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Circa Valérie Gérard, “Tracer des lignes: sur la mobilisation contre le pass sanitaire”
di Alessandro Visalli
Un interessante dibattito rimbalza sulle colonne di “Sinistra in rete”, attraverso una confutazione sulla quale torneremo[1], muovendo da un libricino[2] disponibile in rete della filosofa francese Valérie Gérard. La Gérard si interroga sulla natura di quel movimento che ogni sabato batte le strade francesi contro il pass sanitario e che apparentemente ha preso la staffetta lasciata dai Gilet Gialli. La tesi della filosofa è che per giudicare un movimento non bisogna tanto prestare attenzione alle idee, quanto ai discorsi ed alle pratiche concrete. Ovvero agli atti ed agli affetti che mette in campo.
La tesi è quindi che il movimento in oggetto ha un segno diverso da quello dei Gilet Gialli, e per alcuni versi opposto (con tutto che alcuni leader dei GG sono presenti). Si tratterebbe infatti di un movimento individualista e iper-liberista. In sostanza la mobilitazione contro il pass sanitario, e contro la “società del controllo”, si muoverebbe in continuità con ambienti che la nostra non esita a chiamare di estrema destra o segue promotori disonesti di trattamenti inefficaci, no-vax, complottisti[3]. Un elemento che seduce la sinistra radicale è la critica del controllo sociale sicuritario, oltre, ed è un altro tema, il tentativo di non lasciare la piazza. O, come scrive, la pretesa di essere l’avanguardia illuminata che guida quelli che non sanno quel che fanno.
Quel che la preoccupa “sono le linee di forza che acquisiscono importanza nel campo politico e quello che questo movimento costituisce e prefigura”. E la diagnosi è impietosa:
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Islamismo e liberazione nazionale
di Alessandro Mantovani
“…L’Islam vede la religione come un modo di vivere, un insieme di comportamenti, una legge, un ideale politico;[…] Ciò spiega come l’Islam abbia potuto tradursi, e continui a tradursi anche oggi, in un programma di unificazione politica e d’indipendenza nazionale […] la rivoluzione compiuta in nome degli ideali islamici costituisce uno dei fenomeni più grandiosi della nostra epoca.” (Ambrogio Donini, Breve storia delle religioni, Newton Compton, Roma, 1989).
Dicevo nella mia precedente nota sull’Afghanistan che l’opinione secondo cui i Talebani sarebbero “reazionari” ha acquisito anche presso le sinistre rivoluzionarie la solidità di un pregiudizio che non necessita di essere dimostrato. Su cosa si basa (consapevolmente o inconsapevolmente)?
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su di un diffuso – ma non comunista né marxista – sentimento anti religioso che denota sudditanza verso il laicismo borghese;
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sull’ignoranza del mondo islamico in generale, dell’islamismo radicale in particolare, e del ruolo storico di alcune tra le sue molte correnti nella lotta anti imperialista ed indipendentista dei paesi musulmani in specifico;
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sull’idea sommaria che islam, integralismo islamico ed oppressione della donna siano sinonimi;
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sull’”universale consenso”, da leghisti a movimentisti, che i talebani siano la peggior versione di tale misoginia di fondo;
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Pensare tutto, curare nulla. Contro la medicalizzazione del dolore
di Simone Raviola
È un mondo della morte – un tempo si nasceva vivi e a poco a poco si moriva. Ora si nasce morti – alcuni riescono a diventare a poco a poco vivi.
Roberto Bazlen
Il tempo della cura
Il nome della nostra epoca è “cura”, il suo essere “vita”. Non si tratta di una questione semplicemente sanitaria. Le pieghe attraverso cui la questione si apre e si chiude, si mostra e si cela, sono molteplici. Tuttavia, con metodo e dedizione, è possibile isolare un nodo in cui tutte le fila s’intrecciano trovando il loro senso. La malattia, o disfunzionalità nel lessico della contemporaneità, è condannata a priori; l’invasione di psicofarmarci, terapie, yoga e libri di self help nel mercato dei beni di massa ne è il sintomo più lampante. La cura è oggi l’ennesimo prodotto da consumare, afflitti come siamo dalle perverse e distorte metastasi del desiderio.
«La salute come bene economico», scriveva Gottfried Benn nel 1931, «sei nuovi istituti con uno stanziamento di due milioni di dollari per la ricerca volta a sostenere i vasi e la circolazione sanguigna: un affare economico che permette di rinviare di dieci giorni in media l’inizio dell’inabilità lavorativa e quindi si ammortizza come un investimento al quattro per cento». Quanto conta una malattia? La salute si razionalizza, se ne fa dunque una ratio, un calcolo. Il corpo e la mente vengono messi a rendita, territorio di contesa e di profitto. «Inoltre», continua Benn, «il vago, nervo delle forme di labilità, della frequenza nei bisogni fisici e delle nevrosi intestinali -: mense con alimentazione ricca di calcio, terapia stabilizzante, tutto detraibile dalle dichiarazioni dei redditi come reinvestimento, calcolato dal punto di vista dell’industria, significa un aumento di cavalli vapore del 3,27 per cento».
