazione che diventa resa» è del tutto evidente. Quale è stato, quale è, il contributo del Pd alla trasformazione di questa ideologia in senso comune?
Alfredo Reichlin in un recente intervento ha fatto riferimento ad «un grande bagaglio di valori, di bisogni, e di passioni che ancora esiste» e che dovrebbe trovare, proprio nel suo partito, risposte adeguate (l'Unità, 9 luglio).
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Navigando nella follia dei mercati finanziari
Francesco Sylos Labini
Fabio Scacciavillani, proseguendo una discussione iniziata in seguito a dei miei interventi sulla capacità di produrre previsioni in economia e sull’incapacità di aver previsto la più drammatica crisi economica dell’ultimo secolo, argomenta che uno (o il) motivo per cui i mercati finanziari sono diventati ingestibili è dovuto al fatto che molti più fisici che economisti lavorano a Wall Street. Posso testimoniare che alcuni miei ex studenti ed ex colleghi sono effettivamente andati a lavorare presso istituzioni finanziarie. Tipicamente gli è richiesta una conoscenza avanzata di tecniche matematiche, come saper risolvere sistemi d’equazioni differenziali stocastiche. Ho domandato una volta a un mio ex collegacosmologo, che ha studiato per una ventina d’anni le equazioni di campo di Einstein, di cosa si occupasse. La risposta è stata sorprendente: “più o meno della stessa cosa di prima”. E’ dunque possibile che molti ex fisici (ma anche ex matematici ed ex informatici) che lavorano nel mondo finanziario siano esperti di tecniche raffinate senza avere alcuna conoscenza o percezione del contesto in cui stanno operando. Come ha notato Jean-Philippe Bouchaud, che oltre ad essere un noto fisico teorico francese è anche presidente di uno dei più grandi hedge fund d’oltralpe, “Anche se un certo numero di fisici è stato assunto dalle istituzioni finanziarie nel corso degli ultimi decenni, questi fisici sembrano avere dimenticato la metodologia delle scienze naturali per assorbire e rigurgitare le abitudini economiche in vigore, senza il tempo o la libertà di metterne in discussione le loro fondamenta”.
E’ indubbio che anche coloro che usano tecniche sofisticate farebbero bene a considerare il significato del proprio lavoro proprio per non essere tacciati un giorno di essere dei buoi che “tirano l’aratro placidamente e dissodano la dabbenaggine dove qualcun’altro seminerà per raccogliere messi copiose.”
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Aspettando Godot
di Elisabetta Teghil
Sto facendo mente locale sul perché mi è sfuggita la notizia che verso la fine di giugno 2009 c’è stato un colpo di Stato in Honduras. Evidentemente in quei giorni non devo aver letto il giornale! Ho cercato, sia pure in ritardo, di informarmi sul fattaccio.
Ho letto che in Sudamerica ci sarebbero due potenze imperialiste, il Brasile e l’Argentina, che si affiancherebbero a quella tradizionale che sono gli USA e mi sono detta “poveri latino-americani”, non bastava la dottrina Monroe con il principio che l’America Latina era il cortile di casa, adesso ci si sono messi anche l’Argentina e il Brasile!
Poi, cercando di capire meglio, ho scoperto che il presidente deposto si era rifugiato nell’ambasciata brasiliana. Allora mi è stato tutto chiaro! C’è lo zampino del Brasile che insieme agli altri paesi, così detti Brics, compete con gli Stati Uniti nelle mire imperialistiche di sottomissione dei popoli e dei paesi del terzo mondo. Sia pure in ritardo, ma si sa noi donne non siamo portate per la politica, ho capito la vera natura dei continui colpi di stato e invasioni in Centro e Sud America.
E’ una lotta interimperialistica. Finalmente, sia pure anche qui con ritardo, al di là delle nebbie sollevate ad arte dagli antiamericani, ho capito che il colpo di Stato in Cile, a suo tempo, non è stato altro che un braccio di ferro fra l’allora Unione Sovietica e gli Usa, risoltosi con la vittoria di questi ultimi.
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L’accusa di marxismo
Scritto da Diego Fusaro
Dall’11 al 28 luglio si tiene a Civitanova Marche un importante evento culturale, il cui nome è “Futura Festival” (www.futurafestival.it). Molti gli ospiti, tantissimi gli appuntamenti, tra cui Marc Augé, Achille Varzi e Lucio Caracciolo. Anche lo scrivente terrà un suo intervento, il 27 luglio alle ore 19:30, sul tema della società della fretta e della rimozione del futuro, a partire dal suo libro Essere senza tempo. Accelerazione della storia e della vita (Bompiani 2010, presentazione di A. Tagliapietra).
