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Se il femminismo è un brand*
di Cristina Morini
Far nuovamente detonare la radicalità del pensiero e dell’agire delle donne è un compito arduo. Il femminismo ha segnato diverse generazioni in modo vivace e vitale. Ma adesso? Ha perso la forza rivoluzionaria delle origini? Di certo non gli è stato risparmiato lo strazio che è capitato ad altri ambiti (dal sindacato ai partiti politici fino ai movimenti). Il periodo attuale, con una povertà imbarazzante di argomenti ma con profonda e sottile violenza, non fa che alimentare la spirale del silenzio attraverso il potere di persuasione e di repressione dei propri complessi dispositivi di comando. Precarietà, pubblicità, giornali, televisioni, opinionisti, mercati finanziari (ed entità “metafisiche” correlate): tutto è predisposto per omologare e comprare, incanalando verso un solco prestabilito ogni dinamica conflittuale, ogni pulsione dell’anima, piegandone il verso nel senso della compatibilità, della razionalità, della misurabilità, della “normalità”. Tuttavia l’essere umano - la donna come l’uomo - non può mai avere una sola dimensione. C’è sempre un che d’insopprimibile, qualcosa che manca nel conto, che sfugge, fortunosamente, a ogni previsione.
Il libro di Nina Power, La donna a una dimensione ci dice questo in sole, densissime, 90 pagine e noi facciamo sfacciatamente il tifo per lei. Tradotto recentemente in Italia dopo la sua pubblicazione in Gran Bretagna nel 2009 [One Dimensional Woman, Zero Books], è un libro per il nuovo femminismo, fuori da ogni retorica, fuori da ogni tentazione nostalgica e identitaria. Guarda con acuto e a tratti - per chi legge - doloroso disincanto ai processi di manipolazione a cui le donne sono oggi sottoposte. L’ironia tagliente a cui l’autrice ricorre non è solo un tratto dello stile ma una probabile soluzione per prendere distanza dai nuovi mostri che ci assediano (finanza e protesi, pratica del cutting e “masturbazione come precondizione alla shopping”).
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Contro la democrazia
Contributo a una critica dell'autonomia della politica
di Gilles Dauvé e Karl Nesic
Potremmo interrogarci sul senso dell’ennesima riflessione su un soggetto apparentemente secondario, se paragonato a questioni più urgenti come l’attuale crisi. Tutto sembra in effetti essere stato già detto sulla democrazia, dai suoi nemici e dai suoi cantori o riformatori. È di buon gusto nei paesi capitalistici detti sviluppati denunciare la desuetudine delle pratiche parlamentari e il disinteresse che suscitano.
Nessun elettore auspica che il suo voto possa cambiare profondamente la sua vita. Tuttavia, non appena si avverte che c’è qualcosa in gioco, l’interesse rinasce. Gli USA hanno un bell’essere il paese in cui la politica assomiglia più a uno show e a un business, dove milioni di brave persone si mobilitano per portare la parola dei candidati alla Casa Bianca. Si parla di ampliare il campo della democrazia, di renderla partecipativa, di farla scendere nel quartiere, nella strada, nella scuola, e alcuni sognano di instaurarla nel luogo di lavoro. La democrazia viene vissuta, se non come la risposta a tutti i problemi, quanto meno come la risposta che contiene tutte le altre. Al cospetto della democrazia ogni critica diventa sospetta, ancor più se la critica in questione mira addirittura a un mondo senza classi, senza salariato né capitale, senza Stato. Di solito l’opinione corrente ha moti di comprensione (pur con relativa condanna) per il “reazionario” che disprezza la democrazia, qualora neghi la capacità degli uomini di organizzarsi e dirigersi da sé, perché questo rientra nel gioco delle parti. Ma chi rifiuta il principio democratico nel nome stesso della capacità di auto-organizzarsi, reputando la democrazia inadatta all’emancipazione dei proletari e dell’umanità, costui è destinato a non essere compreso. Nel caso migliore passa per un provocatore amante dei paradossi, nel caso peggiore per un intellettuale traviato che a furia di non apprezzare la democrazia finirà come quelli che più l’hanno attaccata: i fascisti.
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Il nuovo autoritarismo: dalle democrazie alle dittature tecnocratiche
James Petras*
Introduzione
Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo.
Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale.
Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica.
La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.
Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”.
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Un Audit sul debito
Guido Viale
Agli storici del futuro (se il genere umano sopravviverà alla crisi climatica e la civiltà al disastro economico) il trentennio appena trascorso apparirà finalmente per quello che è stato: un periodo di obnubilamento, di dittatura dell'ignoranza, di egemonia di un pensiero unico liberista sintetizzato dai detti dei due suoi principali esponenti: «La società non esiste. Esistono solo gli individui», cioè i soggetti dello scambio, cioè il mercato (Margaret Thatcher); e «Il governo non è la soluzione ma il problema», cioè, comandi il mercato! (Ronald Reagan). Il liberismo ha di fatto esonerato dall'onere del pensiero e dell'azione la generalità dei suoi adepti, consapevoli o inconsapevoli che siano; perché a governare economia e convivenza, al più con qualche correzione, provvede già il mercato. Anzi, "i mercati"; questo recente slittamento semantico dal singolare al plurale non rispecchia certo un'attenzione per le distinzioni settoriali o geografiche (metti, tra il mercato dell'auto e quello dei cereali; o tra il mercato mondiale del petrolio e quello di frutta e verdura della strada accanto); bensì un'inconscia percezione del fatto che a regolare o sregolare le nostra vite ci sono diversi (pochi) soggetti molto concreti, alcuni con nome e cognome, altri con marchi di banche, fondi e assicurazioni, ma tutti inarrivabili e capricciosi come dèi dell'Olimpo (Marco Bersani); ai quali sono state consegnate le chiavi della vita economica, e non solo economica, del pianeta Terra. Questa delega ai "mercati" ha significato la rinuncia a un'idea, a qualsiasi idea, di governo e, a maggior ragione, di autogoverno: la morte della politica. La crisi della sinistra novecentesca, europea e mondiale, ma anche della destra - quella "vera", come la vorrebbero quelli di sinistra - è tutta qui.