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Green ferocia
di Enza Sirianni
Non ha notato il modo in cui la nostra società s’è organizzata per liquidare la gente? Avrà certo sentito parlare di quei minuscoli pesci dei fiumi brasiliani che attaccano a migliaia il nuotatore imprudente, lo ripuliscono in pochi istanti a piccoli e rapidi bocconi, e lasciano solo uno scheletro immacolato? Ebbene, la loro organizzazione è così.«Volete una bella vita ordinata e pulita? Come tutti?» Uno dice di sì, naturalmente. Vuol dire di no? «D’accordo. Vi ripuliremo. Ecco qua un mestiere, una famiglia, gli svaghi organizzati.» E i dentini rodono la carne fino all’osso. Ma sono ingiusto. Non bisogna dire: la loro organizzazione. É la nostra, in fin dei conti: si gareggia a chi ripulirà l’altro.
Albert Camus , La caduta
Il Capitale, giunto ad una delle fasi peggiori delle sue performances, ha messo a punto le sue strategie per il mondo futuro con una pianificazione subdola in cui il leitmotiv è emergenza.
Oggi è quella del virus Sars- CoV2, domani sarà una nuova peste, dopodomani quella climatico-ambientale o l’app-digitalizzazione per un controllo capillare dei dominati (unità cod-digitali di consumo). Poi andando vedendo. Il resto delle pesanti ingiustizie e dei vistosi squilibri planetari, con oppressione, sfruttamento, marginalizzazione e esclusioni di miliardi di invisibili, non è nell’ Agenda 2030 dei tirannosauri terrestri.
Intanto, per quel che concerne la gestione della “pandemia”, il nostro governo guidato dal Divus Marius, si distingue e primeggia per la compressione dei diritti civili, attuata a suon di dpcm, uno più perentorio e coercitivo dell’altro, in un crescendo ingiustificato dal punto di vista scientifico, ma perfettamente in linea con finalità estrinseche al bene degli italiani e intrinseche al profitto, vera stella polare di tutta la sporca faccenda Covid. La funzione del parlamento? Azzerata.
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Per una critica della società dell’Apocalisse permanente
di Sandro Moiso
Francesco “Kukki” Santini, Apocalisse e sopravvivenza. Considerazioni sul libro «Critica dell’utopia capitale» di Giorgio Cesarano e sull’esperienza della corrente comunista radicale in Italia (nuova edizione riveduta e accresciuta), Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 176, 15,00 euro
Costoro sono nati per una vita che resta da inventare; nella misura in cui hanno vissuto, è per questa speranza che hanno finito con l’uccidersi (Raoul Vaneigem, Banalità di base)
Tornato per un momento dall’esilio sull’isola di Patmos e costretto a posare i piedi nella realtà attuale, l’evangelista Giovanni si stupirebbe certamente nel constatare come l’umanità contemporanea si sia assuefatta a vivere, anche se sarebbe forse meglio dire sopravvivere, in una apocalisse continua: climatica, economica, politica, militare, sanitaria, sociale e ambientale.
Un autentico inferno che, colui che è ancora rappresentato nell’iconografia cristiana come l’aquila, per la sua lungimiranza e profonda capacità visionaria, non avrebbe saputo anticipare nemmeno nei suoi incubi più terribili.
Questa Apocalisse terrena, che non si è ancora sviluppata in alcuna lotta definitiva tra il Bene e il Male, anche se nel corso dei secoli milioni di persona sono morte a causa di crociate politico-militari e religiose che promettevano, da vari e contrastanti punti di vista, il trionfo del primo sul secondo, ha avuto, però e fin dai primi anni Settanta del ‘900, un suo anticipatore, seguito da un ristretto numero di seguaci, in Giorgio Cesarano.
Come afferma Francesco “Kukki” Santini nel riassumerne l’opera di Giorgio Cesarano (1928-1975) intitolata, appunto, Apocalisse e Rivoluzione (con Gianni Collu, come attestava il frontespizio del manoscritto, Dedalo, Bari 1973):
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Draghi ha sempre ragione
di Gianni Giovannelli

El povaro me dise:
son vigliaco, sì, ma ‘scolta: gò la mare vecia,
el pare vecio,
la mugier piutosto zòvene,
e i fioi da mantigner.
Saria la fame.
Giacomo Noventa
(Versi e poesie)
Milano, Edizioni di Comunità , 1956
Il Senato, nella seduta del 15 settembre, ha approvato la conversione in legge del decreto n. 105/2021, su cui il governo, per non correre rischi, aveva chiesto il voto di fiducia; conseguentemente ha trovato conferma la strategia del lasciapassare utilizzato come principale strumento di contrasto del Covid e di regolamentazione dell’emergenza, mettendo a tacere la peraltro tiepida opposizione interna alla maggioranza delle larghe intese. Il giorno successivo il presidente del consiglio ha varato un nuovo decreto legge, trasmettendo il testo al Quirinale per una firma che viene data per scontata, nonostante la delicatezza del contenuto; il nuovo provvedimento non è solo innovativo rispetto alla legislazione europea vigente, ma si caratterizza per una natura a modo suo costituente, con una interpretazione cioè dei precetti costituzionali quanto meno assai disinvolta, certamente fino ad oggi mai percorsa nei paesi dell’Unione.
Il green pass – la certificazione verde europea – assume, con questo decreto, la funzione di un vero e proprio lasciapassare, senza il quale viene inibito d’imperio l’accesso ai luoghi di lavoro, e conseguentemente al reddito.