È curioso il fatto che sui blog si sia scatenata un’infuocata polemica contro la partecipazione del sottoscritto al Festival. Fusaro è marxista – si dice – e, in quanto tale, non è bene invitarlo a “Futura Festival”. Così su alcuni blog: “come la prenderà la quasi totalità dei civitanovesi (dati elettorali alla mano) – con il cui denaro si finanzia Futura Festival – che con il marxismo non si riconosce?”. E ancora: “Fusaro è invece un marxista dichiarato impegnato nella rivalutazione del pensiero di Marx. Invitarlo è una scelta sballata da un punto di vista culturale e politico”. Non ha, in effetti, senso rispondere a queste patetiche critiche, che offendono più l’intelligenza dei loro autori che non la persona del destinatario. E, tuttavia, alcune considerazioni possono essere utili per ragionare sullo statuto dell’ideologia oggi onnipervasiva, quale si manifesta nelle sue forme più grossolane e grezze nelle frasi poc’anzi riportate.
Che la nostra sia la società dell’equivoco, della chiacchiera e della curiosità, l’aveva già detto splendidamente Heidegger in Essere e Tempo e non vale la pena tornarci sopra.
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Riportiamo un articolo di Contropiano che commenta gli incredibili avvenimenti di domenica attorno al "cantiere" TAV in val di Susa (con allegati alcuni articoli demenziali tratti dalla stampa mainstream) e, di seguito, le prese di posizione del blog femminista Me-Dea e della Coordinamenta che denunciano il trattamento "particolare" riservato alla compagna Marta fermata durante gli scontri.
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La costruzione del "nemico No Tav"
di Dante Barontini
La costruzione del “nemico” è parte integrante dell'arte di governo. Il problema serio è quando diventa l'unica attività di un governo, o come vogliamo chiamare quello attualmente installato a Palazzo Chigi.
Le stesse persone – o come le vogliamo chiamare – che hanno obbedito agli ordini di un ambasciatore kazako accampatosi negli uffici ai piani alti del Viminale hanno rovesciato tutta la propria residua capacità di “fermezza dello Stato” contro 500 manifestanti in Val Susa.
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Sovranità e Nazione
di Jacques Sapir
Ricevo e pubblico volentieri un contributo da parte di un lettore e commentatore del blog, Arturo, che ha tradotto un articolo di Sapir di carattere filosofico politico sul concetto di nazione e di sovranità.
Buona lettura
Frédéric Lordon ha appena pubblicato un articolo importante (1) - Ce que l'extrême droite ne nous prendra pas - in cui affronta la questione essenziale della sovranità ma anche quella altrettanto essenziale della Nazione. Vediamo subito quale sia il nocciolo di questo articolo e le domande a cui cerca di rispondere, nel contesto della crisi dell'Euro, ma anche, più genericamente, della crisi dell'idea europea generata dagli sforzi di coloro che si proclamano i più ferventi difensori dell'Unione Europea. Tali questioni sono già state affrontate nel libro a cura di Cédric Durand (2) e invito i lettori di questo blog a riferirsi al dibattito che ho avuto con lui in articoli precedenti(3).
Sovranismo di destra, sovranismo di sinistra?
Prima di provare ad approfondire alcuni punti del testo con cui chiaramente concordo, e su cui ho preso posizione da più di dieci anni (4), conviene precisare una cosa. Frédéric Lordon scrive:
“Poiché se questo ordine [il neo-liberalismo] in effetti si definisce come l'opera di dissoluzione sistematica della sovranità dei popoli, affinché possa dispiegarsi senza impacci la potenza dominante del capitale, ogni idea di porvi un limite non può avere altro senso che quello di una restaurazione di questa sovranità, senza mai poter escludere che tale restaurazione si dia come territorio – e, non se ne dispiaccia l'internazionalismo astratto, la sovranità presuppone la delimitazione di un territorio – quello delle nazioni esistenti...senza escludere simmetricamente che essa si proponga anche di ampliarlo!”.
È un esordio che condivido pienamente, compreso il fatto che la sovranità implichi un territorio ma altresì la distinzione di ciò che è all'interno e ciò che è all'esterno. La frontiera è un elemento decisivo e addirittura costitutivo della democrazia, che questa frontiera sia territoriale o metaforica come nel caso dell'appartenenza a un'organizzazione.
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La pluralità del capitalismo
Per rileggere il neoliberismo
Stéphane Haber
Di fronte al capitalismo odierno, una tendenza della riflessione filosofica abbandonata a se stessa consiste nel concedersi alla vertigine inebriante dell’assolutismo, forma sofisticata di disfattismo.
Bisogna ammetterlo: vi è sempre stato un piacere torbido nell’evocare un capitalismo onnipotente e senza limiti; un capitalismo che avrebbe già conseguito tutte le vittorie essenziali e che non farebbe più, ormai, che girare a vuoto in modo aberrante, in totale assenza di frizioni e sorprese. [1] Si noterà del resto che questo assolutismo pare in consonanza con l’immaginario contemporaneo tipico di certa cultura visiva di massa, la quale ammicca all’idea di un sistema inglobante e invisibile, capace di funzionalizzare anche le rivolte più intime – come in Matrix. A Hollywood le distopie hanno in effetti cambiato natura da molto tempo. Le dittature violente (tipo1984) hanno ceduto il passo a una dominazione sottile ma totale dell’intelligenza artificiale, della programmazione e della rete universale. Tale funzionalismo completa il catastrofismo compiacente che si realizza altrove (fine del mondo, distruzione totale) e rinnova il mito della macchina affrancata che si rivolge contro il suo stesso creatore.