Ma, dopo la lunga notte seguita al tramonto dei movimenti degli anni sessanta e settanta, il caos in cui ci ha gettato quella delega sta aprendo gli occhi a molti: indignados, gioventù araba in rivolta, e i tanti Occupy.
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Cosa unifica i movimenti*
di Mario Agostinelli
Premessa
In un articolo di Martedì 1 Novembre su Repubblica – sotto l’occhiello impegnativo di “Mercati & democrazia”- Ulrich Beck avanza una tesi scioccante, fin qui esorcizzata dagli estensori delle “istruzioni tecniche” che dovrebbero costringere il renitente 99% a condividere le medicine amare dell’1% che beneficia del trionfo del pensiero unico. Eppure, per certi versi, le previsioni del sociologo tedesco avrebbero dovuto sollevare, se non il panico dell’annuncio del referendum greco, almeno l’apprensione dei devoti della Bce. Beck sostiene che un caldo autunno del Nord del mondo – dall’America, all’Inghilterra, al Canada, all’Italia, alla Germania e al Giappone – sul modello della primavera araba potrebbe distruggere addirittura il credo di un sistema, quello che fino a non molto tempo fa veniva chiamato “libera economia di mercato” e che ora comincia a venir sottoposto a critica radicale come “capitalismo”. Sta forse esagerando o, comunque, scambiando troppo ottimisticamente l’uragano della crisi finanziaria per un’occasione che spinge alla discontinuità con il sostegno di moti democratici fino ad ieri impensabili? Non credo: anzi, gli eventi di questo 2011, compreso a livello nazionale lo spegnersi del sogno berlusconiano e il consolidarsi del concetto unificante di bene comune, stanno a dimostrare la giustezza dell’intuizione che attraversa l’intero editoriale del quotidiano: un allarme insistito per la divaricazione drammatica tra immobilismo della politica e attese della società.
E’ il centro della società, che si ritrova esclusa per il 99%, che protesta nelle piazze o, perlomeno, empatizza in una sorta di comunità di destino, che si fa esperienza condivisa con il precipitare della crisi.
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Volete una dittatura illuminata?
Claudio Messora
Ok. Abbiamo scherzato. Sapete tutta la storiella del popolo che governa? People have the power, insomma. Reset! Kaput! Buttate i libri di educazione civica. Anzi no... Dimenticavo che da quando l'hanno direttamente abolita non li avete più nemmeno dovuti comprare. A proposito, la storia della costituzionalità o meno del governo Monti è una questione di lana caprina. Esercitatevi voi, io mi annoio. Certo, è evidente che questa è (era) una Repubblica Parlamentare. E' evidente che i ministri non li scegliete voi. Ma è anche evidente che non avete scelto voi manco i parlamentari, così come è evidente che non esistono i governi tecnici, così come è evidente che le regole scritte non possono tenere conto di ogni possibile forma di tortuoso aggiramento, altrimenti il governo Berlusconi non avrebbe potuto tenere in scacco il paese per gli ultimi cinque anni infilando tutta una serie di leggi incostituzionali che prima o poi venivano seccate dalla Corte In-Costituzionale ma che, nel frattempo, valevano come qualsiasi altra legge, garantendo di fatto quella stessa immunità che in teoria non esisteva. Fico vero? Una legge che non può esistere, ma che viene applicata per un anno e mezzo alla volta. Cosa mi dite? Che è costituzionale? Bravi, continuate a guardare il dito, ma usereste meglio il vostro tempo su YouPorn.
E così in Europa (e la Commissione Trilaterale) decidono che devono andare verso una totale unione politica e fiscale. Decidono che Berlusconi non va bene e iniziano a ridergli in faccia.
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Una sovranità chiamata debito
Etienne Balibar
Che cosa è accaduto in Europa, tra la caduta del governo greco e italiano, e il disastro della sinistra spagnola alle elezioni di domenica scorsa? Una peripezia nella piccola storia dei rimpasti politici che si estenuano a inseguire la crisi finanziaria? Oppure il superamento della soglia nello sviluppo di questa crisi che ha compromesso irreversibilmente le istituzioni e le loro modalità di legittimazione? A dispetto delle incognite, bisogna rischiare un bilancio.
Le peripezie elettorali (quelle che forse ci saranno anche in Francia tra sei mesi) non richiedono grandi commenti. Abbiamo capito che gli elettori giudicano i loro governi responsabili dell’insicurezza crescente nella quale vive oggi la maggioranza dei cittadini dei nostri paesi e non si fanno troppe illusioni sui loro successori. Bisogna però contestualizzare: dopo Berlusconi, si può capire che Mario Monti, almeno in questo momento, batta ogni record di popolarità. Il problema più serio riguarda però la svolta istituzionale. La congiuntura delle dimissioni avvenuta sotto la pressione dei mercati che fanno alzare o diminuire i tassi di interesse sul debito, l’affermazione del «direttorio » franco-tedesco nell’Unione Europea, e l’intronizzazione dei «tecnici » legati alla finanza internazionale, consigliati o sorvegliati dall’Fmi, non può evitare di provocare dibattiti, emozioni, inquietudini e giustificazioni.