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Strutturare i soggetti storici. Un paio di riflessioni a partire da Carducci
di Roberto Fineschi
La personalità e la parabola politica di Giosuè Carducci è emblematica del complesso rapporto tra intellettuale e movimento politico, continuamente oscillante tra esigenze di autonomia e necessità organiche di un'organizzazione strutturata. Se l'individualismo lirico rischia di sfociare in posizioni idealistiche, l'intellettuale organico può essere schiacciato da meccaniche che ne cancellano l'autonomia
Se le vacanze in Maremma ti portano a Bolgheri e Castagneto, non si può non pensare a Carducci; e se per hobby ti occupi di teoria politica, non puoi non metterti a riflettere su una figura il cui sviluppo politico e intellettuale fornisce spunti interessanti. Innanzitutto bisogna tenere a mente che il nostro è, intellettualmente, un gigante: la sua poesia può piacere o meno o essere più o meno “invecchiata”, ma si tratta di un individuo colto, brillante, audace, reinventore delle metrica classica nella modernità, grande critico letterario. Talvolta non si percepisce fino in fondo la dimensione veramente assoluta di siffatte menti, come quelle di Dante, Leopardi ecc., le cui capacità sono letteralmente sbalorditive; studiare attraverso la poesia il loro lato più umano e intimo occulta talvolta la loro assoluta eccezionalità. Ma non di questo intendo parlare.
Carducci è figlio di un medico mazziniano, democratico radicale, che in prima persona si espone nelle lotte nazionali, ma con una evidente dimensione sociale. Nel ’48 a Castagneto – pure lì c’è la rivoluzione – riesce a mediare tra rivendicazioni contadine e rigidità padronale trovando un compromesso che garantisce una, seppur parziale, redistribuzione delle terre incolte (le “preselle”). Profondamente anticlericale, non teme le conseguenze delle sue prese di posizione e questo porta la famiglia a peregrinare a lungo per l’opposizione dei potentati locali (abbandonano Bolgheri perché durante la notte prendono a fucilate l’abitazione del “mangiapreti”).
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"Lukács chi? Dicono di lui"
Introduzione di Lelio La Porta
In Lukács chi? Dicono di lui, Bordeaux, Roma 2021
La vita di György Lukács (1885-1971), turbolenta e tempestosa, è stata una di quelle vite che hanno costretto il pensiero a sottomettersi quasi totalmente alle stesse svolte imposte dall’esistenza storica.
Nato da una ricca famiglia ebrea, laureatosi a Budapest nel 1906, Lukács approfondisce gli studi filosofici a Berlino e Heidelberg dove subisce l’influenza del neocriticismo e dello storicismo tedesco e stringe amicizia con Ernst Bloch. A questo periodo risalgono i suoi primi libri in ungherese (La forma drammatica, 1909; Metodologia della storia letteraria, 1910; Cultura estetica, 1911; Storia dell’evoluzione del dramma moderno, 2 voll., 1912) mentre la sua prima raccolta di saggi in tedesco (L’anima e le forme) era apparsa nel 1911. In questo stesso periodo prepara un libro sull’estetica (non portato a termine) e uno su Dostoevskij (non pubblicato, di cui rimangono gli appunti)1. Fra il 1914 e il 1915 scrive La teoria del romanzo. Lo scoppio della Prima guerra mondiale conduce Lukács a quella che sarà la scelta fondamentale della sua vita: l’adesione al marxismo e l’iscrizione al Partito comunista ungherese.
Nel 1919, nella breve esperienza della Repubblica ungherese dei Consigli, fu commissario del popolo all’istruzione e commissario politico della quinta divisione. Conclusasi l’esperienza consiliare, dovette fuggire a Vienna dove, arrestato, scampò all’estradizione richiesta dal governo ungherese grazie all’intervento di un gruppo di intellettuali fra cui Thomas Mann. Sono gli anni in cui vive fra Vienna e Berlino e produce, fra gli altri, una serie di saggi che, rielaborata, comparirà in volume nel 1923 con il titolo Storia e coscienza di classe. Fra il 1924 e il 1926 pubblica uno studio su Lenin2e uno su Moses Hess3. Sulle sue posizioni politiche di quel periodo così scriveva Lukács nella Prefazione del 1967 a Storia e coscienza di classe:
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Green pass. Compagni, bisogna scegliere: collaborare o disobbedire
di Marco Craviolatti*
L’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.
Lorenzo Milani
Disagio, malessere, nella testa e nello stomaco: incontro pubblico tra gi storici Alessandro Barbero e Angelo D’Orsi, ottimo candidato alle elezioni di Torino che ha unificato almeno parte dei comunisti locali. Alle porte del cinema, giovani militanti controllano zelanti i lasciapassare “verdi”, in coda decine di persone, volti noti, la mia “famiglia” ideologica e perfino antropologica, attendono pazienti con il QR pronto, senza un commento, una critica, nemmeno rassegnati, semmai pacificati. Il lasciapassare è la nuova normalità.
Stessa sensazione due giorni dopo a teatro, spettacolo dello stesso D’Orsi e della band Primule rosse sulla vita di Gramsci, lo stomaco si contorce e per un attimo immagino Gramsci lì in coda addomesticato con il lasciapassare in mano. E poi di nuovo al Festival delle migrazioni, dove “nessuno è clandestino”, dove si è solidali con i “sans papier”, ma qui sans papier sei clandestino e non entri. E poi la grigliata alla storica e accogliente Casa del popolo di Chieri, un messaggio: ”mi spiace ma non puoi partecipare. Mi spiace ma queste regole non sono solo individuali e come collettivo non possiamo assumerci le conseguenze di violarle”.
