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Guerra del Golfo - guerra ucraina: attacchi paralleli alle risorse energetiche

di Davide Malacaria

Israele ha iniziato la guerra alla produzione energetica globale attaccando l’impianto di produzione di gas più importante del mondo, il South Pars, raid al quale ha fatto seguito la reazione iraniana che, come aveva preannunciato quando tale operazione era stata minacciata, ha colpito gli impianti petroliferi dei Paesi del Golfo collegati alle Compagnie petrolifere Usa.

In evidente combinato disposto, Kiev oggi ha attaccato le stazioni di compressione di gas di Gazprom che servono due importanti gasdotti tra Russia e Turchia, il TurkStream e il Blue Stream. Gli attacchi alle risorse petrolifere hanno diversi obiettivi.

Obiettivi ovvi dell’attacco israeliano, oltre a quello di creare criticità a Teheran, è quello di esercitare pressioni perché riaprano Hormuz se non vogliono vedere i propri impianti energetici andare a fuoco.

Inoltre, si tratta di costringere l’Iran a intensificare gli attacchi alle risorse americane nel Golfo così da spingere i Paesi della regione a intrupparsi nella guerra santa contro Teheran. Obiettivo che ne cela un altro meno immediato, quello di indebolire tali Paesi così da poterli inglobare più facilmente nella propria sfera di influenza, come detta la prospettiva di ergersi a unica potenza regionale.

Certo, come riporta il Wall Street Journal, i paesi arabi in privato sono ‘furiosi’ per l’attacco israeliano al gas iraniano che ha innescato la rappresaglia, ma continuano a minacciare Teheran di ritorsioni non avendo il coraggio di sfidare Tel Aviv o gli Usa.

Scopo meno ovvio dell’attacco è che, più si alza il livello dell’escalation, più la possibilità dell’utilizzo di armi nucleari diventa meno aleatoria. Siamo alla pazzia, certo, ma non bisogna dimenticare che Tel Aviv sta consumando un folle genocidio, che nella seconda fase, quella attuale, è procurato attraverso gli stenti indicibili dei sopravvissuti alle bombe (che comunque non mancano neanche ora).

Peraltro, una doppia pazzia, dal momento che Teheran ha minacciato che, nel caso in cui venisse utilizzata l’atomica, risponderebbe attaccando la centrale nucleare di Dimona; ciò potrebbe provocare un disastro in stile Cernobyl in un Paese grande più o meno come la Sicilia. Sarebbe la fine di Israele.

Né è da escludere che altri abbiano messo in guardia Israele e Stati Uniti da eventualità simili, minacciando ritorsioni. Un indizio in tal senso appaiono i video che sta facendo circolare Kim Jong-un, che lo immortalano mentre assiste alle esercitazioni dell’arsenale nucleare nordcoreano. La tempistica non sembra casuale.

Al netto di tutte queste querelle, resta lo stress test del mercato energetico globale provocato dagli attacchi agli impianti energetici, che si aggiunge a quello della chiusura di Hormuz. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti non erano stati informati dell’attacco israeliano, aggiungendo che Tel Aviv non lo farà più e minacciando Teheran di incenerire il South Pars se le rappresaglie proseguiranno.

Probabile che sia vero che Tel Aviv non abbia informato il Golem americano, anche perché, pochi giorni prima dell’attacco, le più importanti Compagnie petrolifere statunitensi avevano messo in guardia Trump sulle gravissime conseguenze delle restrizioni energetiche globali causate dal blocco di Hormuz.

Tali Compagnie speravano di trarre profitto dal conflitto, confidando nei guadagni stratosferici che gli avrebbe apportato mettere le mani sulle risorse iraniane e sull’indebolimento dei loro concorrenti mediorientali. Non avevano fatto i conti con la resilienza degli iraniani e, soprattutto, sul collasso a breve degli scambi commerciali dell’energia, che gli avrebbe impedito il succoso lucro a medio-lungo termine.

Colpite nel portafoglio, hanno, di fatto, a pietito la fine delle ostilità. Nonostante sia ostaggio della leadership israeliana, Trump non può ignorare del tutto tali sollecitazioni. Non avrebbe dato il placet a un ulteriore aggravamento della situazione.

Peraltro, il fatto che Trump, almeno nel caso specifico, dica la verità, lo si deduce anche dalla reazione agli attacchi israeliani contro i serbatoi di carburante di Teheran dell’8 marzo, che hanno intossicato l’intera città. Nell’occasione si è infuriato e ha chiesto a Tel Aviv di non ripetersi.

Tale reazione è stata confermata, oltre che dalle indiscrezioni di alcuni funzionari israeliani, dal superfalco americano Lindsey Graham, molto vicino a Netanyahu, al quale evidentemente Trump si è rivolto perché trasmettesse il messaggio agli interessati, il quale chiese pubblicamente a Tel Aviv di evitare tali attacchi.

Resta che la subordinazione dell’Imperatore alla leadership israeliana, e il potere e la spudoratezza/impunità dell’alleato mediorientale, hanno reso vano quell’avvertimento e fanno apparire l’odierna rassicurazione inviata da Trump all’Iran per nulla rassicurante.

Se incerto è il futuro su tali querelle, va registrato che l’attacco alle risorse energetiche mediorientali ha immesso una variabile nuova nel conflitto ucraino, che neocon e liberal americani – e di conseguenza la serva leadership ucraina – hanno indissolubilmente collegato a quello iraniano, da cui gli attacchi ai gasdotti che collegano Russia e Turchia.

Due gli obiettivi, oltre quello di tentare di creare ulteriori criticità a Mosca. Anzitutto, come gli attacchi alle risorse energetiche iraniane, hanno uno scopo ricattatorio: si pretende che Russia e Cina, alla quale le risorse iraniane sono necessarie, esercitino pressioni sull’alleato iraniano perché riapra Hormuz.

Inoltre, è un tentativo di far pressioni sulla Turchia, alla quale quei gasdotti sono destinati. Ankara, infatti, sta giocando un ruolo importante nel caotico conflitto mediorientale, impedendo la realizzazione dei piani di Israele e Stati Uniti, che vorrebbero scatenare la Siria contro Hezbollah (Reuters) e i curdi contro l’Iran (CNN). Infatti, l’influenza di Ankara sulla Siria, dove peraltro forti sono le milizie curde, in parallelo al freno imposto da Baghdad sui curdi iracheni, sta trattenendo tali sviluppi.

Ed è probabile che le proteste di piazza registrate in questi giorni ad Ankara contro Recep Erdogan, dirette a far scarcerare il leader dell’opposizione Ekrem Imamoglu, ingiustamente incarcerato dal presidente turco, più che allo scopo dichiarato mirino a porre ulteriori criticità al sultano perché ceda alle pressioni suddette (certe Agenzie usano strumentalizzare in vari modi cause politicamente corrette a scopi scorretti). Vedremo.

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