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Il compitino tecnocratico di Draghi
di Mario Barbati
Il governo Draghi vara la sua prima legge di bilancio, rompe l’incantesimo con le parti sociali sul tema delle pensioni, alla vigilia del più grande piano d’investimenti pubblici dal dopoguerra. Ma se guardiamo alla sua visione generale della ripresa post-pandemica, non si vedono i segni di un cambiamento sociale, economico e quindi politico
Aumentano il Pil come paradossalmente povertà e lavoro precario. Degli oltre 830mila nuovi posti di lavoro creati nell’ultimo anno il 90% sono a termine, solo l’1% dura più di un anno. Tolto il salario minimo legale dal Pnrr, smantellato il ‘decreto dignità’ che limitava i contratti a termine, vengono messi in discussione i redditi di sostegno e le pensioni ma si omette un contrasto ai 203 miliardi di economia sommersa, che sarebbero decisivi se davvero si volesse attuare una redistribuzione della ricchezza. Rinviata ancora la plastic tax, in omaggio alla transizione ecologica.
Legge di bilancio – Una manovra da 30 miliardi che Draghi definisce “espansiva”. Si alleggerisce la pressione fiscale con 12 miliardi, di cui 8 per il taglio delle tasse su società e persone, senza ripartizioni però che “saranno definite insieme al Parlamento nelle prossime settimane” (dove però la maggioranza di centrodestra più Italia viva sono sensibili alle sirene confindustriali). Rinviata la riforma delle pensioni, quota 102 è solo un compromesso che non risolve una questione che dura da anni e alimenta una narrazione, peraltro falsa, che il lavoro per i giovani si crei innalzando l’età di pensionamento, mettendo lavoratori di diverse generazioni contro.
La riforma degli ammortizzatori sociali affronta la questione dell’universalismo e a suo modo è un intervento storico. Prevede misure protettive nel mondo del lavoro per tutti: cassa integrazione per i datori di lavoro con più di 15 dipendenti, Naspi allargata ai lavoratori discontinui, ammortizzatori e disoccupazione per autonomi e cococo. Poca però la dote per partire: solo 4,5 miliardi (il ministro Orlando ne aveva chiesti 8).
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La questione nazionale e la sinistra sovranista
di Alessandro Barile (Sapienza Università di Roma)
Note attorno al libro di Michael Löwy, Comunismo e questione nazionale. Madre- patria o Madre terra?, Meltemi, Milano 2021
Necessario corollario del fenomeno populista dell’ultimo decennio è la questione nazionale. In qualche modo l’uno spiega l’altra e viceversa: difficile stabilire i confini, ragionare sui nessi causali, e lo scivolamento (più o meno lento, forse non inevitabile) del populismo in sovranismo esplicita il legame unificando i due concetti. Il populismo organizza in posizione politica una pulviscolare richiesta di maggiore “protezione sociale”, sia questa declinata in senso progressivo (ovvero “dal basso” delle popolazioni impoverite contro “l’alto” dei mercati globali), o in senso regressivo (recupero o difesa di un’identità da usare contro minacce esterne alla comunità locale e “sovrana”). Non per caso allora dalla crisi dei mutui sub-prime, l’ascesa di Syriza e Podemos e l’affermazione del Movimento 5 stelle in Italia (fenomeni originati in un arco di tempo che va dal 2008 al 2013), le scienze sociali e il mercato editoriale sono stati invasi da pubblicazioni attorno al tema della sovranità nazionale1. Dove è andata a situarsi in tempi di globalizzazione ed europeismo? Se una certa rassegnazione teleologica considerava inevitabili tanto questa globalizzazione quanto questo europeismo, cosa è successo quando ambedue questi processi storici sono entrati in una crisi strutturale e a quel punto considerata, altrettanto finalisticamente, come “irreversibile”? Dopo la globalizzazione non poteva che esserci un ritorno alla nazione, veniva affermato con la sicurezza di chi andava sostituendo Marx con Polanyi, così credendo di aver risolto le presunte aporie della teoria marxista. Sempre non a caso il marxismo di questo decennio è andato in confusione. Perché se la recessione economica sembrava continuare a confermare le previsioni marxiane sull’inevitabilità della crisi, il riaffacciarsi della questione nazionale ha presentato questi problemi su di un terreno scivoloso e ambiguo, collegato ad una delle principali “zone di discomfort” del pensiero marxista.
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Credere nella scienza
di Andrea Zhok
Se c’è una cosa che può mettere a repentaglio ogni residua salute mentale è sentire i supporter del Green Pass che rivendicano di parlare a nome della “Scienza”.
Ora, si può comprendere, psicologicamente, che qualcuno abbia l’incontenibile desiderio di credere alle rassicurazioni del governo per immaginare un “ritorno alla normalità” e che perciò sia disposto a credere a qualunque cosa pur di scrollarsi di dosso la vicenda pandemica.
Che questa spinta psicologica conduca a un abbassamento delle difese critiche è umano, dannoso per sé e per gli altri, ma umano.
Ma rivendicare di essere “dalla parte della scienza” contro, si suppone, il “pregiudizio antiscientifico”, questo è semplicemente troppo.
A ben veder chi prende queste posizioni di solito si esprime dicendo di “Credere nella scienza”, e già l’uso delle parole qui è significativo. Ciò che qui viene invocato sotto il nome della “Scienza” ha più l’aspetto di una versione aggiornata del vitello d’oro: un idolo enigmatico cui prosternarsi e tributare onori nella più perfetta passività. La Scienza sembra essere immaginata come dispensatore di verità rivelate, erogate da una sorta di clero remoto, etereo, neutrale e biancovestito. Della natura reale della scienza, della sua tormentata storia, del fatto che essa debba tutte le sue qualità migliori all’adozione di un metodo critico, che include fallibilità, apertura alla libera discussione e consolidamento solo nel lungo periodo, di tutto ciò non sembrano sapere nulla.
Ecco, se già sentire parlare di “fede nella scienza” appare un ossimoro indigeribile, sentirla invocare a sostegno del Green Pass è cosa da uscirne pazzi.