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Dopo l'Afghanistan.Riflessioni sull'imperialismo statunitense
di Domenico Moro
Molti hanno visto nel ritiro dall’Afghanistan una sconfitta degli Usa. Qualcuno ha addirittura paragonato l’Afghanistan al Vietnam. Ma l’Afghanistan è molto diverso dal Vietnam, dove veramente si realizzò una sconfitta dell’imperialismo americano dal punto di vista sia militare sia soprattutto politico. In Afghanistan i talebani non sono stati capaci di scatenare una offensiva del tipo di quella del Tet, lanciata nel 1968 dall’esercito nordvietnamita e dai vietcong, che scosse il morale degli americani e costrinse il presidente Lyndon Johnson a iniziare i colloqui di pace. Né l’Afghanistan ha dato luogo ad un ampio movimento contro la guerra nel cuore stesso degli Usa come quello che si sviluppò all’epoca del Vietnam, coinvolgendo una generazione di americani e facendo da denotatore a una critica del sistema capitalistico statunitense di una entità difficilmente riscontrabile in altri periodi della storia di quel Paese. Soprattutto la guerra del Vietnam segnò una modifica dei rapporti di forza a livello mondiale tra imperialismo e blocco dei paesi socialisti. Il ritiro statunitense dall’Afghanistan, invece, non ha determinato alcun mutamento dei rapporti di forza a livello mondiale tra potenze. In realtà, il ritiro dall’Afghanistan, pensato dalla presidenza Obama e giunto a compimento con quella di Biden, può essere definito come un riposizionamento strategico della politica statunitense. Come dimostrano anche l’ultima riunione della Nato e le nuove alleanze nell’area dell’Indo-Pacifico (Aukus e Quad) gli Usa stanno ridefinendo la loro politica estera, collocandone il baricentro nel contrasto alla Cina e, in misura minore, alla Russia.
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Scala mobile, questa sconosciuta
Cronaca di una morte annunciata e soprattutto desiderata
di Stefano Tenenti
“Le politiche economiche degli ultimi dieci anni hanno portato alla disoccupazione e all'impoverimento di molti e agli esiti elettorali, che non solo in Italia, hanno sanzionato le forze politiche tradizionali, responsabili di quelle scelte” Dalla quarta di copertina di Lavoro e Salari un punto di vista alternativo alla crisi di Antonella Stirati
C’era una volta un tempo nel quale il mondo del lavoro, quello di fabbrica ma anche dei servizi, in definitiva quello dei Lavoratori, godeva della considerazione, oserei dire del rispetto, da parte di una intera società. Rispetto che si addiceva a chi stava sorreggendo, pagando prezzi altissimi, lo sforzo collegato allo sviluppo del Paese così come si andava strutturando nel secondo dopoguerra. Bisogna dire, per onestà intellettuale, che per una certa, non trascurabile fase dell’industrializzazione italiana, anche pezzi rilevanti della pur sgangherata borghesia nostrana, furono in grado di comprendere (obtorto collo) la necessità di poggiare lo sviluppo, dentro il conflitto capitale-lavoro, su solide basi redistributive. Nella fattispecie quelle garantite, oltre che dai Contratti Nazionali di categoria, dal “meccanismo” del quale ci occupiamo in questa sede: la Scala Mobile e il “punto di Contingenza”.
Conviene però precisare, da subito, per non farsi soverchie illusioni, che nel breve volgere di tempo che ci separa da quella stagione i due strumenti sopra citati sono stati largamente sterilizzati.
Il CCNL di categoria è ormai, da anni, diventato un sacco vuoto tanto che i lavoratori più che auspicarne il rinnovo, lo temono. I sindacati concertativi infatti, a partire dall’ormai lontano 1993 con la firma del famoso accordo interconfederale, hanno assunto una posizione ancillare rispetto a Confindustria e barattano, da anni, la loro sopravvivenza con il cedimento totale sul terreno rivendicativo. Si strutturano così, con precise responsabilità i due pilastri propedeutici alla distruzione del welfare e alle conseguenti inevitabili privatizzazioni.
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Fortuna e sfortuna dell’ideologia: una breve storia
Parte prima
di Roberto Finelli
1. Una nascita moderna nel tardo Illuminismo francese
Ideologia è un termine polivalente che nella storia della cultura moderna rimanda a una molteplicità di significati opposti al significato proprio dei termini greci antichi, come ιδεολογία e ιδιολωγέω (opinione del singolo, discorso privato). Sia che la si assumi come a) sinonimo di falsa coscienza sociale, o b) di sistema di idee non legate a un interesse per la verità e il confronto scientifico ma al prevalere di passioni e desideri, o c) invece come visione del mondo che dà senso alla vita e all’agire di gruppi e individui, ideologia è termine, nella modernità, sempre legato, a una dimensione di sapere e di agire collettivi e come tale è termine che appartiene sia alle scienze sociali, alla sociologia in primo luogo, che alla filosofia sociale e politica.
Ma proprio per la complessa varietà dei suoi significati ritengo che sia opportuno presentare un resumè della storia delle idee di questo termine, per poter svolgere, con maggiore adeguatezza, delle riflessioni sulla funzione e sulla costellazione attuale di senso che l’ideologia ricopre nel nostro presente.
