Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 2849
Sulla crisi
di Paul Mattick Jr.
Come descrivere gli eventi che hanno sconvolto l'economia globale negli ultimi tre anni?
La maggior parte dei commentatori economici concordano sul fatto sia stata una crisi finanziaria, a dare origine a una recessione, ma che una azione rapida del governo per salvare le società finanziarie e "stimolare" l'economia abbia scongiurato la minaccia di una vera e propria depressione. Alcuni economisti non si aspettano una ripresa economica prima di un anno o due, mentre quasi tutti sono d'accordo che anche se vi fosse un miglioramento dell'economia sarà una ripresa senza posti di lavoro, secondo l'opinione comune, almeno per il momento, è che il peggio è alle nostre spalle. Ma, con tutte le varianti, l'idea di base è che la causa principale dei problemi del mondo sia stato il crollo del settore finanziario americano, causato da una assunzione di rischi finanziari senza precedenti, stimolati dai fantastici profitti raggiunti da questo settore negli anni 90 e aiutati da una regolamentazione governativa lassista.
Mentre gli economisti “ufficiali”, dopo che per decenni avevano esultato per il sistema di autoregolazione del mercato, hanno avuto ben poco da dire sugli eventi attuali, con l’ eccezione importante di Paul Krugman nel denunciare la sua professione come un fallimento di analisi, previsione, e spiegazione, i pensatori eterodossi hanno avuto tempi migliori. Ma anche la maggior parte di loro si è concentrata sulla crisi finanziaria come cuore della questione. Così diversi opinionisti come George Cooper, autore in campo finanziario, e l’economista marxista Fred Moseley – che da allora ha cambiato opinione - si sono avvicinati al Nation, di Robert Pollin che ha analizzato, aggiornandola, la caduta di Nixon attraverso Keynes, "Noi siamo tutti Minskyani adesso".
- Details
- Hits: 3803

Il Leviatano della ricchezza
di Luigi Cavallaro
Dopo la riscoperta di Marx è la volta di Lenin, interpretato come un agit prop del capitalismo di stato. La crisi sbriciola la messianica fiducia nel mercato e rende così attuali cassette degli attrezzi teorici troppo rapidamente considerate obsolete. Un recente numero dell'«Economist» affronta il rinnovato protagonismo dello stato nella vita economica
Nell'ottobre 1921, Lenin tenne alcuni discorsi in cui spiegò il significato della svolta nella gestione dell'economia sovietica inaugurata nella primavera precedente, dopo gli anni del «comunismo di guerra». Lenin la chiamò «Nuova politica economica», donde l'acronimo «Nep» con cui è passata alla storia e poi nel dimenticatoio.
La sua idea di fondo era che, accentrando la produzione e la distribuzione nelle mani dello stato, i bolscevichi avevano commesso l'errore di voler passare direttamente alla produzione e distribuzione su basi comuniste, dimenticando che a ciò si arriva attraverso un lungo e complicato periodo di transizione. La «Nuova politica economica» muoveva dal fatto che avevano subito una grave sconfitta e iniziato una ritirata strategica.
Era senz'altro comprensibile che molti si sentissero sgomenti, perché la svolta della Nep, implicando la possibilità per i produttori di scambiare liberamente sul mercato tutto ciò che dei loro prodotti non era assorbito dalle imposte, significava in buona misura restaurazione del capitalismo. La questione fondamentale, dal punto di vista strategico, era anzi proprio quella di capire chi avrebbe saputo approfittare della nuova situazione: avrebbero vinto i capitalisti, ai quali i bolscevichi stavano aprendo le porte prima serrate della produzione pubblica, e avrebbero cacciato i comunisti, oppure il potere statuale, continuando a regolare la moneta e la produzione, sarebbe riuscito a tener ferme le redini al collo dei capitalisti, creando un capitalismo subordinato allo stato e posto al suo servizio?
- Details
- Hits: 1653
Le magnifiche sorti progressive dei Supermario*
di Alfonso Gianni
Che il governo Monti da tecnico si sia ipso facto trasformato in un autorevole governo politico, dotato per di più di una certa abilità comunicativa basata sulla sobrietà – cioè l’esatto contrario della tattica usata dal precedente – è giudizio ormai largamente condiviso. D’altro canto non si tratta in sé di una novità, anche se autorevoli intellettuali credono di sì, come si desume dalla lettura del lunghissimo articolo pubblicato da Asor Rosa su il Manifesto a metà gennaio. Già il governo Dini, che subentrò al primo Berlusconi e resse le sorti del paese dal 17 gennaio del 1995 al 17 maggio dell’anno successivo, quando ebbe inizio la nuova legislatura, era formalmente un governo tecnico, poiché, seppure con la rilevante eccezione di Lamberto Dini, era composto da ministri non parlamentari. Non fu un caso che quel governo riuscì a fare cose dove altri, partiti con ben altri venti in poppa, fallirono.
Mi riferisco ovviamente in primo luogo alla radicale modifica della legislazione pensionistica, di cui si parlava da diversi lustri ma che solo il “rospo”, come era dipinto Dini nella fortunata iconografia di Il Manifesto, riuscì a condurre in porto. E forse non è affatto una casuale coincidenza che il nuovo governo Monti sia partito nella sua attività legislativa proprio dal completamento di quella riforma delle pensioni avviata sedici anni prima.
Come vedremo più oltre non si tratta dell’unica analogia che lega il governo Dini a quello attualmente in carica. In entrambi i casi tuttavia la autorevolezza e la credibilità politica del governo - particolarmente evidente sullo scenario internazionale, almeno nel caso di Monti - devono le loro ragioni a quel velo, quell’infingimento di tecnicità di cui si ammanta la sua sostanza politicamente tutt’altro che neutra.
- Details
- Hits: 3254
Marx, la crisi e l’Europa: due libri per capire
di Vladimiro Giacché
La crisi capitalistica, l’Europa, l’euro, la Sinistra. Due saggi di Riccardo Bellofiore pubblicati da Asterios ci aiutano a far luce, da un punto di vista marxista, su alcuni dei nodi principali del dibattito politico attuale. Un utile antidoto al mix micidiale di austerità e liberismo oggi di moda nel vecchio continente.
Tutto quello che avreste voluto sapere sulla concezione marxista della crisi applicata alla crisi odierna e non siete mai riusciti a trovare in un solo libro. Ho immaginato questo sottotitolo per il libretto di Riccardo Bellofiore "La crisi capitalistica, la barbarie che avanza" (Trieste, Asterios, pp. 82, euro 7). Si tratta, molto semplicemente, di un testo indispensabile per chiunque voglia orientarsi tra i modi diversi di impiegare la teoria di Marx per capire la crisi (sto parlando degli utilizzi seri, non delle sciocchezze alla Tremonti).