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Il ritorno della politica di classe
di Maxi Nieto
Da “El Viejo Topo”, 23 ottobre 2021. “Cumpanis”, nello spirito di collaborazione e scambio reciproco di articoli e saggi con la prestigiosa rivista spagnola “El Viejo Topo”, pubblica questo interessante Prologo di Maxi Nieto al libro di Jesús Rodríguez Rojo Las tareas pendientes de la clase trabajadora (I compiti futuri della classe operaia). A cura di Liliana Calabrese
Parlare oggi, a braccetto con Marx, di classi sociali, rivendicandone la centralità per l’analisi sociale contemporanea, costituisce una via privilegiata di accesso alla comprensione teorica del modo di produzione capitalistico come vera totalità strutturale – con una propria logica di funzionamento e leggi oggettive del movimento –, e con esso anche alla precisa conoscenza della sua manifestazione attuale, già pienamente globalizzata. E rappresenta quella via privilegiata di discernimento teorico perché, in tempi di regressione sociale globalizzata e di ricomposizione politica delle forze sociali in conflitto, l’analisi di classe ha oggi più che mai l’inestimabile virtù di delimitare con chiarezza e immediatezza i campi di confronto del mondo nel dibattito che attraversa tutte le scienze sociali interessate all’emancipazione umana, schematicamente, e in definitiva, tra marxismo e post-marxismo, rivela direttamente le implicazioni e le potenzialità politiche di ciascuno.
A differenza di quanto accade con gli approcci sociologici all’uso (a cui partecipano anche i molti vari rappresentanti del post-marxismo che egemonizza il pensiero di sinistra degli ultimi quattro decenni), le classi sociali nella ricerca di Marx non forniscono una mera rappresentazione tassonomica delle stratificazione nelle economie in cui dominano i rapporti di produzione capitalistici, una classificazione che coesisterebbe senza poter rivendicare alcuna preminenza teorico-politica con molte altre linee di frattura e di ordinamento sociale.
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Cento miliardi di galassie
di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli
Per un realismo resiliente della praxis
Introduzione di Alessandro Testa
K. Marx, ottava tesi su Feuerbach: “La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nell’attività pratica umana e nella comprensione di tale prassi”.
Una battaglia sotterranea infuria da secoli, una battaglia senza quartiere di cui però pochi sono consapevoli, e della quale persino quei pochi “iniziati” avvertono l’esiziale importanza: la battaglia tra idealismo e materialismo. Fanfaluche da filosofi, direte voi cari lettori, divertissements che possono permettersi solamente coloro che “hanno la pancia piena ed i piedi al caldo”, come maliziosamente insinuava Voltaire. Tutt’altro, lasciateci dire.
Se c’è una battaglia fondamentale, una battaglia degna di essere combattuta, è proprio questa. Se non si vincerà questa battaglia, se non si sconfiggerà la tabe sempiterna dell’idealismo, eradicandolo completamente non solo dal panorama filosofico ma, forse più radicalmente, dal comune pensare e soprattutto dalle categorie della scienza e della tecnica, non sarà mai possibile costruire una filosofia della scienza realmente materialista, non sarà mai possibile descrivere la realtà concreta con quei termini materialisti dialettici che, come Engels acutamente sottolineava, non sono altro che la filosofia di Hegel rimessa coi piedi per terra.
Diceva Sun Tzu: “Conosci il tuo nemico”: da questo vorremmo partire, dall’inquadramento della natura profonda dell’idealismo nelle sue molteplici forme di presentazione, siano esse ontologiche, gnoseologiche, storiche, etiche o politiche, dalla sua sostanziale negazione della realtà materiale, dalla sua affermazione del dominio del pensiero dell’uomo, misura e metro della realtà, dell’idea astratta come dominus e criterio di verità cui la realtà e la materia debbono inevitabilmente sottomettersi.
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La politica ai tempi del colera, appunti su teoria e prassi
di Pier Paolo Dal Monte
L’articolo di Moreno Pasquinelli, apparso qui l’8 settembre u.s., tratta un tema assai importante, ovvero quello della necessità, delle possibilità e delle condizioni per la creazione di un soggetto politico. Questo tema è particolarmente cogente nella situazione attuale, nella quale la più parte della popolazione è, di fatto, priva di rappresentanza politica. A tal proposito egli elenca alcuni presupposti necessari (anche se non sufficienti).
È evidente a chiunque sia dotato di una seppur minima facoltà di pensiero che il “governo dei tecnici”, o meglio dello specialista in tecnica bancaria, non sia che l’espressione del commissariamento di questo paese da parte di forze che nulla hanno a che fare con il libero esercizio della prassi politica.
Sotto quest’ottica, è facile dare una risposta alla domanda circa la sussistenza della prima delle condizioni che sono elencate nell’articolo in oggetto, ossia se esista «un contesto sociale che “chiede” che un nuovo partito sorga».
Data l’assenza, quasi totale, di forme organizzate di rappresentanza politica, intese come portatrici delle reali istanzi dei cittadini, ci pare che questa precondizione sia soddisfatta.
Le formazioni che, in questo momento storico, pretendono e millantano di ricoprire questa funzione, sono, fondamentalmente, dei meri contenitori di consenso che inscenano una falsa dialettica fatta esclusivamente (quando va bene) di istanze prepolitiche: dalla lotta alla cosiddetta “corruzione”, (in realtà, semplice stigmatizzazione verbale), all’indipendenza della Padania (declinata nella forma, più al passo coi tempi, del regionalismo differenziato); o, ancora, nelle tenzoni posticce sull’immigrazione, sulla moltiplicazione dei generi o sul vangelo secondo Greta, tutte superate dal “grande livellatore” dello stato di eccezione pandemico (che ha preso il posto di quello economico e sarà sostituito da quello climatico).
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“L’essenza, per le fondamenta”
I diversi destini del PCC e del PCI all’ombra della fine dell’URSS
Intervista a Fulvio Bellini*
Il 2021 è stato l’anno di due importanti anniversari: quello della nascita dei partiti comunisti cinese e italiano. Molto si è scritto e dibattuto su questi temi. Qual è la tua opinione?
La prima riflessione sembra banale, ma solo apparentemente: salta all’occhio il destino diametralmente opposto che questi due partiti hanno avuto nel medesimo arco di tempo. Entrambe le organizzazioni politiche sono nate tra mille difficoltà, in Italia a causa del subitaneo avvento del ventennio fascista, in Cina a causa dell’inevitabile avversione delle potenze occidentali che là spadroneggiavano, dell’occupazione giapponese e dell’ostilità del Kuomintang di Chiang Kai-shek. Entrambi i partiti hanno avuto ruoli centrali nelle rispettive guerre di liberazione nazionali, e non si può negare che anche nel dopoguerra, in considerazione dei diversi contesti politici internazionali, e di collocazione rispetto ai propri governi, sia il PCC che il PCI hanno svolto ruoli centrali nella storia dei rispettivi paesi.