Il termine ideologia è stato coniato per la prima volta, con un significato prettamente positivo, nell’Illuminismo francese. Destutt de Tracy pubblica nel 1801 Projet d’elèments d’idéologie e definisce l’ideologia come la scienza della formazione delle idee. Le idee, secondo un’ispirazione empiristica alla Locke, derivano dalle percezioni sensibili. La sensazione è il principio di ogni conoscenza, sia del mondo esterno che di ogni esperienza interiore. Per cui anche le forme più elevate del sapere derivano sempre dalle sensazioni. La ideologia è la scienza, “qui traite des idées ou perceptions, et de la faculté de penser ou percevoir” e “qui résulte de l’analyse des sensations”1.
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L’ombra del neoliberismo
di Francesco Marabotti and L'Indispensabile
«Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?».[1]
Questa è la domanda che poneva, lucidamente, Giorgio Agamben in un articolo datato 14 aprile 2020, alla quale a mio avviso non è stata ancora data una risposta adeguata.
Come è potuto avvenire – aggiungo io – che si sia passati, a partire dalla proclamazione dello stato di emergenza (il 31 gennaio 2020), in modo così repentino e convulso dalla open society al lockdown? Come è potuto avvenire che dalla libera circolazione delle persone e dei capitali siamo giunti al divieto di spostamento al di fuori del proprio comune e alla certificazione di ogni movimento sul suolo nazionale?
Come siamo potuti passare, chiedo ancora, da “quella gioiosa spensieratezza che sembra divenuta d’obbligo”[2] dell’era pre-covid, al clima di paura, terrore quotidiano e distanziamento sociale che ha reso le nostre esistenze un campo di guerra con “un nemico invisibile”?
Un così radicale capovolgimento è un fenomeno che, a mio avviso, va oltre le sole ragioni medico-scientifiche o tecnico-amministrative. È qualcosa che ci coinvolge in quanto società e direi come civiltà occidentale in toto. La tesi che cercherò di argomentare in questo articolo è che ad essere venuta in luce è l’ombra stessa del neoliberismo o se volete della post-modernità.
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Vie di fuga
di Miguel Martinez
I.
La nostra vita è sempre più virtualizzata.
Anzi, la virtualizzazione è ormai una condizione indispensabile per sopravvivere. Non puoi riempire il modulo più semplice, senza dare almeno un indirizzo mail e il numero di un cellulare.
La virtualizzazione assume innumerevoli forme diverse: dalla carta d’identità con il chip elettronico alle istruzioni al drone che porta esplosivi, al navigatore sull’auto…
La cosa fondamentale è capire che queste virtualizzazioni apparentemente diverse, sono separate tra di loro soltanto da un sottile muro di password, o da leggi la cui applicazione è quasi impossibile controllare.
Non possiamo nemmeno contare sul muro della concorrenza, come quello che una volta separava la sfera statunitense da quella sovietica del mondo: Amazon, Google, Facebook/Whatsapp/Instagram, Apple, Samsung, Microsoft sono ciascuno un monopolio nel proprio campo, intimamente legato agli altri monopoli; e tutti sono legati a stati-nazione (USA e secondariamente, Cina) con i propri interessi di dominio militare.
I dati possono scivolare da una categoria all’altra, per negligenza anche nostra, per hackeraggio, per modifica a qualche clausola contrattuale che comunque pochissimi leggono, o magari perché una ditta fallisce e i suoi creditori hanno diritto a spartirsi i capitali, tra cui giocano un ruolo decisivo proprio i dati.
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Transizione ecologica o transizione economica?
Il proletariato e la questione ambientale
di Rostrum
“Niente è più facile che essere idealisti per conto d’altri. Un uomo satollo può facilmente farsi beffe del materialismo degli affamati, che chiedono un semplice pezzo di pane invece di idee sublimi”.
K. Marx, New York Daily Tribune, 11 maggio 1858
È di pochi giorni fa la notizia che dal prossimo trimestre la bolletta elettrica aumenterà del 40%, dopo che già nello scorso trimestre era aumentata del 20%. Secondo alcune stime, se questo aumento fosse confermato, corrisponderebbe a una spesa di circa 247 euro in più all’anno.
All’origine del rincaro in Europa ci sarebbe in primo luogo l’aumento delle quotazioni delle materie prime combustibili, a seguito di un aumento della domanda di energia provocato da una certa crescita economica globale – dato interessante soprattutto per chi si limita a recitare la formula rituale della “crisi”, come se il solo evocare la parola possa esimere da una concreta analisi strutturale che renda conto della specificità di ogni crisi.
Ma al rincaro contribuirebbero, per circa un quinto del totale, anche l’assolvimento degli obblighi del mercato Ets Ue, ovvero il Sistema per lo scambio delle quote di emissione dell’UE. In pratica viene fissato un tetto alla quantità totale di alcuni gas serra che possono essere emessi dagli impianti che rientrano nel sistema. Il tetto si riduce nel tempo, in modo tale da ridurre, teoricamente, le emissioni totali. Sotto questo tetto, gli impianti acquistano o ricevono quote di emissione che, se necessario, possono essere scambiate, infatti, la limitazione del loro numero totale garantisce che le quote disponibili abbiano un valore.