Una strategia preventiva
Uno dei temi più frequenti è quello della «dittatura commissaria» che sospende la democrazia al fine di rifondarne la stessa possibilità, nozione definita da Jean Bodin all’alba dello Stato moderno e più tardi teorizzata da Carl Schmitt.
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Autonomia e organizzazione
“La conoscenza teorica del fatto che il capitalismo dovrà crollare a causa delle sue contraddizioni, non impegna a sostenere che il vero crollo sarà un processo automatico, indipendente dagli uomini, senza gli uomini non esiste nemmeno l’economia” P.Mattick
La crisi
La parola crisi è ormai sulla bocca di tutti, crisi che al di là del suo elemento fenomenologico, l’aspetto finanziario, è in realtà crisi complessiva degli attuali assetti capitalistici.
Investe cioè aspetti legati alla produzione e alla dimensione geografica del capitale stesso, che si riversano sul tempo e lo spazio di vita (cfr. Generalizzazione della precarietà e dimensione metropolitana su www.connessioni-connessioni.blogspot.com).
La crisi ha accelerato i meccanismi di una accumulazione flessibile che per sopravvivere deve accrescere i margini di sfruttamento sulla forza lavoro, precarietà contrattuale e flessibilità produttiva sono oggi un binomio indissolubile. Questo porta con sé continue metamorfosi sul piano dello spazio, ovvero della dimensione geografica del capitalismo, rappresentata oggi dalla metropoli, nuovo paesaggio del pianeta.
La modificazione dello spazio in generale, e l’urbanizzazione in particolare, sono per il capitalismo un aspetto fondamentale, grazie al quale può essere assorbita l’eccedenza di capitale. Le crisi di sovra-produzione accelerano questi processi. Una grossa porzione della forza lavoro globale complessiva è impiegata nell’edificazione e nella manutenzione dell’ambiente costruito. Il processo di sviluppo urbano mette in moto capitali di importo ingente, solitamente mobilizzati sotto forma di prestiti a lungo termine. Gli investimenti alimentanti dal credito spesso diventano epicentro di una crisi.
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Monti non è il meno peggio
E' l'ultimo rantolo prima del Ballo di San Vito
di Giulietto Chiesa
Il punto di partenza di questo ragionamento è una constatazione: nel 2007 è sopravvenuto il crollo repentino del sistema finanziario mondiale (sarebbe più preciso dire del sistema finanziario occidentale, perché la Cina e altri paesi del mondo emergente sono rimasti per ora fuori dalla catastrofe, per diversi motivi che non è possibile qui approfondire). Alla fine del 2007, in sostanza, tutte le grandi banche d’investimento, e affini, che rappresentano il vero potere mondiale al momento attuale - di gran lunga più potenti di quasi tutti i più forti paesi dell’occidente, e indifferenti al destino di questi ultimi - sono andate in fallimento.
La prima cosa da rilevare – ed è molto importante sottolinearlo – è che la finanza mondiale è crollata per cause interne, endogene. Non ha subito minacce da un qualche “esterno” ostile. È affondata da sola. Il che si può anche esprimere in termini economici, con la formula di “crisi sistemica”. Perfino il presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, ha usato recentemente questa definizione. Che significa che una semplice cura (cura da crisi ciclica, cura da crisi di sovrapproduzione, etc.) non basterà per risollevarne le sorti. Anzi, si può dire, al contrario, che è ormai impossibile salvare il sistema, che si è rotto irrimediabilmente perché ha in sé la causa della sua fine.
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Un nuovo approccio galileiano per la resurrezione della sinistra e della democrazia
Raffaele D’Agata
Premessa...
Da che mondo è mondo, coloro che hanno interesse a difendere e a perpetuare l’esistente, hanno mistificato il dato storico identificandolo con la legge naturale. Il conservatore Aristotele sostenne che la schiavitù era, appunto, perfettamente conforme a natura; con ancor minore buonafede, la borghesia ottocentesca considerò normale far lavorare in fabbrica anche donne e bambini per orari spropositati. Nel tempo attuale – come messo in chiaro da Raffaele D’Agata nell’articolo che segue – i responsabili della catastrofe prodotta da tre decenni di politiche sfrenatamente neo-liberiste pretendono di sacralizzarne le “leggi” come regolatrici assolute ed eterne della vita economica e sociale. Esemplare, in proposito, la nota lettera estiva di Trichet e Draghi (riportata integralmente qui in calce). A nostro avviso, l’articolo merita un’attenta lettura punto per punto, per la chiarezza con cui prospetta una possibile e realisticamente rivoluzionaria via alternativa. Certo, è difficile vedere dove siano oggi le forze di sinistra capaci di condurre una battaglia politica di tale portata; ma le idee giuste – ebbe a dire qualcuno che di critica al sistema vigente se ne intendeva – “hanno mani e piedi”.