Ruoli sempre propositivi, comunque tesi al raggiungimento dell’obiettivo supremo che, a mio avviso, un partito socialista deve avere nella sua azione politica: come viene prodotta la ricchezza e come viene distribuita, che in altri termini possiamo definire come la lotta della supremazia tra il potere economico e quello politico.
La svolta che ha decisamente divaricato la storia dei due partiti è avvenuta certamente agli inizi degli anni Novanta, ed è coincisa con la fine dell’epopea dell’Unione Sovietica. Quell’evento ha determinato due conseguenze opposte: ha segnato la fine del Partito comunista italiano come soggetto politico di massa, mentre ha spronato i comunisti cinesi ad imprimere la svolta che ha portato il gigante asiatico ad essere la grande potenza che oggi conosciamo.
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Il caro-bollette per la ripresa dei profitti e il prezzo dell’energia ostaggio del mercato
di Domenico Cortese
Il rincaro delle bollette di luce e gas rischia di diventare uno dei principali fattori di aumento del costo della vita nel medio periodo per lavoratori e classi popolari. Il rincaro ha un portata ancora incerta in virtù di possibili interventi governativi tutti da analizzare ma ciò che è certo è che le misure non basteranno ad azzerare del tutto i rincari1. Un primo sguardo a questi aumenti può aiutare, pur senza pretesa di esaustività, a inquadrare la dinamica in atto e fornire spunti di indagine sui diversi aspetti.
Il forte aumento dei costi delle materie prime – in continua crescita da inizio 2021 in concomitanza con la ripresa economica dopo i ribassi dovuti la pandemia – nonché la decisa crescita dei prezzi dei permessi di emissione di CO2 hanno portato già nel terzo trimestre dell’anno un aumento di circa il 10% della bolletta dell’elettricità2. Un aumento non scongiurato dal contenuto dei provvedimenti di urgenza annunciati dal governo per diminuire la necessità di raccolta degli oneri generali in bolletta, utilizzando parte di quanto ricavato dalle aste del mercato europeo dei permessi di emissione di CO2 o destinando parte delle risorse della legge di Bilancio3. Il rialzo definitivo è stato a luglio del 9,9% per la bolletta dell’elettricità e del 15,3% per quella del gas per le famiglie aderenti al servizio di maggior tutela, che garantisce al consumatore l’erogazione di energia elettrica e gas alle condizioni economiche e contrattuali stabilite dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (Arera) e che costituirà un’alternativa al mercato libero fino al primo gennaio 2023.
Le cause e gli effetti di questi aumenti del prezzo dell’energia hanno, entrambi, una connotazione di classe che sfavorisce, come accennato, lavoratori e classi popolari in contrasto con l’aumento dei profitti dei capitalisti (dell’energia e non solo) nel momento del ritorno della crescita economica.
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Stati Uniti. Un’ondata di mobilitazioni di lavoratori e lavoratrici
E’ l’inizio di una fase post-pandemica?
di J. Furnam, G. Winant
Riprendiamo dal sito statunitense The Intercept. Una versione in francese di questo articolo è sul sito www.alencontre.org
Un materiale interessante che, insieme con i due testi sulla massa dei lavoratori che si sono dimessi in questi mesi dal proprio lavoro o si rifiutano di tornare ad un lavoro quale che sia, aiuta a comprendere come al declino storico dell’imperialismo statunitense corrisponda un degrado nelle condizioni medie di salario, negli orari di lavoro e nelle prestazioni di welfare che pare inarrestabile, con una stratificazione di condizioni accentuata tra anziani e giovani. E come si stia da qualche mese innescando una reazione operaia e proletaria che, incoraggiata dalla riduzione dei tassi di disoccupazione prodotta dalla ripresa economica in corso, prende due forme differenti: un’ondata nuova di scioperi e di mobilitazioni, un’altrettanto nuova ondata di dimissioni volontarie dai posti di lavoro – due fenomeni che giustamente in un articolo su Counterpunch Sonali Kolkhatar collega.
Questa duplice reazione sta assumendo dimensioni tali da imporsi anche al dibattito politico interno al partito democratico, che da un lato vuole presentarsi, con Biden, come il partito più sensibile alle istanze dei lavoratori e dei sindacati, e dall’altro disattende regolarmente le illusioni che crea con le proprie promesse – ad esempio il trio Biden/Jellen/Pelosi ha già lasciato cadere il tema del salario minimo, mentre delle misure di riforma e riduzione dei poteri della polizia non c’è traccia. Nel corso di questa esperienza i proletari statunitensi, così come la grande massa dei partecipanti al movimento Black Lives Matters, dovranno convincersi che il solo modo per realizzare le loro aspirazioni è assumersi autonomamente questo compito, che non può essere delegato a nessun Biden né a nessun Trump – e comporta la lotta per la distruzione del sistema sociale capitalistico, prima che questo distrugga le precondizioni di una formazione sociale nuova, senza sfruttamento e senza oppressione.
* * * *
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La deriva antiscientifica…
di Sebastiano Isaia
Occorre contrastare la deriva antiscientifica
che si registra un po’ ovunque, anche nel
nostro Paese, sia pure in piccole dosi, per
fortuna. Una deriva antiscientifica che mira
a bloccare il futuro e porta a ricondurre tutto
al passato (Sergio Mattarella).
L’attenzione generale è tutta concentrata sulla questione vaccinale e sulle politiche pseudo sanitarie (vedi Green Pass) che ne discendono. Fin dall’inizio della crisi sociale che chiamiamo Pandemia chi scrive si è invece posto l’obiettivo di mettere in luce le cause strutturali più importanti di questa crisi, che possiamo riassumere come segue: sfruttamento capitalistico degli individui e della natura (*), distruzione degli ecosistemi, globalizzazione ed estrema velocizzazione dei traffici (spostamento di persone e di merci), fragilità dei sistemi sanitari incapaci di generare profitti (vedi la sanità pubblica finanziata con la fiscalità generale), natura profondamente e necessariamente irrazionale (e quindi ostile all’umanità e alla natura) della Società-Mondo che ci “ospita”, e altro ancora riconducibile più o meno direttamente alla natura capitalistica di questa società.
Oggi dire scienza significa dire Capitale, e difatti senza un grande investimento capitalistico la scienza non avrebbe potuto produrre vaccini in così poco tempo e in così grande quantità. Investimento che come sappiamo è stato ben remunerato, com’è necessario che sia in regime capitalistico. Come ha scritto l’apologeta del capitalismo Franco Debenedetti sulla scia di Milton Friedman, «la società assegna all’impresa una e una sola missione: produrre ricchezza», cioè Fare profitti (Marsilio, 2021), che poi è la sola etica che conosce l’impresa capitalistica.