L’attrazione per il cinema di una parte del pensiero filosofico attuale, da Jameson a Žižek, trova sicuramente una risorsa importante in queste affinità naturali del mood assolutista.
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Intervista a John Bellamy Foster
di C.J.Polychroniou
CJP: Quella che è iniziata come una crisi finanziaria nel 2007 è diventata una delle maggiori crisi di disoccupazione del mondo capitalista avanzato. Questo può forse voler dire che la crisi del 2007-08 non è stata in realtà causata dalla finanza in sé, ma ha avuto piuttosto le proprie cause sottostanti nell’economia reale?
JBF: Non c’è alcun dubbio che sia stato lo scoppio della bolla finanziaria a condurre alla crisi economica. Dunque, in questo senso, la causa prossima della crisi è stata finanziaria. Ma le risposte più profonde vanno ricercate nella cosiddetta “economia reale”, cioè nel regno della produzione. Una grave crisi economica come la Grande Crisi Finanziaria è invariabilmente il prodotto di fattori strutturali che sono andati sommandosi nel corso di molti anni e ha sempre radici nella produzione. I tassi di crescita dell’economia reale delle economie mature, di capitalismo monopolistico della Triade – Stati Uniti/Canada, Europa e Giappone – hanno cominciato a rallentare negli anni ’70 e sono scesi fondamentalmente di decennio in decennio da allora. Il principale fattore di bilanciamento di tale rallentamento dell’economia è stato la finanziarizzazione, che si può definire come consistente in: (1) crescita della dimensione della finanza (struttura del credito-debito) rispetto alla produzione; (2) una quota accresciuta di profitti finanziari in seno ai profitti complessivi delle imprese e (3) la crescita dei ritorni finanziari come elemento sempre più dominante anche nelle operazioni delle imprese non finanziarie.
Questo processo di finanziarizzazione ha avuto inizio alla fine degli anni ’60 e si è ampliato in misura massiccia negli anni ’80.
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I Tedeschi cattivi
di Ars Longa
Quando qualcuno ha diffuso la notizia che la Finlandia avrebbe l’intenzione di uscire dall’euro mi sono ricordato di un money game che Thomas Friedman pubblicò sul New York Times alla fine del 1996. Immaginate – diceva Friedman – una Finlandia che ha i conti in ordine ma li ha perché si basa su due soli settori: telefonia e carta. Immaginate che uno dei due settori vada in crisi. Che vada in crisi la Nokia o che i russi dopo anni di difficoltà tornino sul mercato della carta e spazzi via come birilli svedesi, norvegesi e – appunto – finlandesi. La Finlandia dentro l’euro non può battere moneta e quindi non può svalutare il cambio. Se vuole sopravvivere deve fare esattamente due cose: o esce dall’euro o comincia ad abbassare i salari.Non essendoci una politica fiscale europea i finlandesi dovrebbero andarsi a cercare lavoro altrove. Money game. Come vedete vi cito un giornalista e non un articolo di qualche convegno o di qualche economista. Il problema c’era e bastava capire l’abc.
Il problema non è l’intuibilità dei problemi di un cambio fisso. Il problema non è neppure la sovranità nazionale sulla moneta. I Tedeschi non ne avevano bisogno. A loro interessava il sistema del Mercato Unico che funzionava benissimo anche senza moneta unica. I tedeschi sapevano benissimo che bisognava andare cauti. Due dirigenti politici della CDU: Wolfgang Schäube e Karl Lammers lanciarono l’idea della Kerneuropa. Un euro nel quale per almeno due anni dovessero stare fuori Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. E di questa idea era Chirac, l’allora ministro delle finanze Wagel, gli olandesi.
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Il caldo fa male
Mario Tronti e l’enciclica Lumen fidei
di Maria Turchetto
Che dire dell’entusiastica accoglienza che Mario Tronti riserva all’enciclica Lumen fidei (L’Enciclica e la critica dell’individualismo)?
Da un certo punto di vista lo capisco. A noi anziani il caldo fa male, tanto male. Ci frigge quei pochi neuroni che restano e qualche volta non ce la facciamo proprio più a pensare come si deve. Quando capita a me, mi ficco sotto il ventilatore con la Settimana enigmistica – che richiede solo una parvenza di pensiero. Tronti si è ficcato sotto il ventilatore a fare il giochino “quale pezzo dell’enciclica è stato scritto da papa Ratzinger e quale da papa Bergoglio?”.
Il quiz è suggerito da Rino Fisichella nell’introduzione all’edizione paolina di Lumen fidei. Suggerito in modo per l’appunto enigmistico, imbrogliando le carte in perfetto stile pretesco: “Papa Francesco con Lumen fidei si pone in continuità con il magistero di Benedetto XVI”, anzi riconosce esplicitamente “che ha ricevuto dal suo predecessore del materiale che ha voluto poi rielaborare”, insomma il grosso l’ha scritto Ratzinger, eppure “è pienamente un testo di Papa Francesco”, “può essere ritenuta l’ultima enciclica di Benedetto e la prima di Francesco”. Ragazzi! Sembra il mistero della trinità, Dio è uno, ma anche trino, è trino, ma anche uno, ecc. finché il cervello va in pappa. Tronti però a questo punto della lettura era ancora abbastanza lucido e ha tagliato corto: è un testo scritto a quattro mani e il giochino per l’estate è indovinare l’attribuzione delle varie parti all’uno o all’altro papa. Divertente!