È lo stesso autore, nelle prime pagine del libro, a offrirci la traccia del suo percorso: 1) una ricognizione delle diverse teorie della crisi riconducibili a Marx, 2) tentativo di integrare i diversi spunti marxiani sulla crisi all’interno di una lettura non meccanicistica della caduta del saggio di profitto, 3) quadro storico delle crisi capitalistiche dalla Grande Depressione di fine Ottocento sino agli anni Sessanta-Settanta, 4) ultimi decenni del Novecento e primo decennio del nuovo secolo.
Si tratta di un itinerario caratterizzato da un estremo rigore terminologico, ma anche da grande chiarezza. Certo, si tratta di pagine che vanno lette (direi assaporate) con attenzione e con calma, ma si è ampiamente ripagati di questo sforzo. Anche perché gli strumenti concettuali che vengono esposti nella prima parte di questo volumetto si aprono poi ad una spiegazione, incalzante e convincente, della parabola economica di questi ultimi decenni: fino alla crisi esplosa nel 2007 e ben lontana dal chiudersi.
- Details
- Hits: 1783
I conti che non tornano
Leonardo Mazzei
La recessione è iniziata, i riti sciamanici della casta dominante pure - Il caso del governatore Visco
Le previsioni economiche sono assai meno attendibili di quelle meteorologiche. Ma l'economia, come la meteorologia, presenta tante di quelle sfumature da consentire un profluvio di dati. Una caterva di numeri che spesso affoga ogni possibilità di ragionamento. Eppure le cose non sono così complesse come sembra. Ma cosa c'è di meglio del dogma della «complessità» per legittimare l'attuale casta al potere? Una casta ben più potente e pericolosa di quella stracciona e infingarda che gli fornisce il supporto parlamentare a «prescindere».
Naturalmente, anche le semplificazioni (specie quelle giornalistiche) non aiutano a comprendere le cose. Si è così stritolati tra la casta dei «sapienti» - in realtà tutta rigorosamente selezionata dai «dominanti» - e il discorso da bar sulle auto blu e l'evasione fiscale a Cortina d'Ampezzo. Non che manchino economisti di valore fuori dal coro, ma l'accesso ai media è garantito solo ai sacerdoti del libero mercato, ai cantori della bontà dell'euro e dell'Europa, meglio se bocconiani e introdotti nelle cupole della finanza.
Oggi comunque il conformismo è d'obbligo: la fine dell'euro sarebbe la fine del mondo (altro che Maya!), il debito degli Stati è colpa degli sfaticati popoli-cicala, l'Italia comunque non è la Grecia, poteva diventarlo fino a novembre ma ora non più, Mario Monti è il salvatore della patria, nel 2013 ci sarà la ripresa, e così via farneticando.
Per capire la disonestà intellettuale di costoro basta fare un esempio, quello dei commenti ai declassamenti delle agenzie di rating. Certo, queste ultime sono tutto fuorché enti super partes, ma lo abbiamo scoperto solo ora? Bene, fino a novembre, ogni downgrade che riguardava l'Italia era oro colato che parlava dell'incapacità del Buffone di Arcore, il quale ovviamente ci metteva del suo, ma soprattutto dimostrava la necessità di un Papa straniero, cioè completamente autonomo da ogni vincolo democratico. Da novembre tutto è cambiato.
- Details
- Hits: 4469

Come si abbattono i regimi
di Giulietto Chiesa
Raramente scrivo recensioni. In genere, quando non sono costretto a farlo da ragioni di convenienza, o per soddisfare le pretese di autori molto insistenti, scrivo di libri che mi piacciono, o che intendo proporre ad altri lettori perchè li ritengo utili, o perchè offrono angoli visuali originali.
In questo caso il libro in questione non mi è piaciuto per niente. Anzi l’ho trovato irritante. Il suo autore è sostanzialmente un poveraccio (intellettualmente parlando s’intende), che esce come un pulcino inzuppato di ideologia – intesa come falsa coscienza – dalla lavatrice del pensiero unico. Un esegeta, dunque, della Matrix in cui ha vissuto, del tutto incapace di vedere i suoi confini. Una specie di protagonista da “Truman show”, ma privato di ogni possibilità di redenzione.
Perchè ne scrivo, dunque? Perchè – come avrebbe detto Leonardo Sciascia – il contesto che rappresenta è straordinariamente interessante, ricco di informazioni su come si pensa, cosa si pensa, come si agisce nei centri della sovversione, quei posti dove vengono elaborate le vere strategie e tattiche rivoluzionarie dei tempi moderni. Tempi in cui, per essere precisi, le rivoluzioni le fa il Potere, non i rivoluzionari d’un tempo, non i mitici anarchici, non i popoli, non i partiti, non i soviet, o comunque si siano chiamati in passato, fino al secolo XX incluso.
E qui è subito opportuna una serie di notazioni non a margine. Forse utile per quei lettori che ancora pensano, appunto, con le categorie dei tempi andati; di quelli che, non essendosi aggiornati, non avendo fatto alcuno sforzo per capire quali cambiamenti sono intervenuti nei rapporti di forza, nelle dinamiche economiche e sociali, nei sistemi di informazione e comunicazione, nelle tecnologie della manipolazione, continuano ad applicare le teorie rivoluzionarie dell’epoca delle lotte di classe così come fu descritta, e creata, a partire dalla rivoluzione francese.