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L’austerità come ostetrica di nuovi fascismi?
di Andrea Del Monaco*
Con il ritorno alla “Fornero” la UE di Draghi e Scholz assomiglia al Governo Bruning nel 1932. Attenzione al sempiterno ordoliberismo di Hayek
Per capire il nesso tra l’assalto neofascista di Forza Nuova alla Cgil, le conseguenze dei risultati delle elezioni tedesche, l'abolizione di quota 100, il contestuale ritorno alla riforma Fornero e l’egemonia dell’ordoliberismo di Friedrich Von Hayek, occorre rileggere il Karl Marx de “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte” partendo dal suo incipit: “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. Caussidière invece di Danton, Louis Blanc invece di Robespierre, la Montagna del 1848-1851 invece della Montagna del 1793-1795, il nipote invece dello zio.”. Oggi abbiamo le politiche deflattive di Draghi e Scholz invece delle politiche deflattive del cancellere tedesco Bruning. L’assalto squadrista alla Cgil inevitabilmente evoca le distruzioni delle sedi dei sindacati, de L’Avanti, de L’Unità e dei partiti antifascisti dal 23 marzo 1919 (fondazione dei fasci da combattimento) al 24 dicembre 1925 (la prima delle leggi fascistissime che chiude definitivamente la fase dell’Italia liberale). Diversamente dal fascismo, il nazismo arriva al potere in Germania nel 1933. La narrazione dominante spaccia come ragione dell’avvento del nazismo l’iperinflazione durante la repubblica di Weimar negli anni venti. In realtà la causa dirimente dell’avvento di Hitler è la politica di austerità condotta dal cancelliere Bruning tra il 1930 e il 1932: aumento del tasso di sconto, forti riduzioni delle spese dello Stato, aumento dei dazi doganali, riduzione dei salari e dei sussidi di disoccupazione. Cosa accadde? Aumentarono la disoccupazione e le imposte, i tagli al welfare ridussero il tenore di vita dei disoccupati e dei proletari presso cui Bruning divenne impopolare. I socialdemocratici, che avevano espresso il precedente cancelliere Muller fino al 1930, malgrado le politiche di Bruning colpissero i lavoratori, si astennero nel timore che il presidente Hindenburg nominasse un governo di destra.
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“La logica interna delle tendenze in atto”
di Eugenio Pavarani
Il titolo di questo contributo è ripreso da una riflessione di Massimo Cacciari: “Si fatica a comprendere la nuova situazione culturale e politica in cui viviamo … La funzione del lavoro intellettuale, se mai ve n’è una, non consiste nel fotografare lo stato delle cose, tanto meno nel farne apologia o nel deprecarlo; essa consiste nell’individuare la logica interna delle tendenze in atto e a che cosa queste possano condurre. Spesso tale logica viene oscurata o mistificata da ragioni contingenti di convenienza politica, altrettanto spesso si evita di fare i conti con essa e viene ignorata. Il lavoro critico, senza alcuna presunzione anticipatrice, con sobrietà e freddezza, è chiamato a metterla in luce e a responsabilizzare nei suoi confronti”. (La Stampa, 07.10.2021)
E’ molto difficile e faticoso comprendere in presa diretta la situazione politica, sociale, economica e culturale in cui si vive. Ne dà un’autorevole testimonianza Hans Magnus Enzesberger: “Ai tempi del fascismo non sapevamo di vivere ai tempi del fascismo”.
E ai tempi di oggi? Sappiamo in quali tempi viviamo? Sappiamo “individuare la logica interna delle tendenze in atto e a che cosa queste possano condurre”? Oppure “tale logica – come indica Cacciari – è oscurata da ragioni contingenti di convenienza politica e si evita di fare i conti con essa e viene ignorata”?
* * * *
Nel corso di alcuni seminari ho invitato le persone che mi ascoltavano a porsi queste domande. Ho posto il problema in questo modo: avete davanti a voi il libro di storia del secondo dopoguerra che sarà scritto nel 2050; scorrete l’indice. Il capitolo sui primi tre decenni avrà probabilmente un titolo che è già diffusamente condiviso in letteratura: “I trenta anni gloriosi dello Stato sociale”. Quali titoli avranno i due periodi successivi? quello che termina con la crisi dei subprime e quello contemporaneo. Proviamo a mettere in luce le tendenze in atto che potrebbero dare i titoli ai due periodi.
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La storia segue vie diverse, come la rivoluzione
di Fabio Ciabatti
Umberto Melotti, Marx passato, presente, futuro. Una visione alternativa dello sviluppo storico, Meltemi, Milano 2021, pp. 312, € 20,90
Il multiculturalismo è stato una delle ideologie delle classi dominanti durante gli anni rampanti della globalizzazione. Non bisognerebbe dimenticarlo quando ci si accinge a criticare l’idea che la storia sia un percorso unilineare dalle società primitive a quelle più evolute. Certamente questa visione ci può condurre facilmente a una concezione eurocentrica che, volenti o nolenti, finisce per essere di supporto alle politiche colonialiste e imperialiste dell’Occidente. Un relativismo poco accorto, però, ci può portare con altrettanta facilità all’accettazione acritica non solo delle culture “altre”, ma anche degli effettivi sistemi politico-sociali extra-occidentali perché considerati espressioni dirette o indirette di quelle culture. Anche quando questi sistemi colludono di fatto con il dominio imperialistico.