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Appunti e risposte ad alcune FAQ sulle manifestazioni “NO GREEN PASS” di Trieste
di Andrea Muni
Lunedì e sabato erano tra le cinque (e poi otto) mila persone che sono scese in piazza nella città di Trieste per protestare contro il Green Pass e contro la dittattura neoliberale a volto scoperto in cui siamo scivolati. Chi scrive è un privato cittadino che non fa parte di alcun partito o associazione (charta sporca a parte), non ha convinzioni esoteriche riguardo a farmaci, salute e cure alternative, né è una persona che ha mai avuto simpatie nazi-fasciste – tutt’altro. Non sono assolutamente contro i vaccini, sarei anzi addirittura favorevole a discutere dell’obbligo per certe fasce d’età (voi avete capito perché non lo fanno l’obbligo? Io no), sono marxista, credo nella ricerca e nell’informazione libera.
Non so se mi fanno più paura quelli che negano il covid o quelli che negano la dittatura neoliberale a volto scoperto in cui siamo scivolati
Scrivo per colmare la totale assenza di informazioni autorevoli su quella che è stata – a detta degli stessi giornali che poi non ne dicono praticamente nulla (fa eccezione l’ottimo pezzo, eccettuati titolo e conclusione, dell’amico Daniele Lettig su “Domani”) – la manifestazione più grande dall’inizio della pandemia. Una manifestazione eguagliata forse solo da quella svoltasi nei giorni precedenti a Firenze in supporto dei lavoratori della GKN. Queste due imponenti e diverse manifestazioni, è lecito sperarlo, sono forse il primo vagito di una lotta globale e su più fronti per i diritti dei lavoratori che vedrà verosimilmente il proprio culmine il 15 ottobre – data dell’annunciata entrate in vigore del Green Pass per tutti i lavoratori.
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Dialogo sulla pandemia e sul giusto modo di combatterla
di Guglielmo Donniaquio ed Eros Barone
Gli errori volano come uccelli, ma la verità giace in fondo al pozzo.
Democrito di Abdera
Il dialogo che qui viene riportato si è svolto a Genova, durante un bel pomeriggio di settembre, in un giardino pubblico, dove si sono incontrati per uno scambio di idee tre dotti amici non più giovanissimi, che indicherò con i nomi convenzionali di Tizio, Caio e Mevio, i quali hanno espresso sulla questione della pandemia e sul giusto modo di combatterla posizioni divergenti. È poi opportuno aggiungere quanto segue: Tizio possiede una preparazione specifica sul tema oggetto della discussione, essendo un ricercatore in campo biomedico; Caio insegna filosofia, quindi non è un addetto ai lavori ma, come spesso capita ai filosofi, solo un interessato ai lavori; Mevio, dal canto suo, è un medico di base, ad un tempo pragmatico e dialettico.
Tizio: salve, Caio e Mevio, non ci si vedeva da un bel po’ di tempo! Fa sempre piacere incontrare, nel periodo difficile e tormentoso che stiamo vivendo, i vecchi amici. Vedo però che Caio non indossa la mascherina e, conoscendo la sua assennatezza, ne deduco che la mancanza non è dovuta alla distrazione, ma ad una scelta ben precisa.
Caio: ben trovato, Tizio! Sì, è proprio come tu dici. Sono convinto infatti che della mascherina non vi sia alcun bisogno e che, in generale, la gestione della pandemia da parte dei vari governi italiani sia sempre stata discutibile. All’inizio, scusabile con la sorpresa e l’impreparazione, è divenuta progressivamente, con l’accumularsi di crescenti manchevolezze, sempre meno tollerabile, fino al punto terminale dell’adozione del “green pass”, che ribadisce tutti gli errori fatti prima, li santifica e si avvia ad esiti potenzialmente catastrofici.
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Cari lettori del sito, abbiamo ricevuto un paio di email del sig. Menichella che ci intimavano di rimuovere immediatamente l'articolo "Tutto quello che non vi dicono sulle cure domiciliari precoci per il Covid-19 (e perché lo fanno)" minacciando denunce per violazione del copyright e anche denunce per diffamazione, visto che alcuni dei commenti (che non siamo soliti censurare) erano critici nei suoi confronti. Siamo senza parole e lasciamo il giudizio ai nostri lettori.
tg
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La cognizione del terrore. Ritrovarci tra noi, ritrovare la fiducia che l’Emergenza pandemica ha distrutto
di Stefania Consigliere e Cristina Zavaroni *
Qualcosa si muove. Forse perché a scuole aperte la violenza del lasciapassare è più evidente; o perché le piazze del sabato stanno proseguendo e, pian piano, orientandosi; o per l’effetto epistemologico dell’appello dei docenti universitari; o perché i sindacati di base hanno qualcosa da eccepire; o, ancora, perché i collettivi più lucidi hanno unito i puntini e trovato spaventosa la figura che ne esce.
Ai margini dei parchi e delle piazze dove si ci si ritrova per elaborare collettivamente una critica al presente e scambiarsi strategie di resistenza, si avverte anche altro: l’urgenza di fare i conti con una varietà di esperienze intime che molte e molti – e di certo chi scrive – hanno sperimentato negli scorsi mesi e che ora, finalmente, sono dicibili. Spesso sono le donne a parlarne e, riandando al femminismo degli anni Settanta, la cosa non sorprende. In omaggio a quella stagione, proviamo allora a prendere sul serio quel che ci travaglia e leggerlo in termini politici con l’aiuto di una manciata di autori.