- Details
- Hits: 2379
La Grecia siamo noi
di Guido Viale
A due anni dalla denuncia dello stato comatoso delle sue finanze (ma gli interessati, in Germania e alla Bce, lo sapevano da tempo: erano stati loro a nasconderlo) la Grecia, sotto la cura imposta dalla cosiddetta Troika (Bce, Commissione europea e Fmi) presenta l’aspetto di un paese bombardato: un’economia in dissesto; aziende chiuse; salari da fame; disoccupazione dilagante; file interminabili al collocamento e alle mense dei poveri; gente che fruga nei cassonetti; ospedali senza farmaci; altri licenziamenti in arrivo; tasse iperboliche sulla casa e sfratti; beni comuni in svendita. E ora anche una città in fiamme. Ma a bombardare il paese non è stata la Luftwaffe, bensì il debito contratto e confermato dai suoi governanti di ieri e di oggi nell’interesse della finanza internazionale. Con la conseguenza che, a differenza di un paese uscito da una guerra, in Grecia non c’è in vista alcuna “ricostruzione”, o “rinascita”, “ripresa”; ma solo un fallimento ormai certo – e dato per certo da tutti gli economisti che l’avevano negato fino a pochi giorni o mesi fa – procrastinato solo per portare a termine il saccheggio del paese e, se possibile, il salvataggio delle banche che detengono quel debito; o di quelle che lo hanno assicurato. Le armi però c’entrano eccome. All’origine di quel debito, oltre alla corruzione e all’evasione fiscale, ci sono le Olimpiadi del 2004 (costate oltre un decimo del Pil) e l’acquisto di armi, che la Grecia è costretta a comprare e pagare a Francia e Germania come contropartita della “benevolenza” europea, per importi annui che arrivano al 3 per cento del Pil. Quattro fattori, armi (come F135), Grandi eventi (Olimpiadi o Expò, o Mondiali, o G8), evasione fiscale e corruzione che accomunano strettamente Grecia e Italia. Ma non solo.
- Details
- Hits: 2047
Sull'ascesa e le fortune di Mario Monti*
di Isidoro D. Mortellaro
A ragione Alberto Asor Rosa ha lanciato l'allarme e chiesto una sosta di riflessione. Siamo di fronte a novità formidabili, figlie di svolte e derive di lunga durata. Per contrastarle o padroneggiarle bisogna accumulare una nuova «saggezza» con riflessione e lavoro di lunga lena, da condurre per «decenni» e con adeguata organizzazione. La ramazza della «tecnopolitica europea», del «financapitalismo» ci ha liberato dell'immondizia berlusconiana, ma ci instupidisce ora «avanti ai fari abbaglianti» di Mario Monti, al soft power delle sue «lacrime e sangue», di ricette rinforzate dall'assenza di alternative. A dispetto di un paese non domo, che con vari scossoni ha sospinto Berlusconi nell'angolo, la politica e la sinistra italiana si dispongono inermi al fascino e alle seduzioni del «rospo». Nel tracciare la rotta spicca il magistero di una presidenza della Repubblica, forse non intenta a dilagare in spazi impropri, quanto obbligata a colmare i vuoti prodotti dal disfarsi del sistema politico e dai non possumus del berlusconismo, ultima incarnazione di una «storica incongruenza» italiana, somma di egoismi refrattari a discipline e conformismi continentali.
L'eccezione e la regola
Meno convincente è l'aura di eccezionalità che spira tra le righe del suo argomentare. A tratti, come tanti nelle settimane scorse, evoca uno «stato di eccezione», la straordinarietà di eventi e processi, della «decisione». In generale, lo sguardo è fisso sul teatro nazionale, sempre unico ed eccezionale, sia che si sottolinei l'ennesima manifestazione del «caso italiano», sia che si esalti il potere di «anticipazione» delle nostre vicende. Per spiegare ricorre a paragoni storici con altri periodi e figure: l'interregno di Luigi Luzzatti. Altri ha accennato alla fatale meteora di Heinrich Brüning.
- Details
- Hits: 3218
Tutti gli esuberi del finanzcapitalismo
Giuliano Battiston intervista Luciano Gallino
Pubblichiamo l'intervista a Luciano Gallino apparsa nello speciale sulla Fiom “Democrazia al lavoro”, a cura del manifesto e di Sbilanciamoci, scaricabile da questo sito (vedi link qui sotto)
Nel suo ultimo libro, Finanzcapitalismo, analizza la trasformazione del passato capitalismo produttivo nell’attuale capitalismo dei mercati finanziari. Una trasformazione durante la quale come nuovo criterio guida dell’azione economica viene adottata la massimizzazione del valore per l’azionista. In che termini questo paradigma ha dato vita a una nuova concezione dell’impresa, favorendone quell’irresponsabilità da lei già criticata ne L’impresa irresponsabile?
La concezione dell’impresa è stata trasformata con grande rapidità, non solo sul piano teorico ma anche nella pratica della gestione e del governo delle imprese, soprattutto dopo gli anni Ottanta del Novecento, quando si è passati da una concezione che potremmo definire istituzionale dell’impresa – per cui essa è o dovrebbe essere un insieme di complessi rapporti sociali tra proprietari, dirigenti, dipendenti, fornitori, comunità locali – a una concezione prevalentemente contrattualistica. Secondo quest’ultima concezione, l’impresa viene intesa come un fascio, un insieme di contratti – stipulati con tutti gli attori che concorrono a vario titolo alla produzione – che hanno una precisa data di scadenza e che possono essere, quali più quali meno, rescissi in ogni momento. Si tratta di una delle manifestazioni della flessibilità che il capitale richiede, anzitutto per se stesso, affinché possa sempre arrivare là dove i rendimenti sono maggiori: dal momento che l’impresa non è nient’altro che un fascio di contratti, se una determinata parte contraente non soddisfa più certe esigenze di rendimento, quel contratto può essere eliminato e sostituito con un altro. Questo vuol dire inoltre che le imprese, perlomeno la maggior parte di esse, non hanno più alcun interesse ad essere localizzate in un determinato luogo, città o paese, e che la componente finanziaria diventa predominante anche nell’organizzazione, perché ciò che conta è il rendimento collegato al contratto.
- Details
- Hits: 2405

I salvatori dell’Italia
Aldo Barba e Giancarlo de Vivo*
Il governo Monti ha iniziato lo scorso dicembre una manovra economica i cui primi due tempi ha modestamente chiamato “Salva Italia” e “Cresci Italia”. Ci sembra utile tornare brevemente sia sul “salvataggio” che sulla “crescita”.