Se vogliamo orientarci in questo orizzonte problematico non possiamo prescindere dal contributo del vecchio rivoluzionario di Treviri. Ma come, si potrebbe obiettare, non fu Marx artefice di una filosofia della storia finalistica e meccanicistica che lascia poco spazio alla pluralità delle traiettorie storiche? Le cose non stanno così secondo Umberto Melotti: “L’unilinearismo costituisce indubbiamente una delle tentazioni del pensiero di Marx, e più ancora di Engels, così come di tutti i sistemi storicistici e positivistici dell’Ottocento. Eppure Marx unilinearista non è”.1 Fu infatti lo stesso Marx a scrivere che “La storia non fa niente, non possiede alcuna ricchezza, non combatte alcuna lotta! È l’uomo, l’uomo reale e vivente, che fa tutto, possiede tutto e combatte tutto”.2 Un pensiero che viene così completato da Melotti: “Come risultato dell’agire degli uomini, la storia non è, né può essere, unilineare sviluppo di un processo finalisticamente necessario, ma è manifestazione multilineare e disgiuntiva di qualcosa di variamente possibile, se pure non privo di senso”.3
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L’epidemia d’odio, la tecnica e la cultura nell’epoca del Green Pass
Silvia D’Autilia intervista Andrea Zhok
SD: Professor Zhok, lei è stato tra i primi firmatari e promotori dell’appello dei docenti universitari contro il Green Pass, che è oggi arrivato a più di mille professori aderenti. Il vostro dissenso è sia relativo all’adozione di una misura considerata discriminatoria nei confronti di studenti e lavoratori, sia in relazione allo spirito d’inclusione e partecipazione che caratterizza l’università. Dal suo punto di vista, quali conseguenze determinerebbe il perseverare di questa norma o la sua semplice traccia storica nell’ambito della cultura e del diritto allo studio?
AZ: La cultura, che uscirà a pezzi da questa vicenda, quali che ne siano gli esiti, è la cultura civile e democratica. Il decisionismo del governo su una questione delicatissima come questo “certificato di piena cittadinanza” ha prodotto una spaccatura drammatica, una vera e propria epidemia d’odio, da cui temo non ci rimetteremo per anni. Ha dell’incredibile la leggerezza con cui si è messo mano a una norma che:
1) tocca le libertà fondamentali (a partire dall’inviolabilità del corpo proprio, fino al diritto al lavoro e allo studio),
2) lo fa con motivazioni pretestuose (i sondaggi precedenti al GP parlavano di un mero 5% di cittadini pregiudizialmente ostili a vaccinarsi: non c’era nessuna ‘emergenza no-vax’) e
3) scatena simultaneamente incontrollabili istinti atavici come quello dell’autopreservazione (timore del contagio da una parte; timore dell’inoculazione dall’altra).
Di fronte a un tema socialmente, psicologicamente e anche scientificamente così delicato il governo ha ritenuto di procedere come il proverbiale elefante in una cristalleria, portandosi dietro gran parte dell’opinione pubblica in una sorta di riedizione della caccia all’untore.
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PNRR: Piano Nazionale di Radiazione di ogni Resistenza (umana)
di Il Rovescio
Pubblichiamo molto volentieri queste preziose riflessioni sulla Sanità 4.0, scritte da una compagna che da trent’anni si occupa di salute (in senso professionale e non solo) ispirandosi alla medicina tradizionale cinese. Dai corpi ai campi, dai laboratori alle strutture sanitarie, l’intreccio tra digitalizzazione e biotecnologie ci sta portando verso un “nuovo ordine sociale” in cui l’umanità stessa viene concepita e trattata come un “prodotto difettoso”. Diventa allora sempre più urgente, secondo l’autrice del testo, pensare e praticare percorsi di autorganizzazione anche in ambito medico. Uno stimolo, insomma, ad aprire un’ampia discussione che coinvolga sia compagne e compagni sia quella parte del personale sanitario che è ancora e vuole restare umana.
* * * *
È ormai evidente che un’emergenza sanitaria reale è diventata il cavallo di Troia attraverso cui limitare in modo sempre più accelerato le libertà individuali e plasmare un nuovo ordine sociale, in cui il valore di ogni specie, compresa quella umana, e del pianeta diventano esplicitamente secondari rispetto alla sopravvivenza ed al funzionamento adattato del sistema.
Premetto che per me è importante in questo momento sottolineare che non si tratta di un banale virus; che si tratti di un prodotto di laboratorio o che sia conseguenza della devastazione ambientale nel suo complesso, è un dato di fatto che esso richiede di essere trattato per tempo ed in modo appropriato, specifico e da persone competenti (ovvero che hanno studiato e praticato la medicina) e che il cosiddetto “long Covid” riguarda il 14% dei contagiati, in proporzione maggiore nelle fasce più giovani, con conseguenze sul lungo termine ancora ignote.
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“L’essenza, per le fondamenta”. Intervista a Bruno Casati
Dallo scioglimento del PCI all'attuale crisi del movimento comunista italiano
di Bruno Casati*
“Cumpanis” ha posto a Bruno Casati, come ad ogni altro interlocutore/interlocutrice di questo Speciale, “L’essenza, per le fondamenta”, alcune domande, le cui risposte l’Autore ha preferito sintetizzare in questo unico testo
Negli anni ’80, e men che meno nel decennio precedente, non si ebbe mai la percezione della gravità che, nel PCI, andava ad assumere un doppio fenomeno. Il primo dato dai riformisti che, ancora con Berlinguer vivente, conquistano la maggioranza nella Direzione e nella Segreteria Nazionale del Partito, tanto che Berlinguer opera la “seconda svolta di Salerno”, con cui recupera il rapporto che si era allentato con la base comunista, forzando le regole del centralismo democratico e solo così aggirando il dissenso della Direzione.
Il secondo fenomeno si configura nel manifestarsi, cautamente all’inizio, di una nuova generazione di comunisti. È la leva dei giovani della FGCI degli anni Sessanta che, nell’80, diventati quarantenni alzano la testa. È la loro la prima generazione che non può, ovviamente, disporre del “cursus honorum” dei precedenti gruppi dirigenti del PCI: i fondatori di Livorno, i quadri della clandestinità, poi della Spagna, della Resistenza, del “partito nuovo” di Togliatti e, infine, della “via italiana al socialismo”.
I giovani della FGCI del Sessanta sono, invece, entrati direttamente negli apparati del partito dopo qualche anno di università, taluni, senza aver mai diretto, tutti, una lotta di fabbrica o di territorio. Però sono molto ambiziosi e si propongono di farsi largo nel partito, ma prima devono liberarsi dei padri. L’operazione rasenta l’impossibile fintanto che resta in campo Berlinguer, che avrà pure perso la maggioranza della Direzione ma resta l’ultimo grande dirigente per il quale si possa parlare di “sacralità del capo”. Pertanto, bisogna liberarsi di Berlinguer e della sua intransigenza che lo aveva portato sia alla critica frontale del craxismo che alla denuncia del malcostume interno al partito. I Riformisti filo craxiani che controllano la Direzione, la CGIL e alcune importanti federazioni come quella di Milano, sono d’accordo con i quarantenni rampanti e si apprestano cinicamente a usarli.