L’ordine tolemaico e le sue varianti
Politiche che perseguono e producono una forte contrazione della domanda globale (e particolarmente un’ ulteriore contrazione di tassi di occupazione e di livelli di salario reale già in corso di costante diminuzione ormai da più di tre decenni) rappresentano tuttora le sole reazioni alla peggiore crisi che il sistema capitalistico abbia mai conosciuto, se si fa eccezione per quella degli anni trenta del Novecento; e sono anche le sole politiche attualmente prevedibili.
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Il governo politico dei “mercati” nella versione austera del prof. Monti
Paolo Ciofi
A Berlusconi, che gli chiedeva di fare il leader di un governo di centro-destra, il prof. Monti avrebbe risposto così: «i mercati vogliono le larghe intese» (Corriere della sera del 12 novembre). Poche parole che in modo folgorante chiariscono il senso della fase che stiamo vivendo: innanzitutto, perché il Cavaliere alla fine sia stato costretto a scendere da cavallo, e perché al suo posto sia asceso l'austero supertecnico eurobocconiano. Già da tempo i "mercati", come ha scritto più volte l'Economist, non si sentivano garantiti da un personaggio giudicato impresentabile, troppo permeabile alle spinte populiste del leghismo, del tutto inabile come uomo di Stato e di governo. E al momento della resa dei conti hanno preteso che il governo Monti raccogliesse in Parlamento il consenso bipartisan di berlusconiani e antiberlusconiani. Come a dire che quando il gioco si fa duro, l'alternanza di governo nei sistemi politici attuali, praticata dentro il perimetro dell'alta finanza che dispone di uomini e cose, comporta una comune chiamata alle armi.
E' la democrazia del «Senato virtuale» da tempo descritta da Noam Chomsky, altrimenti denominata dittatura del capitale, su cui nel Vecchio continente non si riflette a sufficienza. Ed è la lampante controprova che oggi nel nostro sdrucito stivale come in Grecia, in Europa e nel mondo, i cosiddetti mercati, vale a dire una cerchia assai ristretta di proprietari universali, in prevalenza banchieri e finanzieri, sono in grado di imporre le loro scelte a intere nazioni e a milioni di esseri umani.
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Prove (conclamate) di dittatura finanziaria
di Andrea Fumagalli
1. L’inverno 2011-12 non si preannuncia caldo soltanto sul piano del conflitto sociale-politico, ma anche e soprattutto sul piano dei mercati finanziari e creditizi.
La situazione è aggravata paradossalmente dalla doppia velocità con cui il piano della governance istituzionale ed finanziaria si muove. Quando si tratta di imporre politiche di riordino dei conti pubblici con manovre recessive del tipo lacrime e sangue, i tempi di decisione, in nome dell’emergenza, sono assai rapidi. Quando si tratta, invece, di coordinare politiche di intervento a sostegno dell’indebitamento degli stati colpiti dalla speculazione, allora i tempi si allungano a dismisura.
Tutto ciò non stupisce. Rientra nella solita politica dei due tempi. Un primo tempo di sacrifici, di subalternità alle logiche dominanti del potere economico-finanziario, in attesa di un secondo tempo, che non arriverà mai. Aspettando la prossima crisi…..
Abbiamo già visto una simile dinamica quando si è costruita l’unione monetaria europea, spacciata ideologicamente come il coronamento del sogno di una unione europea politica e sociale. Niente di più falso e oggi ne vediamo i perversi effetti. All’epoca, inizio anni ’90, l’ineluttabile necessità di ottemperare ai parametri di Maastricht (l’”emergenza di entrare in Europa”) ha segnato il turning point decisivo per la svolta nelle politiche di distribuzione del reddito (un travaso “istituzionalizzato” dai redditi da lavoro ai redditi da capitale) e per l’avvio irreversibile del processo di precarizzazione del lavoro e della vita. Oggi, l’emergenza si chiama crisi del debito sovrano (l’”emergenza di restare in Europa”).
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Keynes vs Tabellini
di Alberto Bagnai
Non sarò breve (mi scuso).
Il professor Guido Tabellini interviene sul Sole 24 Ore sostenendo che le politiche di rigore sono necessarie ma non saranno sufficienti perché “le fondamenta stesse dell’euro sono viziate”. Un vizio determinato da due “difetti costitutivi”: primo, la Bce può svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza solo rispetto alle banche (rifinanziandole), ma non rispetto agli Stati (acquistando i loro titoli); secondo, la politica monetaria è centralizzata, ma la vigilanza è rimasta nazionale. Quali conseguenze avrebbero questi difetti? Senza un acquirente di ultima istanza dei titoli pubblici i paesi ad alto debito “sono lasciati in balia dei mutamenti di umore dei mercati”. Il decentramento della vigilanza invece porta a una segmentazione dei mercati, perché le autorità nazionali, diffidando di quelle dei paesi vicini, impedirebbero alle banche di prestare all’estero, e questa situazione “non può durare”.
Meglio tardi che mai
L’ammissione di errore deve essere accolta senza facili ironie e con grande rispetto. Dallo scoppio della crisi, in Italia gli economisti ortodossi hanno spesso testimoniato una profonda e sincera volontà di rimettere in discussione le proprie certezze. A sinistra non c’è stato niente di simile, per un semplice motivo: economisti e politici di “sinistra” hanno rivendicato per due decenni la scelta dell’euro come un loro grande successo. Il tatticismo politico ora impedisce loro di comprendere e di ammettere che questa scelta è contraria agli interessi del loro elettorato.
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“Ce la faremo”. Note sul governo Monti e la partita dei prossimi mesi
CAU - Napoli
ll mister Monti ha parlato per la prima volta alla Camera venerdì scorso: “il nostro è un compito già quasi impossibile, ma ci riusciremo”.