La prima fase dell’intervento è consistita in tagli di spesa e maggiori entrate per un totale di circa 30 miliardi di euro (per il 2012). Di questi 30 miliardi, 6 consistono in aumenti di accise (carburanti) e aumenti del prezzo dei tabacchi, 1.6 miliardi in tagli alle pensioni, 3.3 miliardi in aumenti dell’IVA, 2.2 miliardi in un’addizionale Irpef, 2.8 miliardi in una riduzione di trasferimenti agli enti locali: 16 miliardi su 30 sono quindi in larghissima parte aggravi per lavoratori dipendenti e pensionati. La manovra prevede poi anche un aumento di 11 miliardi di imposizione sugli immobili. Questa è indubbiamente un’imposta sulla ricchezza, che va nel senso della patrimoniale invocata da molti, ma che, oltre ad essere solo sulla ricchezza immobiliare, non presenta praticamente nessun elemento di progressività. Ad esempio, anche se stabilisce una minore aliquota (e detrazioni) per la prima casa, non si fa nessuna distinzione tra edilizia economica, popolare e ultrapopolare da un lato, e ville e castelli dall’altro: tutte hanno la stessa aliquota – che siano prima casa oppure no. A quanto già elencato va aggiunto un prelievo di circa 3.2 miliardi sulla ricchezza finanziaria e i beni posseduti all’estero, praticamente l’unico elemento a carico dei soli redditi alti. La manovra grava in larghissima misura su lavoratori e pensionati anche considerata al netto dei circa 10 miliardi di maggiori spese e minori entrate in essa deliberati: 6 o 7 di questi sono infatti a favore delle imprese, e solo 4 vanno ad eliminare il taglio alle agevolazioni fiscali previsto dalla precedente manovra del ministro Tremonti, sulla cui applicabilità erano stati sollevati molti dubbi. L’impianto della manovra Monti è quindi recessivo non solo per il suo segno complessivo, ma perché fortemente regressiva: incidendo molto sui redditi medio-bassi, taglia pesantemente la domanda. L’incidenza sui redditi più bassi aumenta automaticamente con il passare degli anni: nel 2013 ad esempio, il “contributo” pagato dalla riduzione delle pensioni alla riduzione del’indebitamento più che raddoppia, e nel 2014 più che triplica (da 1.6 a 3.9 a 6 miliardi), mentre il “contributo” della impo¬sizione su ricchezza finanziaria e beni esteri quasi si dimezza (da 3.2 a 3.7 a 1.8 miliardi). Se doveva essere l’equità della manovra a permettere di “con¬ciliare crescita e rigore”, i professori hanno fatto male i compiti. Di fatto le previsioni sulla (de)crescita del PIL italiano per il 2012 sono peggiorate: il FMI la stima oggi a -2.2%, e circola una stima che la dà a -3%.
- Details
- Hits: 4690

Il declino irresistibile dell’ideologia del “postmoderno”
Roberto Finelli
Un potere senza misura.
1. Le trasformazioni epocali degli ultimi trent’anni ripropongono, a mio avviso, quella che è stata la questione centrale di scienze sociali moderne, come l’economia e la sociologia: ossia come sia possibile studiare e definire la dinamica sociale come un tutto. E’ tempo infatti di ringraziare, ma nello stesso tempo di dire addio, alla grande ricerca microfisica di Michael Foucault. Perché il tempo storico che stiamo vivendo ci dice che non possiamo interpretarlo e muoverci dentro di esso con un pensiero debole, un pensiero anticausalistico e antisistematico, amante del frammento e della moltiplicazione delle differenze. Ed è perciò tempo di dire addio al modello originario di tutte le filosofie deboli ed antisistemiche della postmodernità, qual è stato il decostruzionismo di Nietzsche e il suo innalzamento del corpo, con la sua mutevolezza costante di pulsioni e passioni, a principio dell’intero universo culturale, sociale e politico. Così come è tempo di dire addio a quella reintepretazione del decostruzionismo di Nietzsche in chiave di religione e misticismo dell’Essere che è stata la filosofia dell’ontologia esistenziale di Martin Heidegger.
2. Attraverso la rivoluzione tecnologica informatica abbiamo assistito negli ultimi trent’anni al passaggio, per quanto riguarda la tipologia base dell’accumulazione capitalistica, dall’accumulazione rigida all’accumulazione flessibile, ossia, come anche si usa dire, dal fordismo al postfordismo. Questo passaggio epocale, che con l’applicazione delle nuove macchine dell’informazione ha generato un nuovo modo di organizzare l’accumulazione di capitale, ha comportato il collasso del Comunismo dell’Est, capace di reggere il confronto sul fordismo ma non sul postfordismo, e, contemporaneamente, la crisi del welfare states nel capitalismo dell’Ovest, con la perdita di potere della classe operaia tradizionale e della sua capacità d’opposizione quale si era mantenuta per tutto il periodo fordista. Così come ha provocato il sorgere di nuovi mercati del lavoro, con elevatissime quote di disoccupazione e di precarizzazione.
- Details
- Hits: 3079
Tutto quello che avreste voluto sapere sull’articolo 18 (e che nessuno vi ha detto perchè non gli conveniva)
Ci stanno provando ancora una volta. Quello che non riuscì a fare Berlusconi nel 2002 prova adesso a farlo Monti. Approfittando della “crisi”, del consenso al governo di tutte le forze politiche, del momento di smarrimento in larga parte della popolazione italiana, Monti cerca di abolire l’articolo 18. Contro questo attacco, che sta andando avanti da mesi e che si concretizzerà a breve nella “riforma del mercato del lavoro” che il governo vuole chiudere per fine marzo, dobbiamo mobilitarci ad ogni costo. Ne va del nostro futuro e della nostra dignità. Ma per opporci con efficacia dobbiamo capire bene qual è la posta in gioco. Infatti sia da parte dei padroni che dei sindacati confederali è stata fatta molta disinformazione sul tema. Vediamo bene perché e come stanno davvero le cose.
Partiamo dall’inizio: cos’è l’articolo 18?
L’articolo 18 è un articolo dello “Statuto dei lavoratori”, la legge che regola le norme sul lavoro, approvata nel 1970, in un momento in cui i lavoratori erano abbastanza forti da imporre ai padroni ed allo Stato il rispetto di alcuni loro diritti. L’articolo 18 regola la “reintegrazione sul posto di lavoro”: nelle aziende con più di 15 dipendenti, in caso di licenziamento illegittimo (cioè ingiustificato, eff ettuato senza comunicazione dei motivi o per discriminazione), si può fare causa al proprio datore di lavoro. Se viene appurato che si è stati licenziati senza “giusta causa”, l’articolo dispone che il lavoratore sia reintegrato nel posto di lavoro e recuperi le mensilità perse (cioè i soldi dello stipendio che avrebbe ricevuto se non fosse stato licenziato). In alternativa allo stesso lavoratore è concessa la facoltà di optare per il risarcimento del danno (mensilità perse più un indennizzo di 15 mesi). Questa possibilità è stata pensata per consentire al lavoratore di evitare di dover tornare in un ambiente lavorativo che potrebbe essere ostile.
Quanti lavoratori tutela?