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Un'alternativa europeista al crollo dell'euro
di Andrea Ricci *
Le maggiori perplessità suscitate dalla prospettiva di una fine dell’euro sono principalmente dovute all’incertezza su ciò che avverrà dopo, al timore storicamente fondato del ritorno di un’Europa divisa e conflittuale al suo interno.
Infatti, che l’euro sia stato un brutto affare per l’Italia e per gli altri Paesi mediterranei sono ormai in molti a pensarlo. Brutto affare perché, in assenza di una politica fiscale e di bilancio comune, la moneta unica rende socialmente drammatico il problema dei divari strutturali di competitività tra i Paesi membri.
Meno diffusa è invece l’opinione che l’euro sia stato un brutto affare anche per l’Europa. E invece così è stato. Il fallimento dell’euro e l’ostinazione con cui le classi dirigenti continuano a negarlo hanno messo in profonda crisi l’idea stessa d’integrazione, rinfocolando odi e pregiudizi che in un recente passato furono la culla dei peggiori sciovinismi reazionari. Oggi a dividere i popoli europei, a far riemergere atavici sentimenti di rivalità nazionale è paradossalmente proprio l’unica cosa che essi hanno in comune sul piano politico ed economico, ovvero la moneta unica.
L’idea che la fine dell’euro porti con sé la fine dell’Europa come entità politica e culturale è forse il principale ostacolo che s’incontra, soprattutto a sinistra, nell’affrontare con lucidità e realismo la più grande crisi economica e sociale dal secondo dopoguerra.
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Le città industriali nella crisi dello sviluppo
di Silvano Belligni
1. Secondo l’opinione prevalente, la crisi delle città industriali nasce dal declino della sovranità politica ad opera della globalizzazione: è un effetto dello svuotamento dello Stato nazionale e della tendenziale emancipazione delle città dalla dipendenza dal centro. Nel “nuovo intermezzo” che si apre le città vengono investite di nuove responsabilità, sia economiche che politiche: rischiano la deindustrializzazione e il declino, ma tendono anche ad assumere una centralità inedita nell’economia politica del capitalismo globalizzato. Si aprono nuove opportunità per l’iniziativa strategica delle élite locali su cui ricade la scelta del modello di sviluppo urbano da realizzare. Le città diventano artefici del proprio destino, responsabili della propria fortuna. L’agency non è ostaggio della struttura.
Secondo altre interpretazioni, la crisi muove invece dall’economia e dal modo di produzione: essa affonda le sue radici nella dissoluzione del modello di regolazione fordista-keynesiano (a sua volta da mettere in relazione con la crisi di profittabilità del capitalismo e la contrazione del surplus dei primi anni Settanta). A partire dagli anni 1973-75 il sistema di produzione fordista, e l’insieme connesso di pratiche, di norme, di istituzioni che ha dominato il mondo capitalistico nel lungo ciclo postbellico e che ha modellato la città industriale lascia progressivamente il campo a un regime di produzione flessibile.
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Americanità o Europa
Scritto da Diego Fusaro
Dopo la polverizzazione dei sistemi socialisti e la scomparsa dell’alternativa possibile sotto le macerie del Muro (Berlino, 9.11.1989), il programma di Novalis, Cristianità o Europa, si è sempre più perversamente riconfigurato in una nuova e macabra forma: Americanità o Europa.
La potenza vincitrice della Guerra Fredda ha rinsaldato quel processo esiziale di americanizzazione integrale del vecchio continente avviato fin dal 1945. Ciò si determina evidentemente nella cultura, non solo quella di massa delle canzonette in inglese della radio, ma anche nella ristrutturazione capitalistica della scuola, sempre più simile a un’azienda, con debiti e crediti, presidi managers e studenti ridotti a consumatori di formazione; ma emerge poi anche nelle politiche sociali, id est nella demolizione del nobile sistema europeo dell’assistenza sociale e dell’attenzione per gli ultimi.
Infatti, la storia delle vicende europee successive alla caduta del Muro e alla tragicomica implosione dell’Unione Sovietica (la più grande tragedia geopolitica del Novecento) si inscrive a pieno titolo nel processo di imposizione del modello americano di capitalismo senza eticità residua contro il paradigma europeo del capitale ancora mitigato dal welfare state e da robusti elementi di eticità (tutti guadagnati sul campo tramite le lotte, e non certo donati generosamente dal capitale). L’Europa sta sempre più diventando una colonia americana: i singoli Stati europei stanno agli Stati Uniti come i satelliti dell’Unione Sovietica stavano al paese che aveva monopolizzato il materialismo storico.
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“Guerra preventiva” al conflitto
Un’analisi dell’accordo sulla rappresentanza del 31 maggio
L’accordo sulla rappresentanza sindacale, firmato lo scorso 31 maggio da Confindustria e CGIL-CISL-UIL, è stato definito un accordo “storico”1, una “svolta”2, un “avvenimento di prima grandezza per il Paese”3. Può essere l’inizio di “una nuova era”, si è affrettato a dire Bonanni, segretario generale della CISL4, facendo eco alla “stagione nuova” auspicata dalla pari grado della CGIL.
