Le radici anglosassoni del progetto europeo
di Antonio Martone
C’è una narrazione ufficiale sull’origine dell’Unione Europea che resiste tenacemente a ogni smentita: quella dei tre grandi cattolici – De Gasperi, Schuman, Adenauer – che dalle macerie della seconda guerra mondiale avrebbero tratto un progetto di riconciliazione ispirato alla Dottrina sociale della Chiesa, alla sussidiarietà, alla dignità della persona radicata in comunità organiche. È una narrazione bella, edificante, e largamente falsa. O meglio: vera quanto basta per nascondere ciò che conta davvero, ovvero che l’architettura profonda dell’Unione Europea – il suo DNA istituzionale, la sua antropologia implicita, la sua filosofia del potere – non viene da Roma né da Vienna, ma da Londra e da Washington. L’Europa realmente esistente è figlia del pragmatismo anglosassone, dell’utilitarismo benthamiano e, in ultima analisi, di una visione del mondo che ha radici teologiche protestanti molto più profonde di quanto i suoi stessi artefici abbiano mai riconosciuto.
Capire questo significa capire perché l’Unione sia diventata ciò che è: non un tradimento del progetto originario, ma il suo compimento coerente.
Il vero padre dell’integrazione europea non è De Gasperi, che rimase sempre un politico nazionale con uno sguardo europeo, né Schuman, che era prima di tutto un uomo di frontiera alla ricerca di una pace possibile. Il vero architetto è Jean Monnet, e Monnet è una figura radicalmente diversa da come viene solitamente raccontata.
Non era un intellettuale, né un filosofo politico, e neppure un teorico della comunità. Era un mediatore e un ingegnere istituzionale. Aveva trascorso diversi anni negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, lavorando per la Società delle Nazioni. Aveva inoltre partecipato alla pianificazione economica alleata durante la guerra. Il suo metodo era empirico nel senso più preciso del termine: la costruzione di strutture concrete che producessero effetti concreti, lasciando che la politica seguisse come conseguenza. Integrare prima il carbone e l’acciaio – le materie prime della guerra – e poi vedere che cosa succedeva. Era Locke, non Tommaso d’Aquino. Era Bentham, non Maritain.
Questo metodo funzionalista – integrare i mercati e aspettare che la solidarietà politica venisse da sé, quasi per inerzia istituzionale – presuppone un’antropologia precisa: l’individuo che massimizza il proprio interesse all’interno di regole condivise tenderà spontaneamente alla cooperazione. È esattamente la premessa del liberalismo anglosassone classico. È l’homo oeconomicus di Mill, non la persona del pensiero sociale cattolico.
Le differenze tra cattolicesimo e protestantesimo non sono soltanto teologiche: sono antropologiche e politiche. Il cattolicesimo pensa la comunità come corpo organico – la metafora paolina del corpo di Cristo, con le sue membra differenti ma interdipendenti, è anche una metafora politica. La comunità precede l’individuo, lo costituisce, gli dà forma. Il bene comune è qualcosa di qualitativamente diverso che li trascende e li orienta. La sussidiarietà – principio cardine della dottrina sociale cattolica – significa che le decisioni devono essere prese al livello più basso e vicino alla vita concreta delle persone, e che le strutture superiori esistono per supportare, non per sostituire, quelle inferiori.
Nulla di tutto questo è sopravvissuto nell’architettura reale dell’Unione. Ciò che ha prevalso è invece la logica del contratto – che è una categoria protestante e anglosassone. Nel contratto, individui già costituiti, già autonomi, già portatori di interessi propri, si accordano liberamente per perseguire vantaggi reciproci. La comunità è il risultato del loro accordo. E l’accordo dura finché conviene – finché l’utilità marginale dell’unione rimane positiva per tutte le parti.
Calvino avrebbe riconosciuto la struttura del ragionamento fondativo dell’Unione: il patto come fondamento, la norma come arbitro e l’interesse come motore. Weber aveva mostrato come l’etica protestante avesse generato lo spirito del capitalismo; si potrebbe dire con analoga precisione che l’etica procedurale protestante ha generato lo spirito della governance europea.
Il paradosso è che i tre cattolici – De Gasperi, Schuman, Adenauer – avrebbero avuto gli strumenti concettuali per costruire qualcosa di radicalmente diverso. La Dottrina sociale della Chiesa, da Rerum Novarum in poi, offriva un pensiero politico articolato sulla comunità organica, sul corpo intermedio, sulla dignità del lavoro, sulla priorità della coesione sociale rispetto all’efficienza economica. Era un pensiero antiutilitarista nella sua struttura profonda: diceva che l’uomo non è un massimizzatore di utilità, che la comunità non è un contratto e che, dunque, il mercato non è l’arbitro ultimo dei valori.