1. Sentimenti del presente
Ecco un elenco, erratico e ovviamente incompleto, di queste esperienza:
Paralisi cognitiva. Il lasciapassare è una misura sanitaria o una misura repressiva? Come si calcolano i benefici del vaccino sulle diverse fasce di popolazione? Quali costi ha avuto la didattica a distanza? Cosa dicono, esattamente, i numeri e come vengono raccolti? Perché in alcune regioni la pericolosità del virus è (stata) più alta che altrove? Esistono cure primarie efficaci? Cosa rischio a vaccinarmi, cosa a non vaccinarmi? Qual è l’incidenza del long covid? Cos’è successo alla sanità territoriale nella primavera del 2020? E via dicendo. La continua incertezza epistemologica induce in chi l’affronta un senso di inadeguatezza, un sospetto di asinina ignoranza.
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PNRR: una, nessuna o cinquecentoventotto condizioni
di coniarerivolta
Il cosiddetto Recovery Fund, noto anche come Next Generation EU, attribuisce all’Italia 191 miliardi di euro che saranno trasferiti al Paese tra il 2021 e il 2026, suddivisi in 69 miliardi di euro a fondo perduto e 122 miliardi di euro di prestiti, da rimborsare alle istituzioni europee. Queste risorse vanno a finanziare gli interventi raccolti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).
In un mondo dominato dal denaro si sente spesso dire che seguendo i soldi – focalizzando l’attenzione sui soli flussi finanziari – si possono svelare le dinamiche fondamentali della società. Seguire la traccia dei soldi porterebbe dritti al cuore delle meccaniche del sistema. Nel caso del PNRR questa massima perde buona parte della sua credibilità: i soldi del PNRR sono forse la parte meno rilevante del Piano, e proveremo a dimostrarlo concentrando la nostra attenzione sulle centinaia di condizioni a cui è stata subordinata l’erogazione dei fondi. I soldi, insomma, sono solo l’esca, mentre il contenuto politico del PNRR è racchiuso nelle clausole che vanno rispettate per ottenere quelle risorse.
Abbiamo già avuto modo di sottolineare l’assoluta inadeguatezza del finanziamento messo a disposizione dalla Commissione Europea: quei soldi, nonostante le apparenze, sono insufficienti a garantire qualsiasi ripresa. Nel dibattito pubblico, però, si è fatta strada un’idea di apparente buon senso: fossero anche pochi, sono comunque un contributo alla crescita del Paese, ed un contributo finalmente libero dalle condizioni capestro che, nel decennio passato, hanno messo in ginocchio la Grecia e tutti gli altri Paesi che si sono imbattuti nei fatidici “aiuti” europei. Insomma, si dice, il Recovery Fund fornisce finanziamenti incondizionati: niente austerità, solo soldi, perché avremmo dovuto rifiutarli?
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Il passaporto vaccinale e l’incognita dei conflitti
Alcune note polemiche a partire da uno scritto di Valérie Gérard
di Michele Garau
Intervenire sulle recenti mobilitazioni contro il passaporto sanitario, e di rimando sulla questione della campagna vaccinale, è un’incombenza davvero ingrata. Il rischio di trovarsi catturati nella morsa schiacciante di un dispositivo binario, dove le posizioni risultano polarizzate in una secca alternativa senza uscita, è molto alto. La recente pubblicazione, su Qui e ora1, di alcune note scritte da Valérie Gérard, in cui si denuncia l’impianto intrinsecamente reazionario e la base antropologica «ultraliberale» del movimento di protesta che si è dato in Francia, mi ha spinto a cercare di elaborare un parziale punto di vista. La lettura di queste righe mi ha un po’ forzato a formulare delle impressioni che non avevo intenzione di mettere per iscritto, sia per il loro grado di confusione e lacunosità, sia perché mi pare che l’intero dibattito in seno al mondo «antagonista» – nonostante alcuni scritti dall’indubbio interesse teorico – sia pesantemente viziato da questa ansia di posizionarsi unilateralmente su un piano di discorso in cui i livelli più diversi (sanitario, tecnico, politico ed epistemologico) collassano l’uno sull’altro. A questi livelli si interseca inoltre l’approccio, perfettamente legittimo, della valutazione strategica sulle potenzialità conflittuali delle proteste in corso.
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Guerra di classe
di Graziella Molonia*
Esiste una guerra che non è combattuta con armi più o meno convenzionali, che non prevede droni né missili intelligenti, che non ricorre a bombardamenti mirati, che uccide nella legalità entro il quadro dell’ordine democratico. E’ la guerra di classe, a cui i lavoratori sono chiamati a partecipare non da una libera scelta ma dal bisogno e dalla necessità che impongono al lavoratore di doversi scegliere il proprio aguzzino.
Nessuno ha scelto di vivere come schiavo del lavoro salariato, né di dedicare la propria esistenza all’arricchimento di parassiti sociali.
“La fame da lupi mannari di pluslavoro”,1 come la chiama Marx, ha bisogno di sacrificare sempre più lavoratori per saziare il bisogno di realizzare profitti.