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Socialismo. Necessario e impossibile?
di Paolo Favilli
Il problema delle disuguaglianze e il futuro del capitalismo. Una rilettura di Thomas Piketty (“Il capitale nel XXI secolo” e “Capitale e ideologia”) e Joseph E. Stiglitz (“La globalizzazione che funziona” e “Il prezzo della disuguaglianza”)
Nel giornalismo colto
Esaminare il mutamento di prospettiva intervenuto in lavori dello stesso autore scritti in periodi diversi ci permettere di comprendere meglio i problemi connessi alla questione del «futuro del capitalismo»: ha «i secoli contati» oppure è in atto una transizione verso il post-capitalismo, magari verso qualche forma di socialismo?
Non c’è dubbio che il riferimento alle categorie analitiche marxiane sia essenziale per ragionare sulla questione. In questo intervento mi occuperò della progressiva consapevolezza di tale fatto emersa anche in ambito di una cultura estranea alla critica dell’economia politica.
I monumentali libri di Piketty, divisi da tempi più lunghi rispetto alle date di edizione (le ricerche per il primo cominciano nel 1998), sono la punta teorica più evidente di questo itinerario, ma non sono isolati da una temperie di pensamenti che percorre una parte della cultura lato sensu liberale.
Di particolare interesse, ad esempio, il fatto che già a fine secolo si potesse leggere in un magazine americano di alto livello culturale, il «The New Yorker, frasi come questa: «His books [Il capitale] will be worth reading as long as capitalism endures» [1].
Sostenere che Il capitale meriterà di essere letto finché esisterà il capitalismo, potrebbe sembrare un’affermazione ovvia. In verità non lo è assolutamente neppure oggi, dopo un ventennio di crescita ininterrotta delle pubblicazioni dedicate a Marx ed al suo capolavoro. La frase citata appartiene a John Cassidy ed è del 1997, periodo in cui le magnifiche sorti e progressive di un capitalismo liberato da lacci e lacciuoli condannavano Il capitale alla relegazione perpetua nel cimitero dei libri inusabili, dei libri morti.
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Le motivazioni del “no” al green pass in chiave marxista e differenze con la destra
di La Riscossa
Pubblichiamo questo articolo nello spirito di collaborazione che si è costituito tra “Cumpanis” e “La Riscossa”, giornale on-line del Partito Comunista
«Le verità espresse dalla ricerca scientifica non sono verità assolute e definitive ma sono approssimazioni storiche e la scienza è un movimento in continuo sviluppo. Se infatti la verità scientifiche fossero definitive ed acquisite definitivamente su un piano assoluto e metastorico, la scienza come tale avrebbe cessato di esistere. Si ha quindi che la scienza è una categoria storica, essa offre parametri di interpretazione della realtà che sono varianti e varieranno con il variare delle epoche storiche. In realtà anche la scienza è una superstruttura, una ideologia. La scienza quindi non ha una sua validità assoluta, al di là del tempo, ma rappresenta nella sua storia il reflusso di rapporti di forza reali all’interno delle classi e dei modi di produzione». (A. Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce)
Scientificamente e socialmente ci troviamo di fronte ad una pandemia che non può essere messa in dubbio e che, sebbene non abbia le caratteristiche di gravità di altre epidemie (Ebola, Mers, Vaiolo, Poliomielite), certamente richiede un impegno serio per debellarla. A testimonianza di ciò è da sottolineare l’incremento del numero di morti totali che si è avuto in Italia e nel mondo intero in questi due anni.
È certamente discutibile la questione di come siano state effettuate le cure preventive, di come la sanità pubblica sia stata depotenziata dalle continue privatizzazioni, di come siano state fronteggiate le vere situazioni di pericolo, dai trasporti ai luoghi di lavoro e di studio. Ciò ha contribuito ad aumentare il numero di vittime che si sarebbero potute evitare, ma non oscura la pericolosità del virus.
Va sottolineato il processo di urbanizzazione selvaggia portato avanti da molti Paesi sotto la spinta della “finanza cementizia”, processo che ha condotto alla creazione di città-agglomerato sempre meno vivibili e pensate per un uomo-merce in grado unicamente di produrre ricchezza per il vertice della piramide capitalista, ricchezza di cui non potrà godere viste le condizioni in cui versa.
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Note su lotte di classe, nazione e internazionalismo in Engels e Marx
A partire da un libro di Domenico Losurdo
di Fortunato M. Cacciatore (Università della Calabria)
La storia di ogni società finora esistita è la storia
delle lotte di classe.
1.
Nella frase d’apertura del Manifesto del partito comunista, il plurale, Klassen- kämpfe, non è casuale, né accessorio, ma è una importante indicazione di lettura per i testi di Marx, di Engels e della loro eredità1. Una lettura che, commisurando il «piano filologico e logico» a quello della «storia reale» (e viceversa)2, provi a inoltrarsi nella complessità delle posizioni, delle contraddizioni, delle oscillazioni interne a una elaborazione teorica e pratica che, nel XIX secolo, ha saputo più di altre confessare la propria intrinseca storicità3. Una lettura che sappia tenere conto degli scarti tra le «definizioni», i «principi», le «teorie» e la loro «applicazione» in circostanze spazio-temporali differenti, o del tutto eterogenee. In tali sfasature, hanno luogo i momenti della pratica politica: sono i momenti in cui la strategia è messa alla prova della congiuntura e della sua irriducibile contingenza. Momenti nei quali, proprio in quanto scissi e contestati, i termini politici si definiscono, si traducono in principi o si istituiscono come elementi teorici fondamentali. Momenti nei quali l’inimicizia non è mai pura perché determinata dall’amicizia che (più o meno inconsapevolmente) vincola tra loro i contendenti (termini, concetti e rispettivi portatori) nella disputa di una tradizione filosofica, politica e lessicale condivisa. Le semplici opposizioni non reggono al fuoco della polemica, a cominciare dalla dicotomia nazionalismo/cosmopolitismo. Assertori del principio di nazionalità si appellano al fine ultimo dell’umanità cosmopolita, per sfuggire alle chiusure nazionaliste; sostenitori del cosmopolitismo si appellano, per incarnarlo, all’esemplarità di una Nazione (della propria).
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Riotta VS Riot
di Nico Maccentelli
Non entrerò nel merito di tutte le scemenze che Gianni Riotta ha scritto nel suo “dotto” articolo di ieri l’altro su La Repubblica: “Sinistra radicale e green pass un legame pericoloso”, dove cita i Wuming e il sottoscritto. Non merita neppure una risposta. L’unica osservazione che mi viene da fare in questo mio intervento a titolo personale, è che il mio accenno a Mosca, che Riotta menziona, è palesemente falso, dato che non ho mai parlato della Russia di Putin nei miei articoli, in particolare in quello menzionato dai Wuming e ripreso dal Riotta.