Come ogni buon allenatore ha galvanizzato con un po’ di rischio spettatori e giocatori, poi, per fugare ogni dubbio su chi riuscirà nella sfida, ha aggiunto: prenderemo “nel breve periodo, decisioni non facili, non gradevoli verso i nostri concittadini”. Quali sarebbero queste decisioni Monti lo aveva chiarito il giorno prima al Senato, parlando di rigore, di sacrifici, di attuazione severa delle manovre, di riforma dei contratti e degli ammortizzatori sociali… Così, ecco apparire lampante la partita dei prossimi mesi e le squadre che si fronteggeranno: da un lato un governo espressione della frazione di capitale più grande e della parte della borghesia più “europea”, sostenuto da tutte o quasi le forze politiche; dall’altro la stragrande maggioranza della popolazione, studenti, lavoratori, disoccupati, subalterni e “ceti medi” impoveriti, a cui il nuovo Governo dice: per uscire da questa crisi vi estorceremo denaro e diritti ma sarà per il vostro bene. E ce la faremo!
Ce la faranno? Be’, a sentire il plauso unanime della curva mediatica, soprattutto quella “sinistra”, a vedere l’assenza di qualsiasi opposizione, la stanchezza e la devastazione sociale che c’è intorno a noi, la mancanza di schemi e progetti credibili, la pochezza sia quantitativa che qualitativa della mobilitazione, ci sarebbe da pensare che sì, purtroppo ce la faranno anche stavolta. E quest’altro match se lo aggiudicheranno loro, a tavolino.
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Meglio il default? Dipende*
di Alfonso Gianni
La parola default, nel suo significato di insolvenza finanziaria ovvero di fallimento, è diventata ormai uno dei termini più usati non solo nel linguaggio degli specialisti economici, ma anche in quello dei commentatori televisivi o della carta stampata e persino in quello comune. Per molti – e sono ancora la maggior parte – quel vocabolo evoca tremendi scenari di distruzione dell’ordine economico e di disperazione dei singoli. Altri sembrano essersene invaghiti – ma sono, per ora, solo una netta minoranza – e per loro quel termine suscita addirittura speranza. Ovviamente stiamo qui parlando del fallimento di uno stato intero, non semplicemente di una banca o di un istituto finanziario per quanto grosso esso sia. D’altro canto il precetto too big to fail è già stato ampiamente contraddetto dagli eventi di questa lunga crisi, a partire dal fallimento di Lehman Brothers. Naturalmente gli americani ne hanno fatto un film, proprio con quel titolo che la distribuzione italiana ha scioccamente storpiato facendone perdere il senso.
Il “salvataggio” della Grecia
Le ultime misure assunte a fine Ottobre dalla Ue nei confronti della Grecia – sulle quali Papandreu con notevole coraggio ha annunciato un referendum popolare – altro non sono che una sorta di default pilotato, ovvero una robusta ristrutturazione del debito. Il valore nominale del debito greco è stato ridotto di 100 miliardi. L’adesione al salvataggio greco da parte degli istituti di credito dovrebbe essere volontario, ma in realtà verrà incentivato dai governi dell’Eurozona (fino a 30 miliardi). Le banche più esposte, ovvero quelle che hanno in pancia il più grande numero di titoli di Stato ellenici, oltre a quelle greche sono le francesi (più di 51 miliardi), le tedesche (oltre 33 miliardi), le inglesi (oltre 12 miliardi), mentre relativamente limitata è l’esposizione delle banche di casa nostra (quasi 4 miliardi).
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La “riforma finale”
Militant
Quella a cui il Governo Monti si appresta a mettere mano sarà “la riforma finale” del sistema previdenziale. Proprio così, avete letto bene: la riforma finale. E il copyright della lugubre quanto appropriata definizione questa volta non è nostro, ma è del neoministro del lavoro Elsa Fornero (leggi).
Confessiamo che quando abbiamo letto quali fossero le intenzioni della “superesperta di pensioni” c’è corso più di un brivido lungo la schiena, e non solo per il fatto che in quello slogan ne riecheggiasse un altro ben più macabro e triste. La prendiamo un po’ da lontano promettendo però di arrivare velocemente al punto.
Marx sostiene che nella società dominata dal modo di produzione capitalistico la merce sia la forma elementare della ricchezza, e che ogni merce abbia al contempo un valore d’uso ed un valore di scambio. Il primo è intimamente connesso alla natura stessa della merce, al suo “corpo”, e dunque alla sua capacità di soddisfare un bisogno; sia esso materiale o spirituale, reale o immaginario. Il valore di scambio è invece la cristallizzazione di quella “sostanza sociale” che rende tutte le merci assimilabili e dunque scambiabili tra loro: il lavoro umano. Esso è dunque la misura del tempo di lavoro (generico ed astratto) socialmente necessario a produrre ogni merce. E tra queste, per quanto possa non piacerci, c’è anche il lavoro, o più correttamente, la forza lavorativa. La sola merce di cui dispongono e che dunque possono vendere milioni di proletari ed al tempo stesso l’unica merce in grado di generare, attraverso il suo consumo, più valore (di scambio) di quello necessario alla sua produzione.