Ma perché tutta quest’enfasi? La solita retorica ed i soliti titoli ad effetto dei quotidiani, oppure c’è qualcosa di più? Vai mai a vedere che ci dobbiamo accodare al “Bravi, bravi, davvero bravi” del presidente del Consiglio, Enrico Letta?5
Cerchiamo innanzitutto di capire perché a questo protocollo venga accordata tutta quest’importanza. Confindustria non le manda certo a dire; per bocca del suo vicepresidente per le relazioni industriali, Stefano Dolcetta, si esprime con chiarezza cristallina: “l’obiettivo a cui tendere è la prevenzione del conflitto”6.
Sta qui il punto fondamentale di tutto l’accordo, quello intorno al quale si sono stretti in un incesto neocorporativo associazione degli industriali, associazioni dei lavoratori e governo.
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Quello che i marxisti non dicono
di Marino Badiale
1. La migliore proposta politica possibile.
Uno degli aspetti più sorprendenti delle discussioni sull'euro è il ritardo o la reticenza nell'assumere la proposta politica dell'uscita da euro e UE da parte del variegato mondo della sinistra radicale, dei marxisti e dei comunisti. Su tratta di un tema sul quale io credo valga la pena di spendere qualche pensiero. Si potrebbe obiettare che occuparsi di un tale mondo, stante la sua residualità e ininfluenza, non serve davvero a nulla. Nonostante la verità di questa osservazione, ritengo lo stesso che le riflessioni che seguono possano essere utili. E' evidente infatti che in Italia e in Occidente stenta moltissimo a coagularsi un movimento di opposizione e contestazione nei confronti della deriva distruttiva e barbarica dell'attuale “capitalismo assoluto”. D'altra parte l'esperienza prova che un tale movimento, che sappia dar vita ad autentiche forze politiche di opposizione, è condizione necessaria per poter contrastare la barbarie incipiente. Ma visto che da anni o decenni ci sono stati, in Italia e probabilmente un po' dappertutto, i più vari tentativi in questo senso, e tutti sono falliti, è probabile che occorra una riflessione non banale sulla natura di questi fallimenti, per sperare di costruire qualcosa che possa sottrarsi a questo destino.
Un esempio eclatante di un tale fallimento è proprio quello del variegato mondo della sinistra radicale, comunista, marxista, che pure aveva ed ha il vantaggio di una tradizione culturale di grande spessore.
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Marx a lezione da Goldmann (e viceversa)
Guido Grassadonio
Per iniziare, provo a riassumere i termini del discorso già fatto da Petrucciani e Screpanti, per poi introdurre i miei argomenti. Sia comunque chiaro che l’atto di riassumere è sempre interpretazione e riqualificazione dei concetti usati in funzione diversa. Non si rimanga allora stupiti se in qualche punto il mio linguaggio divergerà da quello di Screpanti e Petrucciani.
Il problema posto nel botta e risposta è semplice da spiegare: posta un’innegabile tendenza morale nelle opere di Marx, qual è il fondamento filosofico su cui potere articolare tale tendenza, senza tradire la loro coerenza. Marx voleva essere un pensatore “scientifico”, le cui proposizioni erano meramente descrittive, eppure ha anche fondato un dover essere preciso e fatto ricorso a giudizi morali sul presente abbastanza netti. Come, infatti, può una teoria sullo sfruttamento essere solo descrittiva? Chiaramente è anche un giudizio di valore. Ma questo valore come lo fondiamo, mantenendo un rapporto forte col momento descrittivo?
Occorre, allora, indagare il pensiero marxiano come un pensiero anche morale, forzando i limiti voluti dallo stesso Marx. Ora, il tentativo di trovare un fondamento etico possibile in una teoria della giustizia appare quantomeno arduo. Soprattutto perché, a mio parere, tradisce totalmente l’impianto teorico del Moro, che come nota bene Screpanti – ma anche Petrucciani ne è cosciente – è più orientato verso una teoria della libertà di stampo hegeliano. Screpanti ritiene che tale teoria sia limitata al pensiero del giovane Marx e che vi sia una cesura con tutto ciò nelle opere mature.
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Brasile, la corsa contro il tempo
Alessandro Mantovani

Pubblichiamo, all’indomani della giornata di mobilitazione nazionale indetta dal principale sindacato brasiliano, la CUT, un contributo inviatoci un paio di giorni fa da un compagno internazionalista che da qualche anno vive in Brasile e ha quindi la possibilità di osservare ciò che sta accadendo da una posizione privilegiata.
Ciononostante, ciò che ci ha spinto a dare spazio al testo che segue è principalmente il metodo adoperato. Lontano dagli aspetti puramente cronachistici e dalle facili contrapposizioni, esasperate invece dai principali media carioca (ma anche, e forse ancor più, da quelli occidentali), l’articolo focalizza l’attenzione sul processo di gestazione delle manifestazioni di protesta delle ultime settimane.