Al momento attuale l’articolo 18 copre circa il 65,5% dei lavoratori dipendenti. Ovvero, su quasi 12 milioni di operai e impiegati presenti in Italia, quasi 7,8 milioni possono beneficiare di questa tutela. È ancora poco, se si pensa che altri milioni di lavoratori - in particolare immigrati e giovani - non beneficiano di questa tutela, perché lavorando a nero, con contratti precari, ricattati fino a firmare le “dimissioni in bianco” al momento dell’assunzione, sono esposti all’arbitrio del datore di lavoro che li licenzia quando vuole. Ma è una misura importante, di civiltà, che riguarda la maggior parte dei lavoratori italiani e dovrebbe semmai essere estesa a quelli che non ce l’hanno, perché ancora più sfruttati.
- Details
- Hits: 23127

Assalto all’universalismo
Nerina Dirindin e Gavino Maciocco
Quello che sta accadendo in Gran Bretagna può insegnare qualcosa al resto dell’Europa? E all’Italia? Dove Il quadro è estremamente preoccupante. La crisi economico-finanziaria sta imponendo al nostro welfare revisioni e ridimensionamenti che rischiano di andare oltre il pur necessario contenimento delle inefficienze e il doveroso contributo al risanamento della finanza pubblica.
È possibile che la Gran Bretagna, la culla del welfare state, sia teatro di un assalto senza precedenti all’universalismo?
Per rispondere a questa domanda – si legge in un recente articolo del BMJ [1] - è necessario tornare indietro agli anni 40, quando in Gran Bretagna fa istituito un robusto sistema di welfare universalistico, quello che partorì il Servizio Sanitario Nazionale. Il suo ideatore, Sir William Beveridge, era un parlamentare liberale, ma il progetto fu attuato dal Partito Laburista e continuato dal Partito Conservatore. Le ragioni di un così ampio consenso sono numerose ma la più importante è quella di aver fornito alla gente comune la sicurezza nel caso che il mondo intorno gli dovesse crollare.
C’erano buone ragioni per ricercare la sicurezza. Il popolo britannico era uscito da una guerra che aveva mostrato che chiunque, indipendentemente da quanto fosse in alto nella scala sociale, poteva in un istante trovarsi a terra. La morte e la distruzione della guerra non erano le uniche minacce; una malattia seria poteva mandare in rovina una famiglia. La guerra insegnò alla popolazione la virtù del razionamento del cibo e del combustibile, cosicché in un momento di grave carenza tutti potessero avere accesso ai beni essenziali. Tutto ciò preparò l’opinione pubblica a sostenere con convinzione un sistema di welfare che, finanziato attraverso la fiscalità generale, garantiva a tutti la sicurezza sociale.
- Details
- Hits: 2506
La Formula Uno ama l'emiro
Marinella Correggia
In questo mondo in emergenza climatica, ecologica e sociale, la Formula 1 appare una contraddizione permanente - un inno alla velocità folle e al gratuito consumo di carburanti fossili. Wikipedia definisce la Formula 1, in sigla F1 «la massima categoria (in termini prestazionali) di vetture monoposto a ruote scoperte da corsa su circuito definita dalla Federazione internazionale dell'Automobile (Fia)». Il calendario annuale della F1 prevede gare in giro per il mondo, assai seguite e reclamizzate. Le carrozzerie delle automobili gareggianti (e i bordi pista) sono tutto uno sponsor dalla Marlboro delle sigarette alla compagnia petrolifera Shell e altre..
L'anno scorso ci sono stati due intoppi. L'India ha chiesto agli organizzatori del locale Gran premio di Formula 1 di pagare i dazi sulle monoposto in pista e su tutto il materiale importato per la gara, in calendario il 30 ottobre. La cosa ha suscitato ovviamente scandalo e minacce da parte degli organizzatori. Prima, in marzo, una delle puntate della F1 che doveva tenersi proprio in Bahrein era stata annullata per via «dell'instabilità della situazione» - leggi carri armati sauditi nelle strade per reprimere le proteste popolari.
La protesta senz'armi nella monarchia assoluta del Bahrein va avanti da un anno esatto e iniziò il 14 febbraio 2011 a piazza della perla a Manama. Per reprimerla, l'emiro al Khalifa si è avvalso e si avvale delle forze armate fornite dagli sceicchi dell'Arabia Saudita (nel quadro del Consiglio di cooperazione del Golfo), entrate nel marzo scorso nel piccolo Bahrein a schiacciare la rivoluzione più ignorata e boicottata del mondo arabo.
- Details
- Hits: 2751
La luna di miele di Monti
di Nicola Casale
La cura “salva Italia” del medico Monti ha somministrato il suo primo ciclo di farmaci. Come era preannunciato l’impatto è stato pesante, e pesantemente a senso unico: tutti coloro che, per vivere, possono contare solo sul proprio lavoro hanno subìto decurtazioni ai redditi, con l’aumento generalizzato delle imposizioni indirette e i tagli al welfare, ed esproprio ulteriore di una vecchiaia di riposo, con il peggioramento delle condizioni per la pensione e dei relativi assegni.
Il secondo ciclo è già delineato nei suoi tratti essenziali: liberalizzazioni, privatizzazioni, e, soprattutto, demolizione dei residui diritti e garanzie dei lavoratori.
Gli obiettivi sono: risanare le finanze pubbliche e rilanciare l’economia. Il quadro complessivo al cui interno si collocano è complicato. Bisogna fare i conti con una crisi generale che non accenna a concludersi e con il fatto che, nel suo ambito, cresce lo scontro su chi debba farsi carico dei costi maggiori. Il conflitto dollaro-euro fa parte di questa partita, nella quale entrano una serie di varianti con altri soggetti, a loro volta, costretti a ri-posizionarsi a causa degli sconvolgimenti che la crisi ha portato con sé.
Il “primo tempo” di Monti ha tolto da salari, stipendi e redditi da lavoro autonomo soldi veri e li ha dirottati al pagamento degli interessi sul debito pubblico. Nella speranza di placare la speculazione e dare certezze a chi presta soldi allo stato e dovrà continuare a prestarne. La speculazione ha apprezzato, e … ha elevato la posta, con i quanto mai tempestivi giudizi delle agenzie di rating. La certezza che la finanza anglo-americana continuerà a sparare bordate per evitare la stabilizzazione della zona-euro rende il compito del “primo tempo” ulteriormente gravoso.