“L’economizzazione dei mezzi sociali di produzione, che giunge a maturazione come in una serra soltanto nel sistema di fabbrica, diviene allo stesso tempo, nelle mani del capitale, depredazione sistematica delle condizioni di vita dell’operaio durante il lavoro, dello spazio, dell’aria, della luce e dei mezzi personali di difesa contro le circostanze implicanti il pericolo di morte o antiigieniche del processo di produzione, per non parlare dei provvedimenti miranti alla comodità dell’operaio” 2
Ecco perché, dietro i veli delle garanzie dello stato di diritto, e delle costituzioni democratiche che proliferano nei paesi a capitalismo avanzato, resta, nuda e cruda, la guerra a cui proletari sono costretti nel momento stesso in cui diventano parte, tramite il loro lavoro, del ciclo produttivo.
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Abbiamo sconfitto l’estrema destra fascista, guidata dall’imperialismo
Intervista esclusiva per "Cumpanis" al dirigente venezuelano Eduardo Piñate
a cura di Geraldina Colotti
In questo importante momento di transizione per la rivoluzione bolivariana, che sta dialogando in Messico con l’opposizione golpista, e si prepara alle mega-elezioni del 21 novembre, abbiamo intervistato uno dei suoi quadri politici più rappresentativi, l’ex ministro Eduardo Piñate, membro della Direzione nazionale del Partito Socialista Unito del Venezuela, candidato governatore dello Stato Apure, dov’è nato.
* * * *
D. Sei stato tre anni nell’Esecutivo, in vari incarichi di governo. Anni in cui l’attacco al Venezuela si è intensificato, sia internamente che esternamente. Quali sono state le strategie per contrastare questo attacco e come stanno le cose?
R. In effetti, sono stato poco più di tre anni nell’Esecutivo Nazionale; 2 anni e 11 mesi come ministro del potere popolare per il Processo sociale del lavoro e 3 mesi come ministro del potere popolare per l’Istruzione e vicepresidente settoriale per il Socialismo territoriale e sociale. Ora il compagno presidente Nicolás Maduro mi ha affidato nuovi compiti e responsabilità e io li assumo con l’impegno e l’entusiasmo rivoluzionario di sempre.Durante questo periodo, l’aggressione imperialista contro il Venezuela si è intensificata. Una guerra multifattoriale, totale: economica, politica, sociale, culturale, ideologica, psicologica, mediatica e militare.
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Culture e pratiche di sorveglianza. Internet in ogni cosa
di Gioacchino Toni
«La trasformazione di Internet da rete di comunicazione tra persone a rete di controllo, incorporata direttamente nel mondo fisico, potrebbe essere ancora più significativa del passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione digitale»1.
Così si esprime Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi (Luiss University Press, Roma 2021), a proposito della portata della funzione di controllo permessa dalla connessione alla rete di oggetti e sistemi al di fuori dagli schermi come veicoli per la mobilità, dispositivi indossabili, droni, macchinari industriali, elettrodomestici, attrezzature mediche ecc… Oltre che con le sofisticate forme di controllo esercitate dalle piattaforme di condivisione di contenuti in rete, ad introdursi nell’intimità degli individui concorrono sempre più oggetti di uso quotidiano in grado di raccogliere e condividere dati personali. Oltre a evidenziare come il cyberpazio premei ormai completamente – e non di rado impercettibilmente – l’universo offline dissolvendo sempre più il confine tra mondo materiale e mondo virtuale, tutto ciò induce a domandarsi se nel prossimo futuro esisterà ancora qualche aspetto privato della vita umana o se invece si stia navigando a vele spiegate verso il superamento stesso del concetto di privacy.
Nel volume DeNardis espone alcuni esempi utili a comprendere come il contraltare del controllo esercitato sugli oggetti connessi ad Internet sia la loro vulnerabilità. Un esempio riguarda la possibilità che estranei da remoto possano accedere e manipolare dispositivi medici dotati di radiofrequenza impiantati nel corpo umano e connessi alla rete.
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La riforma del Fiscal Compact è possibile e a chi gioverà?
di Domenico Moro
Nel recente incontro dell’Eurogruppo, l’organismo informale che riunisce i ministri delle finanze dell’area euro, è ripresa la discussione sulla possibile modifica delle regole europee che regolano la gestione del deficit e del debito pubblico, in particolare quelle del Patto di stabilità e del Fiscal compact. Si era cominciato ad affrontare il tema nel 2019, ma lo scoppio della pandemia ha interrotto la discussione, anche perché le regole di bilancio europee sono state sospese per permettere agli Stati nazionali e alla Ue di mettere in campo robuste misure di stimolo fiscale, cioè di spesa statale, per contrastare la crisi. La questione della ridefinizione del Patto di stabilità e soprattutto del Fiscal compact si pone anche perché alla fine del 2022 saranno reintrodotte le regole che impongono agli Stati di tenere sotto controllo il debito pubblico e c’è la preoccupazione che la reintroduzione dei vincoli possa minare la ripresa economica.
Il Fiscal compact fu introdotto nel 2012, all’epoca della crisi dei debiti sovrani, per rendere più stringenti le regole europee, che prevedono il mantenimento del rapporto tra deficit pubblico e Pil ad un livello non superiore al 3% e del rapporto tra debito pubblico e Pil a un livello non superiore al 60%. Questi vincoli non sono il frutto di precise analisi economiche, ma il risultato di calcoli politici. Il limite del 3% al deficit fu adottato sulla falsariga dell’esperienza della Francia, dove era stato frutto di semplice convenienza politica.
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