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“Gli americani a Falluja hanno usato armi vietate e sconosciute”
di Andrea Bertaglio
A rivelarlo una ricerca scientifica: attraverso l’analisi dei capelli della popolazione civile residente nella città irachena rasa al suolo nel 2004, sono state trovate tracce di uranio arricchito, lo stesso materiale usato per le bombe atomiche. L’Onu: “Migliaia i casi di cancri e malformazioni infantili”

Aborti, deformazioni congenite, disfunzioni al sistema nervoso. Effetti collaterali del dramma diFalluja, la città irachena devastata dai bombardamenti Usa del 2004: non solo per via dell’uso di armi proibite, come fosforo bianco e uranio impoverito, ma addirittura a causa dell’uranio arricchito. Lo rivela una sconvolgente ricerca curata dal professorChristopher Busby, dell’Università di Ulster, e pubblicata in Conflict and Health. L’analisi dei capelli dei genitori di molti bambini nati con gravi deformazioni o già malati di tumore sembra provare l’impatto devastante delle bombe americane: una scoperta stupefacente, con “molte implicazioni a livello globale” a carico dell’esercito a stelle e strisce, reo di avere utilizzato nella distruzione della cittadina armi non solo vietate, ma addirittura sconosciute alla letteratura scientifica. Entro la fine di quest’anno l’esercito Usa lascerà l’Iraq . Ma il Paese dovrà fare i conti con la pesante eredità della guerra. Soprattutto Falluja, che grazie all’utilizzo di questi armamenti anche contro la popolazione civile, è alle prese con aborti, deformazioni congenite, disfunzioni al sistema nervoso. Impressionanti i numeri della catastrofe sanitaria che ha colpito i bambini: secondo i dati di un recente rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, “nel 2006 si sono verificati 5.928 nuovi casi di malattie fino ad allora inesistenti a Falluja, delle quali circa il 70 per cento sono cancri e malformazioni in bambini minori di 12 anni”. Nei primi sei mesi del 2007, invece, i nuovi casi sono stati 2.447, “di cui più del 50% riguardanti i bambini”.
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25 NOVEMBRE: il personale è politico e il sociale è il privato
di Elisabetta Teghil
Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Ma, prima di tutto, cosa significa per noi la parola donna?
La definizione biologica di donna non ci appartiene, come non ci appartiene il concetto di donna, strutturazione fittizia del patriarcato in funzione dell’asservimento e dell’oppressione.
Donna è una categoria socialmente costruita ed è un termine tutto interno al sistema patriarcale.
Ma è l’oppressione stessa che definisce l’insieme delle oppresse e comprende tutte coloro che sentono l’oppressione maschile sulle loro pelle e che questa società vuole, con sistematicità e violenza, mantenere e ricondurre nei suoi paradigmi.
La riappropriazione del termine donna avviene, quindi, attraverso la riappropriazione delle categorie di oppressione che a quella parola sono legate.
Il termine donna sarà usato, quindi, come se fosse sempre tra virgolette.
Con violenza di genere sulle donne intendiamo la violenza sessuale/economica/verbale/psicologica/fisica fino al femminicidio del maschio sulla donna.
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Fronte dei porci
di Guido Viale
E l'ambiente? È scomparso dai radar, soffocato dalla paura dello spread, della crisi, del default. Non solo in Italia ma in tutta Europa; e in tutto il mondo. Non solo a livello locale, ma anche a quello globale.
Tra il 28 novembre e il 10 dicembre si terrà a Durban (Sudafrica) la Cop 17, l'ultima conferenza sul rinnovo degli accordi di Kyoto per il contenimento delle emissioni che sono all'origine dei cambiamenti climatici. Scienziati di tutto il mondo, riuniti nell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) insistono nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma a Durban, come a Cancun (2010) o a Copenhagen (2009) non succederà niente. La delegazione europea, che aveva le posizioni più avanzate, ha ormai rinunciato - a causa della "crisi" - a proporre agli altri governi vincoli più stretti (e quella italiana non ha mai avuto qualcosa da dire). Se stampa e media avessero dedicato alla minaccia di questa catastrofe imminente anche solo la metà dell'attenzione dedicata allo spread, il 99 per cento della popolazione mondiale sarebbe scesa in piazza con i forconi per costringere i rispettivi governanti a prendere provvedimenti immediati.
A livello locale il nostro paese - ma anche il resto d'Europa - viene sconvolto sempre più spesso dal dissesto di interi territori, con morti e danni incalcolabili.
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Europa: Tempesta perfetta. Quando la Possibilità Incontra la Realtà
di William Oman
Un lungo articolo su Economonitor che vale la pena di leggere: in una prospettiva storica mette in luce la incredibile inadeguatezza delle proposte politiche del mostro europeo franco-tedesco a due teste. La testa italica farà la differenza? Mah...
"Che tu possa vivere in tempi interessanti".
Quale miglior frase di questa maledizione Cinese apocrifa per catturare l'essenza delle settimane, dei mesi e degli anni a venire? Più precisamente, quanto interessanti saranno i tempi a venire ? La storia suggerisce che dovremmo stare attenti a ciò che desideriamo. La crisi del debito in Europa costituisce un rischio enorme per il futuro del continente, eppure essendo materia tecnica, questi rischi non vengono indicati chiaramente come dovrebbero. Una ragione è la natura elusiva del rischio.