Ancora una volta, come già verificatosi nei casi dell’Egitto e della Turchia – giusto per rimanere alla più stretta attualità – non siamo in presenza di esplosioni improvvise, ma di salti di qualità che affondano però le loro radici in movimenti che a volte sono addirittura pluridecennali. Per di più, solo se si getta un po’ di luce sul modello di sviluppo che Brasilia ha fatto proprio negli ultimi anni (almeno in quelli dei governi del PT), andandone a scandagliare gli aspetti strutturali, si può comprendere come l’aumento di 20 centesimi di real del prezzo del biglietto trasporto pubblico, abbia potuto costituire il detonatore di un malcontento ben più generalizzato.
Riappropriarsi di un metodo di analisi della realtà che sappia rifuggire ricostruzioni approssimative e che mistificano gli attori in campo, rimuovendo del tutto il portato di classe delle proteste, ci pare un compito di primaria importanza. Al punto da pubblicare questo contributo pur non condividendolo del tutto nel merito. In particolare, laddove si corre il rischio di rappresentare il gigante brasiliano come un campione del neoliberismo, con qualche mera spruzzatina di vernice socialdemocratica, crediamo che ci sia bisogno di un’ulteriore problematizzazione che ci possa portare ad analizzare il ruolo che lo stato ha svolto nella promozione di aspetti che più tipicamente si legano all’esperienza ‘desarrollista’, di cui il presidente brasiliano Juscelino Kubishek fu uno dei maggiori rappresentanti.
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Il Datagate, l’Europa e il rimosso della sinistra
di Raffaele Sciortino
L’affare Snowden sta facendo da rilevatore di dinamiche geopolitiche cruciali che la crisi globale catalizza e rende sempre meno gestibili. Dunque gli States, cuore della finanza transnazionale, sono il centro di una rete globale di controllo. (Del resto la finanza non è fatta solo di click nello spazio virtuale, ha bisogno di complessi apparati territorializzati, economici politici militari, di consenso ecc.). Ma controllo, attenzione, non solo su nemici e avversari bensì su gran parte degli stessi alleati.
La questione va ben oltre la libertà della rete, questa macchina delle macchine che con tutte le sue ambivalenze appalesa un dispositivo di comando, tutt’altro che piatto come si vede, che sembra sfidare le più fosche distopie. Né è liquidabile - secondo la linea di difesa prontamente assunta sulla scorta di Obama dai filoatlantici europei - con l’argomento “così fan tutti” (i governi: pur vero, tralaltro molte delle “vittime”, o suoi apparati, sono al tempo stesso consapevoli collaboratori del big boss) o “tanto si sapeva” (vedi già il caso Echelon). Perché è cambiato il contesto complessivo - segnato oggi, nella crisi, dagli effetti destrutturanti per il sistema di questo concentrato di potenza - e con esso il grado dei contrasti tra gli attori, a tutti i livelli, e non da ultimo è mutata l’attenzione e la percezione da parte delle “plebi” su quanto sta accadendo.
Tre le questioni geo/politiche più rilevanti dell’affaire che qui è possibile solo sfiorare.
Innanzitutto, il colpo subito dal soft power statunitense: spiare le vite degli altri prima o poi ha un costo.
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Il lavoro-merce a saldi di fine stagione
di Sebastiano Isaia
La mia attività diventa merce, io sono in tutto e per tutto venale
(K. Marx)
Teoria
Nell’accezione marxiana del concetto l’ideologia rimanda a un pensiero che capovolge il rapporto fra la realtà delle cose e le cose come le vorrebbe il filosofico soggetto della conoscenza sulla scorta di certe idee, di determinati principi etici, politici e via di seguito. La realtà “nuda e cruda” delle cose viene sostituita, attraverso un procedimento “astrattivo” che possiamo definire appunto ideologico, da una realtà fittizia che esiste solo nella testa di chi la pensa e la proietta all’esterno, creando un mondo puramente ideale, assolutamente soggettivo – sempre in un’accezione filosofica del termine. Inutile precisare che il soggetto in questione è lungi dall’essere cosciente di un simile procedimento, e anche questo è un aspetto centrale nel concetto marxiano di ideologia.
Quando ho fatto riferimento a una «realtà “nuda e cruda”» non ho inteso affatto postulare un approccio passivo, puramente ricettivo, da parte del soggetto della conoscenza al mondo oggettivo, che il primo si limiterebbe a riflettere (o rispecchiare) più o meno fedelmente; infatti «la concezione materialistica del mondo non è priva di presupposti ma osserva i presupposti materiali come tali ed è perciò, essa sola, la concezione del mondo realmente critica» (Marx-Engels, L’ideologia tedesca).
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La rivoluzione da Mosca a Cambridge*
di Emiliano Brancaccio
Pareva destinato a diventare una reliquia, un polveroso cimelio del periodo tra le due guerre. Ed invece, dopo il fallimento di Lehman Brothers dell’ottobre 2008 e l’inizio della cosiddetta Grande Recessione, il nome di Keynes è tornato improvvisamente a risuonare nei dibattiti di politica economica. Si tratta, beninteso, di una evocazione ancora spettrale, che per adesso incide solo in termini marginali e confusi sulle azioni pratiche delle autorità monetarie e di bilancio. Ma già il solo fatto che Keynes venga nuovamente menzionato nell’agorà politica appare a molti un segnale minaccioso, un potenziale incentivo all’eversione del precario ordine finanziario costituito.