Questo pensiero rimase largamente inutilizzato. Perché? Per almeno due ragioni. La prima è contingente: il progetto europeo nasceva in piena Guerra Fredda, sotto l’ombrello americano, e Washington non aveva alcun interesse a finanziare e sostenere un’Europa che si organizzasse secondo principi comunitari cattolici potenzialmente critici del mercato. L’Europa doveva essere liberale, aperta e, soprattutto, atlantica. La seconda ragione è più profonda: il cattolicesimo politico di De Gasperi e Schuman era essenzialmente difensivo – voleva usare l’integrazione come argine contro il comunismo e come strumento di pacificazione. Non aveva la forza propulsiva di un progetto di civilizzazione alternativo. Quando si trattò di scegliere tra il metodo funzionalista di Monnet e una visione più sostantiva della comunità politica europea, prevalse Monnet. Prevalsero la tecnica e il pragmatismo.
Da quel momento, la Dottrina sociale della Chiesa rimase nel preambolo retorico dell’Europa – nei discorsi, nelle citazioni ufficiali, nel pantheon dei padri fondatori – mentre l’architettura reale veniva costruita secondo principi opposti.
Il soggetto implicito dell’Unione Europea è un individuo già mobile, già decontestualizzato, già capace di muoversi tra culture, mercati e sistemi giuridici diversi senza perdere orientamento. È il professionista cosmopolita, il manager multilingue, il ricercatore che si sposta da università a università. È, in definitiva, il self-made man protestante proiettato su scala continentale: un individuo che si costituisce attraverso le proprie scelte e i propri contratti, non attraverso l’appartenenza a una comunità data.
Questo soggetto è figlio di una specifica tradizione culturale – quella anglosassone, protestante, individualista – che viene però presentata come universale, come la forma naturale dell’essere umano libero. Ciò che invece non rientra in questo schema – il contadino calabrese, il minatore della Ruhr, il pescatore greco, tutti coloro che costruiscono la propria identità attraverso il radicamento in un luogo, in una memoria, in un mestiere tramandato – viene trattato come residuo del passato, come elemento da modernizzare, da rendere mobile, da liberare dalle proprie catene identitarie.
È questa la violenza simbolica fondamentale dell’Unione. Essa presenta il suo modello come l’unico razionale, come la destinazione naturale di ogni processo di emancipazione. Chi resiste è arretrato, tribale, quando non apertamente sovranista. Chi aderisce è libero, moderno, agile – insomma, europeo. La dicotomia è falsa, ma è stata oggi interiorizzata in modo così profondo da sembrare ovvia a tutti.
Riconoscere le radici anglosassoni e protestanti dell’architettura europea è necessario per capire perché il progetto europeo abbia prodotto esattamente ciò che ha prodotto, ossia un mercato senza comunità. Non si tratta di un tradimento delle intenzioni originarie. È il compimento coerente di premesse che erano già lì, nel primato della governance sulla politica e nell’antropologia implicita dell’individuo contrattualista. Il cattolicesimo politico dei padri fondatori era il volto presentabile di un progetto che aveva un’anima diversa – più procedurale e anglosassone. La Dottrina sociale della Chiesa ha fornito il vocabolario della legittimazione; il pragmatismo empirista anglosassone ha fornito la logica del funzionamento. Quando i due sono entrati in conflitto – e sono entrati in conflitto ogni volta che si è trattato di scegliere tra coesione sociale ed efficienza di mercato, tra radicamento e mobilità, tra comunità e contratto – ha sempre vinto il secondo.
La distanza tra questi due termini – comunità e contratto – è precisamente la distanza che separa un popolo da un mercato. Un popolo condivide una memoria, un lutto, un destino. Un mercato condivide un insieme di regole che rendono possibile lo scambio. Il primo esiste anche quando smette di essere vantaggioso; il secondo smette di esistere nel momento in cui smette di convenire. L’Unione Europea è stata costruita sulla seconda logica fingendo di incarnare la prima. Questo è il suo equivoco fondamentale – e la ragione per cui, ogni volta che la crisi ha reso l’appartenenza costosa invece che vantaggiosa, il progetto ha mostrato la sua fragilità strutturale.
Se l’Europa vorrà un giorno recuperare qualcosa che assomigli a una comunità politica reale, dovrà fare i conti con questa genealogia nascosta. Dovrà cioè riconoscere che il suo deficit democratico non è un incidente di percorso, né è sanabile con un nuovo trattato. È l’esito di una filosofia politica che non ha mai creduto davvero nella comunità come forma di vita, ma solo nel contratto come forma di convivenza tollerabile.
E che tra le due cose la differenza non è tecnica ma sostanziale, umana, ontologica.










































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