Ma si sa, i nemici dell’Occidente vengono sempre messi in unico calderone e dall’alto delle loro tribune queste penne strapagate possono raccontarci anche che Cristo è morto dal freddo, così come la Lamorgese, ministra degli interni, può dire in Parlamento che il poliziotto infiltrato tra i manifestanti a Roma stava collaudando le sospensioni del blindato.
Fatta questa doverosa precisazione, voglio cogliere l’occasione per affrontare due punti che emergono dagli sproloqui del Riotta: l’antiscientificità della “sinistra radicale” e la sua pericolosità se associata al movimento no green pass.
Chi sostiene il maistream vaccinale sarebbe depositario della scienza infusa e chi critica questo approccio sarebbe invece antiscientifico? Così come la solita sinistra antagonista? In realtà vero è il contrario e questi giornalisti alla Riotta, Mentana e compagnia bella sembrano diventati degli imbonitori di elisir miracolosi da farwest.
In questi mesi, infatti, abbiamo visto come la scienza sia diventata ancor di più un soggetto economico rilevante al servizio di interessi dominanti.
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Democrazia sociale, conflitto e sovranità nazionale
di Alessandro Somma
Riflessioni a partire da Progettare l’uguaglianza. Momenti e percorsi della democrazia sociale, M. Gambilonghi e A. Tedde (a cura di), Sesto S. Giovanni, Mimesis, 2020
Secondo una lettura diffusa, nonostante lo Stato sociale favorisca una certa redistribuzione della ricchezza, la sua ragion d’essere risiede nella volontà di neutralizzare il conflitto attraverso una sorta di accordo: la rinuncia alla lotta politica in cambio di una inclusione nell’ordine proprietario nella misura necessaria e sufficiente a produrre pacificazione sociale. La lettura non è certo infondata, dal momento che trae spunto dall’origine storica dello Stato sociale nel Vecchio continente, ovvero dalla creazione del primo sistema moderno di sicurezza sociale nella Prussia di Bismarck. Questi aveva tentato di affrontare il conflitto sociale reprimendo il movimento operaio attraverso una legge “contro le aspirazioni socialmente pericolose della Socialdemocrazia” (del 22 ottobre 1878), che tuttavia si rivelò fallimentare: incrementò invece di ridurre lo scontro politico. L’Imperatore Guglielmo I maturò così la convinzione che “la riparazione dei danni sociali non si dovrà perseguire esclusivamente attraverso la repressione dei tumulti socialdemocratici, bensì anche attraverso il sostegno attivo al benessere dei lavoratori” (Kaiserliche Botschaft del 17 novembre 1881). Il tutto sulla scia di quanto era stato sperimentato presso le acciaierie Krupp, dove in effetti la pace sociale venne promossa offrendo migliori condizioni di lavoro a chi rinunciava all’impegno politico e sindacale, e assicurando nel contempo una severa repressione a chi invece vi si dedicava.
Detto questo, è certamente possibile considerare lo Stato sociale il fulcro di un modo di concepire lo stare insieme come società alternativo a quello in linea con la sua origine storica, ovvero di un modello definibile in termini di “democrazia sociale”. A questo è dedicato un volume collettaneo i cui autori si sono esercitati nell’inquadramento di un simile modello, nella ricostruzione delle vicende storiche che hanno condotto alla sua nascita sulle ceneri dell’individualismo proprietario, al suo sviluppo nel corso nel corso dei Trenta gloriosi, e alla sua crisi iniziata con l’affermazione dell’ortodossia neoliberale nel corso degli anni Ottanta[1].
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Sull’ indeterminismo in natura e nella conoscenza della natura
di Giulio Maria Bonali
Il recente conferimento del premio Nobel per la fisica a Giorgio Parisi per risultati conseguiti nei suoi studi sui sistemi complessi o non lineari ha stimolato, soprattutto da parte di ricercatori scientifici, considerazioni filosofiche antideterministiche peraltro ormai da vari decenni largamente prevalenti fra i ricercatori e fra i filosofi della scienza, ma anche sulla stampa non scientifica o filosofica e in particolare su riviste e siti internet politico-culturali di sinistra.
In particolare in questi giorni si leggono frequentemente solenni rivendicazioni di “originalità” e di pretese “grandi scoperte”, nell’ ambito del dominante paradigma (indeterministico) della complessità e da parte dei suoi cultori, circa l’ impossibilità di conoscere e prevedere per filo e per segno il divenire di moltissimi fenomeni naturali, di contro a pretese di “onniscienza” attribuite (ma indebitamente) al determinismo filosofico e scientifico “classico”, che la moderna scienza fisica e la moderna filosofia della scienza avrebbero definitivamente superato.
Inoltre, contro la asserita indebita e irrealizzabile pretesa di conoscere l’ evoluzione certa, dettagliata, precisa e a lungo termine dei sistemi fisici complessi (la stragrande maggioranza in natura, essendo il caso di quelli semplici, come il sistema solare, una sorta di “eccezione che conferma la regola”), se ne encomia spesso lo studio probabilistico, facendo oggetto di grande ammirazione chi l’ha proposto e praticato: dal per me ottimo Boltzmann a cavallo del XIX e XX secolo, al per me pessimo Prigogine a fine ‘900 e ai suoi epigoni di oggi.
Peccato che l’ autentico pioniere di questo approccio alla ricerca scientifica nel caso dei sistemi fisici complessi (e di quelli biologici, ad essi riducibili), ben prima ancora dell’ottimo Boltzmann (quest’ ultimo particolarmente in riferimento alla termodinamica e alla meccanica statistica), sia stato un certo …Pier Simon de Laplace, vituperatissimo da grandissima parte se non da tutti i propugnatori “del paradigma della complessità”, in particolare nel suo famosissimo Saggio filosofico sulle probabilità.