Il 4 agosto 1914, il giorno in cui è scoppiata l'ostilità tra Francia e Germania, il filosofo francese Henri Bergson ha descritto come, fino al giorno dello scoppio effettivo della guerra tra la Francia e la Germania, la guerra appariva "allo stesso tempo probabile e impossibile: una nozione complessa e contraddittoria che è durata fino alla fine". Slavoj Žižek spiega questa tensione tra possibilità e realtà: un evento può essere vissuto come impossibile e non realistico, o come realistico, e non più impossibile. "L'incontro del Reale e dell'Impossibile è quindi sempre mancato", scrive Žižek. Lo spazio tra ciò che sappiamo può accadere e ciò che noi crediamo che accadrà - il paradosso brillantemente identificato da Bergson - è al centro della attuale mancanza di visione e coraggio dei leaders Europei. Anche se nessuno di loro sembra disposto ad accettare che la zona euro possa crollare, la probabilità di questo evento devastante aumenta ogni giorno che passa. Come i politici ritardano la resa dei conti, il costo economico e sociale della crisi aumenta, così come il rischio di un finale di partita caotico per l'euro e una fine violenta e catastrofica per lo stesso progetto Europeo.
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I “salvataggi” che non ci salveranno
di Alberto Bagnai
Intervenendo su lavoce.info prima della manovra di luglio prevedevo che essa difficilmente avrebbe placato i mercati. La previsione si è avverata e i motivi che ne hanno determinato il successo sono gli stessi che determineranno, purtroppo, l’insuccesso delle attuali strategie di salvataggio della zona euro.
Lo squilibrio strutturale
Si parla solo di debiti “sovrani”, ma la scansione dei fatti mostra che la crisi dei PIGS nasce dall’accumulazione di debito privato verso creditori esteri. Dal 2000 al 2007 nei PIGS è cresciuto il debito estero (in Grecia, Portogallo e Spagna per circa 60 punti di Pil; Fig. 1), ma il debito pubblico era stazionario (come in Grecia) o in calo (Spagna, Irlanda, Italia). Il debito estero era quindi essenzialmente privato (questo è chiaro ad esempio a De Grauwe). Certo, il debito “nato” privato è poi “morto” pubblico: dal 2008 la perdita di credibilità dei PIGS chiude il rubinetto dei capitali esteri e i salvataggi pubblici della finanza privata fanno esplodere l’indebitamento pubblico. Ma se non si ricorda che il problema è il debito privato, non si capisce perché le manovre non hanno risolto nulla e perché i “salvataggi” autunnali si avviano sulla stessa strada.
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Come evitare il suicidio dell'Europa*
di Riccardo Bellofiore e Jan Toporowski**
La Grecia non è responsabile della crisi europea. Se l’euro fosse ristretto a Germania e ‘satelliti’ la crisi poteva scoppiare in Belgio (rapporto debito pubblico/PIL al 100%). La variabile chiave non è il debito, in rapporto al PIL o in assoluto, ma quanto la banca centrale si rifiuta di rifinanziare. L’ideologia per cui le banche centrali dell’UE devono acquistare titoli privati, persino tossici, non titoli di stato, è stata incrinata: ma troppo timidamente. La BCE ha aderito a fondi di stabilizzazione, ampliato la durata delle concessioni di liquidità, esteso la gamma dei titoli che accetta, e rifinanzia i titoli di stato sui mercati secondari. Si dovrebbe però garantire stabilmente la liquidità del mercato dei titoli pubblici: anche solo sui mercati secondari, con un intervento annunciato, credibile e continuo.
Il default non dovrebbe essere un problema. Parte della sinistra ne pare convinta e propugna il diritto al default. Si suggerisce anche di uscire dall’euro per guadagnare competitività. Bisognerebbe chiedersi cosa succederebbe al sistema bancario se ciò che si desidera accadesse. Il default unilaterale lo fa crollare:il governo si rifiuta di pagare le proprie banche, dovendo tornare a chiedergli prestiti; per le banche svanisce il valore dei titoli di stato, e finiscono insolventi. L’uscita dalla moneta unica aggrava le cose, per una previa fuga dei depositi in euro, seguitadal valore delle passività che schizza verso l’alto nella nuova valuta. L’accordo di giovedì mattina è ingannevole. Si è concordata con i creditori della Grecia una sorta di bancarotta dentro l’euro. Può a prima vista avere il merito di ‘tagliare’ buona parte di crediti inesigibili, evitando di uccidere il malato con i salassi. L’haircut è però finanziato in modo improbabile da un fondo di stabilizzazione su cui (oltre Halevi sul manifesto) vale quanto profeticamente scrive Münchau lunedì scorso sul Financial Times: moltiplica fittiziamente le munizioni per il soccorso costruendo un effetto leva e una ‘assicurazione’ sui prestiti di tossicità pari all’opaco meccanismo sottostante i subprime. A termine amplifica, non risolve, la crisi.
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Il paradosso dell’Italia
Andrea Fumagalli
L’attuale situazione politica italiana è alquanto paradossale. Non è una novità, è una costante dell’Italia.
Soltanto un anno fa, da un punto di vista economico, non si riscontravano segnali che potessero far pensare ad una pressione speculativa così forte sull’Italia. Non aveva tutti i torti il ministro Tremonti ad affermare che i fondamentali economici del paese erano sufficientemente solidi. Il rapporto debito pubblico/PIL italiano era sì molto elevato (120%), ma, tutto sommato, lo stesso di 20 anni fa e nel corso della crisi dei subprime l’Italia aveva fatto registrare l’aumento più contenuto, di gran lunga inferiore a quello Usa (dal 60% del 2007 al 105% di oggi). Al netto della spesa per interessi, il rapporto deficit/Pil risultava inferiore a quello francese e inglese e di poco superiore a quello tedesco. Inoltre il tasso d’inflazione era in linea con quello europeo e la disoccupazione ufficiale (sottostimata rispetto a quella reale) pure. Piuttosto, il problema economico dell’Italia risulta la sua bassa crescita, a seguito dell’elevata precarizzazione del lavoro che penalizza i settori a più alto valore aggiunto e la dinamica della produttività e un’eccessiva concentrazione dei redditi che penalizza la domanda interna.