- Details
- Hits: 3864
The Draghi Put
di Pasquale Cicalese
Greenspan Put: così è stata qualificata l’asset inflation statunitense negli ultimi decenni. A partire dal crack borsistico di Wall Street del 1987, l’espansione illimitata di moneta da parte della Federal Reserve garantiva spettacolari aumenti di azioni (in tal modo le pensioni americane, legate ai corsi azionari, venivano corrisposte), obbligazioni e delle materie prime. Essendo il dollaro moneta internazionale, l’inondazione di liquidità monetaria provocava aumenti dell’inflazione mondiale. Del resto la Greenspan Put era in voga già negli anni sessanta, a tal punto che il Generale De Gaulle si batté per ripristinare il gold standard alternativo al gold exchange standard, basato sulla convertibilità del dollaro in oro.
Ad ogni sintomo di recessione americana o di sgonfiamento di bolle azionarie, Greenspan rispondeva con l’abbattimento dei tassi di interesse e dando liquidità illimitata alle investment-banks di Wall Street.
L’inflazione era contenuta principalmente grazie ad una trentennale gelata dei salari reali, mitigata con il keynesismo finanziario analizzato accuratamente da Riccardo Bellofiore, a cui si aggiungeva il keynesismo militare (guerre imperialiste). Insomma, burro e cannoni.
La Greenspan Put ha provocato, oltre che un aumento dell’asset inflation, l’esplosione di bolle speculative succedutesi negli ultimi venti anni: bolla dell’high tech, bolla immobiliare (mutui subprime), bolla obbligazionaria.
- Details
- Hits: 3007
Politiche d’austerity e ristrutturazione del debito in Grecia
di Andrea Fumagalli
L’imposizione di nuove misure draconiane per la riduzione del debito in Grecia da parte della troika economica europea sta assumendo delle forme paradossali.
Per la Grecia si tratta della quinto intervento di tagli in 18 mesi. La ricetta è contenuta in un documento di 51 pagine frutto di settimane di trattative. L’obiettivo immediato è quello della riduzione della spesa pubblica di 3,3 miliardi di euro solo nel 2012: per farlo si dovranno tagliare le pensioni supplementari del 15%, gli stipendi minimi del 22% e quelli dei giovani neoassunti tra i 18 e i 25 anni del 32%, con un blocco per almeno tre anni. Questa sforbiciata si porterà dietro, a cascata, una riduzione di tutti gli altri salari e, probabilmente anche del sussidio di disoccupazione, che attualmente è fissato in 461 euro (lo stipendio minimo invece è di 751 euro, lordi).
Questi nuovi provvedimenti tendono a peggiorare in primo luogo le condizioni salariali e del mercato del lavoro, mentre le precedenti hanno privilegiato soprattutto interventi sulle entrate fiscali e sulla spesa pubblica. Di fatto, le cinque leggi d’austerity greche come le analoghe italiane, spagnoli e portoghesi seguono un medesimo canovaccio: aumento delle entrate fiscali e riduzione della spesa pubblica, il tutto condito da provvedimenti volti alla riduzione del costo del lavoro e al disciplinamento del mercato del lavoro. Per aumento delle entrate fiscali si intende esclusivamente l’aumento dell’Iva (portata al 23% sia in Grecia che in Italia) e delle accise e delle tariffe dei beni di largo consumo la cui domanda, risultando rigida al prezzo, è difficilmente contraibile (dalla benzina ai prodotti energetici, al tabacco, così come nel XIX secolo si interveniva con la tassa sul sale e sul macinato): interventi che, avendo natura regressiva, incidono in modo pesante sui redditi medio bassi. Si tratta di provvedimenti imposti anche ad altri paesi europei (come l’Italia e Spagna) che, in seguito all’aumento dell’Iva, porteranno ad un aumento del livello dei prezzi europei, imponendo così nuovi vincoli restrittivi alla politica monetaria europea.
- Details
- Hits: 2132
Se tre anni vi sembrano pochi…
Le proposte del PD sul mercato del lavoro
Andrea Imperia*
Sembra ormai di poter dire che nella trattativa sulla riforma del mercato del lavoro il PD intenda muoversi nel perimetro definito da due proposte elaborate negli anni scorsi dai suoi parlamentari: 1) il disegno di legge n. 2000/2010 presentato dal sen. Nerozzi, che prevede l’istituzione del “contratto unico di ingresso” (CUI); 2) la proposta di legge n. 2630/2009 - presentata dall’on. Madia, sostenuta tra gli altri da Cesare Damiano, che mira ad introdurre il “contratto unico di inserimento formativo” (CUIF). La tesi spesso ripetuta in queste settimane è che ciascuna delle riforme proposte consentirebbe di ridurre la precarietà estendendo ai neoassunti, sia pure dopo un periodo iniziale, le attuali tutele contro i licenziamenti illegittimi, inclusa la reintegrazione prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma è davvero così? Per cercare di capirlo esaminiamole da vicino.
Il CUI è un nuovo tipo di contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato la cui principale caratteristica è la possibilità concessa al datore di lavoro per un periodo massimo di tre anni - la cd. “fase di ingresso” - di effettuare un licenziamento senza che il lavoratore possa ricorrere in giudizio, salvi i casi di licenziamento disciplinare, discriminatorio o determinato da un “motivo futile totalmente estraneo alle esigenze proprie del processo produttivo”, come ad esempio il tifo calcistico o l’antipatia personale, rispetto ai quali continuerebbe ad applicarsi l’attuale normativa. Tale riduzione della tutela giudiziale verrebbe compensata dall’obbligo di corrispondere al lavoratore un modesto indennizzo, pari a cinque giorni di retribuzione per ogni mese di prestazione.
- Details
- Hits: 2430
A bordo del Titanic Euro
Bruno Amoroso e Jesper Jespersen
La finanza è il virus che, inseritosi nei circuiti della moneta, ha trovato i suoi territori favorevoli di coltura nelle economie capitalistiche di mercato. All’abbattimento delle resistenze immunitarie del mercato hanno contributo la mercificazione della produzione e del consumo e, in parallelo, la loro crescente monetizzazione. I cambiamenti istituzionali che hanno accompagnato questi processi nella forma dell’impresa e dello Stato, sono la spia del cambiamento dei rapporti di potere e dei gruppi che hanno pilotato nelle varie epoche storiche queste trasformazioni. Non aver tenuto sufficientemente conto di questa interazione – tra finanza e potere, tra economia e politica – è la ragione sia del determinismo strutturale prevalente nelle correnti critiche sia del volontarismo panglossiano di parte del riformismo e istituzionalismo nostrano. Quando, ovviamente, sia l’uno che l’altro non siano invece espressione, come accade di sovente, di furbizie opportunistiche.