Il rinnovato interesse per l’eresia keynesiana costituisce un segno del terremoto che dall’inizio della crisi ha iniziato ad agitare il campo di battaglia delle teorie e delle politiche economiche. Come però tipicamente capita alle visioni per lungo tempo sommerse e dimenticate, il pensiero di Keynes risulta oggi appannato da una vulgata approssimativa, per molti versi fuorviante. Si consideri ad esempio una delle sue più celebri affermazioni: «Nel lungo periodo saremo tutti morti». Questa frase viene spesso affiancata ad un’altra sua enunciazione, scritta diversi anni dopo: «Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata [..] di scavar fuori di nuovo i biglietti [..], non dovrebbe più esistere disoccupazione». Basandosi su queste due frasi giustapposte, svariati commentatori hanno preteso di descrivere Keynes come un intellettuale frivolo, irresponsabile, incurante del futuro, fautore dello sperpero e della dissipazione di risorse produttive.
Con buona pace dei veri esegeti di Keynes, questa chiave di lettura risulta oggi diffusa e influente.
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Tra Schumpeter e Keynes: l'ortodossia di Paul Mattick
Riccardo Bellofiore
[E' uscito in libreria, per le edizioni Jaca Book, il terzo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Il capitalismo americano e i suoi critici. Per gentile concessione dell’editore, pubblico su questa pagina il mio saggio su Paul Sweezy e Paul Mattick. Quella che segue è la seconda parte, dedicata a Mattick. La prima su Sweezy la trovate qui]
La caduta del saggio di profitto in Paul Mattick
Una figura che potrebbe apparire del tutto opposta è quella di Paul Mattick. Nato nel 1904, giovanissimo operaio diviene spartachista, e partecipa alla fallita rivoluzione tedesca. Nei primi anni Venti, comunista «consiliare» e parte dell’opposizione di sinistra al bolscevismo leninista, abbandona il Partito comunista di Germania per entrare nel Partito comunista operaio di Germania. Emigra nel 1926 negli Stati Uniti, dove contribuì a redigere il Programma degli Industrial Workers of the World a Chicago nel 1933.
Mattick è stato «uno dei tre» del comunismo dei consigli, insieme a Karl Korsch e Anton Pannekoek. Denunciando i limiti e l’involuzione del partito leninista, Mattick ha invece sostenuto l’importanza della nuova forma organizzativa emersa spontaneamente durante la rivoluzione russa del 1905: i consigli operai. Tornati sulla scena con maggior forza nel febbraio 1917, determinarono la natura del processo rivoluzionario, ispirando la formazione di analoghe organizzazioni spontanee nella rivoluzione tedesca del 1918, e poi un pò dappertutto fino ai giorni nostri. Secondo Mattick, con il sistema consiliare nasceva una forma organizzativa capace di coordinare in piena indipendenza le autonome attività di masse molto vaste. Oltre ai saggi di critica dell’economia, ha pubblicato dal 1934 una rivista vicina al movimento dei consigli, l’ «International Council Correspondence», divenuta «Living Marxism» nel 1938, per cambiare ancora nome nel 1942 col titolo di «New Essays». Nel 1936 scrisse per la «Zeitschrift für Sozialforschung» di Horkheimer un saggio sul movimento dei disoccupati dopo il 1929: aveva partecipato alle organizzazioni spontanee per l’occupazione di case, per l’uso proletario del gas e dell’elettricità, per le grandi manifestazioni che la polizia non riusciva più a contenere.
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La sentenza della Corte e la lezione della Fiom
Paolo Ciofi
Non si tratta solo del soldato Brunetta, sempre sull'attenti di fronte al Supermanager soddisfatto di sentirsi dire che gli interessi della Casa torinese sono quelli dell'Italia. Sulla sentenza della Corte costituzionale, che ha dato ragione alla Fiom e torto alla Fiat, è necessario fare chiarezza respingendo ogni interpretazione riduttiva. E smontando la sperimentata tecnica del «sopire troncare, troncare sopire» in vista di nuovi misfatti farisaicamente onesti, che il manzoniano Conte zio oggi impersonato dai poteri dominanti si appresta ad apparecchiare con la copertura della "libera stampa" e dei camerieri di turno. Come dimostra il trattamento a dir poco scomposto cui è stata sottoposta la presidente della Camera Laura Boldrini per aver declinato l'invito di Marchionne. E per aver detto con parole di verità che «non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro che potremo avviare la ripresa», bensì percorrendo la via «della ricerca, della cultura, dell'innovazione».