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Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza
di Giovanna Cracco
Gli ultimi studi su vaccini, contagiosità e immunità naturale, la blockchain europea del Green Pass con le ‘condizionalità’ che implementa e l’identità digitale, i corpi docili e la disciplina come pratica di potere
“Il corpo è anche direttamente immerso in un campo politico: i rapporti di potere operano su di lui una presa immediata, l’investono e lo marchiano, lo addestrano, lo suppliziano, lo costringono a certi lavori, l’obbligano a delle cerimonie, esigono da lui dei segni. Questo investimento politico del corpo è legato, secondo relazioni complesse e reciproche, alla sua utilizzazione economica. È in gran parte come forza di produzione che il corpo viene investito da rapporti di potere e di dominio, ma, in cambio, il suo costituirsi come forza di lavoro è possibile solo se esso viene preso in un sistema di assoggettamento: il corpo diviene forza utile solo quando è contemporaneamente corpo produttivo e corpo assoggettato.” Michel Foucault, Sorvegliare e punire
“Chi non astrae da ciò che è dato, chi non collega i fatti ai fattori che li hanno prodotti, chi non disfà i fatti nella sua mente, in realtà non pensa.” Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione
Ciò che ruota attorno a Covid-19, vaccini e Green Pass andando a investire le sfere politiche, economiche e sociali, è molto ampio. Circoscrivere un’analisi a un focus è inevitabile. Su ciò che è stata la gestione politica della pandemia abbiamo già scritto ad aprile 2020 (1), e con il passare del tempo la situazione non è affatto cambiata. La novità degli ultimi mesi sono i vaccini. Non si intende qui approfondire l’intricata questione – sperimentazione, produzione, brevetti, effetti collaterali, sviluppo alternativo del protocollo per le terapie di cura ecc. – ma la campagna vaccinale italiana e l’introduzione del Green Pass, con la tecnologia blockchain e la rete europea Gateway che lo caratterizzano.
Partiamo dai punti fermi.
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Dare a Cesare quel che è di Cesare
(e ai sindacati confederali quel che spetta loro)
di Sandro Moiso
Poiché siamo abituati a dare a Cesare ciò che è di Cesare e al cielo ciò che gli appartiene, va detto che un merito, per ora forse l’unico, che il movimento No Green Pass può vantare è quello di aver contribuito indirettamente a far sì che, non certo per la prima volta ma in maniera più consistente, i sindacati confederali risplendessero alla luce del servilismo e del collaborazionismo che da sempre ne contraddistingue azione e funzione politica.
Contro la marmaglia ribelle, nei giorni precedenti il 15 ottobre, i media, il PD e il governo stesso si sono sperticati gola e mani nell’esaltazione dell’opera di pacificazione sociale portata avanti da CGIL, CISL e UIL e in particolare dalla figura, ormai prossima alla beatificazione, di Luciano Lama in occasione delle celebrazioni per il centenario della sua nascita.
Mentre si sorrideva, giustamente, della richiesta di Salvini a Draghi affinché il presidente del consiglio contribuisse a riportare la pace sociale in vista delle elezioni amministrative e dei successivi ballottaggi, molti, quasi sempre offuscati da qualsiasi superficiale richiamo alla mistica dell’antifascismo istituzionale, ignoravano o sembravano soprassedere sull’autentica e definitiva dichiarazione d’intenti manifestata dai leader sindacali, “unitari” nel sostenere la necessità di evitare qualsiasi tipo di conflittualità sociale al fine di permettere la ripresa economica promessa dal PNRR.
Certo non è la prima volta che i sindacati della concertazione, uscita pari pari dalla Carta del Lavoro di mussoliniana memoria, chiedono sacrifici e compartecipazione dei lavoratori in nome del supremo interesse nazionale. La storia degli ultimi cinquant’anni ne è piena, ma tale funzione di collaborazione spesso è apparsa più sfumata rispetto alle dichiarazioni attuali.
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Dalla sinistra senza popolo alla destra muscolare
Note sul processo di fascistizzazione
di Eros Barone
Lacroix - Dunque noi avremmo fatto della libertà una puttana! Danton - Del resto cosa ci sarebbe! La libertà e le puttane sono le cose più cosmopolitiche di questa terra.
Georg Büchner, La morte di Danton. 1
1. Un convitato di pietra: l’astensione
L’affermazione del centrosinistra nella maggior parte delle grandi città (Torino, Milano, Bologna e Roma) ha caratterizzato le recenti elezioni amministrative. Tuttavia, va detto che tale affermazione è il sottoprodotto non di uno smottamento elettorale del blocco di centrodestra, ma della dimensione eccezionale di un'astensione dal voto che ha interessato prevalentemente quei ceti medi produttivi i quali, se si riconoscono nella Lega, non si riconoscono però nella linea perseguita dal suo attuale segretario. Così la scelta di aderire alla maggioranza di governo che sostiene il governo Draghi e dunque di sostenere una politica di unità nazionale ha sicuramente pesato sul voto, potenziando le contraddizioni già esistenti tra la Lega e Fratelli d'Italia sul terreno della lotta per l’egemonia all’interno di una coalizione che vede queste due forze, ad un tempo, alleate e concorrenti. L’analisi dei flussi elettorali dimostra peraltro che Fratelli d'Italia non ha tratto un vantaggio proporzionale dal netto arretramento della Lega, poiché in gran parte il deflusso leghista ha alimentato il ricco serbatoio dell'astensione. Ad ogni modo, è questa la prova che le due principali forze della destra italiana controllano un blocco sociale ed elettorale potenzialmente maggioritario.
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Gli articoli più letti degli ultimi tre mesi
Carlo Formenti: Quelli che la Cina non è socialista
Alessandro Scassellati: La grande divergenza: strategie e destini dell’IA tra Cina, USA e UE
Algamica: Circa il personaggio Vannacci
Francesco Cappello: Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento
Fabrizio Marchi: L’ipocrita “contrordine compagni” di Ocasio Cortez e Giuseppe Conte
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Michele Blanco: Da "Tigre di carta" a "Impero della narrazione": il grande inganno del potere USA
Dante Barontini:Contrordine! Per oggi non si spara…
Carlo Formenti: Ancora sul Venezuela e su cosa ci insegna quella sconfitta
Gli articoli più letti dell'ultimo anno
Thomas Fazi: La fine dell’illusione democratica
Alastair Crooke: Il quadro finanziario e geopolitico mondiale in un momento di imminente disordine
Carlo Di Mascio: Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista
Carlo Formenti: Il futuro dell'ordine mondiale secondo Amitav Acharya
Alessandro Volpi: Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
Servaas Storm: La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA
Ciro Schember: Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia
Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi
Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?
Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Andrea Zhok: L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco
Giuseppe Muraca: Goffredo Fofi

Qui una recensione di Marco Gatto
Mario Sommella: Cyberfascismo

Qui una presentazione del libro
Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

Qui una recensione di Antonio Martone
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mondo
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto










