La crisi economica in corso da circa tre anni ha messo in evidenza che l´Unione Monetaria Europea (UME) non è priva di difetti. Aumenta inoltre la sensazione che il disastro si vada delineando in un futuro prossimo, anche se consapevoli che gli studi sociali non sono spesso in grado di prevedere gli eventi, e che la storia non si ripete in modo meccanico. Ma pur con queste precauzioni non si può fare a meno di sottolineare i numerosi paralleli che esistono tra l’atmosfera politica di ottimismo e di garanzia che accompagnò l’istituzione dell’Euro 10 anni fa e il varo del transatlantico “inaffondabile” Titanic 100 anni fa. È impressionate rileggere le dichiarazioni sull’assenza di rischi per la sua navigazione fatte al momento del varo e la stessa carenza nell’ammissione dei rischi relativi all’Euro.
- Details
- Hits: 1933
Veneto City
L’urbanistica ai tempi del leghismo reale
di Miguel Martinez
“Dovere, dignità, lavoro e responsabilità personale sono i valori che ha sempre sostenuto, fortemente radicati nelle tradizioni brianzole di profonda matrice cristiana.
L’obiettivo che si prefigge, come leghista e come brianzola, è contribuire a difendere il territorio brianzolo già tremendamente ferito dalla cementificazione irresponsabile e di salvaguardare la cultura e la comunità brianzola minacciata dalla globalizzazione.”
Così si presenta la signora Donatella Galli, sposata con due figli, artigiana del legno e consigliera della Lega Nord nel consiglio provinciale di Monza/Brianza.
Ci sta, no?
Infatti, l’Italia ama i Valori Assoluti.
Anzi, due sistemi di valori assoluti, perfettamente inconciliabili e in eterna lotta tra di loro, due rette parallele che non si incontreranno mai, sebbene – con qualche strappo alle regole della geometria – riescano sempre a scontrarsi.
Come definire le due rette dipende da quella per cui tifi.
Se appartieni alla retta A, dirai, “c’è chi cerca di fabbricare un melting pot di sradicati, e chi difende le nostre radici”.
- Details
- Hits: 3917
La sindrome di Madame Bovary
di Elisabetta Teghil
Il neoliberismo, sia pure attraverso un’operazione di lobotomia, ha guarito la piccola e media borghesia dalla sindrome di Madame Bovary che consisteva, data la loro posizione intermedia nella piramide sociale, nell’essere più sensibili alla distanza che li separava dalle posizioni superiori e ai vantaggi connaturati con la posizione occupata, che ad una qualche forma di solidarietà con chi occupava posizioni inferiori nella scala sociale.
Impresa che sembrava difficile perché andava messo in discussione tutto quello che la piccola e media borghesia aveva interiorizzato nel più profondo.
A conferma che il mutamento del modello produttivo si riverbera fortemente sui valori personali e sociali.
La piccola e media borghesia sono sotto attacco. Perdono posizioni di rendita che pensavano immutabili sia dal punto di vista economico che della considerazione sociale.
Il risveglio è stato brusco. Coltivavano con tenacia il sogno della loro ascesa sociale a dispetto delle ingiustizie di questa società di cui, pure, erano consapevoli.
Piccola e media borghesia e i figli dei lavoratori erano convinti che la laurea sarebbe stata accompagnata dalla promozione sociale, discorso di facciata teso ad ingannare chi studiava e fatto proprio dalla maggior parte di quelle/i che frequentavano la scuola e l’università. Resi ciechi dall’ambizione hanno creduto di essere arrivati alla laurea per meriti propri e che la società fosse una scala percorribile per tutte/i.
- Details
- Hits: 1758
Per salvare l’Italia Monti faccia cose di sinistra
Niccolò Cavalli intervista Giorgio Lunghini
Applicando la ricetta individuata da Keynes nell’ultimo capitolo della Teoria generale, l’Italia potrebbe crescere in 5 anni del 2,5% in termini reali. Ne è convinto Giorgio Lunghini, ordinario di Economia politica all’Università di Pavia e accademico dei Lincei. Per l’economista l’azione del Governo Monti, improntata a una politica “dei due tempi”, è per definizione fallimentare: «È vero che il vincolo di bilancio è un problema reale, ma l’equità e la crescita lo sono altrettanto, anche perchè le condizioni del debito pubblico italiane non sono affatto disastrose, mentre ciò che spaventa gli investitori è principalmente il fatto che l’economia non cresca da almeno 10, 15 anni».
Il 6 febbraio Giorgio Lunghini, professore di Economia Politica all’Università di Pavia e socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, ha tenuto con Stefano Lucarelli una conferenza sulle Teorie economiche di fronte alla crisi, terzo incontro nell’ambito delle 10 lezioni sulla crisi alla Casa della Cultura di Milano.
«La teoria economica oggi dominante - la teoria neoclassica – si presenta come una teoria capace di indagare qualsiasi aspetto dell’attività umana», ha spiegato Lunghini. «Essa sembra essere riuscita in un’impresa che sinora la fisica ha mancato: la proposta di un modello unificato di spiegazione della realtà considerata di propria competenza. Di certo, essa è riuscita a imporre come elementare e indiscutibile buon senso la sua visione del mondo e le conseguenti raccomandazioni politiche». «Tuttavia», nota Lunghini, «un economista non deve conoscere soltanto un metodo e una sola teoria, ma deve partire dalla consapevolezza che la teoria neoclassica è solo uno tra i molti modi di guardare alla realtà economica e sociale». «Leggere i classici», continua l’economista, «non è solamente un esercizio di storia del pensiero economico, ma è l’unico modo per acquisire quegli strumenti di comprensione e di critica che la teoria mainstream non è in grado di fornire. I classici sono molto più vivi di molti degli economisti che oggi scrivono su riviste e quotidiani».
Professor Lunghini, in cosa consiste la teoria economica neoclassica?
Al contrario dell’economia politica a essa precedente, l’economia neoclassica considera l’individuo, e non le classi sociali, quale oggetto della propria analisi, un individuo che è caratterizzato e studiato come un essere perfettamente razionale e con una conoscenza perfetta del futuro, intento a massimizzare la propria funzione di utilità. Questo individuo si muoverà, nello spazio astratto di un mercato in cui la moneta non conta nulla, entro i limiti imposti dalle proprie risorse e dalle strategie degli altri individui, fino a che tale interazione non condurrà all’equilibrio.