La sentenza della Corte non è affatto equivoca su una questione di fondo, che ci riguarda direttamente come cittadini di questa Repubblica fondata sul lavoro. Semplicemente, ha dichiarato incostituzionale, né più né meno, quel comma dell'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori strumentalmente usato da Marchionne per cacciare dagli stabilimenti Fiat i rappresentanti della Fiom perché il sindacato di Landini, respingendone i contenuti, non aveva sottoscritto il contratto: instaurando così il principio che nelle fabbriche e negli uffici dei rispettosissimi e ben educati eredi Agnelli possono operare solo i sindacati che condividono il punto di vista dei padroni. Gli altri sono out, non esistono.
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Autodeterminazione dei popoli e indipendenza di classe per la prospettiva del Socialismo nel XXI secolo*
LAB e Fondazione Ipar Hegor (Paesi Baschi) intervistano Rita Martufi e Luciano Vasapollo
Come definirebbe l'imperialismo del XXI secolo? Come si è evoluto?
Luciano Vasapollo (L.V.): La questione inerente l'imperialismo è complessa e relazionata al metodo di produzione capitalista. Il XXI secolo è caratterizzato da una forte competizione globale inter-imperialista nella quale gioca un ruolo centrale quello degli USA, ma va rafforzandosi anche l'imperialismo europeo che oggi come oggi, per noi, ha un forte impatto economico, commerciale e sociale. Secondo la nostra analisi, la costruzione della moneta unica europea, ha coinciso con la costruzione di un polo imperialista concorrenziale a livello globale dal punto di vista economico, commerciale e monetario all'interno del quale, l'euro, rappresenta la moneta forte dell’area valutaria europea che coincide con la forza economica e finanziaria tedesca.
Attualmente la Germania sta imponendo a tutta l'Europa, e non solo, il suo modello d'esportazione e l'euro può essere considerato come un super marco, proprio come l'Unione Europea può considerarsi una super Germania.
Una forma di imperialismo e neo colonialismo perciò nati dall'interno, che hanno canalizzato verso la disindustrializzazione i Paesi dell'area mediterranea denominati PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), obbligandoli a divenire Paesi importatori colpiti in seguito da debiti interni, esterni, pubblici e privati.
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Come uscire dall'euro?
(tre osservazioni sulla tesi di Brancaccio)
Leonardo Mazzei
Il ragionamento di fondo svolto ormai da tempo da Emiliano Brancaccio, e riproposto in ultimo nel suo articolo Uscire dall'euro? C'è modo e modo, ci trova assolutamente concordi. In sostanza Brancaccio evidenzia tre cose: l'elevata probabilità della fine dell'eurozona, i problemi che essa comporterebbe in considerazione delle diverse modalità di uscita dall'euro, la totale impreparazione della sinistra di fronte a questo scenario.
Sul primo punto - la fine dell'eurozona - Brancaccio è più prudente di noi, ma la centralità che egli assegna ai due punti successivi si giustifica solo con la convinzione che, pur non potendone prevedere i tempi, sarà questo lo scenario più probabile che determinerà il nuovo assetto economico, sociale e politico del Paese.
La sua insistenza sulle diverse modalità di fuoriuscita dalla moneta unica pone il problema dei problemi, cioè quello del programma. Un nodo che a sinistra viene allegramente sfuggito, scambiando per «programma» la solita lista della spesa, fatta di obiettivi giusti ma sganciati dal percorso concreto per raggiungerli. E' il classico vizio massimalista, che gioca al più uno, senza mai porre concretamente la questione del potere.
Nel nostro piccolo, come Mpl, abbiamo più volte indicato i punti essenziali sui quali dovrebbe nascere un governo popolare d'emergenza in grado di gestire, nell'interesse del popolo lavoratore, l'uscita dall'euro e dall'Unione Europea.
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Prospettive economiche per i nostri (pro)nipoti?
di Giorgio Gattei
Nell'era della "disoccupazione tecnologica", il reddito di cittadinanza dovrebbe essere quella parte di profitto a cui il capitale rinuncia per garantirsi la domanda di merci
Piuttosto che intervenire sulle condizioni di fattibilità pratica del reddito di cittadinanza, su cui non ho competenza, vorrei interrogarmi sul significato storico che può assumere il dibatterne oggi. Infatti io lo giudico un argomento economico cruciale posto dalla mutazione radicale che sta subendola “maniera capitalistica del produrre”.
Finalmente, dopo un anno di passione sulla tenuta dei conti pubblici, si è arrivati a discutere della disoccupazione, di cui però si possono dare due tipi. C’è la disoccupazione provocata dalla “insufficienza di domanda effettiva” (ossia dalla domanda assistita da moneta): essendo necessaria manodopera per produrre le merci, se queste non trovano domanda adeguata, l’occupazione necessariamente calerà. Da qui il rimedio a simile disoccupazione - che è detta “keynesiana” perchè riconosciuta magistralmente da J. M. Keynes - che consiste nel rilancio della domanda tramite aumento dei consumi delle famiglie e/o dello Stato.
C’è però anche un altro tipo di disoccupazione, di cui poco si parla e di cui aveva ben detto Giorgio Lunghini oltre un decennio fa quando ha osservato che «la relazione biunivoca e stabile tra produzione di merci e occupazione di lavoro vivo è mutata: è ancora vero che, se la produzione cala l’occupazione cala, ma non è più vero l’inverso, che se la produzione riprende anche l’occupazione riprende» (1).
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