Eppure, nel giro di pochi mesi, l’Italia si è trovata al centro della pressione speculativa.
La ragione è essenzialmente nella scarsa credibilità europea e internazionale del governo Berlusconi. Si sa che una bassa “reputation” è spesso motivo di attenzione dell’attività speculativa, in quanto una cattiva reputazione favorisce il sorgere di aspettative negative.
La spirale della speculazione si muove nell’ottica del massimo guadagno a brevissimo periodo e si concentra in quei settori economici dove si registra un aumento dei rapporti di debito e credito a maggior intensità di rischio. Da questo punto di vista il caso dell’Italia (come quello della Grecia) è un caso da manuale.
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La competenza dei tecnici: note su finanza, democrazia e indignazione
written by Marco Assennato
Libero mercato e democrazia.
La storia lunga della forma politica europea è arrivata al tramonto. Prendere parte, in questo crepuscolo, è necessario. Ne va delle parole di domani. Tutti i nodi dell’ultimo scorcio di secolo vengono al pettine. A guardare bene è una buona notizia. Dopo saranno tempi nuovi. Certo, il tramonto può far paura, sembra un abisso, un precipitare lento e inesorabile. Come tutti i passaggi radicali, originari. Ma questa è la partita. Radicale, originaria. Coincide e conferma l’idea, la geografia della crisi: prima la Grecia - impedita, fatto enorme, di procedere ad un referendum popolare, che per quanto inadeguato aveva il sapore d’un appello al popolo in ultima istanza, perchè dicesse, prendesse parola sul destino proprio - poi l’Italia, ex-repubblica parlamentare le cui funzioni sovrane a lungo maltrattate, vengono commissariate da tecnocrati già protagonisti della crisi in corso. E la prossima sarà la Francia.
La Francia, non la Spagna, né il Portogallo. Ma la Francia della rivoluzione borghese del 1789, quella di libertà, eguaglianza e fraternità. Il corpo maturo dell’impero finanziario transnazionale si disfa delle vecchie utopie. Demokratía, nasce in Grecia, come dispositivo che consente al dèmos di costruire un caleidoscopio di forme di vita pubblica che ruotano attorno ai concetti di libertà, uguaglianza, trasparenza. Fu a lungo un fantasma per i poteri pubblici, quest’ipotesi di kràtos del démos. Potere coercitivo del popolo sulla cosa pubblica. Tutta la teoria politica greca si è basata sulla necessità di dargli forma e così limitarlo, farlo coesistere con gli altri poteri. La Grecia, perciò, è stata culla delle costituzioni - dispositivi di legge che tentavano questo rigoroso esercizio della forma.
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La vita rivoluzionaria di Frederick Engels
di Franco Romanò
Hunt ci offre* la biografia intellettuale di Engels, le trasformazioni del suo pensiero a contatto con la rivoluzione industriale. Engels politico, organizzatore, antropologo, ma specialmente fondatore della Spd e curatore delle opere di Marx
1) “Byron e Shelley, erano letti solo dalla classe operaia perché in casa di un borghese erano disdicevoli.” Questa affermazione di Engels, citata da Hunt in questa biografia ci dà subito la cifra del libro: una meticolosa ricognizione della formazione del pensiero di Engels e delle sue osservazioni ‘sul campo’ o sarebbe meglio dire sui diversi campi (da manager dell’azienda di famiglia, a soldato e stratega durante la sollevazione prussiana, all’apprezzamento, da vero intenditore del vino di Provenza, fino all’organizzatore che porterà alla nascita del Partito socialdemocratico tedesco), sembrano costituire un unico modo di procedere da parte di una personalità che faceva dell’esperienza diretta il suo vero campo d'azione. In questo senso, dal libro emerge quello che già si sapeva ma che trova verifiche puntuali e meticolose: la sua complementarietà con Marx, diversissimo da lui, l'accettazione senza invidia (solo con qualche sofferenza durante il periodo ‘manageriale’ della sua vita che Engels subì per mantenere economicamente l'amico), del ruolo di spalla, sottolineata da una frase che ricorre più volte nel libro: "… Marx era un genio, noi altri al massimo avevamo talento…”.Tornando all'affermazione citata, l’ho trovata sorprendente di primo acchito, eppure se si pensa alla cura che nelle sezioni del partito comunista (parlo anche di quello italiano) aveva la parte letteraria dell’educazione di massa (sarebbe davvero interessante, una ricerca specifica sulle biblioteche delle sezioni), non può stupire più di tanto, se non per il fatto che si parli di poesia, mentre era certamente maggiore l’attenzione dedicata alla narrativa perché fisiologicamente più didattica. Il quadro che emerge dal libro, comunque è quello di un movimento operaio inglese già fortemente organizzato nelle società di mutuo soccorso, in tutto l’arcipelago di organizzazioni oweniane, che Engels a detta di Hunt non disprezzava per nulla. Con Owen, infatti, mantenne un rapporto durante tutta la vita anche quando il marxismo si fece scientifico da utopistico che era.
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