- Details
- Hits: 4068

Ma cos'è questa crisi?*
di Dante Lepore
Faccio riferimento ai testi qui di seguito per cercare di sbrogliare una matassa che si fa sempre più intricata.
- - (1) Antonio Carlo, Capitalismo 2011: decomposizione in atto, 3 gennaio 2012
- - (2) Antonio Pagliarone, Il Capitalismo come corpo marcescente, Milano 3 Gennaio 2012
- - (3) Paolo Giussani, La crisi e il saggio di profitto, Domenica, 22 gennaio 2012
- - (4) Marco Sacchi, Dalla decadenza alla decomposizione del capitalismo?, marzo 2011.
- - (5) Marcos61: Dalla decadenza alla decomposizione del modo di produzione capitalistico (settembre 2011).
- - (6) Marco Sacchi, Lotte operaie nella decomposizione del capitalismo, verso la fine del 2011 (?)
- - (7) De Bellis-Fragnito, Una risposta a Carlo Sacchi e Pagliarone sulla decomposizione del capitalismo, Connessioni
- - (8) Piero Favetta, Alcune note sul documento di Gianni De Bellis e Mario Fragnito.
- - (9) Dino Erba, Perché tante chiacchiere? In margine alle tesi di De Bellis-Fragnito.
- - (10) De Bellis-Fragnito, Una risposta a Giussani, 3 febbraio 2012
- - (11) Michele Castaldo, Capitalismo, crisi, crollo, rivoluzione, 17 Gennaio 2012.
La discussione ha preso il volo nella stratosfera della teoria (o della «chiacchiera da bar», secondo Dino Erba (9)) sostanzialmente con due pagine di A. Pagliarone (2), che attribuiscono al lungo saggio di A. Carlo (1) il «riferimento ad una sorta di cupola o un grande fratello costituita dalle grandi imprese multinazionali associate alla Finanza (non si capisce come sia materializzata) che condizionerebbe in maniera asfissiante i governi dei paesi più industrializzati che ormai nei loro simposi dei G20 non fanno altro che blaterare di intenti, qua e là rispettati, senza peraltro riuscire a risolvere alcunché». Pagliarone afferma che «ciò è vero» ma che…«non ha senso», perché… non spiegherebbe la «causa» di questa crisi.
- Details
- Hits: 3393

La guerra mediatica imperversa sulla Siria
di Marinella Correggia
Prima puntata
Come si usano i neonati di Homs La tempesta mediatica imperversa sulla Siria. I cosiddetti Comitati di coordinamento locale (Lcc), appartenenti all’opposizione, hanno detto alla tivù del Qatar Al Jazeera che almeno 18 neonati sarebbero morti nelle incubatrici dell’ospedale pediatrico al Walid perché i colpi di artiglieria pesante dell’esercito siriano contro il centro di Homs avrebbero causato un black-out elettrico, togliendo l’alimentazione agli apparecchi.
Il governo nega e sostiene che gli ospedali funzionano correttamente; anzi insieme a molte altre denunce circa atti di violenza e sabotaggio compiuti da gruppi armati, riferisce che l’ospedale al Naimi in provincia è stato preso di mira da gruppi armati che l’hanno saccheggiato. Ma la notizia dei neonati di Homs ha avuto grande risonanza soprattutto in Italia. E’ lecito sollevare più di un dubbio. E non solo perché nemmeno i regimi più brutali avrebbero interesse a colpire neonati e ospedali.
La fonte (gli Lcc) è di parte e non dà alcuna prova. Oltretutto, tutti gli ospedali hanno generatori; se c’è un black-out elettrico funzionano quelli. Succedeva perfino nell’Iraq e nella Libia sotto le bombe, dove l’elettricità andava a singhiozzo. Poi l’accusa di tagliare la spina alle incubatrici ha più di un precedente e non solo in Siria. Sempre smentito. La scorsa estate i social network (twitter a partire dal 30 luglio) diffondono l’atroce notizia: tutti i bambini prematuri sono morti nelle incubatrici ad Hama perché gli shabiba (milizie di stato) hanno tagliato l’elettricità durante l’assalto alla città. Si parla di qaranta in un solo ospedale; senza precisare quanti sarebbero negli altri. Il 7 agosto la Cnn riferisce: l’Osservatorio siriano per i diritti umani di Londra (sempre quello) denuncia l’assassinio di otto bambini prematuri, “martiri” nell’ospedale al Hurani, sempre a causa dei black-out.
- Details
- Hits: 2258

L’ossimoro dei “mercati autoregolatori”
di Alberto Rabilotta*
Ossimoro, nel Dizionario della Lingua Spagnola, significa “combinazione nella stessa struttura sintattica di due parole o espressioni di significato opposto, che da vita ad un nuovo significato: ad es.. rumoroso silenzio”. Un altro esempio (che non figura nel dizionario) è l’espressione “mercati autoregolati”, cioè il sistema neoliberista che per sopravvivere “esige regolarmente l’intervento e la azione coercitiva dello Stato”.
Il Consenso di Bruxelles, come prima il Consenso di Washington
Dal Vertice dell’Unione Europea (UE) che ha avuto luogo a Bruxelles lo scorso 30 gennaio, è uscito un Trattato sulla Stabilità, la Coordinazione e la Governance nell’Unione Economica e Monetaria che, su insistenza della Germania – come segnala il giornale britannico The Guardian – trasforma la Commissione Europea (CE) in un organismo “scrutatore” dei bilanci statali che d’ora in poi verranno redatti dai paesi membri della UE, e la Corte di Giustizia Europea (CGE) nell’istituzione che applicherà il “rigore fiscale” nella zona euro (ZE).
Per dirla più chiara: questo Trattato (che non fa parte dei Trattati della ZE per evitare il processo di ratifica e permette che esso entri in vigore con l’appoggio soltanto di 12 dei 27 paesi della UE) trasforma la CE nell’istanza sovranazionale che deciderà – al posto dei parlamenti – la politica di spesa statale, e la CGE nella “polizia fiscale sovranazionale” che – tornando all’articolo del quotidiano britannico – “può applicare in modo quasi automatico” multe agli Stati che in modo continuo non si attengano alle nuove regole che rendono illegale il deficit fiscale. E il Trattato rende obbligatorio per il 17 paesi della UE – e per quelli che saranno accettati in futuro – l’adozione di legislazioni di emendamenti costituzionali obbligatori per “abolire il diritto dei governi a ricorrere ad eccessivi livelli di debito nazionale”.
Page 580 of 651







































